lettera sull’ordine e i particolari

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Non ho il tuo ordine. Neppure lo stesso piacere di disporre le cose. Hai osservato che tra due persone c’è sempre un compromesso per mettere in un certo posto un oggetto? Qualcuno fa un passo indietro, oppure conviene su una scelta. Non ho il tuo ordine, ne ho un altro: dicono tutti così i sis ordinati rispetto a qualcosa, come se quel qualcosa fosse solo una sequenza ordinata, un collocare sopra i centrini o senza centrini. Davanti a un muro o in una teca. esattamente in quel posto. Se fosse così sarebbe semplice. Io odio i centrini, anche il centro delle cose mi infastidisce. penso che a lato, dove si guarda meno perché forse vi regna l’imperfezione, ci sia sempre qualche particolare che parla inutilmente. Che grida la sua presenza e poi resta afono. E deluso. E così sfugge e si rintana. Persino le città radiali le capisco poco, perché scappano oppure confluiscono dove rendere omaggio, inchinarsi. Non tengono assieme stabiliscono distanze da quel simbolismo solare dove c’è chi può illuminare. non è questa la logica del potere che trasfonde nella città?

Non vorrei mai inchinarmi, forse per questo ho un diverso ordine che non ama né centri né centrini e si confonde fino a sembrare un caos. Qualcuno dice che nel suo disordine trova tutto. Un tempo lo dicevo anch’io, ma allora avevo molte meno pagine scritte, molti libri in meno, poca musica nuova da ascoltare. C’erano immagini e fotografie che mi sembravano testi, mi ricordavano qualcosa, evocavano qualcos’altro, mi piacevano. Ci sono anche adesso, solo che si sovrappongono e devo sfogliare più che allineare, permettermi il piacere del pensare quieto a guardare, a riscoprire. Mi piacciono i particolari, quello che dicono e quello che suggeriscono. Ogni particolare contiene più vita dell’insieme. Si è data molta importanza alla perfezione, alle cose finite, noi tutti vogliamo che le cose funzionino, ma nessuno vorrebbe che la vita fosse già definita. È un tema non dappoco, che ha a che fare col tempo, con l’incompletezza. C’è la sensazione di avere sempre poco tempo e di essere incompleti, e allora si cercano succedanei che riempiano anche per un poco la vita. Nulla di quello che ho attorno mi completa, eppure è tutto necessario. anche nel rinunciarci, nel disfarmene, non perde questa caratteristica.

Nel mio ordine, che è un caos, non trovo più le cose, le scopro invece nella mia testa. Ci sono. Spesso con il momento in cui sono state raccolte o generate. Delle mie pagine scritte, invece, a volte mi stupisco. Mi sento cambiato ed è come guardassi un altro che ero. Che forse tu hai conosciuto, ma che ora è diverso. Questa asincronia del conoscere è un ulteriore elemento di convinzione che non si conosce mai davvero nessuno a fondo. Al più lo si presume, oppure si cerca di usarne elementi che ci vanno bene, ma la conoscenza come condivisione di un disegno, è difficile. Se penso alla vita, la sento come un flusso ordinato di fatti e di modi d’essere. Non penso ad un numero, non l’ho mai pensato, anche se adesso che non sono più giovane, lo so meglio. Credo che sia un rapporto con noi stessi, con gli altri che ha bisogno di uno spazio d’influenza. In questo spazio, ci sono le cose. Intermediari e riferimenti, non passato.

