non dite che non ve l’avevo detto

C’è una diffusa tendenza a belligerare che circola, mostrare i muscoli conta più del ragionare. E del resto forse non succede quando la misura è stata colmata? Intanto si scaldano gli animi per averli pronti quando sarà ora di rafforzare le scelte compiute altrove, basta che nessuno pensi di perdere più di quanto guadagnerà. Provate a riflettere: non è questo il senso più vasto dell’attrazione di un’idea, di una fede, ovvero ficcarsi in un futuro che sia meglio e più vantaggioso dell’adesso? Questo funziona quando è l’individuo a essere solo e non crede più di poter soddisfare i bisogni con un’azione comune e cerca altri che alzino la voce con lui, più che ragionare e costruire. Così qualcuno la butta sul facile: scoppierà una guerra, ma non spiega il perché e dove.

Sembrerà strano ma concordano i pessimisti che allineano gli indizi e gli ottimisti si rifanno agli interessi evidenti, anche se entrambi sperano che accada altrove.

Il bosco è secco e nessuno pulisce, basta un fiammifero a scatenare l’incendio, solo che ora nessuna Danzica sembra sufficiente per morire e la fame del disagio è disarmata. Alcuni pensano che ci sarà un fragore lontano e che non toccherà  a loro. Altri hanno paura. Una fottuta paura boia ma intanto si coprono gli occhi e nessuno fa nulla. Anzi soffia sul fuoco delle fobie e ci si spacca in piccoli agglomerati di individui e consegnandoci nelle mani di chi dice che ci difenderà. Da cosa? Da chi?

A guardar bene, i capi che alzano la voce, sono gli stessi che per dare sbocco alle paure, indicano il nemico, armano la mano, e cercano di dimostrare che sarà facile e non c’è nulla da perdere. Tanto, dicono, avete perso tutto, peggio di così?  

Altri dicono che non c’è via d’uscita senza rinunciare a pezzi di libertà e pensano sia il meno peggio.

Però c’è un peggio e crearlo con le proprie mani non rende creatori, ma servi al giogo di qualcuno. Se il mondo scivola, se i conflitti lontani si avvicinano, se in casa si alzano i toni, resta a noi dire e fare ciò che è necessario, confrontare i presunti mali, vedere nell’arricchimento di alcuni la povertà dei tanti. Da oltre 70 anni questa parte del mondo è in pace (o quasi perché la ex Jugoslavia dimostra che di facile e scontato non c’è nulla) ma questo è accaduto perché la cooperazione era più importante del conflitto, abbattere i muri più importante che erigerli, crescere e rispettare più importante che chiudersi e prevaricare. Cambiare strategia e approccio porterà conseguenze, i rumori sono tutt’attorno, ma davvero vogliamo barattare la nostra civiltà con lo scontro?
Rispondetevi e non dite che non ve l’avevo detto.

come again

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 Dalle orme che scendono declivi dolci di neve, attendo il comparire dei cacciatori di Brueghel. Mi metto in disparte e immagino la fila scompostamente ordinata, le facce rubizze di freddo e fatica, le piccole perle di sudore che ghiacciano nelle barbe. Nei sacchi e a penzoloni, ci sono gli abili trofei e il cibo del giorno dopo, nei volti il sorriso ansioso di casa e calore. Mostrano il ritorno; quello che scava negli occhi dei vicini, rallegra la testa e già immagina e gusta lo sfogonar di fascine per rendere calda la sera e la notte. Tutto avverrà prima del sonno, ma intanto c’è un tornare che prefigura i destini iscritti nelle voglie, nei pensieri non detti. Così, mentre la neve scivola il suo bianco verso l’azzurro e si ostina a catturare la luce per sue recondite notti, mentre il cielo rosseggia e i passi affondano in cerca di ghiaccio, mentre uccelli tracciano il cielo e confondono il nero di gridi, mentre tutto questo e molto d’altro avviene, l’attesa nel pensiero arresta il tempo. Lo seduce, lo porta in alcove dove il calore dei corpi rende infinito l’attimo, lo innalza fino a rompere il fiato e si sospende, là dove c’è attesa d’un dopo che dovrebbe essere un oceano di tenerezza. Là attende o precipita nella realtà, mentre tutto ricomincia a scorrere. Sarà il momento del sopore soddisfatto o del ricordo tralasciato che percuote con i pugni la porta. Là, in una capanna calda dove si compiono i riti quieti dell’essere assieme, ci sarà il ritorno che è immagine di ogni tornare. 

