solstizio

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di cerchi e spirali,

le rondini, ubriacano la luce,

imprigionano il tramonto,

lo fanno riflettere sui grigi, gli azzurri, i rosati,

rigano l’aria di gialli gloriosi 

e le nubi, gonfie di bianco, s’imporporano

guardando la loro sera indiscreta.

E l’aria,

l’aria ora piena di strida,

ride anch’essa, del generato equilibrio tra case,

fatto di luce, d’attese,

di gioie senza alcun senso, come solo la gioia sa essere.

E guardano le finestre,

gli occhi distratti, le cene già pronte,

i mille televisori accesi,

guardano e non vedono,

la danza che imprigiona la luce,

il trionfo della vita che ritarda la notte,

la luna,

che per suo conto, già si racconta l’estate.

ripetutamente

Ripetutamente. Se associata al pensiero di una persona, questa parola, evidenzia un’attenzione particolare. La si dissemina per dire altro in un discorso intimo. Ripetutamente è l’insistere del pensiero nel voler far parte, nell’essere assieme oltre il normale e il consueto. Testimonia un comunicare profondo che penetra il giorno, lo riporta a sé senza bisogno di un motivo. In positivo e in negativo.

Nel negativo la costrizione del ripetersi diventa gabbia, prigionia, recinto del pensiero. Lo impoverisce perché lo priva della curiosità allegra, lo priva di ciò che sta attorno. È un pensiero che vuole risistemare le cose, fare ordine e ricondurre a razionalità.

In positivo, il pensiero ripetuto, se non è ossessivo, ma allora è già scivolato di crinale nel negativo, è lieve e curioso. Intendiamoci, è lieve come una carezza che sa andare in profondità, sollecita sia la tenerezza che il desiderio. Coccola perché vuole scoprire, ma pazienta e il disvelarsi è attesa dolce. È un ripetersi che fa bene, che toglie dall’usuale, dalle abitudini. È terapeutico e fertile se dosato con la giusta leggerezza, se tiene lontano il veleno dell’ossessione. Contiene quella leggerezza che apre il sorriso, che chiede, svagata nel quotidiano, che il mondo si riveli un poco attraverso una persona. Teniamo questo ripetutamente da conto, ne esistono altri, ma in questo c’è l’esercizio dell’attenzione, della curiosità partecipe e della gentilezza. L’ascolto insomma, più che il dire, il bussare alla propria porta interiore piuttosto che lo spalancare.

E che bello se qualcuno dicesse: ti penserò,

ti amerò,

come non ti sai.

in quel luogo del cuore che è la vita,

ripetutamente,

e in quel mare che è il tempo

diversamente.

quasi un fado

Una vita come un fado: passione, scialle che avvolge, durezza che si scioglie.

Il sole taglia i muri di giallo, l’odore del bacalhau e dell’abitudine escono con il lenzuolo steso fuori dalla finestra. Gli azulejos rilucono di notte, lo sapevi? Anche a pezzetti, dispersi dal camion dei detriti sbriciolati nel cantiere che costruisce il nuovo. E demolisce, oddio come demolisce, cambia, apre i muri, li fa cadere. Il nuovo è così, scava nuove porte per nuovi padroni e intanto la ruota gira, divora ciò che ha spiccato un balzo verso l’alto che sembrava non finire, ma finisce. E lo attende una bocca aperta, come quella degli uccelli del giurassico, dal muso lungo e i tanti denti. Pterodactylus che aspetta che il nuovo frolli, che poi mastica e inghiotte. Mai sazio e ricco di pazienza. Come un rapace, ma bestia che sa, che prevede. L’occhio ironico, il cervello razionale. Basterebbe cambiare il ciclo, la prevedibilità e morirebbe di fame. Ma è cosa complicata, costa fatica, meglio il nuovo e la sua impazienza che non muta i cicli: ascesa e ricaduta.

Alla luce della luna e d’un lampione pezzetti bianchi e blu di azulejos, rilucono. Caolino e manganese, superficie vetrosa e ceramica. Incredibile l’effetto nella leggerezza e lucore. Sopra, di giorno, tra il rumore di trapani demolitori, nascono bagni acciaio e piastrelle, docce laser e superfici riflettenti. Da nascosti altoparlanti esce musica discreta oppure battente. Bluetooth. (chissà se i denti della bestia han questo colore)

È questa la scelta. Ti verrà lasciata questa scelta sola.

