del rapporto

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del rapporto si conserva il giusto, apparentemente nulla, a volte. ad un certo punto le braccia si sono fatte dure, stecchi rivolti a un cielo che non preannuncia. La ginnastica del cuore riabilita la morbidezza. Ne tiene in giusto conto, il limite. Non s’arrovella sul passato che giace, orologio rotto, ai nostri piedi. Abbiamo, non abbiamo, fatto il necessario? C’è una teologia del fare e del possibile speculare a quella dell’attendere un fato.

Scrivere mantra è sempre un utile esercizio per dare un senso alle spirali che percorriamo. Qual è il loro senso, verso l’esterno infinito oppure nel profondo, all’indietro, verso l’origine?

Lì un giorno sono stato, eppure di quel giorno è rimasto non il luogo, ma la presenza. Come i viaggiatori dovremmo davvero innamorarci dei luoghi e delle persone, non lesinare gli addii della voce, se questo era già scritto. Tenere il molto che riceviamo invece, nel cuore, con la cura degli oggetti che prefigurano divinità. E lasciare ch’ esse agiscano nel profondo. Ma non possediamo la sublime modestia del viandante, il suo acume quieto. Così quando leggo di un disagio che prende alla gola, che le persone si allontanano, e si preannunciano stanchezze interiori, foriere di giorni grigi e inconosciuti, vorrei dire che ci sono sempre braccia attente, che ciò che è in pericolo, di fatto se n’è già da tempo andato, che tenere è un’arte difficile perché non trattiene ma custodisce.

La domanda forse era: perché tutto ciò accade? Perché è la vita ed essa impone, quasi sempre, il suo tempo al nostro. Perché non sappiamo davvero nulla che ci ponga al riparo dal disamore, non abbiamo ricette e le soluzioni sono sempre parziali, ma l’esserne consapevoli fornisce qualche strumento in più. Di qualcuno ho ammirato svisceratamente il coraggio, di altri sento, nelle parole, la paura che precede l’ignavia, in altri ancora una consapevolezza dolorosa che getta dentro un vortice da cui certo si esce mutati nel profondo. Volevo dirlo, con parole di vicinanza e non ci sono riuscito. Ho tenuto cari pochi amici, di loro posso dire che non cessa il confronto sul presente e sul futuro. Altro non so, ma chi non ho trattenuto dialoga con me e se non penso sia una questione di reciproche responsabilità e colpe, so che potrà accompagnare il ricordo d’aver vissuto. Non altro, ma è già davvero molto.

lettera notturna

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Ho cotto il pane, impastato 24 ore fa. La casa ha un profumo di buono che si aggiunge a quello del legno e della carta. Annuso. Chiudo gli occhi e annuso. La radio trasmette notizie e riflessioni. Si può annusare il silenzio? Spengo. E  leggo. La poltrona è accogliente, la luce dietro, mi scalda un po’ il collo, sembra una carezza inaspettata e desiderata, che si fonde con il testo.

Viviamo di ossimori e l’attesa è l’ossimoro più grande. Il possibile e l’avverarsi contenute nella stessa parola. Quasi un fenomeno quantistico: ci sarà un gatto nella scatola oppure no? e soprattutto verrà a cambiarci la vita?

La notte viene incontro tranquilla, pensieri, qualche ricordo e i conti in sospeso che s’allontanano in punta di piedi.