Ci siamo noi e il nostro corpo come realtà che si espandono attraverso la comunicazione e i sentimenti. Da tempo ho rifiutato la palestra, ad esempio, ma c’ho messo anni. Non rientrava più nel mio ordine. era una corsa verso qualcosa che non c’era in nessun luogo. Neppure attorno. Era una corsa ad una ipotesi di corpo, ma io il corpo ce l’avevo, volevo parlare con lui, non volevo mutarlo in modo che non m’assomigliasse perché dovevamo -e dobbiamo- viverci assieme. Così ho abbandonato la palestra che odorava di sudore e di polvere altrui e ho cominciato a camminare. C’è un ordine nel camminare. Hai osservato che tutti i nostri cammini sono circolari: parti da un luogo in cui tornerai. Scegli i percorsi, ti guardi attorno, osservi i particolari. Anche quando mediti e t’imbevi d’infinito è un particolare che ti apre la porta. Cammino ovunque e spesso nella città in cui sono nato, qui non sono mai solo perché ho la compagnia di ciò che è accaduto, ma non di tutto, di pezzetti molto ricchi. Particolari. Spesso mi accompagnano dentro le persone che mi hanno tenuto per mano e magari emerge qualche parola. Il dialetto usa unghie di velluto, è dolcezza che lascia il segno. C’era un ordine allora? Avevo dei luoghi per le cose, ma anche la stessa attenzione per i pezzetti dell’interezza e le tasche piene di possibilità. Una cartolina illustrata che veniva da un luogo mai visto era un generatore di sogni. Un pezzo di spago, un coltellino, un tappo di aranciata avevano in sé capacità incredibili di creazione. bastava guardarli in altro modo e cambiava il loro divenire. Mi immergevo nei particolari come nei libri e negli atlanti. Ti sembra strano? Mi piacciono ancora tantissimo e vorrei avere pareti per le carte geografiche arrotolate, per le immagini accatastate, possedere luoghi sufficienti a contenere gli scaffali necessari, e finestre grandi e luminose per dare loro luce.

Forse è questo il mio ordine. Quello delle mappe, quello del divenire delle cose che raccolgo e che vivono una piccola parte delle loro possibilità con me. Ho la coscienza che tutto si disperde senza di noi, improvvisamente perde di significato. I libri, ad esempio, sono una miniera di particolari che fugacemente ci riflettono in uno stato d’animo, ci mostrano una via che anche se non esce fa scattare un legame con noi. Sono frasi che si espungono e valgono più dell’intero testo. Ma a noi, per altri ci saranno particolari differenti o disinteresse. Ed io ricordo questi particolari anche se il libro è dentro a qualche pila che cerca faticosamente di mantenere il suo equilibrio.

C’è un luogo che potrebbe contenere l’ordine oltre alla testa e al corpo e sarebbe una casa quadrata con un patio che dia luce in entrambi i lati delle stanze. Non avrebbe bisogno di un centro ma della regolarità dei lati che scandiscono il percorso e il cammino. E tu hai capito perché: se io sono il centro non tollero altri centri. Non mi genufletto. Casomai mi lascio pervadere, abbracciare dalla possibilità che insieme si realizza. In fisica mi affascinava l’effetto Venturi che rileva come in un flusso all’aumentare della velocità diminuisce la pressione e viceversa. Come se la velocità impedisse di riflettere, di vedere e sentire meglio, e chi è impegnato a percorrere un pertugio, di fatto, debba solo correre senza pensare a sé. Aumenta la velocità delle cose e diminuisce la loro importanza: ti pare poco? Noi siamo immoto ordine veloce. E quel veloce man mano lo inghiottiamo, lo beviamo rallentando finché si tramuta in equilibrio, in consapevolezza.

Così mi viene un’immagine: pesci fermi nella corrente, ecco l’ordine interiore che guarda attorno e quando vuole esercitare la propria consapevolezza, scorre.

ripensando agli auguri passati

Si sapeva da settimane, c’erano state discussioni sul dolce alternativo al panettone da regalare ai collaboratori, valutazioni sul budget, poi si decideva e alla fine veniva fissato il giorno. Anche se eravamo quattro gatti e non c’eravamo mai tutti, però arrivavano i collaboratori, gli amici, i soci e qualche membro del cda. Tutto verso fine mattina dell’antivigilia, con un bel po’ di cose salate, il vino e i panettoni, quelli sì, d’ordinanza. I discorsi del presidente prima e poi il mio. In tutto meno di dieci minuti di parole, ritmate sull’impazienza delle fette di pandoro o panettone a mezz’aria, vigilate sulle dita che facevano ruotare o accarezzavano il gambo dei bicchieri. Il presidente parlava degli auguri alle famiglie e del fatto che anche per quell’anno non era andata malissimo, io parlavo di impegno e non trascuravo un augurio che si ripeteva: quello che ciascuno di loro fosse innamorato e felice. Mi guardavano stupiti o scettici, e così scioglievo l’incanto alzando il bicchiere per il brindisi. Di quelle persone man mano, ma non è occorso molto, ho perso anche gli auguri telefonici, gli sms. Non so cosa loro accada, se siano felici quando serve e cosa resti di parecchi anni vissuti assieme. Delle mie stranezze credo si siano fatte risate, commenti, coltivate le perplessità di chi ha idee standardizzate sui capi e sulla gestione del potere. Avranno pure speso giudizi, non si saranno risparmiate le critiche. Con il tempo sarebbe necessario non pensarci e sapere che fanno parte delle relazioni senza comunicazione importante. I luoghi comuni sono un rifugio per accettare una realtà che ci mette sempre in discussione e cambiare visione di noi costa fatica. Però gli auguri glieli faccio mentalmente ogni anno. A ciascuno di loro. Anche a quelli che non si sono comportati bene preferendo i loro interessi a quelli collettivi. Faccio loro gli auguri che nelle vite ci sia sempre qualcosa che tiene assieme e qualcosa che disfa, e che ciò che disfa rimetta in un ordine più felice.

