città metropolitana

Case piantate ovunque, giavellotti scagliati da giganti senza cervello. Solo la forza del denaro che piega il potere e il bene possibile, traccia strade da riempire d’auto, chiude vicoli e porte e giardini.

La città s’espande per sbadigli di noia, così non s’aiuta un umore di fiducia comune: come cresceremo noi e i nostri figli?

Platani maestosi, piantati da chi viveva dentro i bastioni, si chinano verso auto indifferenti a tutto: i guidatori trattano con equità tramonti e semafori e tra poco faranno poltiglia di spoglie d’albero. Alla prima tramontana di settembre, foglie e piccoli rami si staccheranno sibilando verso cofani appena lavati. Ad indifferenza si risponde con distacco e nei cumuli che ostruiscono le grate dei tombini ci sarà solo l’attesa di vendette beffarde d’acqua autunnale. Fate, fate poi si vedrà.

il soggetto

Più o meno consciamente parliamo sempre di noi, di ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo, vorremmo e vogliamo. In questo flusso continuo di approssimazioni (perché anche ci chiediamo chi siamo) troviamo il filo rosso del vivere, la traccia del prima e del dopo, il senso del tempo.

Capire come agisca il tempo nel nostro parlare esplicito o silenzioso, ci darebbe una scansione dei passaggi, la misura dei blocchi di cui è fatta la nostra esistenza. 

Un tempo non parlavo così, non sentivo allo stesso modo. E’ possibile fare un confronto?

Sarebbe inutile e indebito, ero ed eravamo altri. In fondo la magia del vivere è essere stati, ed essere diverse persone che s’assomigliano vagamente, anche nelle sembianze, e che si ricordano di imprese comuni, poi, non sempre l’un l’altre chete, abitano lo stesso corpo che muta. E se ci pensiamo, è il nostro contenitore/corpo che cambia molto più di noi e noi ci rapportiamo al suo misurare il nostro tempo anziché vederlo in ciò che davvero siamo.

 


							

lavorare a casa

Il lavoro è anche un luogo dove si vive, dove andare, con abitudini e regole. Tutto questo lo sa bene chi il lavoro lo perde, oppure ne esce. Allora la casa, l’assenza di orari prefissati, il non avere un fine definito al fare diventa straniamento, fallimento del sé.

Anche l’uscita da un lavoro, la rideterminazione di uno nuovo o ancor più la pensione generano sensazioni sono simili, eppure differenti, ad esempio nel caso della pensione in parte la questione economica legata al lavoro è risolta, e in comune con gli altri casi restano i nuovi impegni da costruire, il tempo da usare convenientemente. Comunque anche la pensione è un ritorno a casa.  Ben lo sanno le donne che si vedono ritornare quest’uomo, che non conoscono durante il giorno, della cui presenza non sono abituate e di cui non sanno ben che fare.

Credo che per l’uomo la casa abbia una funzione diversa che per la donna, naturalmente fatte le debite eccezioni, è un luogo da cui uscire più che un luogo in cui stare. Per non pochi uomini sembra che la casa sia un limite, un luogo essenzialmente di riposo notturno e di lavoro manutentivo, che con difficoltà viene vissuto come il proprio “luogo”, magari per ozi piacevoli. Una fantasia che apparteneva molto alla generazione del posto fisso, attribuiva all’età della pensione la funzione del riposo e della saggezza per aver molto vissuto e visto e lasciava a quel tempo il compito del fare ciò che si era a lungo rimandato, adesso la riforma Fornero toglie la fantasia spostandola troppo in avanti in una realtà fatta più di stanchezza che di nuova età del vivere. Comunque Fornero o meno, non è così, ciò che non si è fatto era in realtà il sogno di una vita altra, un universo possibile che ha vissuto senza di noi quando si sono fatte altre scelte. E la pensione non è una vita altra o almeno, non è quel rovesciamento di opportunità che si pensava perché la testa fatica a mutare e il tempo è la prosecuzione di quello precedente da ricomporre e a cui dare un nuovo senso.

 

Dizionario personale:la raccomandata

Tra le cose d’altri tempi, vagamente circonfusa di minaccia, vive ancora la raccomandata. Già nel nome è fastidiosa e melliflua, nasconde qualcosa che chi scrive vuole gettarci addosso, ma essendo un’anticaglia da molto ormai ha perduta quella potenza inquisitoria che il postino esercitava in conto terzi: c’è una raccomandata, bisogna firmare! Adesso il postino suona (forse) e mette direttamente l’avviso in buca. La raccomandata è un articolo del tempo in cui c’era qualcuno in casa, scendeva una signora asciugandosi le mani nel grembiule, firmava e poi aspettava che arrivasse il destinatario per sapere cos’era accaduto, adesso in casa non c’è nessuno, tutti sono al lavoro e poiché i postini si ostinano a non venire di notte, la probabilità che qualcuno risponda al citofono è estremamente bassa.

