l’innocenza del leggere e dello scrivere

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C’è puro piacere nel lasciar uscire le parole sulla carta. Sbocciare sarebbe il verbo esatto, come fanno i tuberi che hanno una vita sotterranea ma vogliono saggiare la luce, come le erbe, come gli animali attratti dal cielo, come gli alberi che hanno bisogno d’essere sé. In fondo scrivere è tradurre quello che vedono gli occhi e che viene elaborato in qualche circuito di sinapsi e mitocondri. Insomma un mostrare ciò che si è percepito e mescolato con quello che si è. Questo è scrivere.

Non c’è un motivo particolare, non ne servono per scrivere, è una piacevole necessità, un bisogno d’ordine interiore che assomiglia vagamente all’innocenza. E quando si scrive senza un fine, si è innocenti.

Ma più che nello scrivere, che comunque dipende, e siamo, noi, sarebbe necessaria la giusta leggerezza del leggere. Leggere tutto quello che attrae e ovunque. La trama di tappeto, ciò che sta tra le righe di uno scritto, il libro che ci prende così tanto e che vorremmo divorare e non finire mai, la levità del tratto, l’aggettivo, il verbo che spinge una intera pagina, l’immagine che da quel momento farà tutt’uno con il significato di una parola, il bisturi che disvela, l’immagine, una fotografia, uno stato d’animo, ecc.ecc.  Tutto questo, e molto d’altro, letto e poi fatto uscire con la nostra penna, tra le nostre cose, disperso come sale, saporoso, indeciso, acuto, insoddisfacente, è il nostro scrivere. Leggere serve a scrivere. Leggere senza un fine è anch’esso innocente.

E poi nel tempo lento del leggere e dell’assaporare e quello veloce e furioso dello scrivere, c’è una sintesi di ciò che siamo noi. Una mappa che per quanto gli esperti nel carpire segreti si sforzino di comprendere non sarà mai del tutto chiarita, perché tale è l’innocenza dello scrivere e del leggere per sé.

verde

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Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

biliardo e matematica

Nei miei anni scapestrati (nulla di particolarmente importante, diciamo che seguivo la vocazione fancazzista), spesso bruciavo scuola. E non facendolo da solo, senza particolari fantasie comuni, si andava a giocare a biliardo finché c’erano soldi, poi si proseguiva in tutte quelle attività amene che una vita sana dovrebbe consentire, tipo giocare a carte, fumare, parlare tutta la mattina di calcio e filosofia, o semplicemente far nulla guardando il cielo stesi sull’erba. In quelle ore di pensieri obbligati dal rientro a casa in orario conforme alla scuola, mi venne inoculata un’idea che ho faticato a togliermi, ovvero che per giocare bene a biliardo fosse importante approfondire la matematica, e ancor meglio la geometria. Questo mi salvò dal luogo comune che molti praticano, ovvero il non capisco nulla di matematica però capisco di letteratura o filosofia, come se il letterato avesse una virtù nel non capire parti dell’ingegno umano proprio perché capisce altro. A me piacevano molto i romanzi e i saggi, leggevo assai e senza regole, ma la matematica mi serviva per vincere a biliardo e quindi la dovevo capire. Così mi misi d’impegno perché il gioco valeva la candela e qualcosa di compreso allora mi resta ancor oggi. Ma il mio stile a biliardo non ebbe quel miglioramento che attendevo, perché il mio compagno di sfide a goriziana era un idiota matematico che manovrava la stecca come un pennello e se non sapeva nulla, e neppure gli interessava, però giocava da dio e regolarmente mi batteva. Ma pur perdendo, miglioravo complessivamente per l’attenzione che mettevo nel capire dove sbagliavo, traiettorie, forze, geometrie, insomma la cosa servì ad entrambi per giocare partite interessanti. Credo anche d’essere stato un buon allenatore per sviluppare i suoi talenti in campi altrimenti difficili da esplorare, la discussione astratta ad esempio, perché divenne un importante manager d’azienda dopo anni di vita passati tra fumo e panno verde.

Perché penso a tutto questo? Perché credo che avere un’idea preconcetta delle cose può impedirci di vederle davvero. Ci sono persone che odiano il calcio e ci sono 10 milioni di ragazzi o over 50 che lo praticano senz’altra aspirazione che vincere una partita che dura 90 minuti e poi ricominciare la settimana successiva. Ci sono milioni di persone che non leggerebbero un libro neppure sotto tortura (pensando che gli manipoli il cervello o che sia tempo perso) e milioni di persone che senza leggere una pagina, immaginare un’altra vita, entrare in una storia, non prenderebbero sonno. Ci sono persone che ogni mattina leggono l’oroscopo e modificano la giornata in relazione ad esso e altri che non ammettono nulla che non sia verificato secondo il metodo scientifico anche se è davanti ai loro occhi. Ci sono persone che vivono di politica, e pensano che senza di essa nulla procederebbe e altre che se ne fregano, che non votano e che abitano esattamente le stesse strade, le stesse città: entrambe si lamentano, ma la lamentela è il più antico mestiere al mondo, ben prima della prostituzione mentale e fisica. Insomma credo che manchi a tutti una educazione particolare ovvero quella alla realtà, che non è quella che vediamo, ma quella insita nei comportamenti, nelle cose, quella che ci fa piacere o dispiacere una cosa. Perché questo avviene? Ecco la domanda che dovrebbero insegnare a porci, assieme a qualche strumento per darle risposta, ma questo non fa parte dei programmi educativi, scolastici o meno, meglio puntare sul luogo comune che è così riposante per il cervello e rassicurante per i comportamenti. 

inessenzialità

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Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?

Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.

E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.  

Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.

la volontà della speranza

Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato  per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.

 

identità

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Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io?

Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?

La mia libertà è nell’essere elemento e direzione, cosa ed essenza, passo, nuoto, volo, insieme ghepardo, delfino ed aquila.

Uomo.

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In quella foto ci sono mesi di privazioni, anni di disciplina. Chirurgia estetica della mente per assomigliare, per tendere ad essere altro. Una costruzione/decostruzione di quello che la natura applicata all’ambiente non avrebbe fatto e così il viso si è scavato, eppure c’era abbondanza di cibo, le spalle si sono raddrizzate, anche se non c’erano pesi da portare, l’incedere è una perenne ricerca di equilibrio che non ha bisogno della corsa. Il capo si è portato indietro e il bacino in avanti, anche se non c’è alcuna gravidanza e il ventre è piatto. La morbidezza contro le carestie passate si è risolta in linee nette, tutto converge in una coincidenza tra desiderio e dover essere.

Cosciente dello scatto, la posa si è resa vigile per la ricerca d’attenzione. Il tratto assume un’ espressione ammorbidita, forse gli è stato suggerito qualcosa. Non è un selfie, è un ritratto voluto, accettato, forse desiderato, ma fatto da altri che vogliono solo l’immagine e così è emersa la summa della ricerca precedente attuata su quel corpo. Accade sempre che ci sia il tutto in una posa, però è totalità che appare, ed è ben differente dal viso distratto, dal corpo fermato in una posa che seguiva altro. Nei corpi senza intenzione emerge ciò che c’è sotto, un dialogo complesso che include tutto ciò che è stato mutato, ma non sono soli, mentre in un ritratto c’è una solitudine grande, grandissima. Se questo rappresenta solo il soggetto, viene lasciato in una stanza di dubbi, ogni parola lo modifica, c’è qualcosa che vorrebbe uscire ma gli viene impedito. E questo dovrebbe essere colto e poi mostrato, in una comunicazione senza asperità, che offre e non porta via. 

c’è festa nel tempo

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Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo. 

vi racconto perché comincio ad aver paura

Vi racconto perché comincio ad aver paura. C’è una guerra in corso in Europa, è in Ucraina. Può restare un conflitto circoscritto, ma anche no, basta un niente perché degradi in escalation di ritorsioni. Ci si fida che accada come per la ex Jugoslavia, dove tutti hanno fatto combattere in conto terzi, ma non è così. Qui siamo ai confini della Russia e sembra che non ci si voglia render conto che questo Paese non è solo un mercato, ma una potenza nucleare tecnologicamente avanzata, che non può accettare di avere la Nato alle frontiere. Sembra a parti inverse, la crisi dei missili a Cuba. Solo alle porte di casa, stavolta. Manca una politica estera europea, un esercito europeo, una determinazione comune e gli Stati, in ordine sparso, si accodano alla politica americana, che ha altre logiche e sopratutto lavora su uno scacchiere mondiale, magari con i risultati che vediamo. 

Ma questa è solo una parte della paura. Uso la parola paura perché ha un significato preciso, timore non lo ha più, la paura dovrebbe far reagire, analizzare ciò che accade. Chi ha paura si sente solo, bisogna uscire dalla paura e condividere. Sono inquieto, metto insieme segnali, li interpreto, certamente mi sbaglio ma i segnali sono fatti precisi.

Non si parla più di energia, il crollo del prezzo del petrolio ha reso anti economico lo share oil canadese. Per fortuna, ed è una manna per l’ambiente visto l’alto inquinamento di questa tecnologia, ma non si parla più delle importazioni di gas e petrolio dagli Stati uniti verso l’Europa. Intanto è stato revocato il progetto South Stream che doveva portare gas dalla Russia attraverso Turchia e Grecia, la Russia parla con la Cina e noi dipendiamo ancora dai vecchi gasdotti che passano per l’Ucraina. quanto può durare questa situazione se la crisi si impenna? Anche a sud, nel Mediterraneo le cose non vanno bene, l’avventura libica, ha prodotto un bubbone a pochi passi da casa e anche quell’area non è più un fornitore certo di energia.

La percezione di un diffuso senso di malessere si diffonde attraverso l’incertezza: che sta accadendo? E il rifiuto verso l’Europa dei burocrati non riguarda solo la destra o la Grecia, ma la stessa idea di Europa unita, che è più una possibilità che una realtà, certamente non una entità politica rilevante.

