punta dogana

E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.

Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.

San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre.  E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.

Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo. 

tra confine e città

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine. sia pure di seconda categoria, dove si passa a piedi e nessuno ti controlla. Non lo sa e macchia di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente. Si distribuisce e radica con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. La commistione è facile, ma quella ci pensano gli uomini a renderla difficile. E per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, poi si verranno distinzioni, identità e sospetti che sono più paure. Ma l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono posti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. Come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli e i grovigli vengano nascosti chissà dove perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, non c’è nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. E così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, così anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado. anche gli uomini. E allora per chi è tutta questa bellezza? Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi si scende a Trieste. E la città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Ma negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge una bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un utile stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

pretese

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Ho comprato prima uno, poi decine, poi centinaia, poi migliaia di libri. Milioni di parole scritte, di pensieri avvenuti o immaginati, di storie narrate. Spesso mi piacevano, le avevo scelte, eppure non volevo assomigliare a nessuna di quelle storie. Volevo essere differente, ma riconoscere qualcosa di me in tutte. Ansia d’umano? Anche, e mi sono circondato di storie, le mie e quelle che ho sentito raccontare, di libri che non riuscivo a leggere, perché erano sì interessanti, ma troppi. Però sapevo che avevo comprato l’immortalità. Lo sapevo ad ogni libro finito, nel piacere di iniziarne uno nuovo. Un piacere intenso pari a quello che avrei avuto nel terminarlo. E mi godevo quel momento intermedio in cui potevo scegliere la prossima storia, il fascino di un altro pensiero. Cosa avrei ritenuto di quel libro: la differenza, l’assonanza, la somiglianza, il ripudio? Quanto di me avrei trovato e quanto di me ancora ignoto avrei scoperto? Di un libro restano poche frasi tra centinaia, alcune folgoranti di sintonia, altre strane od opposte a noi, molte inutili, ridondanti semplicemente scorrono. Una lettura partecipata è un bilancio tra interesse e noia. Lo sanno gli scrittori. E i lettori. Ma ciò che fa di un libro qualcosa che eccede il mezzo è il rapporto tra chi scrive e chi legge. E chi legge è il dominus, è lui che si riconosce. Questo mi dicevo guardando le file di libri sulle pareti di casa. Pensavo che nella perenne ricerca di qualcosa che dovrebbe completarci c’è la stessa immortalità del ritrovarsi in qualcosa d’altri. E questo piacere dell’incontro altrove lo potevo ripetere fin che volevo. Ed ero contento.

maresana

Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.

misteri

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Rovistare nel passato ha un fascino che conosciamo bene. E’ quello delle nostre scoperte bambine, delle soffitte impolverate, dei cassetti chiusi, delle porte male accostate delle case disabitate. La fisica o le scienze soggette alla grammatica galileiana hanno altre eroicità e coraggio. Un conto è muoversi tra il provando e il riprovando, altro è il connettere condizioni e ipotesi che si rafforzeranno ma saranno sempre mancanti di qualcosa. Cos’è la storia se non un’infinita processione di assenze e incompletezze? Eppure in questo regno così labile, che però esce dalla favola e si solidifica in prove, riscontri, analisi di carbonio 14, raffronti con certezze o quasi, c’è molto di ciò che siamo. Archeologia e neuroscienze, genetica e paleosociologia, paleoetnografia e storia, in un fondersi di discipline che datano, raffrontano, ipotizzano, trovano tracce, danno percentuali. La falsabilità delle tesi in questi campi è davvero labile, Popper non soccorre, eppure a poco a poco la nebbia diventa meno fitta e se ci manca il nitore di un’ esattezza resta il calore di uno sguardo possibile. Il mistero nel passato ha un portatore di mistero: l’uomo. E allora si procede all’interno di un’antinomia. Così quando emergono le statue di mont’e Prama, in provincia di Oristano (chissà fino a quando potremo dire in provincia di…), non è in discussione il primato greco, ma ciò che avvenne e avveniva in questo crogiolo di pensiero esplosivo che fu il Mediterraneo. E il mistero della Sardegna, custode di misteri, richiama tutte le Atlantidi del mondo, che si danno appuntamento nella nostra testa, e si fanno largo sgomitando, presentandosi con una tale ricchezza di vita che riscrive le certezze. Abbiamo la fisica, la chimica e le tecnologie, ma l’uomo è sempre quel tramite tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Lì, collocato a mezzo e quasi lo stesso di allora, intriso di mistero perché portatore di pensiero e di rapporto con il sé. Il mistero ha bisogno di sintonia, di accoglienza, e così penso ai bronzi di Teti, alle raffigurazioni intense e familiari da una parte all’altra delle sponde mediterranee, ai tumuli etruschi visitati in solitudine, alle sensazioni provate nel Mandrolisai, oppure nelle Barbagie, o in Ogliastra, ai silenzi dell’avellinese, all’idea che gli uomini camminavano come io facevo e che non c’era distinzione nel mezzo e nel fine, tra l’uomo di Similaun dalle mie parti e gli uomini che popolavano le rocce aspre delle parti interne della Sardegna o di ogni montagna. E nella solitudine dei luoghi si sentiva che c’era stato altro, e che non era morto, ma dormiva, emergeva e scompariva, come i fiumi carsici.