Credo che il postino soffra di solitudine, che mediti molto su sé stesso e che sopratutto abbia coscienza del suo decadimento sociale. Nei tempi in cui la letteratura, le canzoni, l’immaginario collettivo gli assegnavano  il ruolo che già fu di Mercurio, la sua fatica era un canto collettivo, un inno alla circolazione delle notizie e degli affetti, ora suona campanelli senza risposta, recapita pubblicità e riviste che sono esse stesse pubblicità con qualche articolo. Resta la raccomandata e il telegramma, ma né l’uno né l’altro hanno ormai un interlocutore, quindi credo che i postini siano ormai dediti alla meditazione e al filosofare sulla solitudine umana e sull’estraniamento da sé con un carico notevole di melanconia esistenziale.

Il gestore vero delle raccomandate è l’ufficio postale centrale dove queste tornano in giacenza e così ogni volta mi armo di pazienza e di tempo, prendo un numero, aspetto un tempo variabile tra mezz’ora e un’ora e dopo essere stato identificato da un impiegato, che non può amare quel lavoro in conto terzi e quindi è annoiato e vagamente inquisitorio nel suo scrutarmi : ma lei dov’è la mattina, dove va?, finalmente mi consegnano la raccomandata.

Solitamente è un nostalgico malfidente del servizio postale che mi scrive, che notifica qualcosa e spesso impone di pagare. Questo non aiuta la mia opinione sul mezzo anzi mi verrebbe da non ritirarle più le raccomandate, lasciare che macerino nel loro livore perché non m’hanno trovato. Tanto chi conta davvero sa dove raggiungermi, mi scrive, telefona, incontra, gli altri sono solo anonimi minacciosi che si firmano: agenzia delle entrate, corpo dei vigili urbani, ente di qua, ufficio di là, tutti uniti dal fatto che qualcosa gli devo.

La raccomandata insomma è un oggetto poco gentile, adatto a tempi e toni differenti in cui l’autorità pesava davvero e sparirà la raccomandata, oh sì che sparirà, ed io non la rimpiangerò affatto. Se devo pagare o vogliono chiedermi qualcosa, lo farnno in altro modo ed io vorrei lo facessero con gentilezza, senza alzare la voce, sorridendo, tanto pagherei lo stesso e tutti saremmo più contenti.

 

il pieno

Al distributore dell’Eni, modalità iperself (chissà che vorrà dire?), c’è una lunga coda per fare il pieno. Auto, moto, qualcuno è venuto a piedi con una tanica: è l’ultimo week end di offerta. Una specie di saldo di ciò che eravamo un mese fa, quando quei prezzi per il carburante ci sembravano già alti ed inconcepibili.

Qui, c’è la varia umanità che rispecchia la crisi che coinvolge oltre i numeri, oltre il ragionamento: basta pensare che sia una svendita e ci si mette in attesa. Non è così, basterebbe capire che i pochi euro di differenza di un pieno, non cambiano la sostanza delle cose, che il problema è ben più grande, ma siamo qui, in fila. Preferiamo attendere.

Quanto siamo manipolabili e abituati a guardare il dito e non la luna. Non è questione di sviluppare nuove rabbie, ma discernere, capire cosa accade davvero e cosa fa male. Ecco, credo non ci sia la percezione del danno. Forse perché non c’è un obbiettivo da raggiungere, un cambiamento importante da verificare. Così ci si accontenta di promesse a breve e intanto ci si arrabatta, ma non sarebbe lo stesso vivere il quotidiano ed avere un ideale alto, che permetta di protestare e collegare il prezzo della benzina alla vita, o al lavoro precario, o al futuro che vorremmo?

Troppa fatica forse, è più facile mettersi in coda per fare un pieno e poi andarsene con l’idea che così si è un po’ superata la crisi, che può andare meglio. La fiducia comunque è positiva, ma ho l’impressione che senza qualche impegno più grande, ci resteranno solo piccole furbe felicità da pieno di carburante.

scirocco

Soffia forte lo scirocco dal mare, schiocca la tela degli ombrelloni, spinge onde e livella la sabbia. Pivieri e gabbiani volano di lato, a volte, con rabbioso sbattere d’ali, si guadagnano il cielo, altre veleggiano, poggiando queti, su correnti d’aria calda.

Nel meriggio arrivano barche bianche: l’acqua pulita e la tranquillità attraggono dai porticcioli vicini, ma sono distanti la spiaggia. Solo una moto d’acqua volteggia al largo. Speriamo si stanchi.

Guardo tatuaggi e corpi che si consegnano all’acqua ed al sole, i rumori sono ovattati, rispettosi, e c’è una pace che lo sciabordio d’acqua e di tele, rende respiro del mondo.