 E il nulla. Del nulla che si conosce dell’altro resta il presumere del bene, la gelosia del possesso, la vacuità del tradimento. Restano i passi affondati nella neve e le certezze di un quadro che può racchiudere ogni ritorno e ogni nostra inquieta sera. Resta ciò che si rinnova e par di riconoscere, il tempo dell’andare e quello del tornare sovrapposti di medesime ansie specchiate. Resta, e si fa in ogni attimo che certifica, la coscienza del presente. E si fa con pazienza sospesa dall’indecisione del passo successivo. Si fa perché una traccia è rimasta nella memoria, nella mappa, nella neve, e così resta la conoscenza di un andare che è un saper tornare.

 Dell’altro non si sa nulla o quasi e la sera è il momento in cui tutto sembra più chiaro: basta avere dentro di sé un posto dove tornare che è un luogo in cui sognare, mentre una fascina alza stelle verso il cielo. Basta sapere che ciò che si è cacciato e portiamo con fierezza è parte di noi e che non verrà vilipeso d’indifferenza, che resterà onorato.

 Dell’altro non si sa nulla e di noi poco. Ciò che vogliamo sapere è ciò che misura la voglia di tornare e quella di andare, infinite volte. È ciò che ci tiene prima di volare ed è ogni libertà che sapremo contenere. Dell’altro non si sa nulla e nulla si può dire. Certo non giudicare, ma sentire l’infinita propria pena in lui e ritrarsi impauriti di non poter abbracciare, condividere, assieme lacrimare.

 E di te non so nulla, pensa il cacciatore, ma non saprei che fare con me diviso, eppure mi capisco solo nell’andare. Nell’avere una traccia da seguire e un tempo che permetta di tornare. Questo conosco ed è meno di quanto un altro può sperare.

 Forse per questo siamo propensi a deludere, sia nel dire e dare e sia nel trattenere. Siamo in cerca di noi stessi e ci viene chiesto con insistenza di dare identità. Noi che stiamo tornando con poche certezze e meno verità, stiamo tornando per un poco, e poi la smania ricomincerà nel cercarci altrove, non qua . Come un’abitudine da disfare, un luogo sicuro da vedere con occhi nuovi che non si sapeva di avere. Ecco a che serve tornare: ritrovarsi nuovo nell’amare.

Impronte d’uomini e cani

e discoste, sparse come semina,

zampe di lepri, scoiattoli e fagiani,

e neve che racchiude tracce

e pensieri per tornare: come again,

ogni volta che il gelo scende al cuore

perché senza te non so più stare.

extra ecclesiam nulla salus?

La frattura dapprima è impercettibile, una piccola resistenza al conosciuto che diviene pian piano tensione e incrinatura. È un mutare la certezza perché la realtà muta e ciò induce un uscire di abitudine, il porsi domande senza rifugiarsi in risposte non ragionate. Quando non c’è indifferenza è naturale porsi domande, far spazio al dubbio e guardare con occhi diversi, anche se questo produce un piccolo iniziale spaesamento e deriva. Stiamo parlando di persone socialmente attente, che hanno fatto scelte in passato, provato passioni forti, hanno cercato di capire e interpretare la realtà per poi schierarsi senza criteri di convenienza.

Si potrebbe dire che se a dubbi e domande nuove ci fossero risposte convincenti la frattura si ricomporrebbe, ma purtroppo quasi mai è così. Credo avvenga una svolta in chi dovrebbe rispondere, che è ben conosciuta in economia, viene applicata la risk analysis, ovvero si pensa che la fatica che fare per mantenere nello stesso progetto  le persone che pongono domande non giustifichi la fatica del rispondere e magari il mettersi in discussione. La risposta quindi è sempre negativa perché chi ha il potere pensa che questo sia a tempo indeterminato, e resta fermo ai paradigmi che gli hanno consentito di conquistarlo, scivolando in una coazione a ripetere. Così quella che potrebbe essere una evoluzione comune scivola verso la frattura della reciproca disistima. Qui avviene una cosa strana perché mentre l’avversario può godere della stima, colui che era amico attraverso l’insensibilità alle domande e alla non condivisione induce la sensazione del tradimento e quindi perde la stima riservata a chi ha da sempre idee differenti. Sembra che la domanda che nasce in chi condivideva sia : ma come, eravamo assieme, avevamo le stesse priorità, lo stesso modo di vedere il futuro e ora mi cambi tutto senza coinvolgermi, senza discutere con me, senza accettare che anche tu possa sbagliare? Sono solo io che sbaglio? A queste domande non c’è una risposta che sembra veritiera e si ha la sensazione di una comunicazione unidirezionale, puro esercizio di potere che afferma la sua maggioranza. Così si approfondisce la frattura e poco conta che l’esperienza dica che extra ecclesiam nulla salus, chi diventa eretico è stato spinto fuori dalla conservazione che esclude una crescita e una passione comune. Se questo vale per lo spirito, a maggior ragione vale per quell’insieme di volontà senza assiomi ma con molti tabù, che è la società. Finché si capisce che la salus è proprio fuori della chiesa perché consente di rispettare la realtà che si vede e i principi su cui si sono costruite le scelte della vita.