Oggi avevo voglia di tornare a casa.
Accade dopo molte giornate di ripetute, banali e intense cose diverse. Quando hai ascoltato per troppo tempo persone che parlano solo di sé. Quando serviva un confine e invece l’hai superato. Quando i giorni si sono ammonticchiati gli uni sugli altri. E hai lasciato fare. È allora che al posto della stanchezza ti fermeresti e basta, senza un che fare alternativo. Nel lavoro, gli impegni gestiscono il tempo, ed esso gestisce le cose, fissa priorità. Quando invece, come oggi, di urgente non c’è nulla, la giornata presenta il conto e il tempo sembra infinito, diventa evidente la composta pochezza delle priorità fittizie.
E’ una sensazione che conosco bene e me ne sono andato.
In ottobre, tornando per la pedemontana, trovavo le prealpi che facevano da sfondo e dietro c’erano le dolomiti friulane già innevate. I colori mi prendevano e quasi commuovevano. Pensavo alle cose che avevo attorno, desiderando soste per guardare meglio. Avevo voglia di tinte forti e dense. 
Poi, con novembre, lunghi giorni di nebbia e di grigio. Ma non stasera, così i pensieri potevano correvano con l’auto.
Sono partito che c’era luce, poi è sceso lo scuro di colpo. L’autostrada si è riempita di luci rosse, gialle, lampeggianti e fari bianchi. C’erano i frettolosi, i riflessivi e i lenti, ma non si vedevano le persone. C’erano macchine piene di ombre e luci forti che passavano.
La strada è lunga, e silenziosa, la fatica leggera del guidare si interrompe ai caselli, poi riprende. Fino alla città. Poi le solite lunghe file di auto che escono da qualcosa ed entrano in qualcos’altro. Telefonini accesi che illuminano i visi in attesa. Le ombre che si definiscono: si vede che parlano a persone invisibili, ma intanto acquistano il genere, la presenza. C’è un brusio di messaggi nell’aria che si mescola agli scarichi, immaginavo i piccoli suoni dell’elettronica ormai familiari che generano pensieri immediati: qualcuno mi ha pensato, ha scritto. Siamo sempre connessi dalla dimostrazione di esserci, tra insicurezze che crescono, bisogno di calore, storie che s’ intrecciavano.
Mi veniva in mente, stasera, a come le vite s’assomiglino differenziandosi nell’esperienza, mentre l’attesa resta la stessa, ovvero quella dell’essere amati. Pensavo a me e a loro, che erano specchio di qualcosa che accade a tutti. Guardavo e al tempo stesso avevo un bisogno di calma per assaporare le cose, per il senso che solo gli amori lunghi e le passioni intense, hanno. Posare, fermarsi, essere avvolti e avvolgere.
Il cielo scuro aveva i toni gialli del riflesso della città. Alberi neri e quasi spogli lungo la strada, un tappeto di foglie attendevano la gioia degli spazzini. Facendo le solite strade mi accorgevo che attorno sparivano nuovamente le persone. La mia mente fotografava ma non vedeva visi, storie nascoste, sapevo che in realtà c’erano, ma non mi veniva di metterle nel contesto dei pensieri. Così ascoltavo musica e parole dalla radio, aggiungevo le mie parole, il cantare a bassa voce.
Pensavo che di tutto conosco poco, ma ascoltavo e l’ascoltare era una piccola qualità che possedevo. Pensavo anche che questa sera era molto simile ad altre vissute in certe città dell’est, della Moravia, che era un bel pezzo che non andavo in Cecoslovacchia. Che quello era un vecchio nome, per un paese che si era diviso in due e che Moravia mi piaceva di più.
Così sono arrivato al mio piazzale, agli alberi gialli di luce e di poche foglie, ai grandi cedri. Le scale, la porta, i gesti usuali. Come ci fosse un codice personale e rassicurante di azioni. La cena, i gesti della cura, infornare il pane. C’era un bel silenzio. Sono innamorato del silenzio che ho attorno, ho la possibilità di lasciarlo tale o riempirlo con ciò che mi piace. Ho anche pensato che le cose che penso e leggo, riguardano me, che io mi specchio in esse e che se non si riesce a raccontare per bene è perché noi siamo complessi ed essenziali allo stesso tempo e usiamo l’essenzialità per comunicare. Dobbiamo semplificare perché nessuno ascolterebbe tutte le finezze che abbiamo, e allora bisogna lasciare spazio all’intuizione, al sentire, all’avvertire in silenzio, se qualcuno ha voglia di ascoltare.
Siccome tutto questo era nella mia testa e si mescolava, ho pensato che forse l’avrei raccontato, come sto facendo, ma che nulla avrebbe reso la sensazione che danno certe ore del giorno e che questa era una di queste. Quieta e riempita di tutto quello che c’è e di quello che non c’è. Ma per dirlo avrei dovuto esemplificare e raccontare un’insegna di farmacia vista in piena notte. Non c’era nessuno e la farmacia era chiusa, ma lei imperterrita, accendeva i led che correvano dall’ interno verso l’esterno e poi viceversa, formava figure, mostrava l’ora a nessuno, e le indicava in una sua malinconia inutile. Così prima pensavo che viene di amare la malinconia lieve dei propri limiti, quella incapace di reagire alla propria diversità, all’ignoranza di ciò che non si sa, mentre combina misteriosamente quello che si conosce e che sembra generare sensazioni e pensieri unici.
In quella insegna che pulsava, fatta in Cina, dove neppure sanno cosa significhi farmacia, eppure collocata qui, nella notte che non pensava al giorno, c’era l’inutile del non poter comunicare.
Pensavo anche che queste cose sono i motivi per cui si torna a casa, per cui si desidera un abbraccio silenzioso, la certezza di un amore, di farlo bene quando è il momento, il pensiero che la vita è molte cose assieme.
A volte mi chiedi cosa cerco. Credo non avrò mai una risposta, perché quello che cerco è mettere in relazione il dentro e il fuori e spesso il fuori è insufficiente o eccessivo e allora respinge. E’ come capire la propria diversità e pensare che questa sarà una ricchezza che si potrà condividere con pochi altri, mentre la vita porta a occultare, tacere, muoversi secondo canoni prefissati. Forse per questo mi lascio prendere dalle cose che vedo, le trasformo e le rendo mie. E spesso mi basta, ma non mi esaurisce. C’è sempre molto che potrà arrivare ancora.
Tutto questo, nella notte e nel profumo di pane si mescola e confluisce in pensieri quieti. Non c’è ansia, neppure certezze, ma la pace non si nutre di certezze bensì di equilibri e di possibilità. Come il gatto nella scatola quantistica che non si sa se sia vivo o morto, ma c’è e noi vogliamo sia vivo. E vogliamo che questo continui ad accadere perché vivere è meglio di qualsiasi alternativa, magari volendo bene ed essendo amati.
Così superando il confine dell’utile in ciò che faccio, penso che vorrei dormissi bene e facessi bei sogni.

