foglie a settembre

Dico che non mi stanco, ma non è vero, 

parla il bimbo che nega d’essersi sbucciato e il sangue che rapprende, nel gioco ormai non conta,

ma c’è una stanchezza che ogni volta lascia centimetri al tuo tempo ,
e tutto si raccorcia,
la pazienza o le parole che si perdono prima d’esser dette,

finché restano i si e più spesso i no,
senza spiegazioni.

Le foglie di settembre non si fidano del tempo,

restano, guardando, mentre la stanchezza si traveste,

e assume forme nuove per bisbigliare

che questo l’hai già visto, e l’hai vissuto,

quest’altro già ti è stato detto.

Forse per questo, prima di volare altrove, si distraggono le foglie:

per la stanchezza d’un ripetere che non ha dell’abitudine il calore,

e neppure è nuovo,

ma se tu mi chiedessi se davvero sono stanco,

negherei col capo perché è tutto un gioco

e ci sarà la primavera dopo aver sognato un volo.

tre pezzi quasi facili 1.

Vicino a casa stavano costruendo un pavimento a mosaico: era di un interesse straordinario. Giorno per giorno il cemento si copriva di tasselli multicolori, piccoli, quadrati. Non avevo mai visto un pavimento così liscio e allegro. I terrazzari mi regalavano i pezzettini di ceramica avanzata e io mi riempivo le tasche di un tesoro intriso di malta. Mia madre non apprezzava il risultato, mia nonna tollerava la nuova ricchezza che possedevo. Bastava fermarsi a guardare, non intrigare (dar fastidio) e rispondere sorridendo alle domande dei terrazzari che stavano seduti su buffi sgabelli monogamba, piccoli e bassissimi e battevano con dei cilindri di legno col manico (erano mazzuoli ma allora non lo sapevo) i fogli di mosaico sulla malta fresca. 

La mattina l’avevo cominciata con il caffelatte, la sveglia senza premura di mia nonna, il profumo del sugo per il mezzogiorno. Fuori c’era sole e caldo, era settembre e la scuola sarebbe venuta tra due settimane. Per questo avevo fatto le scale saltando i gradini, era ancora vacanza, libertà di essere e di fare. Poco lontano da casa c’era una piccola cartolibreria, ero entrato, sniffando per bene il profumo di inchiostro e matite di cedro che aleggiava fin oltre la porta aperta. La scusa dei nuovi libri di scuola in arrivo, mi dava un motivo, ma in realtà mi piacevano così tanto i colori e profumi di quel posto minuscolo, e mi piaceva la signora, che oltre che bella, era tollerante verso uno strampalato compratore di pennini, e mi permetteva di toccare, chiedere prezzi per me inarrivabili, di saggiare su una carta le intensità dei colori di prova. Lei non lo sapeva ma quel profumo mi sarebbe rimasto, assieme alla sua eleganza, nel prosieguo degli anni e credo abbia motivato gli acquisti sconsiderati di cancelleria della mia vita.

Il nuovo palazzo dai grandi portici e con il suo pavimento a mosaico, era poco oltre, sulla strada verso i giardini. Era la mia strada e passavo da piacere a interesse, una bella mattina. Quel palazzo aveva preso il posto di qualcosa di antico, abbattuto in poco tempo, era così nuovo, razionale, signorile con grandi vetrate che contrastavano con tutto ciò che lo precedeva: le case, i negozietti, incorniciati da vetrine dai profili in ferro battuto con volute liberty, i portici più bassi, le pavimentazioni in trachite sconnesse. Insomma era il progresso che entrava in una via del centro, una nave incurante dei flutti e delle vecchie isole, un rompighiaccio che cambiava ben più che la vecchia via. Infatti non pochi palazzi simili avrebbero sostituito case antiche ma modeste, i palazzi del ‘700 senza più nobili, avrebbero riempito giardini e cortili col cemento del nuovo che cresceva in fretta.