Se fossimo ancora assieme magari glielo avrei ripetuto prima delle feste e loro mi avrebbero guardato perplessi con la fetta pronta per il primo morso e il bicchiere tormentato dalle dita. Si sarebbero chiesti una volta in più cosa volesse questo qua, ma non l’avrebbero detto. Perché troppo spesso ci si lascia scorrere addosso le parole e non si da loro importanza. Neppure agli auguri. E forse neppure al desiderio sincero di felicità che contengono. Ma quel che conta è che chi fa gli auguri li pensi davvero, in fondo fanno bene a lui certamente, perché voler bene ed essere sinceri fa bene.

bisognerebbe dire la verità

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Bisognerebbe usare la verità come terapia. Per togliere molti aggettivi, anzitutto. Per sfrondare il campo dal relativo che contiene troppa ipocrisia, troppo lassez faire. Ogni giorno un po’ di verità in più per guardarci attorno, per cogliere un particolare che mentre ci ferisce (le nostre ferite sono quasi sempre leggere e transitorie) ci spinge un po’ innanzi nella comprensione di dove siamo davvero. In quel davvero (da vero è pieno di verità) c’è il nostro punto astronomico. 

Che non è qui, sulla terra, in quell’angolo che ci siamo ritagliati. Ben protetto, magari sporco per la polvere accumulata, per i segni sui muri costruiti con pazienza. È nell’universo. Il nostro è un punto astronomico con ciò che sappiamo di noi e con lo sconosciuto che ci sta attorno e ci rivela. Qui sta la percezione del luogo, dell’identità e del cambiamento. 

Bisognerebbe dire la verità e abituarsi a usare sempre meno parole-congiunzione, modi di dire, schermi sintattici. Sapere che la realtà si semplifica e si falsifica per comunicarla. ma agli altri, non a noi.

A noi bastano poche parole, parecchia abitudine ad essere stupiti, senso del limite.

Le parole sono quelle che pronunciamo interiormente, così essenziali e pregne da svilirsi nell’aria.

L’abitudine ad essere stupiti è il rovescio del dover dimostrare qualcosa, è il rigore dell’identità che non ha timore di aprire le finestre per essere contraddetta e crescere.

Il senso del limite è sapere ciò che si è non ciò che si può essere, e non limita nulla ma guarda oltre e vede il possibile.

Nel possibile e nello stupore c’è molta verità.

E siccome nel comunicare si semplifica troppo, ci si mette nello stesso piano di chi ascolta, bisogna mostrare, additare, far emergere il particolare, il bello e il suo contrario che gli permette di essere aggettivato.

Badate bene che queste sono opinioni, che quanto è scritto sopra è rivolto a un me che si arricchisce se guarda, se rompe un’abitudine, se coglie un nuovo ordine nelle cose, se sente la gioia di superare un limite che lo fa più simile a se stesso. Per questo c’è quel bisognerebbe. Non bisogna niente, nessuno è obbligato. Si può, semplicemente, oppure si può farne a meno. Non c’è un giudizio di valore per una abilità, è solo una possibilità che diviene terapia. (e qui finisce il bisognerebbe perché ci sono tanti, infiniti mezzi per togliere la percezione dell’assenza di verità che di sicuro ci sono già caduto)

di molte cose inutili a me il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:
c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e gesti che mai avrei voluto fare.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,
e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.
C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,
e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,
tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.
Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,
e se tutto era comunque accaduto,
ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava,
e c’era necessità d’ordine,
la fatica di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza interiore sono entrato,
ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,
c’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
le inconsulte commozioni,
e le troppe battaglie perdute.
Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,
piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