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a. Ma allora è solo un rapporto di dare e avere, di generosità e avarizia. E quel rischiare fa parte dell’animo generoso che osa, forse non ha meriti perché è portato ad essere così, mentre invece è assente in chi ha paura di perdere ciò che non ha, e crede di avere. Ma anch’egli è così …

b. Non so dove finisca l’indole, la predisposizione. Di certo ciò che facciamo è una risposta  a una richiesta profonda. Le cose sono tangibili, tenerle strette è uno specchio dell’intangibile, cioè quello che muove i nostri pensieri, le nostre azioni. Non è un ragionamento binario, nei sentimenti, nell’amore c’è tutto: la paura, l’entusiasmo, l’insicurezza, la gelosia, la certezza, il coraggio e la codardia. Poi, come in una carta geografica, si tracciano confini, si mettono colori differenti per distinguere le pulsioni, i desideri, le condizioni. Vengono stabilite le connessioni, le strade. Si fissa la loro importanza. Ti ricordi quel verso? Metterò un oceano tra noi e non basterà. Le mappe servono per capire, per stabilire ciò che si vuole davvero possedere, non sono il catalogo delle cose, ma dei desideri che potranno essere oppure non essere.

a. Quindi tu dici che tutto si riporta a noi. Che è necessario coprire quel primo tradimento, quell’interruzione di protezione che ci viene dalla nascita e che tutta la vita ulteriore è una ricerca di fissare un confine che ci permetta di comunicare. In fondo l’avarizia, ossia la paura di non avere il necessario dagli altri, l’amore che ci rende liberi dal possesso, è una carenza di fiducia. Ogni rottura nasce da una mancata risposta di qualcosa che è sentito come necessario. Le cose finiscono ben prima tra le persone di quando diventano evidenti. C’è qualcosa di essenziale che non basta e non viene dato. Forse per questo subentra la paura di lasciarsi andare, c’è il ricordo di infinite sconfitte e insieme il bisogno di vincere. Almeno una volta vincere. Però al tuo discorso sulle mappe manca una dimensione, il tempo. Il tempo agisce su di noi, sulla nostra capacità di speranza, sulla possibilità di condividere la verità profonda che conteniamo. In fondo restare alla superficie consente di muoversi, di trovare equilibri, di vivere insomma, mentre cercando dentro e in profondità, si trovano le contraddizioni, la nostra stessa difficoltà di vivere con noi. Noi vorremmo qualcuno che ci accudisse, e più che fare i conquistatori, essere conquistati.

b. Il tempo quando si tenta di costruire una comunicazione profonda semplicemente, non c’è. È un per sempre finché dura la comunicazione, finché c’è volontà di accorciare le strade, di mettere in comune i propri territori. Attorno vedo spesso silenzi camuffati da dialogo, solitudini spacciate per compagnia, ma i conti li facciamo con noi, non con chi ci vede. È vero che il tempo agisce su di noi, ma agisce diversamente se abbiamo qualcosa da mettere in comune, se prosegue il lavoro su noi stessi. Restare alla superficie consente il tradimento senza consapevolezza, senza mutamento. Essere accuditi e accudire in fondo coincidono.

a. Sai che ti dico, che è tutto in superficie, che anche quando conosciamo le meccaniche e le cause poi continuiamo a compiere gli stessi percorsi appena modificati. Che educarsi alla geografia e all’esplorare deve superare un’indole e questo è fatica. Siamo così imperfetti che usiamo la ricerca della perfezione come un mezzo per non accettarci, per non riconoscere d’essere contraddittori. Noi perseguiamo il culto dell’immagine, dell’apparenza perché la profondità e la solitudine da attraversare sono fonte di paura assoluta. Perché ci si accontenta raccontando il mito della perfezione. E questo fa rimanere alla superficie, al tangibile, alle cose, ben più facili da amare e tenere rispetto al profondo che è rischio di perdere tutto. Che amare è apertura illimitata di credito alla fiducia dopo essersi sentiti traditi. Hillman ci racconta il tradimento della fiducia come percorso di crescita, come affrancamento e libertà, ma non è una condizione felice e dopo il tradimento non si sarà più gli stessi di prima.    