In questo mare antico, così pieno di legna, di sabbia, di detriti d’animali e d’uomo, l’acqua si rinnova e vince. Terra d’uccelli e di pesci prima che d’uomini e c’è maestria in entrambi, di saperi trasmessi.

Lo scirocco fa volare alghe seccate, costruisce piccoli grovigli marroni da impigliare tra i fiori delle valli tra le dune.

Basta chiudere gli occhi e il tempo si spegne paziente.

fine agosto

La città, al ritorno estivo, si mostra intorpidita. Alcune cose lasciate a mezzo attendono, ma il caldo permane e le giustifica: potrebbe essere luglio con il tempo dell’estate ancora nuovo.  Così non si bada troppo al lavoro sospeso nel corso, all’ arsura, lasciata alla partenza, delle piante nel vicolo, al bar ancora chiuso. Più in là l’edicola davanti al bar ha riaperto, ma è spoglia di copertine recenti ed attorno s’aggirano persone lente, almeno così mi pare, che camminano sotto i portici in cerca di fresco.

Eppure qualcosa sembra sul punto di iniziare, forse è solo una proiezione d’un bisogno. Sono convinto che, distante, altre braccia si stiracchiano e rientrano in città, altri occhi vedono le stesse cose e chissà che pensano dei loro vicoli ed abitudini appena smosse dal caldo d’agosto e dai giorni senza impegno. Delle mie vacanze “intelligenti” d’un tempo non ho nostalgia, e se accumulavo stimoli per il resto dell’anno, adesso semplicemente mi riposo e lascio scorrere i pensieri, gli “stimoli” arrivano anche così, solo che sono più inattesi.

Mi sembra ancora presto per dire che è finita l’estate. Sarà che attorno, nelle cose usuali, ancora un po’ estranee, il leviatano del lavoro, delle urgenze, delle incombenze autunnali, non s’è risvegliato appieno, è ancora torpido e mi guarda interrogativo, quasi non mi conoscesse.

Buon ritorno ai viaggiatori, facciamo che l’estate buona continui dentro e fuori di noi.

nel web il liceo non finisce mai

Il web ha certamente un’azione rafforzativa per quella che, in occidente, è stata la generazione più fortunata della storia dell’umanità: niente guerre, una longevità crescente, benessere diffuso, mobilità sociale, scolarità disponibile e gratuita, ecc. ecc. Se una caratteristica di questa generazione è quella di non farsi da parte, in questo non poco favorita non solo dalla predisposizione naturale, ma anche dai provvedimenti dei governi, si può rilevare che anche questa è un’anomalia storica sia per le dimensioni, che per i modi, infatti precedentemente si facevano invecchiare precocemente i giovani (l’età della ragione e del conformismo) per sostituire la generazione precedente, piuttosto che mantenere giovani i vecchi. 

In questo il web, con la sua carica di liberazione e di alterità, è specchio e rafforzativo di una tendenza. Aiutati da questa rivalutazione dello scrivere come mezzo comunicativo, non pochi riscoprono vocazioni poetiche che sembravano finite con l’esame di maturità, altri liberano lo spirito critico proprio dell’età della discussione, per molti, emergono interessi e passioni insospettate, anche una leggerezza di sentimenti diventa possibile, amori che in altre età si sarebbero scartati, prendono consistenza e si svolgono mescolando reale ed immaginario. Insomma abbiamo i sintomi caratteristici dell’età nascendi, dove tutto è possibile, e tutto si sente, si scopre, si vive.

Questa virtuale età liceale ritrovata, soffre, o ha il vantaggio, di convivere con l’età cronologica: grandi speranze, grandi sensibilità, grandi dolori rimescolati con una vita svolta.  Nel riportare consistenza nelle vite, conta il discernimento, lo spirito critico, il fatto che la realtà irrompa costantemente, che l’intorno, la crisi dell’occidente tiri la camicia che spavaldamente si era lasciata fuori dei calzoni, però questa sensibilità ritrovata è un elemento del vivere, non l’unico cosicché, seppur prepotente, media, e il bagno di realtà mantiene aperta una porta di leggerezza, poesia, sentimento, speranza e malinconia. Non è poco per ora, poi le tecnologie e il cambio generazionale, comunque avverranno e la nuova generazione userà l’immateriale e il materiale, non come prosecuzione di una stagione della vita che non conosceva queste possibilità, ma piuttosto integrerà il tutto. Cosa ne verrà fuori è difficile da capire, se restasse più leggerezza, se la realtà intesa come duro confronto quotidiano che spesso esita in sopraffazione, si mitigasse, forse alla generazione più fortunata ed immemore, ne seguirebbe una consapevole della propria fortuna e perciò disponibile ad essere migliore. Potrebbe essere, speriamo.