Dicevo che il conto cinico del potere è fatto tra ciò che si perde e ciò che si acquisisce. È un conto conservativo che vale proprio per il potere e per le sue nuove giustificazioni non per la risposta ai problemi di disagio sociale. Neppure tocca le consorterie, i privilegi acquisiti, le tolleranze per l’illegalità, i favori da elargire, perché questi sono funzionali a quel potere che si dice nuovo ma si regge sul vecchio.
Ecco perché la frattura diventa irreparabile, poteva essere mutazione ovvero un cambiare comune ma è stato prima disinteresse e poi scontro, infine impossibilità del proseguire assieme perché l’ambito non era più condivisibile. In fondo resta il riconoscimento di due fallimenti, anche se credo siano sbilanciati, ovvero da una parte c’è l’idea che ciò che si è rotto era parte di sé e dall’altra invece la considerazione che ciò sia un evolvere necessario delle cose. I problemi veri non sono stati toccati, si è spostato l’ago dell’equilibrio da una all’altra parte ma con una variazione che non ha fatto percepire una direzione, un nuovo che finalmente disegnasse ed attuasse una visione differente del vivere comune. Il campo resta lo stesso, diversi i compagni d’avventura, non i problemi che non sono mai semplici ma esigono verità e pazienza. Doti che il potere difficilmente ha se non è davvero nuovo.

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.

volevo fare l’architetto

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Volevo fare l’architetto. O almeno mi pareva. Guardavo volumi di fotografie alla biblioteca americana, cercavo di decifrare il senso dei costruttori di grattacieli, mi perdevo nelle planimetrie delle ville sull’acqua o inerpicate tra le rocce, scrutavo la logica del deserto oltre le finestre immense tra piscine proiettate verso un nulla apparente fatto di sfere di rovi e yucche. Poi c’erano i nordici con quel rigore delle linee dritte che rendeva rettilinee ed essenziali persino le curve. Mi innamoravo di Alvar Aalto, del suo affermare il rapporto tra natura e costruire, riassunto nel dire che per raggiungere il lavoro un uomo avrebbe dovuto ogni mattina attraversare una foresta. Mi affascinava il legno piegato, i vetri soffiati e ancor più fusi in uno spessore che era esso stesso identità, essere essenziale. Vedevo un’opulenza scacciata fuori dalle vite che sembravano ricche di pensieri necessari, di parole rade e definitive. Non era questo un ritorno all’innocenza dopo tanta sovrastruttura, lo spigolo vivo contro l’arrotondarsi infinito del neogotico così simile al piegarsi delle vite alla conformità? E l’architettura non era insieme la medietà e quindi un mascherarsi dietro luoghi comuni oppure il grido che s’inerpicava verso il cielo? Superfici incapaci di essenza e di lucore che si opponevano a nuovi ardimenti in cerca di cuori nascosti nell’apparente materia. C’era una razionalità e una rivoluzione permanente in questa lotta.  Ma anche tutta la materialità dei sentimenti che si esprime nel groviglio del confronto, che è anzitutto misura di sé, del proprio passato e ancor più del proprio futuro. Coglievo una dimensione etica del costruire, della pietra e del legno come perifrasi del corpo, riassunti nella possibilità di essere soli e liberi anche nell’abitare. C’era un esempio di questo realizzare, trasfuso nella E-1027 di Eileen Gray, e a dimostrazione che nulla di alto può essere mai neutro, quella villa aveva generato un groviglio di sentimenti da parte di chi doveva esserne il mentore, Le Corbusier. Attrazione, sfida, gelosia, amore per l’immagine che non era più sua. Chissà. Comunque Le Corbusier che non trovò di meglio che invidiare lei e ironizzarne il corpo sulle pareti che inopinatamente affrescò. Ma da quei luoghi non riuscì più a staccarsi, lasciando un segno di 15 metri quadrati, come a riassumersi e a contrapporsi nell’essenzialità del cabanon. L’ opera dove era il fuori ad irrompere nel corpo, e la vita riprendeva il suo volo perché non era più ancorata se non al minimo. Immaginavo che il riassunto dell’architettura fosse lì, una sorta di cabala dove la parola era l’oggetto stesso. E che essa fosse dentro e fuori di sé in un tutt’uno che prefigurava l’equilibrio dell’innocenza finalmente posta innanzi, dove doveva essere. E quell’equilibrio non era regalato ma era una lotta verso un vecchio che complicava, occultava ciò che davvero eravamo. Intanto attorno il mondo sferragliava, si preparava a un balzo verso il presunto buono, finalmente nudo d’orpelli che ne avevano invischiato il passo. Guardavo l’architettura e pensavo che in essa c’era sintesi rivoluzionaria oppure discarica del consunto passato. Era in quelle linee che il mondo poteva essere ridisegnato differente e a misura di relazione, ma anche soli e liberi come diceva Eileen Gray. Questa unione tra l’occhio e il vedere che annodava il pensiero, la mano, che necessitava solo di matite molto morbide, le gomme rifiutate perché le idee germinavano nell’errore, tutto questo mi pareva un bagaglio così sufficiente per viaggiare che al più avrei unito una macchina fotografica per prendere appunti, per scavare particolari, per annotare l’esistente reinterpretandolo. Reinterpretandomi. Mi immaginavo di fare l’architetto e avevo 20 anni, mi sbagliavo perché la vita andò altrove.