Inquietudini senza parole

Del mondo poi m’informo
e anche della piega che prendono le cose.
Chiedo, ascolto spesso spero,
ma a volte vedo buio,
in quest’inverno che rifiuta il freddo.
Se mi chiedi cosa m’ inquieta sono impreparato,
sensazioni, ti direi,
motivi imperturbabili e lontani generatori d’evenienze,
che pare scuriscano le cose.
Allora devo scuotere la testa
perché scappino i presagi,
anche se il pensiero ci ritorna,
si ferma e poi procede,
scrolla e testardo ricomincia.
Abbiamo bisogno di luci limpide
e sentire, di cose semplici da tenere tra le dita,
e mi rifugio in te,
chiedo con dolce discrezione:
mi bastan cose piccole:
il come stai, chi ti gira attorno
eppoi come procede.
Ascolto e mi tranquillizzo un poco,
pensando che davvero nulla poi ci faccia male,
se l’amore conserva i suoi poteri.
Verso il sonno c’è troppo silenzio,
e della notte mi pare resti il buio,
o che il cuore batta per me solo,
e vorrei chiamarti e dire,
ciò che m’inquieta e prende,
eppure che da tempo non so bene,
però ti parlerei d’altro solo per sentire la tua voce,
perché resta il pudore d’una debolezza tenera
anche se è amore
che illumina e mai chiude.

artisti di provincia


Mi chiedevo perché la propria necessità di autorappresentazione debba passare per la diminuzio o la banalizzazione degli altri? Perché ci sia una necessità di dare una scala di valori che collochi le proprie passioni in testa e con esse noi senza trarre ispirazione o misura da chi ci è vicino e se c’è qualcuno che ne ha altre e magari gode di una notorietà che travalica i confini angusti della provincia, sia necessario ricollocarlo in una dimensione che non faccia ombra?
Conoscere gli autori, i romanzieri, i poeti, i musicisti che abitano nella stessa città, magari vicino a casa, incontrarli nei luoghi in cui sono persone, porta una sensazione strana di normalità e insieme di voglia di conoscere di più, di capire cosa c’è oltre la soglia del normale chiacchierare. Dietro la carta di un libro o le note che trasfigurano le sensazioni ci sono persone che hanno vite normali. Ad esempio del poeta e romanziere avevo letto sue cose, poi l’avevo conosciuto in altra veste. Magari un po’ neghittosa e cosciente di sé e del suo lavoro plurimo di autore, insegnante, organizzatore culturale, ma c’era talento in lui.
E conoscevo anche gli altri che autori non erano e i loro commenti a mezza bocca quando parlavano degli artisti senza ammirazione, come se una passione o un talento fossero cose da poco. Bizzarrie che davano notorietà immeritate e il nostro o altri venivano descritti come tipi singolari. E più che sottolinearne la capacità di occuparsi, per vivere, di più cose importanti, dal loro non vivere solo di scrittura o arte, traevano lo spunto per sminuire la portata letteraria o artistica con frasi come: si, scrive poesie e anche qualche romanzo, oppure dipinge o fa musica però …
Come se fosse da tutti scrivere decentemente, imbastire qualche buon verso, trovare una trama efficace e riempirla di dialoghi e pensieri decenti. O ancora scrivere una partitura, sbozzare un cirmolo o un marmo, dipingere una tela e che queste capacità fossero di per sé poco utili in quanto non producevano ricchezze immediate.
Incontrando al bar, gli uni e gli altri, ascoltavo evitando di parlare di letteratura, di arte, portando il silenzio verso il vino o mescolando accuratamente il caffè. Mi disturbava la facilità con cui si liquidava quella che, anche fosse stata solo una passione, era un tratto distintivo, gratuito, importante. Certo c’era non poco narcisismo, ma non era lo stesso dei banalizzatori, piccoli capitani d’impresa, gestori di cariche pubbliche, esperti d’intrighi. Loro che non avrebbero mai lasciato traccia salvo quella della cronaca, anche giudiziaria, o la presenza storica negli elenchi infiniti di amministratori comunali o camerali. Tracce politiche di per sé poco rilevanti, qualche unghiata e poi lo stanco ricordo di pochi sodali più che opere suscettibili di generale approvazione. Di voi non resterà nulla, mi veniva da dirgli, e col finto sussiego con cui ascoltate gli autori al più circondandoli di una altrettanto finta considerazione, oppure rendendoli oggetto di qualche interessata richiesta, non diventate più grandi o potenti, ché quelli davvero grandi il genio, anche se transitorio, lo riconoscono. E se allo scultore, al musicista che avevano un quarto d’ora e un occhio di bue sul palco, si doveva attenzione, in fondo poi si cercava d’adoperarli per un po’ di lustro salvo poi metterli nei percorsi normali loro che tutto erano fuorché normali.

