La difficoltà del cambiamento verso il meglio delle nostre piccole società non dipende solo dalla volontà di poche persone, ma ha la necessità di trovare un denominatore comune che ne giustifichi la fatica singola e comune. Esistono certamente diversi modi di vedere la realtà, il giusto è un concetto con una qualche relatività che ne mitiga il peso quando viene violato : Anche se un’etica universale, dopo tante dichiarazioni di diritti della persona e in un’epoca post ideologica, dovrebbe essere più praticabile, ma in realtà ciascuno ne ha una sua interpretazione che addormenta le coscienze e l’evidenza. Però ciò che troviamo di assoluto in una fotografia, in un testo magari diffuso attraverso questi mezzi immateriali, ha una forza che supera la barriera dell’indifferenza. Il dolore delle donne e dei bambini, il sangue degli innocenti, la narrazione delle infinite angherie che uomini infliggono ad altri uomini riesce a colpire le menti nel fatto incontrovertibile che il mondo in cui viviamo abbia una ingiustizia diffusa e profonda. Così quando guardiamo il lavoro, senza speranza di riscatto, di persone immerse nel fango, quando vediamo le città che affastellano catapecchie in cui si ammassano persone e miseria, quando si sente il racconto del cammino di fuga dalla fame, dalle persecuzioni di uomini che portano con sé bimbi e donne che sarebbero solo cose se rimanessero dove sono nati, qualcosa in molti di noi si muove. Magari per poco, ma si capisce che questo mondo, che viene distrutto per mero profitto, ha in sé qualcosa di profondamente sbagliato. Il povero, il perseguitato, l’annegato, la violentata, l’ucciso dovrebbero maledire, raccontare del loro dolore al cielo, alla natura, a chi capisce, e rendere tutti responsabili perché indifferenti. E forse lo fanno, forse questa maledizione ci rende ciechi e inani, impedisce di cambiare e porta alla distruzione. Non voglio pensarlo, voglio pensare che la somma delle ingiustizie ne generi la coscienza, che il dolore non sia sprecato, disperso, occultato, che ogni amore, ogni benessere, ogni tranquillità debba considerarlo. Voglio pensare questo perché altrimenti non ci sarebbe nessun cambiamento e per le nostre città, nazioni, continenti non ci sarebbe speranza, perché l’indifferenza è il peggiore dei contagi e non ha cura.
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leggere come viene
C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.
Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.
Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.
I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.
domani smetto
Tutto questo dire, parlare di sé nella prima o nella terza persona singolare, fatto di parole cercate, accumulate in pile ordinate come fossero moneta sonante. Usate per acquisire, scambiare, cedere. Oh sì cedere, nella consapevolezza che il cedere è sempre un avere l’inatteso altro che parte dal muovere all’ascolto e confluisce nel contrattare silente. E che dire delle sparizioni, che poi sono silenzi certamente pieni di contenuti sciorinati altrove, di piccoli tradimenti delle attese, di consequenzialità interrotte, scomposte, riformulate in novità: tutto serve a nascondere le evidenze e ciò che non si vuol dire. Deve sembrare quel confessare virtuale che non è mai tale, irto com’è di reticenze e deviante; non è la confessione orale degli antichi che azzerava lo spirito su una linea d’innocenza e poi poteva iniziare una nuova narrazione, ma una sorta di glorificazione di sé al negativo che si auto limita e riduce a grigio il nero profondo del non dire.
E chi avrebbe mai questa pretesa del vero, del nascosto, del mai rivelato ad altri? Nessuno, non foss’altro che per la reciprocità che poi verrebbe pretesa, ma tutto si muove e alzando virtualmente la mano al cuore qualcuno dice: in verità. Mentre tutto è in attesa di un riscontro; che chi è davvero interrogato parli. Insomma diventa un parlare di sguincio, evitando di vedersi allo specchio e scoprirsi davvero.
Lo specchio non mente e accoglie, rimette ordine tra le rughe dell’anima, le enumera e dà loro un senso, indaga le espressioni, il tirar su il sopracciglio, scandaglia il sorriso e lo porta ad essere ciò che è, ovvero l’ironia nascosta delle cose che abbiamo fatto e che sono rimaste impigliate dentro. Lo specchio accetta il giudizio e lo migliora, ma solo se si vuole e si guarda disarmati. Cosa ben diversa dall’apparire, lo specchiarsi è vedersi rovesciato eppure essere lo stesso. Rivela perché guarda dentro e racconta, ma non esiste un luogo virtuale delle verità, forse perché sarebbe un insieme di atolli e di naufraghi felici.