un vecchio signore di provincia

Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.

Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.

Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.

Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo. 

Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.

Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.

Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.

cosa vuoi che sia …

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Sulla tazza in verticale è scritto Riga. Ma io non sono mai andato a Riga, mi sono fermato per ben due volte prima, a Stettino la seconda volta e la prima a Kiel. Bastava prendere il traghetto, perché non l’ho fatto?

La tazza viene da uno dei tanti convegni in cui il mondo vendeva il mondo a se stesso, un cadeau come tanti altri che ti mettevano dentro una borsa con un pacco di relazioni. Le relazioni le scorrevi e le buttavi subito, ne tenevi un paio con gli andamenti di mercato, il resto si ammucchiava su tavoli in cui c’erano altre relazioni. A pile. Risme e risme di carta, di fotocopie, di depliant che erano costati mesi di discussioni. A sera tutto via per ricominciare il giorno successivo.

Quanto tempo ho passato a scrivere relazioni che nessuno leggeva. E lo sapevo. Il senso dell’inutile si annida nell’utile, tra le pieghe del caso dove un orecchio incuriosito e attento, dovrebbe essere in quel posto, a quell’ora, ma dev’essere l’orecchio giusto perché gli altri pensano ad altro. La stagione era un poco più avanti, ma c’era più o meno lo stesso freddo, e un caldo indecente nelle sale da convegno. I buttafuori sorvegliavano gli invitati che si assiepavano nei tavoli dei break. Era un andirivieni continuo, con mani che si tendevano verso fiumi di caffè, di succhi di frutta, champagne, panini mignon, fette di torta, dolcetti nordici alla cannella e vodka gelata, Martini, Cognac, grappe di patate aromatizzate con erbe del nord. Questo assieparsi continuava tutta la mattina per confluire nel trionfo del buffet, dove non sapevi cosa mangiavi ma soprattutto ti sarebbero servite almeno tre mani, meglio quattro. Quella mattina ricordo che in un angolo alle 11 c’era un signore seduto, con gilè fumo di londra e cravatta di seta in tono, che dormiva con la testa appoggiata ad uno specchio. Aveva ecceduto con i Martini che voleva molto, molto secchi. Avevamo scambiato due parole alle 9 e alle 11 dormiva. Nessuno lo vedeva, cioè tutte le teste lo toglievano dalle cose esistenti nella sala. Nel pomeriggio, al risveglio, avrebbe ripreso come nulla fosse.  Mi chiedevo a cosa servisse tutta quella scena se non a ritrovarsi, gli “affari” erano altrove e le conclusioni dei contratti, annunciate testimonianza dell’eccellenza dei convegni e degli shop, erano su cose già discusse in precedenza. Era un rituale che prevedeva si facessero affari tra quelle persone, che si scambiassero lo stesso bene anche tre o quattro volte. Ognuno c’avrebbe aggiunto valore e intelligenza, fino al limite del possibile. In moltissime di quelle torri, isole, resort, immobili industriali non è mai andato nessuno.

