Spesso la vita m’appare come un colpo d’ala. Poi seguito da un altro e avanti ancora, all’infinito, per restare in volo.
Talvolta sento l’inquietudine dell’uccello di mare quando da troppo tempo non vede terra, ma passa se il cuore ha il coraggio di fermare l’ala e s’affida a sé per galleggiare nell’aria.
Così nel pensiero nasce un bisogno rassicurante di geometrie
e rileggo parole di John Donne:
Il bene dobbiamo amare, e dobbiamo odiare il male,
perché il male è male, e il bene è bene, sempre,
ma ci sono cose indifferenti,
che non possiamo odiare, né amare,
ma prima una e poi un’altra provare,
a seconda di dove il capriccio va.
Questo mi pare sia il senso del dono delle ali e dell’utile volare.
Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.
È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo e riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.
Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.
Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.
In questi giorni si celebrano due ricorrenze che riguardano due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Ebbene penso che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro.
Sapere dove si è e cosa si vede.
Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere culla riflessioni sul sé e il mondo: materia del risveglio, non preparazione della notte.
I balconi aggettanti, dei palazzi sembrano ornamenti vuoti. Neppure un fiore, nelle rigorose geometrie ed assenze. Sotto, incuranti dell’ordine, le robinie hanno cosparso il marciapiedi di fiori bianchi e rosa, con dovizia allegra dello scialare in bellezza. E non conta la modestia dei piccoli petali, prevale il trionfo del colore senza richieste a chi vede.
Domenica mattina nelle vie attorno casa. Larghe, umbertine, vogliose di rappresentare ciò che sembrava eterno e immutabile. Il benessere, la posizione raggiunta, i legami con altre case, le famiglie. Ma ciò che hanno messo all’esterno per abbellire e ordinare i marciapiedi di pietra, ha avuto più storia delle loro fortune. Ieri sera guardavo nelle poche finestre che restavano aperte allo sguardo; si vedevano alti soffitti, lampade di calda luce gialla, qualche quadro che un tempo aveva avuto una scelta, un piacere e una contrattazione. Stanze grandi riempite di tavoli, poltrone, schienali di divani e librerie con dorsi colorati. Pensavo che raramente ho visto una persona che s’affacciasse. Mai nessuno sui balconi. Le presenze s’intuivano invisibili.
La pioggia serale intanto aveva liberato i tigli, c’era un profumo deciso nell’aria. Guardando a terra e verso l’alto si vedevano i fiori bianchi: quelli che avevano resistito al vento e quelli arresi.
Prigionieri d’ un loro rito, d’una stanza, d’ un ruolo, gli abitanti invisibili perdevano la bellezza che li attorniava. Persino il profumo acuto dei tigli restava fuori dei vetri. ” Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” E questo pensiero mi regalava malinconia e speranza, perché non si è prigionieri di nulla se si vuol vedere e sentire l’ infinita, transitoria bellezza.
Stasera la luce sfrangiava le nubi. Erano grosse, giallo marroni, grigie, azzurre, respinte in alto da un triangolo di fuoco arancio che occupava una gola di pianura tra i monti vicini. Il sole voleva tramontare tranquillo, per suo conto e che le nubi facessero quello che volevano. Così tutto si era alzato verso la notte che viene da oriente, e al tempo stesso inabissato tra gli alberi. Disperso nelle foglie nuove, sparso a larghe chiazze nell’acqua. Anche sulla terrazza che dà sul fiume, i toni delle voci si erano abbassati, gli scalini che portano verso l’acqua e che solitamente sono pieni di coppiette, erano quasi vuoti. Certo c’era il vento, radente, freddo, quasi una tramontana, ma oltre a stringere i giubbetti primaverili, incrociare braccia a mantenere un po’ di caldo al petto e, se si evitava l’acqua, nessuno se ne andava verso casa. Come se tutti attendessero un qualcosa che doveva accadere e che aveva a che fare con il tramonto. E invece era la luce che ammaliava. Così strana e schiacciata da rendere evidenti particolari che di solito sfuggivano. Le zampe di marmo della porta che entravano in acqua, ad esempio, oppure quel muoversi increspato che toglieva ogni colore all’acqua, o ancora la trasparenza sfacciata delle foglie nuove che ostentavano un verde luminoso. Mi ricordavano, le foglie, quelle lampade che un tempo si trovavano nelle biblioteche, oppure in certi uffici pubblici e che erano molto inglesi, con un semi cilindro di vetro spesso e verde che conteneva la lampada e due sostegni d’ottone che lo reggevano, il fascio era largo come un libro o un foglio, e facevano una luce tranquilla. Poggiando la loro capacità di illuminare su un ragionamento consolidato, su una forza che era tradizione e certezza di durata. Ebbene quelle foglie, stasera, avevano la stessa tonalità di verde. Persino i lampi di luce che foravano gli spazi tra i rami diminuivano di forza, al cospetto di quel verde. Se tutti guardavano a tratti, non voglio dire che ci fosse una consapevolezza, uno stupore che coinvolgeva tutti, ma era come ci fosse un suono. Sì, la luce era un insieme di note interzate che costringeva ad ascoltare e a muovere lo sguardo in accordo. Dalle nubi all’orizzonte in mezzo al tramonto e poi in mezzo agli alberi, tra le foglie e sotto, verso l’acqua, e ancora attorno verso le cose che diventavano più profonde, nette nei colori, presenti sino quasi ad alzare il dito per indicare. Nessuno smise i discorsi iniziati, però si fecero più lenti, come per attendere che tutta quella luce cessasse di occupare lo spazio degli occhi e tra i visi. Le parole vennero più piene, le risate sottili di significato. L’incanto è durato a lungo e poi tutti, improvvisamente, assieme all’assottigliarsi della luce, hanno cominciato ad alzarsi, a salutare, per una fretta di raggiungere qualcos’altro che non era lì. A piedi, in bicicletta, da quello che era stato un fulcro, le forze si sono irradiate. Non so cosa ci fosse dentro le altre teste, ma nella mia c’era la necessità di prolungare la luce, adesso che la notte calava in fretta e così mi sono avviato, pedalando, verso casa. E pensavo a quella sensazione mentre le luci delle strade, dei negozi illuminati e chiusi sotto i portici, riempivano la strada di una luce gialla e calda. Pensavo che quell’altra luce era piena di significati e vita e che ti sarebbe piaciuta. Ecco, pensavo che tutto quello che avevo visto, ti sarebbe piaciuto.