Anch’io crescevo in fretta, la scuola era tra due settimane, c’era la nuova libertà di poter andare nei luoghi dei giochi da solo. Quella mattina ero particolarmente contento, cantavo e fischiettavo con quel passo particolare di corsa che metteva insieme anche lo scivolare sulle superfici lisce. Sembrava una perenne rincorsa e se mi fermavo di colpo era perché ero attratto da qualche novità della via. Finché ero stato in vacanza anche il consueto diventava nuovo e dove c’era il vecchio albergo aquila nera, sul lato, era stranamente aperta la stradina di solito sbarrata da un cancello alto. Potevo esplorare. In fondo una tipografia stantuffava biglietti da visita, ma prima, sotto le finestre delle camere dell’albergo, c’era una congerie di oggetti caduti e buttati. Una discarica di pennelli da barba spelacchiati, rasoi a lametta, spazzole, molta carta e giornali illustrati. Uno di questi era in bella evidenza e aveva una ragazza in costume rosso in copertina, mi sembrava bellissima: compitai il nome, era Lucia Bosè. Stavo pensando come fare razzia e con chi scambiare gli oggetti che potevo prendere, quando uscì un facchino che per prima cosa si prese il giornale e poi mi cacciò chiudendo il cancello. Accadeva  che i dessero dimostrazione di forza, bastava schivare sberle e pedate, che neppure ci furono, quindi, poco male e l’umore non cambiò, mi attendevano gli amici e una esplorazione lunga nella maresana del canale, il luogo più proibito che conoscessi. Per le bombe che si diceva potevano ancora esserci e per i pedofili che invece c’erano di sicuro ed erano più pericolosi delle bombe.

L’esplorazione andò bene, tornai a casa intero, ma mi vorrei fermare in quel pezzo di via e in  quella sensazione di settembre che porto ancora dentro: ho le tasche dei calzoncini rossi piene di pezzetti di mosaico, una maglietta bianca e una sensazione di me che mi comprende intero, ossia sento la libertà di correre, di cantare, di essere felice. Mi attendono avventure e ho una casa in cui sono molto amato. So dove andare, sono curioso e intrepido al punto giusto e so dove tornare. In quel momento non lo posso sapere, ma lo scoprirò negli anni successivi, che in quei giorni finisce la fanciullezza. Non è di colpo, continuerò a combinare guai, ad arrampicarmi dove non devo. Farò collezioni strane, preziose e inutilissime. Leggerò moltissimi fumetti, mangerò cose buonissime e rifiuterò categoricamente quello che non mi piace. Ma proprio allora una parola che prima veniva ripetuta a mio fratello, e che io neppure consideravo riguardarmi, mi verrà spiegata e inoculata: responsabilità. Beh, la mia resistenza inizia nello stesso momento in cui capisco che quella parola agisce e volatilizza il piacere come prima scelta, lo rende un processo di ragionamento. Prima non mentivo a me stesso, poi con la responsabilità ho  cominciato a negare l’urgenza, a posticipare le scelte, ma  non sfuggivo ad un senso di mancanza verso qualcuno o qualcosa e quella parola vinceva sempre e faceva finire gli aspetti più liberi dell’età fino allora vissuta.

Ci si barcamena, si cresce, l’età porta carichi di nuovo che devono essere interpretati e fatti propri, si trovano strade aperte prima chiuse, sentieri tra le erbe alte, immaginazioni e sorrisi che dicono più del sorriso, però ho corso sempre meno per la pura felicità di sentire l’aria sul viso.

conosco l’esperienza del limite

Conosco l’esperienza del limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
nitida per conoscere il bruno della terra che sta oltre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure si come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità, mentre parlo a me che traccio
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.

improvviso

Fu come l’amore, qualcosa che non si poteva dire e neppure tacere. Fu una ventana che prese il cuore e il cervello, un segnale che ben altro doveva accadere. Quelli che vissero, partecipando, quei giorni, ne furono presi e segnati per anni. Manifestazioni, voglia di riscatto, speranza, ma anche sconfitte cocenti, arretramenti. E di questo bisognava parlare, bisognava partecipare perché accadesse il buono e non l’epilogo tragico.

