segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

caro Raffaele

codicesociale su post lamentoso, visionario e politico

Leggo sempre con molto interesse i Suoi post, a dire il vero li trovo estremamente godibili quando parlano della vita, dei sentimenti in genere, piuttosto che quelli relativi a questioni di tipo politico-sociale.
In realtà noto il disperato tentativo, da parte di un Signore di sinistra di recuperare un’identità di un partito che ormai non ha assolutamente più nulla di sinistra, soltanto, come diceva qualcuno solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo…
Quindi lasciamoli morire in pace, occupano uno spazio vuoto, come gli scanni che hanno in parlamento; quello che hanno potuto dire e fare, l’hanno già dimostrato, incapaci, volgari, egoisti e presuntuosi; autoreferenziali come il Narciso che si specchia nel fiume, mediocri interpreti di una rappresentazione pirandelliana, servili rispetto al dio danaro.
Mi consenta un consiglio, in tutta umiltà: faccia come me, si metta dalla parte del torto, in attesa di un altro posto in cui mettersi, è molto più dignitoso!!!

Cordiali saluti
Raffaele

Caro Raffaele, anzitutto mi scuso a nome di WordPress che aveva messo il suo commento negli spam, invero in una compagnia allegra ma troppo faticosa per le performance sessuali richieste in più lingue, almeno per me che su questi temi preferisco la discrezione e la realtà. Ma veniamo alle sue parole che mi hanno colpito positivamente e fatto pensare. Mi sono chiesto da che parte sono e in cosa spero, che senso attribuisco ai miei gesti, ormai limitati, che direzione assuma il mio impegno.

Non nego la confusione, la speranza che si mescola con il vissuto, entrambe condizioni pericolose per l’analisi della realtà. In verità sono da molto tempo dalla parte del torto, se questa possa essere individuata nel restare pervicacemente in minoranza e nel non rinunciare a discutere, proporre, partecipare. Da quando me ne sono andato dal pd, partito che non avevo contribuito a fondare perché anche allora ero dalla parte di chi era contrario alla sua nascita, ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, mi ha fatto riflettere assai sulla sinistra e sulle sue possibilità di futuro. Mi sono anche convinto che quanto accade in paesi in cui la sinistra ha ancora qualche presa, questo accada più per ragioni locali che per costanti universali. Quindi essere dalla parte che la realtà riserva non a chi la nega ma a chi si oppone ad essa, ovvero il torto, diventa una condizione naturale. Non spero nel pd, partito mai nato per davvero e luogo di legittime ambizioni politiche che però ben poco hanno a che fare con la parte che dovrebbe essere rappresentata da quel partito. Non mi ritrovo nella piccola sinistra che ha tentato di ritrovare gli smarriti nel bosco, senza capire che queste persone non avevano sospeso la fiducia ma l’avevano proprio tolta. Non mi riconosco nella mera testimonianza, negli atti dogmatici di fede che rimandano ad analisi molto condivisibili ma astratte da una realtà che potrebbe essere modificata solo con una rottura traumatica, ovvero una rivoluzione. E non vedo proprio chi abbia tempo e voglia di fare una rivoluzione egualitaria, solidale e portatrice di libertà in questo paese e in questa Europa. Potrei dire che chi ha ricordi è meglio stia a casa, frequenti il piacere delle sue passioni quiete e lasci che il mondo vada come meglio crede perché ogni impegno in fondo, è un atto di superbia e onnipotenza e mentre non muta nulla attorno lascia sempre meno energie. Ma senza l’impegno non esisterei, di questo me ne sono reso conto e come da tempo non penso di avere più una ragione universale, mi aggrappo a quelle piccole pratiche che attengono al noi, che vogliono più legalità, maggiore solidarietà, una libertà che non abbia altro limite che la legge e l’offesa dell’altro. Utopie, che mi riportano all’io. Strano vero che chi parla di noi, lo faccia in prima persona come se questo fosse un bisogno individuale e non una analisi applicabile alla collettività. 