In Alfama per i turisti ballano il fado. Chissà cosa resta della passione, d’uno scialle che si apre e poi stringe il corpo, della durezza che si scioglie. 

A te la scelta. Forte o piano. Nuovo o vecchio. Passione o noia ? 

pozzanghera

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Per terra si sono addensate

conosciute e sparse meraviglie,

la testa non è più bambina,

separa, classifica, ordina,

ed ogni stupore vive a sé stante.

È mercurio che cerca fratelli,

fino a farne un’unica pozzanghera

riflettente.

sgarujare

Restano le coordinate di sempre per stare assieme: gli affetti, l’amicizia, il conversare conoscendo. Il cibo comune è un valore che va molto oltre la sua sapidità e bontà. Anche il bere assieme è un rito quando si è attenti alle parole. Poi, quando la bocca non è più impegnata dal gusto e dal cibo e il discorso fluisce, si mescola al vino, e scava dentro, senti che sgaruia, il senso, gli argomenti. Sgaruiare ovvero cercare dentro qualcosa. Ad esempio il gheriglio, e i suoi pezzetti rintanati nelle noci. Come faceva mia nonna, che poi li puliva della pellicina e me le dava da mangiare. Ripulendo e tirando fuori la polpa, mi diceva, viene fuori il dolce che non lega la bocca. Così è per il discorrere tra amici,  si può cercare il meglio da offrire e allora senti che quel gheriglio l’abbiamo noi dentro e che a volte si apre mostrando il buono, ma solo a volte.

parole in forma di mantra: esattamente

Il profilo netto delle case e il loro colore sfumato si inserisce esattamente nel cielo. Più distanti le nuvole. Ora gonfie di bianco, pacifico e lento. I piani prospettici hanno la nettezza dell’aria che è stata accuratamente chiarificata da miliardi di collisioni tra acqua e particelle microscopiche. È avvenuta una battaglia e temporaneamente le pm 10 e 20 sono state abbattute, disciolte, portate in rivoli e poi confuse con la terra e nei chiusini. C’è la quiete esausta che segue i confronti cruenti e soprattutto un pulito impalpabile che ha restituito volume e dimensione alle cose. Ora c’è un vicino e un lontano, ma tutto ciò che è intermedio ha il suo posto, la sua identità.

Esattamente.

Ciò che si vede è scevro di confusione. Si capisce che è nel posto giusto perché il rumore di fondo si annulla.

Siamo prigionieri del rumore di fondo. Noising: fatica connessa al vivere in un ambiente disturbato, senza ribellione.

Perché è rumore di fondo qualsiasi disturbo costante. Non ce ne accorgiamo più e diventa presenza inquieta e sommessa. Subdolo, maschera d’abitudine la querulalità che lo farebbe recidere. Sembra inoffensivo mentre impunemente degrada il sentire. Senza danno per sé, toglie nettezza e volume al reale vero. Al possibile.

Lo smog è rumore di fondo, la strada, la musica del locale in cui si pranza, le chiacchiere dimostrative dei vicini. Ma anche l’essere perennemente collegati è rumore di fondo, le notizie senza conseguenza per il vivere sono rumore di fondo, anche il sentimento vago lo è. E nulla è esatto,  se questo bordone costante ci accompagna. Invece nella meccanica dei nostri flow decisionali c’è l’aspirazione ad un giusto incastrarsi delle cose nelle vite. All’essere imprevedibili per trasgressione non per noia.

Esattamente evoca una purezza di funzione, un senso che si riempie per presenza.

Sono qui, ho i piedi saldamente posti, il contatto con l’aria, vedo e sento e ammiro come tutto funzioni connettendo il prima e il dopo. Posso essere in un modo oppure nell’altro, ma armonicamente. Equilibrio, altra parola che evoca l’esatto, e insieme leggerezza, visione attenta.

Esatto è l’amore, il sentimento la comunicazione partecipata. Esattamente amo, sento, oppure avverto l’incrinatura, l’equivoco e la mistificazione.

Percepire dove si è, cosa si è, come premessa dell’andare. Da qualche parte, ma con leggerezza ed equilibrio: esattamente.