b. Hillman racconta una relazione che diventa comunque più profonda, che diventa reale perché passa attraverso il disincanto. Ha ragione eppure non lo sento in contraddizione con le mie mappe. In fondo abbiamo bisogno di capire chi siamo e solo i sentimenti e l’amore definiscono il nostro perimetro. Poi potremo decidere se vogliamo esplorare o meno, ma serve un segno, una freccia che dica: io sono qui. Abbiamo cominciato con la metafora del navigare, ma andare verso qualcosa è una conseguenza, come la voglia di fuggire. Dovremmo chiederci cosa ci sta dietro. C’è una rivoluzione in atto nel comunicare (che significa andare verso qualcosa, verso un altro, il mostrare per scoprire), ed è lo smartphone come porta di accesso al virtuale che cessa di essere tale, ma diventa luogo del non rischio, del mostrare più identità. Non so cosa significhi nel profondo, se sia uno stare alla superficie o rivelare pezzi di sé che qualcun altro dovrebbe ricomporre, quello che è certo è che sta disgiungendo l’affettività iniziale dalla scoperta. Potrà venire dopo l’amore o il semplice affetto, ma si comincia dalla curiosità e dalla superficie. Però io penso che se si vuole un senso bisogna cercare con determinazione una risposta vera e la domanda è molto semplice e difficile: ma io voglio davvero affrontare il rischio di mutare la mia vita per dare risposta ai miei bisogni, oppure mi accontento? 

forse continua

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dialogo

a. Da parecchio tempo sono sulla superficie. Navigo. Sento il mio tempo che fugge in mezzo a un mare di cose, ciascuna in sé urgente e importante, poi destinata a scomparire senza lasciare traccia. Questa sensazione del tempo è diventata la percezione di una direzione mancante. Perché la freccia del tempo, anzitutto, indica una direzione, un andar verso. E un porto verso cui dirigersi sarebbe molto, almeno per sapere da dove si ripartirà.

b. Oppure restare e scendere nel profondo, ma la superficie risucchia tutto verso l’alto, impedisce di esplorare abbastanza. Le divinità ctonie non si palesano, però agiscono, agitano e dissimulano paure. (ride)

a. Un tempo sembra fosse più facile, forse c’era meno distrazione. Che sia per questo che la psicanalisi è così intrisa di mito? Corriamo, e c’è un senso a questo, finché restiamo gioiosi fanciulli, persi nel gesto fisico della corsa. Sudati, ansanti, fermi per poi riprendere.

b. Corro, eppure desidero fermarmi. Uscire da un andare che alla fine protegge, rassicura, ma non si sa dove porti. Come in mezzo al mare, c’è il sole o la tempesta, il freddo, il vento, la bonaccia, ma alla fine qual’è il senso del galleggiare se la meta non viene da noi?

Dovremmo pensare a dove noi portiamo le nostre sofferenze, i piccoli dolori improvvisi, e dove sono collocate le nostre gioie. Una geografia dell’anima per comprendere come ci si muove, i percorsi, le frequenze.

a. Già, una mappa dei sentimenti che spingono l’andare. Una carta formato A0 da svolgere su un tavolo e cercare nelle ellissi e nei rettangoli che contengono parole che descrivono, i collegamenti. I colori differenti delle isole e di ciò che le tiene assieme. E navigare dentro noi, nel sentire. Qui una passione che si protende, più distante un desiderio che si frastaglia nel cercare una soddisfazione, e tutt’attorno l’oceano dell’abitudine, del consueto, che rassicura sulla capacità di navigare. Il conosciuto non spaventa.

b. Parto, è il verbo che definisce l’andare e al tempo stesso il sostantivo che fa nascere. Un viaggio è una nascita, un viaggio dentro di sé è la rinascita. Ma include lo sconosciuto che portiamo con noi, ovvero noi stessi. Vorrei rinascere in me. Questo il senso dell’innocenza: scoprire non ciò si era e non si è mai stati, ma ciò che si può essere attingendo alla sorgente che la mappa dei sentimenti ci indica. Dov’è la ragione dell’amore e del suo bisogno? La circumnavigo oppure avrò il coraggio di metterci piede affrontandone il rischio?

a. Allora solo chi perde un amore può ritrovarlo. Solo chi non ha lesinato, è stato esigente, ha rischiato, ha combattuto e infine ha perduto, può riconoscersi e trovare il coraggio di riaffrontare il viaggio. 

continua…

pretesto

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Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.

Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare.  Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.

Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.

Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?

Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?

E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.

caldo freddo

Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.

Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…

Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.

Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.

pulviscolo

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Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.

piume e foglie

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Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

ho vissuto

… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974 Continua a leggere

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. La gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Che esista un’anima della fisica? E quella degli umani dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore.

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, la soglia, il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.