riassunto

Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezzae ad una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi e di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio. Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, focalizzato negli occhi dell’altro, indagato nei moti, nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste.
Parlare di sé e parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale. Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

auguri alla ciclista in beige

In bicicletta, bene incappottata di piume, tra i 45 e i 50 anni, la osservo davanti a me, mentre lentamente procedo in auto. Il traffico nelle vie centrali non è caotico, casomai sono i pedoni e le bici che si muovono come la strada non fosse commista di presenze. Tutti schivano tutti, sembra un patto reciproco. La guardo, mentre mi taglia la strada la prima volta, rallento e mi fermo. Non se ne accorge. Sta scrivendo sullo smart qualcosa di urgentissimo, sinistra guantata sul manubrio e il pollice della destra che scorre sullo schermo. Invia e sopra pensiero, mi  ri taglia la strada. Mi fermo nuovamente. Osservo il beige del cappotto imbottito, il viso bello che non vede nulla, chiuso in qualche pensiero. Riparto. Ormai la tengo d’occhio e infatti arriva la risposta e lo smart phone prende tutto dei suoi occhi e l’attenzione, legge spostandosi verso sinistra, comincia a scrivere. Mi taglia nuovamente la strada. Altro blocco di freni. Non se ne accorge e continua la sua sinusoide da destra verso sinistra e viceversa. Sorrido e lascio che vada più avanti. Dietro di me qualcuno dà un colpetto di claxon. Poi il flusso riprende piano, attento ai pedoni e alle biciclette. Lei si è avvantaggiata e la vedo in lontananza. Non ha investito nessuno e nessuno l’ha investita, magari c’è un protettore particolare per gli utenti di whatshapp. Certo che dovrebbero essere mutate le domande agli esami di guida, la presenza di telefoni ha cambiato radicalmente la presenza cosciente degli utenti della strada. Forse per questo i costruttori di auto si stanno attrezzando per inserire di serie, la frenata automatica. Ma chi va in bici o a piedi come si ferma?

Mah… Cambieremo abitudini, in fondo è la realtà che fa i comportamenti, noi ci adattiamo alla media del momento.

Alla bella ciclista in beige, che è stata oggetto dei miei pensieri e attenzioni, auguro che la sua fortuna continui, che l’amore, ma solo quello, l’investa. 

questo caldo è strano

Questo caldo è strano. La stagione si nasconde. Eppure gli alberi hanno i loro sensi che annusano cose che non sentiamo e cambiano di colore le foglie.

Questo rassicura perché sembra non abbiano presagi. Siamo stati educati al ritmo delle stagioni. Da piccoli guardavamo fuori da alte finestre la luce che si affievoliva rapida nella sera. A scuola o in casa veniva una malinconia mitigata dalla speranza della prima neve. E qualche volta accadeva. allora le foglie gelavano, si orlavano di brina sugli alberi e a terra, formavano uno strato spesso su cui si correva scivolando e ridendo, mentre gli adulti camminavano lentamente. Intanto gelava l’acqua nei fossati, e la città continuava il suo ritmo di lavori mescolati. Dalle finestre di casa vedevo il mercato del pesce, senza le stecche di ghiaccio che circolavano d’estate. La temperatura esterna conservava senza problemi. Solo il garzone del fornaio, correva con la grande cesta di vimini sulla bicicletta e gli zoccoli ai piedi. Era ancora con le maniche corte, mentre noi gelavamo nei maglioni. Ma sembrava naturale, lui dall’alba era stato davanti a un forno e noi gli compravamo il pane caldo.

Questo caldo è strano, non è l’estate di san Martino. Mia nonna non era contenta se le stagioni erano infedeli, a novembre il freddo aiutava a rimettere le cose a posto, non c’erano più zanzare, cambiava il cibo: diventava più greve per i freddi che chiedevano calore. Le finestre si opalizzavano del vapore dei lessi e scrivevo con la punta del dito per vedere le gocce che correvano verso la cornice. Se il caldo era anomalo mia nonna si preoccupava, i mesi dovevano avere un senso.