Ieri ho ascoltato questo dialogo tra due imprenditori che parlavano nello spogliatoio della palestra. E’ rilevante pur facendoci la tara perché non siamo a un convegno, e sono parole in libertà, senza dover rassicurare nessuno:

…ma tu lo sai che in Grecia non ci sono medicine negli ospedali, la gente è alla fame. Non esporto più in Grecia, ci sono stato il mese scorso, una desolazione. Chi vuoi che compri di prodotti di consumo, non hanno soldi, a Marrachech o Dakar hai più mercato, e se ti ammali ti va meglio. Ieri ero a Bruxelles, incontro con un funzionario UE, 40.000 euro al mese di stipendio. E’ uno di quelli che contano, anche se non un capo. Parliamo, lo dice lui, l’Europa è morta, la teniamo in vita per le banche non per le persone. Poi a cena, in un ristorantino, 148 euro. A testa. È normale, a Bruxelles. Dice ancora, qui non si rendono conto del mostro che è stato creato, ma ogni quindici giorni ci spostiamo con carte e persone a Strasburgo, e poi di nuovo indietro. Ascoltiamo più le lobbies che le commissioni, in fondo coincidono. Equilibri, non c’è politica, solo equilibri e nascondere i cadaveri.

Sai cosa ho pensato tornando? È perché non siamo alla fame come in Grecia ma non abbiamo niente in mano, nessuna sicurezza. Sai che faccio, porto via due rami d’azienda, un pezzo un Italia per il marchio, il resto all’estero per le tasse e la sicurezza del futuro. Renzi ? Bravo si, ma un sacco di parole, ma almeno Berlusconi mi dava garanzie. Cosa vuoi che me ne freghi del senato, in sei mesi in Europa, dove non può ricattare non ne è venuto nulla. Voto lega anche se sono quattro sfigati, che vivono di rendita sulle disgrazie. Ma ha ragione Tsipras questa non è l’Europa di Spinelli è un mostro delle banche. Hai visto con Junker, che gli hanno fatto per i suoi trascorsi di primo ministro? Nulla. Il fatto è che c’è un patto tra popolari e socialisti, e non si può dire che il dittatore è morto, finché non si sono sistemate le cose per la successione, come facevano in URSS o nei paesi comunisti. Prima o poi crolla tutto e chi si salva è chi l’ha visto prima.

L’altro interlocutore concorda, è un professionista, parla del falso in bilancio, entrambi ridono sulle norme che rendono possibile il “nero”. Salutano ed escono.

L’impressione che ne traggo è quella di una Italia divisa, dove la realtà è altrove da quella dell’ agenda di governo. Il debito italiano è 10 volte quello della Grecia, non possiamo fallire senza far scoppiare l’Europa, ma siamo anche nella paralisi. Ho visto gli interessi pagati in questi anni a chi ha finanziato il debito. Ovunque, c’è stato un flusso enorme di denaro verso i creditori che non sono prestatori d’opera o promotori di sviluppo, ma semplici prenditori. Per paradosso si finanzia l’usura perché continui a fare il suo mestiere. Questo ottenebra tutto, l’economia è disgiunta dai popoli e dalle persone, non conta più neppure il successo personale, tutto viene subordinato a decisioni prese in consessi dove l’unica cosa che conta è : ti ho dato i soldi, li rivoglio indietro con gli interessi, il contesto non è affar mio. Per questo non si capisce quali siano le politiche di sviluppo, se il sistema è divisivo le politiche tornano negli Stati, diventano non competitive, ma aggressive e questo è il contrario del processo di unificazione. Ieri è stato detto alla Grecia che la democrazia, ovvero la decisione del popolo conta fino a un certo punto, ci sono regole sovraordinate che limitano la democrazia, il pagamento del debito ad esempio. Eppure Tsipras non chiede il suo annullamento, ma di pagare secondo la crescita, ovvero aiutateci a crescere e vi pagheremo prima. pare non sia accettabile, sarebbe un precedente.

Torno ad un altro precedente, il riconoscimento unilaterale del Kossovo indipendente dalla Serbia fatto dall’area dei Paese Nato. E’ un seme tratto dal vaso di Pandora. Non si sa cosa possa generare, ma sicuramente cose non buone visto che ha violato trattati e frontiere. Infatti la Crimea è altrettanto legittima se lo è il Kossovo, e anche le nazionalità interne agli Stati Europei lo diventano, la Catalogna, oppure i Paesi Baschi, o il sud Tirolo, o chissà quanti altri pezzi di nazionalità che sono distinte e autonome dentro a Stati che hanno altra lingua e cultura. L’Europa dei popoli serviva a questo, se è persa traccia, soffocandola nell’Europa della finanza, che neppure è Europa, ma qualcosa di sovranazionale che sta indifferentemente a Shanghai o Ginevra, o Londra.

E intanto ogni 15 giorni le carte fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo, ecco perché comincio ad avere paura.