L’antico, anche biologico non era poi così lontano, parliamo di 3000 anni, ed è davvero un attimo nella storia, se si guarda nelle soffitte di casa, nella natura attorno, nelle pietre sbozzate, nelle abilità scoperte e perdute. In queste presenze/assenze si capisce che l’universo della precisione coesiste nell’universo del pressapoco e che il secondo non è meno umano. Anzi.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/13/news/museo_cabras_due_giganti_mont_e_prama-97995647/

Mantegna agli Eremitani

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La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.

Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.

Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.

“For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “

Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.

 

(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)

illude la finta stagione

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illude la finta stagione,

tra caldi improvvisi,

e storie di scirocco.

Ragazze in canottiere colorate

nei tavolini all’aperto,

e l’allegria di voci e sorrisi

cancella freddi che forse verranno.

Ci sarà un tempo per lane e pesanti cotoni,

ora tra piccole malizie, 

l’inizio d’un seno baciato dal sole, 

muove su tacchi troppo alti

per gli antichi acciottolati.

Ma la luce cala in fretta

e nella sera, i lampioni

e l’aria di fiume,

già si riprendono rivincite attese. 

mosaico: san canzian

Per entrare si scendevano due gradini consumati. Sulla sinistra c’era un vecchio bancone in legno scurito da pedate, consumo e tempo. Una lastra di zinco sotto le spine della birra, il resto era legno, spesso, consumato e appiccicoso. Ma chi si appoggiava non aveva problemi, non ci pensava. Erano gli ambulanti svegli dalle 4 del mattino, facchini, piccoli artigiani che avevano bottega attorno. Gli studenti, i balordi e i pensionati si sedevano nelle due stanzette, piccole, quasi un tinello. Sedie impagliate e sei tavoli in tutto, altrettanto vecchi del bancone e appiccicosi di generazioni di vino sparso, sudore e unto. Se qualcuno avesse cercato i dna sovrapposti in quegli strati, avrebbe avuto un campionario dello stanziale e del passaggio, del sangue giovane e di quello lento, delle menti ormai consunte e dell’avvenire fulgido sperato. Tutto assieme, perché quell’angolo di città teneva tutto assieme: università, popolo, politica cittadina, ebrei e cattolici. Tutto in una strada che collegava le piazze, ovvero la vita politica e il commercio con il ghetto. La chiesa di san Canzian era parrocchia, ma di quelle del centro, dove si mescolavano ricchi e poveri in modo così indistinguibile da rendere difficile il messaggio al prete. Chissà a chi parlava nelle prediche per tenere tutti assieme. Forse a tutti, oppure meditava ad alta voce. Forse. L’osteria nella stradina, guardava la chiesa e a fianco aveva la vecchia sinagoga di rito tedesco, incendiata dai fascisti nel 1943, ed era appena fuori da dove, fino a Napoleone, uno dei quattro cancelli avevano isolato per trecento anni, di notte, il ghetto dalla città. Quindi era una frontiera, un luogo di passaggio e tolleranza, basata sul vino e sullo scambio, sull’eguaglianza di fronte al litro, e sui discorsi senza troppi limiti. Lì dentro si meditava ad alta voce e quindi forse qualcosa da dire l’aveva anche lei. Ho conosciuto le due ragazze -‘e tose – che davano il nome al locale, solo che avevano più di 80 anni quando io ero ragazzo. Si favoleggiava di una loro avvenenza, ora svanita senza rimedio, di studenti e poi professori che le avevano corteggiate. Di tutto quel tempo, se era mai esistito, a loro restava una voce roca e bassa, che impartiva ordini a un cameriere poco più giovane di loro, el toso, (il ragazzo), con i piedi sformati dalla lunga vita eretta, che scambiava battute con i clienti e silenzi con le padrone. Felice di quel soprannome che sottovoce ricambiava dicendoci: ‘e vece comanda a bacheta e paga a baston’ (le vecchie comandano a bacchetta e pagano a bastone). E rideva. Perché allora, e non sono cent’anni fa, c’erano i padroni e i dipendenti non erano collaboratori, ma salariati e poco più che servi. Un campanello attaccato ad un ricciolo d’acciaio, come quelli che c’erano dentro le case, residuo degli antichi tiranti dei portoni soppiantati dall’elettricità, era vicino all’ingresso, e chi voleva bere, si alzava e gli dava un tiro, cosicché tutti sapevano che qualche mezzolitro sarebbe di lì a poco arrivato alle labbra dei clienti. C’era chi con un’ombra – un bicchiere – tirava avanti per ore e chi beveva d’un fiato perché tornava al lavoro. Forse la cerimonia che era costituita dallo scambio dei saluti, dalle battute e gli sfottò era importante quanto quell’alcool un po’ acido che scendeva di colpo e scaldava, cambiava l’umore in meglio o in peggio, non lasciava indifferenti. Comunque fosse, lì dentro, tra quei muri che non venivano mai imbiancati e su cui si esercitavano matite grasse, con scritte e disegni, lì dentro c’era una comunità che si dava appuntamento, si incontrava, partecipava agli eventi delle vite. Sapevano di tutti e nessuno leggeva il giornale. Rispettavano nascite, matrimoni e morti, scambiavano soprannomi, allungavano qualche piatto di minestra. Nascevano burle, congiure politiche da ridere, si batteva carta senza soldi, non si portavano gli amori, si mangiavano dolci antichi, si beveva più del necessario, per compagnia, per parlare o ascoltare, raramente entrambe le cose. Non c’era niente di bello o di brutto che facesse particolare quell’osteria oltre le persone che la frequentavano, era allora, ora c’è un negozio di telefonini.