Le foglie da prendere a calci erano un passatempo e gli alberi diventavano stecchi contro un cielo che si faceva grigio e annunciava neve. Il freddo e la nebbia, erano la vicinanza delle feste:a loro modo rallegravano. Mi piace anche adesso il colore, la consistenza, il rumore delle foglie calpestate. Lascio che la sensazione entri e mi dico: è autunno. Ma dovrebbe far freddo, invece ancora volano zanzare. Capisco che non è il caldo ad essere strano, ma siamo noi che siamo strani. Stupidamente strani.

Il tempo ha un suo tempo. 

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Le settimane corrono, è già lunedì sera:  come passa il tempo. Già e come lo facciamo passare? 

È una domanda che mi faccio quando vedo che mi sfugge via, che non sono i giorni o i mesi, ma gli incontri e le persone che restano. 
Di queste settimane di confronti referendari, di incontri di lavoro, di giorni d’agenda fitta, posso dire che sono volate insieme alle incazzature, alle discussioni È rimasta la sensazione crescente che stia avvenendo una rottura importante nella difficile coesione del paese. Lo ricorderemo questo autunno del 2016. Ma questa è una considerazione che colloca avvenimenti in uno scenario possibile.
Il resto si stratifica in una visione quasi atemporale: è il presente in cui viene eletto Trump, e non sappiamo cosa farà ma ci pare nulla di buono e allora sembra sia eletto da chissà quanto tempo e invece non è ancora presidente. Questo è un tempo comune. Pubblico. In cui avvengono cose che ci riguarderanno a lungo e ne possiamo parlare assieme. Sembra che questo sia il tempo della storia che davvero ci riguarda, ma noi non lo sentiamo per davvero. È come vivere fuori casa, va bene anche a lungo, ma poi si ha voglia di tornare.
Nel frattempo agiscono altri tempi personali. Incontriamo una persona importante, vediamo qualcosa che ci scuote dal torpore dell’abitudine e quella data acquista un tempo nostro. a volte condiviso.
Quello è stato un tempo che appartiene a noi, che non si mescola sul resto. Io lo chiamo il tempo dell’eccezione per contrapporlo o affiancarlo al tempo dell’abitudine.
Sul tempo dell’eccezione ci si può esercitare. Basta prendere un foglio A3 e cominciare a segnare gli avvenimenti che ci riguardano e che ricordiamo. Serve un foglio abbastanza grande, non perché gli avvenimenti debbano per forza essere tanti, ma perché a lato si mettono le glosse del ricordo e queste riempiono di piccole note il tempo, lo gonfiano di ricordo. Man mano, ciascuno con una sua cronologia, da sinistra in alto oppure da destra, o dal centro se ci pensiamo il cuore del nostro tempo, le cronologie perdono il senso e diventano l’eccezione, la stratificazione che ora siamo. Il tempo acquisisce una dimensione di rilevanze, di gerarchie. Se il foglio non basta bisogna ricopiare su un A2, ma ancora cambieranno le prospettive nel farlo. Oppure si seleziona chi davvero ha lasciato traccia temporale. Ci si accorge che l’eccezione era una norma meno frequente, che il tempo ha avuto uno scorrere profondo e amico. Non ha sottratto, ma ha sempre aggiunto.
Quello che scorre via è il tempo dell’abitudine, è preordinato, si è già divorata l’attesa. Come in una discesa, acquista velocità, era luglio e tra poco ci saranno le feste, ma cosa è accaduto nel frattempo? Se ci penso, vengono fuori fatti personali, cose archiviate con cura e piene di significato. Cronos non mangia più i suoi figli, ma essi vivono per loro conto e gli lasciano divorare l’abitudine. Rompere le abitudini è un bel modo per affamare il tempo.
E torno all’affermazione iniziale: non ho bisogno di far passare il tempo ma lo devo mettere al mio servizio. Il tempo è uno strumento che vive di vita propria, non necessariamente la mia, mi serve ed è neutro rispetto a me. Se mi riguarda passa veloce, rallenta, s’inverte (quante volte abbiamo fatto cose che appartenevano ad un altro presunto tempo e ne abbiamo poi sorriso oppure ne siamo stati rattristati) oppure, semplicemente è uno dei miei diversi modi di vivere. 
Il tempo ha un suo tempo.