Mi interessava Riga e mi sono fermato a Kiel, perché? In questi giorni la febbre si annida, si infila tra pelle e tessuto, staziona nel letto. Mi sveglia di notte e mi ripropone pezzi di passato. Credo agisca anche sulle connessioni della memoria, perché dopo la tazza è emerso un nome. Un nome rimosso, visto che a Kiel non c’era stato l’incontro programmato e confermato, un nome che aveva impedito la traversata. Ho cercato quel nome su google, c’è ma non c’è, nel senso che manca una foto per identificarlo. Sembra si trovi nel Kentucky, ma non farebbe differenza se fosse a Tonga. Non mi interessa.

Nel frattempo sono emersi i particolari di quell’attesa inutile. La banchina del porto dei traghetti, la biglietteria e la sala d’attesa, il pomeriggio che diventava rapidamente sera, una casa alle mie spalle che sembrava quella del quadro di Magritte, con una finestra illuminata dietro la quale si vedevano figure muoversi. Mi ero seduto su una panchina strana fatta da due sedute opposte, due semicerchi come quelli che a volte si trovavano nei salotti delle grandi case e avevano una piccola pruderie perché destinati ad amanti che si davano le spalle, ma erano comodi alla bocca. La panchina era di legno, ben fatta: una seduta guardava il mare e una la casa. Dopo aver guardato il mare a lungo e visto partire più traghetti, salutato le persone che si sbracciavano dalle murate. Dopo aver visto più volte la stazione riempirsi e vuotarsi, mi ero seduto dall’altra parte. Guardavo le finestre illuminate, le ombre che si muovevano in una domesticità che cercavo di intuire. C’era anche un cane che saltava e anche se non sentivo mi pareva ci fossero le piccole risate che sottolineavano i suoi sforzi di raggiungere qualcosa che gli veniva sottratto. Intanto la sera scendeva e con essa il freddo. Il mio appuntamento al telefono non rispondeva. E neppure ai messaggi. Aspettavo su tre versanti, quello fisico, quello fatto di parole scritte e quello di parole pronunciate. Con le parole si può dire molto. Anche con i silenzi. Poi la luce nella casa si è spenta da un lato e si è accesa un’altra finestra. Ne usciva un suono di pianoforte, ma non c’erano più ombre. Faceva freddo e trascinando piano la valigia sono tornato in albergo. Beh, c’era una festa per i congressisti e il nostro amico del mattino era già su una sedia pronto all’ennesimo Martini molto molto secco. 

p.s. non ricamateci troppo, semplicemente non sono andato a Riga.

per la terza volta

La colomba credo volesse proteggere i colombini appena nati. Non si è alzata dalla cova e sotto di lei c’era un agitare di pennuzze tenere e gialle. Ho pensato che volesse mostrameli e farmi sapere che era stata brava con tutto questo freddo a farli nascere. È la terza volta che accade in un anno e mezzo e ogni volta il vicolo si accresce di due nuovi inquilini. I miei vasi a vasca li attraggono e non badano più a fare improbabili nidi. Questa volta la colomba si era sistemata sotto il tessuto non tessuto che proteggeva l’elicriso. Insomma pare che l’albergo e le varie camere siano di loro soddisfazione. Se adesso imparassero a espletare le necessità corporali solo dentro i vasi saremmo a posto. Ma ci penserà la stagione a togliere quello che non serve.

Auguri alla colomba e ai colombini, dovrei anche parlare dei rapaci, ma lo farò più avanti, per ora i colombini sono al sicuro.

rileggere il giovane Holden

c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico.  Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…  

A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…

“A te non piace mai niente di quello che succede.”

Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? … 

Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.

Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.

Così pensavo allora. E adesso?

Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.

Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.

Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo. 

Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.

“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “

(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)