 

la conferenza

Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.

Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.

Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.

La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso. 

La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio. 

29 settembre 2014

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Le due foto che mi ritraggono, ricevute da mio figlio, hanno in comune il viso serio ( allora un po’ troppo magro), la barba completa e lunga. Ancora pepe e sale, non bianca come ora. La cravatta, la giacca, si intravedono e sembrano un tentativo di leggerezza, essendo la prima chiara e la seconda, scura. Uscire dalle divise e mantenere i ruoli è stato un impegno costante. La scheda allegata, spiega che vengono dagli archivi Rai e da un telegiornale regionale. Si parlava di imprese e di crisi. Sono passati sei anni da allora, mi sembra un’epoca per me e per il Paese. Nel bene e nel male, le crisi sono rimaste, ma l’Italia sembra mutata. Profondamente. Ascolto le persone e sento pareri preoccupati, la speranza, è quella dei naufraghi che sperano di salvarsi e che di questa lunga notte resti il ricordo quando si sarà più sereni. Non è la speranza che davvero spinge in avanti, quella fiduciosa del fare e della crescita, questa è l’attesa volenterosa che muti l’aria, quasi un farsi esterno alle volontà. In fondo questo Paese ama gli uomini della provvidenza, quelli che dovrebbero risolvergli i problemi che sono stati creati perché non si affrontano i nodi del giusto vivere assieme.

In quelle immagini, ritrovo un ottimismo della volontà, che ha radici lontane. Credo che la mia generazione abbia avuto molto e che molto dovrà dare facendosi in disparte. In me scopro intolleranze antiche, sopite per lungo tempo dalla necessità di compore le cose attorno. Non si fa sempre così, forse? S’impara nella famiglia e nella scuola, il senso di responsabilità diviene il modo per farsi una ragione di molto che non vorremmo, lo mettiamo ovunque, dal lavoro ai sentimenti, ben oltre il limite di una dialettica naturale. La generazione dei figli non ha questo diffuso senso di responsabilità collettiva, lavora per vivere, spesso non vede la funzione sociale del lavoro, così si disaggregano i luoghi comuni disciolti da un perché? Perché dovrei farlo, perché dovrei avere una funzione, perché dovrei interessarmi? Tutto sembra svolgersi lontano dalla propria capacità di influire, come se il potere si fosse definitivamente distaccato dalla democrazia.