Da queste parti il temporale si preannuncia passando dalla lietezza del sole a un cielo che si fa bianco di nubi, e poi grigio, ma sembra ancora tutto in forse e potrebbe accadere che il cielo si liberi lieto oppure che cessi il vento. E allora siamo a un attimo prima che la pioggia cominci violenta a spazzare tutto. Così allora, ed era lontano, in Cile, ci fu un prepararsi di eventi, un confluire di congiure che noi percepivamo da distante. C’arrivava un’ eco di fatti  banali, di situazioni contraddittorie. Il governo e il parlamento nazionalizzavano le miniere di rame e i grandi proprietari stranieri, americani, reagivano con gli embarghi. Si bloccavano i camionisti, nei negozi sparivano i generi di prima necessità, Salvador Allende ribadiva la via della democrazia alla nazione e parlava, come aveva sempre fatto nella sua vita, di socialismo. Non erano i proclami di Fidel, era un medico che aveva vissuto le miserie del suo popolo e le aveva capite, ora proponeva che un Paese con risorse e voglia di lavorare pensasse a se stesso. Credo che anche Berlinguer e altri leader comunisti, fossero poi colti di sorpresa da ciò che accadde l’11 settembre, perché è vero che s’era in epoca post coloniale, che le aree di influenza erano ancora ben salde nelle mani dei potenti, ma si era anche negli anni ’70, la guerra fredda era stata scaldata dai fatti del Viet Nam, c’era stata una sollevazione mondiale di giovani e di speranze che era partita proprio dagli Stati Uniti. Insomma c’era un cielo pieno di nubi ma tutti speravamo nel sole, anzi ne eravamo certi. Poi avvenne tutto in poche ore, certo ci fu una regia, due mesi prima il comandante in capo delle truppe, un vecchio generale fedele alla Costituzione, René Schneider, era stato ucciso in un tentativo di golpe, e il tentativo di coinvolgimento dei militari nel governo non era andato a buon fine. Anche la nomina di Pinochet a capo dell’esercito, ritenuto da Allende persona fedele alla democrazia fu un errore, l’11 settembre i militari attaccarono il palazzo presidenziale con gli aerei. Allende rimase a difendere ciò che aveva sempre affermato, la legittimità e il diritto e morì. Pinochet prese possesso del Cile in nome e per conto, non dei cileni, non della democrazia, ma degli interessi degli Stai Uniti, con la connivenza di gran parte di quello che allora era detto l’occidente democratico. Insomma non avevamo capito che il mondo non era quello che diceva di essere, che la democrazia non funzionava come libertà del popolo di scegliere, che non bastava la coerenza per mutare una nazione se questa era negli interessi geopolitici ed economici di altre ben più grandi, che arrivare per via democratica al cambiamento non aveva alternative, ma era una debolezza non una forza. Ciò che accadde in Cile scosse il mondo, ma non gli impedì di accadere. Berlinguer scrisse i suoi articoli sul compromesso storico partendo proprio dai fatti del Cile, trovò in Moro un ascoltatore attento e partecipe. Qualcosa di nuovo si delineava anche in Italia, poi ci fu il rapimento e la morte di Moro e venne altro.

Improvviso in politica è qualcosa che sembra una contraddizione e lo è se non si osservano bene le forze che si muovono sotto gli interessi contrapposti. Così mi viene da scuotere il capo quando si respingono i profughi economici mentre anche le nostre aziende depredano l’Africa, quando i piani di aiuti finiscono in minima parte a chi ne ha bisogno, quando si mantiene il sottosviluppo perché interessa la manodopera a basso costo. Certo poi qualcosa accade all’improvviso, ma se pensate bene, raramente mantiene la rotta verso una maggiore giustizia ed eguaglianza. E al contrario di allora, oggi c’è molta meno attenzione e passione, così l’indifferenza lascia passare tutto e nulla muta per davvero in meglio. Con tutto il nostro ragionare, con la convinzione del logico e del giusto, se non c’è passione e un noi che davvero prevalga, alla fine altri ci guidano e l’improvviso diviene solo il temporale.

consapevolezza

Sono diventato suscettibile, fragilità penso,
oppure vecchi conti mal regolati che non trovano mai risultato.
Sarò più silenzioso, non se ne accorgerà nessuno,
però le crepe s’ allargheranno diventando memorie e rughe.
È questo l’invecchiare, ossia il non ridere di sé,
o è il vedere che la luce negata ha davvero un senso,
e così le parole non sentite,
o peggio ciò che non viene fatto a tempo viene perduto
e lascia un suono che assomiglia al mare
perché come questo muove piccole cose
prima d’affondare bastimenti.

e tu come stai?

Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?

attorno muta ciò che muta dentro

Nulla di preciso, una sensazione che s’acquatta come una certezza e diviene criterio di scelta. Quante volte si va, colti da una inquietudine che spinge e altre volte ci si paralizza in un’ attesa impossibile. E si sa che quell’impossibile è proprio tale ma se lo si accettasse costringerebbe a mutare parametri, a mettersi in moto verso altre direzioni e riprendere ad impastare la vita per darle forma, allora meglio attendere e dare una possibilità all’impossibile, ché anche le cose difficili, quelle oltre il limite rispondono a dei principi più grandi di loro e a volte accadono. Così si pensa, per analogia, come accade a noi che i principi e i limiti ce li portiamo dentro e per farceli accettare, per non essere dei ciechi vedenti li trasformiamo in sensazioni: può essere ma anche no e se voglio decidere mi conformo all’intuizione che mi porta ad assomigliarsi.
Attorno muta ciò che muta dentro, lo sa ogni amante, ogni rivoluzionario, ogni entusiasta. Lo sente nella sua completezza, avverte la crepa che copre di speranza, coglie la spinta che rende vero il precario, s’inebria d’una vetta pensando alla prossima e non alla discesa. Non è disposizione d’animo, la felicità è un lento preparare di coincidenze, è il pensiero d’essere dove accade l’infinito, quello nostro, che ci appartiene e s’alimenta d’innumeri altri infiniti che c’appartengono solo un poco. Quell’infinito è la sensazione, che spesso sbaglia; del resto non siamo geometri euclidei che tracciano linee e ne conoscono la noia determinata.Pecchiamo spesso di presunzione, che si incaricherà la realtà di correggere ma la felicità generata da una sensazione non cessa d’essere tale, e se si è felici per sbaglio (come ben sa chi ha l’asimmetria d’amore, o chi sposa una causa e ne conosce il limite) lo si è forse di meno? No, anzi sarebbe una colpa non viverla quella felicità, e non ricordarla come nostra e parte della capacità infinita di rigenerare il cammino, dopo ogni malinteso sentire. Perché era solo quello ad essere un po’ sbagliato, ma non la voglia di assomigliarci nel viverla questa vita.

buon agosto

Ci sono lettere scritte che attendono, di essere spedite e di essere lette. Poi non accade e questa è una di quelle lettere irte di parole, buttate giù di getto perché serviva una risposta a una domanda che, magari neppure c’era stata eppure aveva toccato qualche nervo scoperto o aveva reso palese la percezione dell’assenza. Da quanto tempo non ci si vedeva davvero? Perché il vedersi non è l’incontrarsi da qualche parte, scambiare sorrisi e parole, informarsi sullo star bene dell’altro e volerlo sapere davvero, non è solo questo, che già sarebbe molto, ma è il dirsi qualcosa che non si direbbe a nessuno. Perché ci riguarda, ci rende inermi e si è fatta una fatica immane per estrarlo e capirlo e ora lo si vorrebbe mettere in mani amorevoli e sincere. Così quando ho percepito, tra le notizie e i complimenti reciproci il tuo malessere profondo, mi sono fermato. Volevo chiederti, era una cosa importante, una pozza di buio che si allargava e assorbiva la luce del sorriso. Ma tu dovevi andare. O forse volevi. In fondo è la stessa cosa, si fugge da qualcosa che abbiamo dentro e non da chi abbiamo davanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio più lungo, e guardarti andare era già una pena. Un atto di infingardaggine, avrei dovuto rincorrersi, chiederti, ascoltare e dirti che anche a me accade, che le solitudini si riconoscono. E si parlano. E invece ho pensato di scriverti, ma alla fine la lettera è rimasta sul tavolo, a lungo, per poi sparire in un cassetto.
Basta una telefonata. Così si diceva un tempo, adesso è bastato un messaggio sullo smartphone.
Tutto bene, scusa l’umore, avevo la testa altrove. Adesso ho risolto.
A chi si vuol bene si vorrebbe dare ciò che con fatica si è appreso, evitare che i dolori si ripetano. Sono stupidi i dolori perché non apprendono o sono i sentimenti che si credono onnipotenti e invece sono pezzi di noi che si cercano e sono sempre gli stessi anche se ci sembrano nuovi? C’è non poca presunzione e un grande entusiasmo che ci travolge in ogni passione, e forse è necessario sia così perché non si estingua nella cattiveria l’animale uomo.
Ti avrei detto una bella somma di banalità e avrei ascoltato come nuove e grandi, cose che lo erano per davvero, e non assomigliavano a nulla.
Mi chiedo cosa di profondo ci renda simili. La scontentezza che deriva dal sentirsi incompiuti? La voglia di volare e di non ricordare nulla di quello che ci ha impedito di farlo? La necessità di non essere soli ma unici? Non so, parlo a me stesso e a te assieme e mi pare che le parole non siano mai sufficienti a colmare il nulla che assale.
Nel nulla c’è quasi tutto e ciò che manca te lo porti dietro. Forse me l’hai detta tu questa frase o forse è mia. Non importa, mi interessa che il nulla non prevalga sulle passioni, che sia l’avversario con cui si combatte lealmente.
Dobbiamo tracciare confini che non hanno muri perché non ci chiudiamo in fortezze, ma siamo orda che curiosa corre verso ciò che ha tralasciato e ciò che non conosce. Con la semplicità del vivere, che solo ha forza per superare il dubbio, mentre il ristare ci imprigiona.
Ti avrei ascoltato e forse avrei detto poco, anche se tu sai toccare la roccia sotto cui spingono i torrenti. Chissà che sarebbe accaduto se il tempo e il disagio non si fossero accoppiati come animali impazienti. Ogni cosa si ripete diversa, e riaccadrà, ma in fondo è la stessa. Oppure no? Buon agosto, spero con tanto sole sulla pelle e dentro.