Ancora parlo, mangio aria, attivo sinapsi, cerco ciò che non so dove sia eppure ha una traccia in me, quindi esiste. Vana immagine d’un suono, riproduzione che non rispetta l’acutezza di ciò che vorrebbe avere rappresentazione. Così si dice: basta piccole verità nascoste tra le righe, nessuno interpreta, è ora, domani smetto. E sono minuscole bulimiche vanità.
cuore d’intendimento
Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.
Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.
traballanti comprensioni
Chi capisce male forse ha necessità di ulteriori spiegazioni, ma non è sempre vero, più spesso gli basta dare l’impressione che ciò sia avvenuto.
Dipende, non si deve capire tutto, qualcosa si recupera poi, A volte. .
Troppo spesso spiegare è un prevalere sul capire, un’aggiunta comunicativa che si ingarbuglia in esempi. Quasi un giudizio su chi ascolta. Meglio tacere e lasciar correre se a chi non ha compreso non interessa davvero.
Ci sono molti livelli d’importanza e ciò che ciascuno rappresenta ha nella nostra mente un accesso di attenzione. Non si può amare ognuno, ma rispettarne la dignità, questo sì. E lì ci si ferma.
Tra tutte le persone che questi mesi di cattività hanno gratuitamente selezionato, è utile capire chi è rimasto, degli altri basta il ricordo allegro e lieve d’un incontro.
Saremo tutti più moderati? Meno mobili? Più attenti ai particolari? Forse.
Gli interessi si nutrono di molte piccole attenzioni e a volte capire è quasi superfluo, basta sentire. Anzi dagli equivoci, se c’è fiducia reciproca, nasce ilarità posticipata. Oppure ricordi traballanti che attendono più voci per diventare comuni.
Degli amplessi desiderati non resta memoria, ma una sensazione di aver vissuto, questo è solo strano oppure contiene qualcosa di non capito?
appunti
Il luogo dei corpi é il luogo dei confronti reali
Il resto è storia, storie. Quante storie generiamo che non riusciamo a raccontare e che restano dentro sino a trasformarsi in desideri delusi.
L’esperienza dell’amore
non è la sua conoscenza e non fornisce certezze. La durata dipende da entrambi, ma esistono amori che non siano asimmetrici? Ovvero ognuno ama qualcosa che non coincide con ciò che è amato. Forse è così che i corpi e i desideri si uniscono.
Supponiamo l’eguaglianza, ma la differenza ci affascina e ci sconcerta perché diversa dalle nostre vite.
Vedere il cervello nudo, i pensieri allo stato puro. L’erotismo è una condizione dell’anima, non del desiderio. O almeno non solo.
Sacerdoti di un rito in cui basta comprare, contare i soldi in tasca e ancora comprare. Con la carta di credito non c’è limite al rito. E’ come un lavacro di consenso, togliere i divieti, saturare le papille acquisitive. Poi il dubbio: sarà bello? È ciò che volevo? L’acquisto successivo cancella il precedente. Vorrebbero che le nostre vite, la loro etica fosse un eterno acquisto immemore. Vorrebbero chi? Individuare i mandanti e verificare se sono dentro di noi.