Caro Raffaele, non ho verità, qualche principio a cui non rinuncio e alcuni ideali che non sono mai stati un peso. Non posso difendere un partito in cui non ci sono e nella mia condizione di “cane sciolto” non ho nulla di dogmatico a cui attaccarmi, capisco però che il mondo sta mutando. Rapidamente e in direzione imprevedibile. Servirà una bussola, una direzione nella quale muoversi proprio per essere, come lei diceva, dalla parte del torto. Ecco questa bussola la costruisco guardando e cercando il buono che emerge, le contraddizioni, in una parola, mi fido ancora dell’uomo come genere collettivo e penso che alcune condizioni siano ancora possibili perché esso si salvi da se stesso. Capisco che è poco, che il ragionamento è arruffato, ma avevo premessa la mia confusione e il non avere verità da spendere. Un tempo l’analisi della modernità era una buona prassi per interpretarla e cercare di guidarla, ora c’è un sentimento ambivalente che oscilla tra il luddismo e la fede illimitata nella tecnologia come risolutrice di ogni problema. Naturalmente tutto questo testimonia la grande confusione collettiva, la mancanza di guide che si preoccupino di un bene comune, ma se non ci fossero moltissime persone che ora sono insoddisfatte, che ritengono che capire venga prima del fare, che si cimentano con nuovi paradigmi, tutto sarebbe perduto. Ma io credo ci siano Raffaele, credo che siano contro e a favore di qualcos’altro e che non abbiano torto. Cerco di capire da loro, per l’egoismo di avere un senso in questa società.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non saprei fare altrimenti. 

La ringrazio di cuore, la riflessione continuerà e avere qualcuno con cui parlare è davvero un regalo.

Roberto

fidare

C’è stato un tempo in cui si incontravano le parole, erano esatti pezzi d’incanto fatto di confidenza, intimità, fiducia, desiderio. Tutto poteva essere detto perché si annodava in un procedere assieme. No, non poteva esserci alcun male e quindi timore. Parole dette in attesa dell’amore o stesi dopo averlo fatto, guardando il soffitto per ascoltarne meglio il suono, erano parole sussurrate, criptate per orecchi estranei, inzuppate del senso infinito che solo un rapporto profondo può avere. Non di rado erano parole titubanti per la grandezza che contenevano, eppure coraggiose per il presente che scrivevano. Parole senza paura che aprivano porte, che innocenti affrontavano la verità senza timore. Parole dolci e appaganti che riempivano e stremavano di dolcezza. Parole trattenute, oppure sciolte in un silenzio sorridente, lasciando al corpo il compito di dire. Parole svergognate, felici di mostrarsi a quegli occhi che soli potevano vederle. Parole così intime che non si sarebbero dette a sé.

È un tempo che volendo si rinnova e di cui la parola è segnale del fidare e fidarsi.

Fidare ha un senso arduo quando, attorno, il potere cospira per esaltare la minaccia. Nessuno ne resta immune anche dentro le mura, perché sibila tra noi, mette inquietudine e fa tacere, mentre fidare è una riflessione che si abbandona, che mentre coglie il buono ha l’urgenza del raccontare. E in molti modi lo dice, con i linguaggi di tutti i sensi; così fidare è controcorrente, e fa bene anche su chi ci è vicino, rassicura e tiene assieme. Più stretti, con parole che raccontano ancora di noi e non solo dei suoni che stridono oltre le finestre. Certo è difficile cogliere la sfumatura che apre un uscio e non temere la luce, ma che saremmo noi senza le nostre verità sussurrate che diventano fare, azione, vita? 

consigli di vita comune

Non dire che scrivi poesie, non dirlo da nessuna parte, è un demerito, una cosa tua, un vizio. Non dire che ti piacciono le parole, siamo nell’età dei fatti, le parole sono vuoti involucri di senso, bolle che scompaiono dopo un breve volo senza lasciar traccia. Alludi, lascia spazi perché chiunque pensi di aver capito, il segreto è essere banali, citare altri con frasette prive di contesto. Sorprendili appena, poi taci come dovessero riempire la frase, ma fallo con parsimonia, sennò ricorri ai luoghi comuni, ai pensieri stantii, hanno sempre un sacco di estimatori. Piuttosto dì che hai fatto questo, quest’altro, quell’altro ancora, fa capire non che hai vissuto per qualcosa di differente che non fosse il lavoro, però senza elargire tutto quello che ancora potrai dare.

