il sole sotto il portico

Il sole sotto il portico, illuminava colonne scrostate,

segni di gesso e un viva Coppi di un vecchio tour,

anche d’inverno, la porta dell’osteria era sempre aperta, 

e sopra era scritto: agli amici,

come un tempo si diceva. 

Fuori, in attesa, c’era un sacco di patate da 40 chili,

la sera veniva un pugile e lo portava dentro,

poi si beveva assieme,

mentre ai tavoli si cenava e si giocava a carte.

Qualcuno, in fondo alla sala, cantava con la cuoca,

e le voci erano più forti mentre scorrevano le ore e il vino.

Fino alla chiusura nessuno se andava

s’aggiungevano mezzilitri e sedie

fino a notte fonda poi,

nell’aria fresca, si sentiva che l’odore di baccalà

e di spezzatino avrebbe danzato col cappotto e con la notte,

anche a casa, togliendo il pensiero di spiegare troppo.

Appena dopo c’era la casa, la porta di legno coi vetri disegnati,

il corridoio stretto e scuro, la porta, le scale.

Si saliva solo per andare al bagno, 

l’amicizia avveniva lì, in un pianoterra, 

tra un divano e una stanzetta che s’apriva sul giardino minuscolo.

Come le cose che ho scritto nella vita,

e ancor più di quegli anni,

così difficili da raccontare e così asimmetrici:

un fiore nell’asfalto,

ma era vita mia, scelta con la felicità degli errori da pagare dopo

come chi ha ancora tutto da leggere e ancor più da scrivere

di sé e del mondo

così bello prima d’essere capito.

La signora Lolli era una brava cuoca e una grande madre. Con poche cose, in una minuscola cucina, allestiva un pranzo, che poi raccontavo a casa e incuriosiva senza invidia. Noi si mangiava altro. La signora Lolli era gentile e aveva la curiosità di capire chi le stava attorno, ma anche la fermezza di guidare il tempo suo e dell’unico figlio con una libertà e un rispetto raro.

La pensione di vedova, convivere con la famiglia della sorella, le era bastato. I ragazzi erano nati in tempo di guerra, ed era rimasto vivo solo il cognato. Così le sorelle si erano riunite, i legami rafforzati, i ragazzi cresciuti assieme. Un clan in cui ero stato accettato, giovane, forse troppo, ed entrato con la pervicacia che accompagna il fascino di chi è un po’ più grande di te. Ho appreso molto tra quelle mura, solo il mio tempo era sbagliato, come può esserlo per chi lo sfida, ma ne ho un ricordo che ora affiora e riempie le ore in cui dormo poco. Non è l’unico, certo, ma quelle strade, quei discorsi portati innanzi con la spavalderia di un ragazzo che cresceva, il parlare di tutto e tutti, sognare che il mondo fosse a disposizione, ora tornano. E devo ringraziare la sapienza di chi era più grande e assennato per avermi dato passioni nuove e misura del poco ch’ero. Quella strada, quegli amici lasciati quando la rivolta era più adatta a me che a loro, mi sono rimasti dentro, ciascuno col suo posto e anche la loro voce a volte sento. Della signora Lolli m’ è rimasta la dolcezza, ma mi sfugge il tono delle parole e così lo cerco. Forse si nasconde in un altro ricordare, tra i particolari di una parete, un mobile, una poltrona, o forse com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.

2 pensieri su “il sole sotto il portico

  1. Che poi consapolvemente non ci si fa caso, ma è esattamente come scrivi tu.. ” com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.” 👒

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