caparbietà felici
Di questo tempo cosa terremo come valore che ci ha mutato e ha reso il tempo successivo differente. Non il confronto con il tempo precedente che si è dileguato dimostrando la sua pochezza nell’abitudine e nella lìbertà che dipendeva solo in parte da noi. Se almeno fosse uno spartiacque, l’apertura verso un’ironia del vivere che rimette in ordine importanza e libertà, dà il giusto peso agli amori, rallenta la corsa verso il baratro delle solitudini mascherate di forza, allora il suo ruolo l’avrebbe avuto. E anche se servisse a riconsiderare che molte delle nostre libertà sono un compromesso felice tra diversi voleri, che ciascuno, nel fare un affare conveniente, lascia qualcosa e prende qualcos’altro, che alla fine quella libertà o si fonde nel piacere oppure si sente parziale, sminuita quel tanto che le ha impedito di essere piena, allora sarebbe fonte di una stagione di amori. Ma così non è è mi torna alla mente una storia che raccontata ora perde lo smalto del vissuto ma negli occhi di chi parlava si vedeva che era stata grande perché di queste libertà amorose parlava e le considerava non parte ma vita stessa. Era ancora possibile parlarsi nei caffè e si abbassava la voce per non essere ascoltati, così fece sorridendo:
Mi chiese se c’ero, erano le 11 di sera, se ero sola e se avevo un letto da prestargli, perché negli amori I letti e i luoghi sono sempre di qualcun altro, ma mai il tempo che in essi si condivide. Quello è di entrambi ed è fatto di un tale groviglio di sensi e sentire che alla fine mancano le parole per raccontarlo a sé e diviene un prezioso essere che appartiene a entrambi. Si spostò sulla sedia e continuò dicendo che era a Bologna, 300 km da me. Disse che mi annusava nell’aria di primavera e nella notte c’ero io sola.
Ci fu del silenzio. Attesi sorridendo continuasse.
C’ero. Stavo leggendo e faceva già caldo e dalla finestra aperta entrava l’odore della notte, fatto di suoni e profumi. Di pensieri e desideri inespressi. Capirai la mia confusione, nella domanda mi sentii sciogliere e avvampare. Ero felice e impreparata come accade dinanzi a un fiore, a un silenzio che si fonde nel bacio.
Mi guardò negli occhi, che mi sembravano leggermente umidi:: Gli dissi, vieni e da tanto che ti aspetto.
E si capiva che il resto avrebbe voluto essere una successione di momenti felici, di sorprese, di piccole pazzie che avrebbero punteggiato la vita normale. Quella fatta di lavoro, obblighi, appuntamenti graditi e sgraditi. La vita che scorre nello stagno in attesa della fiumana, di ciò che sconvolge e riallinea priorità e dolcezze. Insomma lo stupore che accompagna la felicità e la rende parte di un continuo anche quando non c’è. E per questo vivere diverso serve una caparbietà, quella che adesso dovremmo mostrare nel mutare le cose. Quella che aveva, e immagino, conservi la mia amica, nel costruire un vivere dove l’attesa ha un senso perché è già cambiamento. Ma tra le molte caparbietà che irrobustiscono il cuore e la volontà solo quelle che si sposano con la libertà sono felici. Sono le caparbietà transitorie che ci fanno bene, che trovano la vita che vogliono e non si fermano. Per questo penso che ciò che si ha, con questa volontà di diverso vivere sia superiore a ciò che vogliamo. Ed è solo un problema di sincronia con noi stessi, l’equazione che riguarda le felicità possibili.
hallelujah per quattro voci maschili precarie
C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate.
Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.
Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.
Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.
Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.
Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.
Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.
ausencia
La potenza generativa di un algoritmo umano, fatto di vene, di sangue veloce, di connessioni elettriche e di mediatori chimici, di misteri che si annodano, di serpi e di code di gatto, di ricordi, di meraviglie spalmate su un tempo che è presente eppure è già futuro e passato assieme. Ciò è ansia, intrisa d’attesa e di rilassato lasciar fluire.
Il fiume ci trascina e ci guardiamo, perché siamo riva e acqua che discriminano, separano e dicono ciò che resta e ciò che scompare indietro. E di questo tempo rimane ciò che ha la forza di guizzare assieme, un moto d’acqua nel pensiero e l’algoritmo s’acqueta, diviene solida certezza, speranza condivisa e soprattutto amorosa relazione. Ciò che si perde nel vortice improvviso era sale destinato ad andare altrove, sciolto in un tenersi, assaggiarsi, ma le cose poi hanno separato. Poteva, ma non è stato. È triste l’addio che non si consuma, che non diventa parte di un vissuto comune, che non s’acquieta nel sogno. Se non accade c’è l’infingere che parla d’altro, ma era finito il percorso, sciolto l’arcano e ora il mistero è svelato, rivelando il poco rimasto.