Ogni tanto mi sogno la maturità, non ho paura dell’esame, non troppa almeno, mi pare solo una fatica immane che sembra non finire.

le cose e le tracce

Le cose che abbiamo raccolto, custodito, spolverato, chiuse in teche od allineate sugli scaffali, sono noi. Abbiamo accumulato passato senza tener conto del suo peso, me ne rendo conto ora che devo liberare una stanza, dei cassetti. Anche le foto, i fogli appiccicati dovranno essere tolti: chi occuperà questo posto non dovrà essere disturbato dalla mia presenza precedente, dovrà sentirlo suo, come io l’ho fatto mio, un tempo, attraverso le cose accumulate, il disordine, i fogli, gli appunti, i ritagli, e schemi, progetti, ecc. ecc.  Via tutto, la continuità in un lavoro sono passaggi di testimone in corsa, e non ci si ricorda dei frazionisti precedenti, se non per giustificarsi se si perderà la gara.

Le cose sono le nostre tracce e quando si lascia qualcosa o qualcuno, un’attività importante, è cancellare le impronte. E’ più difficile con il ricordo, ma il segno delle cose, che noi lì siamo stati, dev’essere rimosso, e non può essere altrimenti.: bisogna fare posto. Questa del fare posto è una cosa naturale, vitale, anche se nei rapporti amorosi è diverso, e un’impronta nel cuore resta a lungo e dà fastidio vederla, finché pian piano sbiadisce e viene sostituita da altro. Anche nelle famiglie è diverso, si conservano tracce dei nonni, dei genitori, magari si riutilizzano e si rendono parte di un flusso di memorie, di storie che si disperderanno piano attraverso gli oggetti ceduti, smarriti, finché di quella memoria non resterà che un ricordo vago. Fa parte dell’educazione borghese il conservare traccia con le cose, avere un diagramma visibile del ricordo di vite commendevoli. E le piccole cose al pari delle eredità sono questa scia di vissuto. Ma nel lasciare un posto di lavoro, nel chiudere un rapporto, il taglio è subitaneo e bisognerebbe cancellare, non conservare. 

In questi casi, come nelle vicende malfinite, si deve gettare senza guardare, eliminare il tangibile come specchio di quello che dentro si vuole strappare, ma dipende dall’indole. Non è la mia, ed io lascerò molto che altri getteranno e quando, presto, questo luogo diventerà straniero per me, mi auguro di tornarci poco, di non vedere il cambiamento.

Il problema adesso è fare come nei film americani, ridurre tutto a una scatola e liberare i cassetti. 

E, pian piano, avere un nuovo futuro a cui pensare.

recensione

Delle 342 pagine se ne possono togliere almeno un centinaio, il romanzo perfetto, senza ambizioni di eternità, dovrebbe stare sotto le 250 pagine. I personaggi? Francamente troppi e si mescolano troppo con le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. La scrittura è nervosa, spesso indecisa, chiusa in frasi corte, a volte cortissime: è ghiaino che scricchiola sotto i piedi. E’ impossibile muoversi in questa storia, che poi sono molte storie intrecciate, smozzicate e lasciate spesso all’intuizione, senza far rumore. Quindi ghiaino e passi nel buio per il lettore che procedendo non capisce più se il rumore dei suoi pensieri-ghiaino, faccia parte o meno delle storie del libro. Questa è la cosa curiosa e, a mio avviso, di maggior pregio, ovvero un attrarre-respingere continuo del lettore. La mia copia è alquanto ammalorata perché ho interrotto, buttato il libro, anche materialmente, e poi l’ho ripreso, più volte, spinto da una curiosità pettegola su come voleva andare a finire. No, non bastava leggere la fine, o a tratti all’interno, serviva immergersi in un guazzabuglio tenuto lessicalmente assieme da un editor di rango, il vero autore del libro, ed è il cumolo di parole che generano fili di possibilità ad essere attraenti, non i personaggi mal scavati, privi di spessore, nessuno memorabile. La quarta di copertina dice un sacco di bugie, ma questa è una costante, mai fidarsi della quarta e neppure del colofon, alla fine se sarà il libro del mese o dell’anno, saremo noi a deciderlo. Questo, ha vinto anche un premio, e allora? All’editor dovevano darlo il premio, ma ai manovali nessuno pensa mai, ai più basta abitare la casa.

Insomma storiettee, raccontini cuciti con fatica, e non senza fatica si giunge alla fine, resterà un’impressione di orecchiato, di aver sentito qualcosa che prometteva molto e si è risolto nell’ennesima occasione sprecata.

Giunti all’epilogo, vi ripeterete: anche questa è fatta, adesso basta. Ma non vi ha obbligato nessuno. Ricordatelo la prossima volta.

p.s. mi chiedono spesso di scrivere una recensione, eccola.