Il confronto civile, la discussione tra persone, il comporre le decisioni, ecco, questo mi piace nei rapporti, ma non è la nuova abitudine. Oggi impera lo scontro, verbale prima e se necessario anche fisico, poi. I pacifici non hanno il mondo. Beatitudine non verificata dai fatti. E non hanno neppure la verità. Combattono. Dall’altra parte la debolezza, la menzogna hanno bisogno dello scontro verbale. È strano, viene tirata in ballo la dignità per difendere ciò che dignità non ha. Forse perché il prevaricare rende vero ciò che non lo è.
È il potere, bellezza, e però basta dire di no. Per i pacifici, gli educati, quelli che hanno un’etica, ci saranno più silenzi, più esclusioni, ogni scontro costerà molto di più a loro pur avendo ragione rispetto a chi ha torto. E si perderà, spesso, molto spesso. E tenere la schiena dritta guasterà l’umore, minerà la tendenza a vedere il buono nelle cose, ma non c’è via d’uscita per chi è pacifico e non supino: tenere il punto e cercare serenità.
Direte, ma perché vengono fuori queste cose. Slegate, prive di fatti e di contesto, quasi uno scazzo dopo una batosta. Quello che leggete nasce dopo un inizio di giornata che aveva due scelte, o essere una tranquilla prosecuzione di accordi, di cose evidenti, oppure trasformarsi in uno scontro metafisico. Metafisico perché oggi ci si parla per mail, si chiudono rapporti di lavoro, amori, scelte, tutto per mail. Eppure il metafisico è reale negli esiti e negli effetti. Da oggi il giorno sarà diverso. Bisognerà acquietare l’inquietudine, trovare le serenità che fanno dire e fare ciò che è giusto. Trarre conseguenze. Non finirà qui e ricorderò questi giorni come inutili, banali, perniciosi. Il positivo farà molta fatica ad emergere se non nel nuovo, nello scuotere i calzari e andarsene. Non funziona così anche negli amori? Un ex amore è puntiglio, meglio andar via, cercare il mondo dove c’è davvero.
Una vita come un fado: passione, scialle che avvolge, durezza che si scioglie.
Il sole taglia i muri di giallo, l’odore del bacalhau e dell’abitudine escono con il lenzuolo steso fuori dalla finestra. Gli azulejos rilucono di notte, lo sapevi? Anche a pezzetti, dispersi dal camion dei detriti sbriciolati nel cantiere che costruisce il nuovo. E demolisce, oddio come demolisce, cambia, apre i muri, li fa cadere. Il nuovo è così, scava nuove porte per nuovi padroni e intanto la ruota gira, divora ciò che ha spiccato un balzo verso l’alto che sembrava non finire, ma finisce. E lo attende una bocca aperta, come quella degli uccelli del giurassico, dal muso lungo e i tanti denti. Pterodactylusche aspetta che il nuovo frolli, che poi mastica e inghiotte. Mai sazio e ricco di pazienza. Come un rapace, ma bestia che sa, che prevede. L’occhio ironico, il cervello razionale. Basterebbe cambiare il ciclo, la prevedibilità e morirebbe di fame. Ma è cosa complicata, costa fatica, meglio il nuovo e la sua impazienza che non muta i cicli: ascesa e ricaduta.
Alla luce della luna e d’un lampione pezzetti bianchi e blu di azulejos, rilucono. Caolino e manganese, superficie vetrosa e ceramica. Incredibile l’effetto nella leggerezza e lucore. Sopra, di giorno, tra il rumore di trapani demolitori, nascono bagni acciaio e piastrelle, docce laser e superfici riflettenti. Da nascosti altoparlanti esce musica discreta oppure battente. Bluetooth. (chissà se i denti della bestia han questo colore)
È questa la scelta. Ti verrà lasciata questa scelta sola.