Ieri era una splendida giornata di sole, le foglie sulle viti cominciano a virare dal verde al bruno e le punte sono già bruciate. La vite non è una pianta che susciti pensieri di bellezza, non ha maestosità, si arrampica selvatica, oppure si muove ordinata a pettinare campi e colline. E’ l’uomo che esalta la sua utilità, la manipola e l’ asserve a sé, facendone un emblema di stagione. Almeno qui, in quest’area mediterranea delle culture della vite e dell’ulivo, non a caso piante longeve, con frutti dal cui succo viene altro che si conserva a lungo. Lo stesso ha fatto con i cereali, altro cibo che si conserva a lungo. Nel sentire quanta conoscenza e sensibilità ci sia nel coltivare il riso, si capisce che ciò che è stato mutato aveva un significato profondo, un colloquio, non era un semplice piegare e domare ciò che era selvatico. L’uomo l’ha fatto con ogni cosa che gli serviva, animali e piante, così come le conosciamo, compresi cani e gatti, non esisterebbero senza l’uomo. Non è un giudizio negativo, questo subentra quando l’uomo cerca di asservire, in qualsiasi modo, l’uomo. Lo facciamo un po’ tutti, non si parte così anche nei sentimenti e poi si prosegue nelle cose? Forse è questo un argine educativo che proprio a partire dai sentimenti e dalla loro educazione, potrebbe permetterci di capire che il dominio dovrebbe avere un limite nella libertà dell’altro. Pensieri oziosi, facile essere d’accordo, difficile farlo: meglio soffrire.

Il più bel paese del mondo, ha definito l’Italia, ieri sera, il nostro Presidente del Consiglio. Non so se sia il più bel Paese al mondo, di sicuro non è un Paese felice. Eppure sia alla festa del riso, a Isola della Scala, sia a Borghetto sul Mincio, una folla di uomini, donne, bambini, si assiepavano sotto il sole in cerca di gelati, bibite, risotti. Un flusso interminabile di pensieri e desideri semplici. Non potendo governare i primi, forse ai secondi si potrebbe prestare attenzione. Cosa serve davvero? Sembra sia una domanda priva di risposte, eppure ciascuno di noi un’idea ce  l’ha, sembra manchi quella operazione simpatica delle medie, il minimo comun denominatore, che nessuno ci ha mai spiegato che aveva un forte riferimento con le nostre vite assieme.

In questo trionfo di colori che mutano posso pensare di poter scegliere se stare da solo o in compagnia, se non fisicamente, mentalmente, eppure qualcosa in comune lo devo mettere a disposizione. E’ la mia responsabilità sociale. Quello che mi è mancato, come a quasi tutti, è il limite della responsabilità, ovvero cosa di me devo mettere assieme e dove comincia invece la generosità. Riguardando quelle foto, distolgo lo sguardo, pensando al molto di inutile che si è perduto. Assieme ad esso  c’erano volontà ed utile. La forza dell’uomo è la sua inesauribilità nel provare, ciò che non è stato fatto da qualcuno verrà fatto da altri. E se applicassimo a noi stessi questa forza che accadrebbe? Le vite comincerebbero in continuazione, ci sarebbero più volontà di cambiamento, il mondo si aprirebbe a nuove prospettive. E’ come se il tempo si fosse radicato in noi e producesse stanchezza e pesantezza, anziché voglia di andare. Che un tradimento consumato contro noi stessi sia diventato una condanna a essere diversi da ciò che si potrebbe essere.

Sei anni fa pensavo, in modo differente, cose analoghe, pensavo ci sarebbe stata una soluzione basata sulla volontà, a partire dalla realtà per giungere ad un’altra realtà più confacente e positiva. Ma era in un ambito ben differente, con responsabilità diverse, eppure, anche se molto è mutato, le domande generali restano le stesse, quindi anche le risposte non mutano poi troppo. Vorrei che ci fosse davvero stato un obnubilamento di tutti, che ora ci svegliassimo man mano con una coscienza di dove siamo, per dare senso alla responsabilità, alla generosità, allo stare assieme. Un progetto, ecco, un progetto comune in cui ritrovarci.