Celebra l’utile. Cos’è l’utile? Ciò che produce denaro per altri e per te, ciò che non è utile deve preparare all’utile. Se vai in vacanza ti riposi per lavorare meglio e di più, se hai una situazione sentimentale tranquilla meglio perché non sarai distratto nel produrre utile. Non avere passioni, va in palestra piuttosto, sfogati lì. Tra i cibi e il bere preferisci il secondo, parla di vini, impara a far girare il vino nel bicchiere, annusa e se non senti nulla o quasi, inventa, basta che tu resti serio con quel viso che ha un sorrisetto di conoscenza esclusiva. Non parlare delle tue debolezze, mai, ti uccideranno attraverso di esse, se devi piangere fallo come per le poesie, in segreto. Non devi avere emozioni per cose che non emozionano gli altri, la lacrima dev’essere rapida e sparire altrettanto in fretta. Delle immagini forti, dì pure che sono un pugno allo stomaco, entusiasmati, ma per poco, alla causa di chi è sconfitto poi torna normale alle tue cose, non permettere che nulla ti cambi davvero. Scrivi poco che possano leggere tutti, manda molte immagini da condividere. Mostra la gioia tua e di altri, non avere pudore di mostrare chi ti è vicino, punta sugli animali di casa e se non ne hai vanno bene i tramonti. L’immagine dura finché non arriva l’immagine successiva. Devi produrre molte immagini, avere molti followers sui social, anche nell’ambiente di lavoro e di vita devi curare il piacere di conoscerti. Ricordati che non sono amici ma stabiliscono il grado di approvazione, di conformismo che possiedi. Nessuno di questi si chinerà per toglierti dal fango, anzi diranno tutti che lo sporco l’avevi anche dentro, per questo non devi cadere e devi fare attenzione alle pozzanghere, in particolare a quelle del pensiero di chi è più forte di te, di chi è più avanti nella scala dell’utile e può farti le scarpe quando vuole.

Non giustificarti mai: non ti ascoltano e sei più debole ai loro occhi, casomai costringi gli altri a giustificarti nei tuoi vizi e quando vai fuori della norma, per farlo devi avere qualità che lo permettano, cioè qualcuno che pensa di trarre vantaggio nel farlo. Non badare alla tua ignoranza, alla miseria dei tuoi principi, chi ti sta sopra è più ignorante e più furbo e di sicuro ha meno principi di te. Se qualche volta ti accade di guardarti allo specchio, guarda le rughe, non sentirti l’alito, non guardare dentro, troveresti un deserto puzzolente: sei tu, come ti sei fatto perché non hai voluto andare fuori dalle righe. Ti hanno pagato per questo, di cosa ti lamenti? E mi raccomando, considera che per costruire questa miseria hai ucciso tutto quello che ti rendeva diverso, è stata una fatica, non dolertene e passa a benzodiazepine più forti.