Tristezza nelle cose micragnose, consumate per trascuratezza, come in una reazione chimica veloce in cui tutto decade per assenza d’ossigeno, È stato un veleno che ha impedito il coagulare, che ha rinfocolato l’ impazienza di andare senza capire o salutare, e un altro algoritmo ha portato ad altra soluzione. Così si è ripartita la responsabilità in una reazione che non avviene e forse è maggiore d’una parte rispetto all’altra, ma che importa, non è avvenuto e ciò che non avviene non esiste se non nella nostra mente. Non nella corrente, non sulla riva, ma solo in quella potente macchina che immagina e connette ciò che non ha capi, la memoria, e solo lì poi improvvisamente si svela, prima di sedimentare in strati di ricordo. Ma è già finito: prima d’iniziare s’è compiuto. A suo modo perché nulla si compie per davvero se non in una fusione di molecole che altro genera. Ciò che prima non c’era e ora c’è. Può bastare tutto questo per dire che non c’è stato?
il sole sotto il portico
Il sole sotto il portico, illuminava colonne scrostate,
segni di gesso e un viva Coppi di un vecchio tour,
anche d’inverno, la porta dell’osteria era sempre aperta,
e sopra era scritto: agli amici,
come un tempo si diceva.
Fuori, in attesa, c’era un sacco di patate da 40 chili,
la sera veniva un pugile e lo portava dentro,
poi si beveva assieme,
mentre ai tavoli si cenava e si giocava a carte.
Qualcuno, in fondo alla sala, cantava con la cuoca,
e le voci erano più forti mentre scorrevano le ore e il vino.
Fino alla chiusura nessuno se andava
s’aggiungevano mezzilitri e sedie
fino a notte fonda poi,
nell’aria fresca, si sentiva che l’odore di baccalà
e di spezzatino avrebbe danzato col cappotto e con la notte,
anche a casa, togliendo il pensiero di spiegare troppo.
Appena dopo c’era la casa, la porta di legno coi vetri disegnati,
il corridoio stretto e scuro, la porta, le scale.
Si saliva solo per andare al bagno,
l’amicizia avveniva lì, in un pianoterra,
tra un divano e una stanzetta che s’apriva sul giardino minuscolo.
Come le cose che ho scritto nella vita,
e ancor più di quegli anni,
così difficili da raccontare e così asimmetrici:
un fiore nell’asfalto,
ma era vita mia, scelta con la felicità degli errori da pagare dopo
come chi ha ancora tutto da leggere e ancor più da scrivere
di sé e del mondo
così bello prima d’essere capito.
La signora Lolli era una brava cuoca e una grande madre. Con poche cose, in una minuscola cucina, allestiva un pranzo, che poi raccontavo a casa e incuriosiva senza invidia. Noi si mangiava altro. La signora Lolli era gentile e aveva la curiosità di capire chi le stava attorno, ma anche la fermezza di guidare il tempo suo e dell’unico figlio con una libertà e un rispetto raro.
La pensione di vedova, convivere con la famiglia della sorella, le era bastato. I ragazzi erano nati in tempo di guerra, ed era rimasto vivo solo il cognato. Così le sorelle si erano riunite, i legami rafforzati, i ragazzi cresciuti assieme. Un clan in cui ero stato accettato, giovane, forse troppo, ed entrato con la pervicacia che accompagna il fascino di chi è un po’ più grande di te. Ho appreso molto tra quelle mura, solo il mio tempo era sbagliato, come può esserlo per chi lo sfida, ma ne ho un ricordo che ora affiora e riempie le ore in cui dormo poco. Non è l’unico, certo, ma quelle strade, quei discorsi portati innanzi con la spavalderia di un ragazzo che cresceva, il parlare di tutto e tutti, sognare che il mondo fosse a disposizione, ora tornano. E devo ringraziare la sapienza di chi era più grande e assennato per avermi dato passioni nuove e misura del poco ch’ero. Quella strada, quegli amici lasciati quando la rivolta era più adatta a me che a loro, mi sono rimasti dentro, ciascuno col suo posto e anche la loro voce a volte sento. Della signora Lolli m’ è rimasta la dolcezza, ma mi sfugge il tono delle parole e così lo cerco. Forse si nasconde in un altro ricordare, tra i particolari di una parete, un mobile, una poltrona, o forse com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.