il nome del verde

Nel pomeriggio del dì di festa, bambini che giocano, gli adulti parlano. Credo discorsi leggeri, interrotti da risa gli aneddoti. Il cielo oggi si è mosso molto. Dal lago sono giunte nubi paffute, con pance nere di pioggia dissolta poi nell’aria. C’era l’allegra confusione in me di chi sente e non sa: difficile trovare i nomi al verde che cresce, alle strida d’uccelli, al cantare dei canarini in gabbia. Difficile trovare lo sciogliere del tempo nell’inutile, sapendo che a quest’ultimo si trova sempre una ragione.

Tutto scivola e s’allontana, tutto è fuori posto, fuorché quel cristallo d’anima che ancora riflette. Sul cielo, su ciò che vede, sul necessario e su sé. Come fosse uno specchio che non s’alimenta d’abitudine, o una richiesta malposta e per questo inevasa, oppure un inatteso benessere. Qual è il senso se ci si vuole perdere? Sciogliere nel piacere d’un sentirsi vivi. Abbandonate le strade poco confacenti, smarrito l’obbligo nell’innocenza, trovata una misura che includa ed escluda, cosa serve mentre s’approssima la sera e poi la notte? Forse è il senso d’un sogno che prevale piu che quello d’una vita. Capire che essa, a volte, è un perdersi che include il trovarsi o l’abbandono. Che, a volte è una crepa, dapprima impercettibile che fa risuonare diverse e atone le parole e infine le rende mute o eccessive. Che, a volte, è tutto questo, e anche un bagliore di quel verde a cui non mi è possibile dar nome. Eppure è lì, davanti, inerme e prepotente come una promessa.

eppure

Bevi pochi caffè,
troppo pochi assieme
e il tuo fumo non è mai denso come il mio.
Eppure, incespico sull’eppure
su quella confidenza che scava righe di tempo.
Esito su quella parola che contiene dolcezza infinita, e
si nutre di contrari e piccole identità.
Eppure era il cielo mentre parlavo steso,
era uno stelo di grano, perfetto controluce,
era le parole che indovinavano le nuvole.
Eppure era -ed è- tutto l’imperfetto che non trova mai il suo posto,
è il pensiero che non coincidere sia salvarsi da un’innocenza smarrita:
una eterna speranza di meraviglie,
e poco conta,
davvero,
quello che si perde
se la promessa non finisce.