In Alfama per i turisti ballano il fado. Chissà cosa resta della passione, d’uno scialle che si apre e poi stringe il corpo, della durezza che si scioglie.
A te la scelta. Forte o piano. Nuovo o vecchio. Passione o noia ?
Nel rigoroso candore del nero, che tutto assorbe e ordina, c’è lo stato perplesso di chi osserva, la sua infantile inermità. Se tutto poi fosse ruotato sulla necessità d’una rottura, una liberazione, come oggi si direbbe, scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero, oppure il bianco, oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia, se tutto questo fosse il senso d’una ribellione, molto insegnerebbe il contemplare la paura, il rifiuto dell’irrequietezza, il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza. Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso, e renderebbe meno certe le direzioni dei passi, l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti, per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavalier che liberi. Ma da chi e cosa lo sappiamo e non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno, non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia, a noi tocca liberarci e cogliere ciò che contiene il nero.
In stati di grazia, L.A. Kennedy, parla di un amore conclamato e asimmetrico. Lei è in difficoltà con i suoi principi, con il ruolo, però vive se stessa, non enuncia e ama. Lui dice l’amore, ma è schermato dall’ego nella capacità di cogliere il bisogno di lei, apparentemente la lascia libera di scegliere. Coglie la bellezza, ma non la persona, e se la fa crescere nel desiderio e nella comprensione di se stessa, questo avviene indirettamente. Si liberano forze e identità oltre le parole. Si capisce che le cose avvengono su piani differenti, che non basta dire ti amo, bisogna vedere assieme l’essenza e il desiderio dell’altro e metterlo dietro al proprio, per congiungerli. L’amore sembra agire per proprio conto creando situazioni e offerta di decisioni, alla fine decide molto più lei di lui. L’uomo di genio che ama la protagonista, in realtà vede solo se stesso riflesso e dichiara il suo amore per quell’immagine. Narciso.
La bellezza di questo racconto, oltre la scrittura eccellente, sta nel fatto che lei non si lamenta, si specchia dentro di sé non nell’altro. Gestisce la propria vita, e non si adatta, anche se l’apparenza sembra diversa, perché provoca l’evolvere delle cose attraverso il dialogo con se stessa. Cerca dentro le risposte anche quando queste non vengono. Apparentemente è immersa in un immane condizionamento che piega vita e sentimenti, ma la sua ribellione pacifica sta nel chiedere conto alla situazione, nell’accettare i vincoli per far esplodere la contraddizione. Non si lamenta mai con l’altro, è autosufficiente nella propria insufficienza. Non le serve quella altrui. Non chiede conto.
La vicenda è semplice e intricata, perché attinge all’animo umano. Suscita riflessioni fuori tema. Di cosa ci si lamenta quando si dice che non basta, che non viene fatto abbastanza in un rapporto?
Seguendo il filo di un pensiero che non c’entra nulla col racconto, visto che in esso il lamento non esiste ed è constatazione della propria insufficienza, direi che nel lamento di non avere abbastanza attenzione c’è un insufficiente incontro profondo, un bisogno non confrontabile. È l’insoddisfazione per una mancanza che non evolve in azione, che chiede cura subordinata: se sono importante per te, il tempo lo trovi. Questo è un altro modo per esprimere un narcisismo: se sono per te importante devo esistere io solo/a per te. Il tuo tempo mi deve vedere, deve prendersi cura di me. Ancora una volta è un riconoscersi in un riflesso che impedisce di vedere e di vedersi.
Il narciso è apparentemente autosufficiente, perché ha bisogno dell’altro come conferma, per questo tende ad usarlo, a sottoporlo a ricatto. In una specie alta d’amore esiste la libertà del lasciar crescere, dell’attendere sicuro di essere cercati perché esiste una meccanica spietata nelle cose che accadono: l’incontro per scelta non ha necessità esteriori, non ha tempi predefiniti, avviene per bisogno e il tempo del bisogno anche quando non coincide nell’attesa, non ne toglie la natura. È un intrecciare i fili ascoltando e leggendo la crescita propria che avviene senza dire finché sfocia nella necessità. Se si dipende dall’altro si è in una condizione che genera paura di non esserci nella sua vita. La prova dei fatti è asincrona, spesso dolorosa e sempre insufficiente, tranne nei momenti felici. Non è la normalità del vivere, ma non c’è nulla di normale in un amore, a partire dalla sua definizione impossibile, dalla sua non ripetibilità. Però c’è qualcosa di comune in ogni specie d’amore: il bisogno di leggere ciò che accade, di mettere insieme due diversità, di cogliersi in un rapporto profondo. Se consideriamo questo desiderio di cogliersi nell’altro come il segnale di una mancanza di certezza di sé, come il bisogno di una conferma, allora si scopre il proprio limite e l’autosufficienza del narciso viene meno per l’assenza dello specchio: subentra la paura dell’invisibilità. Non essere considerati come persona, non essere importanti all’altro significa essere invisibili e questa è una sensazione che ci accompagna inesorabilmente verso la dipendenza. L’infelicità dell’amore.