passi tra le foglie

sdr

Un indeterminato fulgore di sole, di nubi cariche d’acqua, di cenci di brezza, di alberi spogli e di stoppie. E righe d’acqua, riflessi color seppia nelle pozzanghere, dossi di terra smossa, colline puntute di rami. E foglie, ovunque foglie, di colori inattesi o esausti, mai banali, sovrapposte a mucchi. gioco di cani, smosse dal vento, appiccicate dalla pioggia. Foglie nei colori dei lecci e del frassino che riottosi cedono al vento magnificenze e invidia di stagione. Alberi rassegnati che ora mutano foggia e mantello prima d’offrirsi nudi alla stagione e puntare l’attesa dei rami. Foglie e nebbia, scricchiolare di suole, pedate, freddo e bruma che s’inerpica al cielo controluce e spande, trabocca pace. Tanto che il camminare nell’aria ormai fredda chiede ancora tempo. Per sé, per gli occhi, per il pensiero che si stende, per l’attesa lieve della prima luce della sera, per ritardare la notte e il molesto sogno di giorni uguali mentre qui tutto è diverso, mentre qualcosa di nuovo  s’appresta…

c’è dell’ altro, sempre…

Ripensando alle cause di non pochi insuccessi, alle strade sbagliate, agli errori compiuti, mi accorgo che non poteva essere altrimenti. Ero poco  furbo anche quando vedevo l’errore di strategia, quando non stavo zitto o non facevo le giuste riverenze e cosa poteva uscirne se non un andare addosso a qualche muro? Eppure ne ho conosciuti altri come me, non proprio uguali ma con la testa piena di fanfaluche, ingenui quando era la furbizia a dettare le regole, coerenti con la loro idea nei trasformismo imperanti, non disponibili a farsi comprare. Conosco anche gli altri, quelli che sono passati davanti, quelli che avevano chiarezza negli obiettivi, che sapevano cosa conveniva e come convincere. Di non pochi di loro avevo un giudizio. Sbagliavo, erano i vincenti delle loro vite.

Sarebbe sbagliato dire che non rimpiango nulla, ma rifarei quasi tutto. Almeno le scelte decisive. Per ritrosia o timidezza non ho accumulato amicizie importanti però quelle che ho ancora sono importanti di umanità e se nessuna cambierà i destini di una parte politica o di un paese, sono quelle che sono rimaste a prescindere. Poteva andare diversamente ma non erano le mie regole, non era quello che avevo appreso da chi avevo stimato. Questa parola, stima, si dovrebbe usare con parsimonia, darla a chi è un esempio per noi o a quelli di cui ci fidiamo. Non saranno mai esattamente come li pensiamo ma il loro riferimento agisce su di noi, ci aiuta ad essere noi stessi. Le persone che ho stimato non mi hanno mai tradito, pensateci bene, non è poco perché sono rimaste anche quando importante non lo ero più se mai lo sono stato. È una considerazione che aiuta a vedere meglio i fallimenti e i successi e se ancora oggi gioisco o sto male per qualcosa che riguarda il noi, significa che non tutto è stato sbagliato, che non ci si mette mai in disparte per davvero dalle passioni e dal cuore.

l’intelligenza del filosofo e del chirurgo

Hai l’intelligenza del filosofo e del chirurgo.

?

Vorresti quella del folle?

Qualche volta il dubbio mi è venuto, mi piace quello che ti sorprende perché la sua logica è diversa. Perché ha altre regole.

Magari è perché parla di sé parlando di te?

Nelle parole che esprimono il pensiero profondo, se tagli non resta nulla o quasi: solo pezzettini di carne viva.

Non resta nulla perché sono liberi

Oh si, e non hanno altra logica se non il riunirsi. Ricomporsi nella testa e nel corpo di chi ascolta e condivide. Corpo, mente e sentimento riuniti e interagenti: Spinoza banalizzato e glorificato nella prassi. 

Ti piacerebbe fosse così, vero? 

Certo, anche se in questo scomporre e ricomporre la parte ardua è ricomprendere qualcun altro e sentirlo come parte di sé da sempre. 

Questa è una intelligenza folle, perché si fida, si affida.

Anche l’amore fusione ha questa follia al fondo: ricostituire l’uno. Ricostruire due identità diversamente mescolate e interagenti. Tanto che poi ogni cosa sorprenda perché era conosciuta dapprima però non percepita. Non intuita ma sentita, con la libertà di mettere nell’altro la propria libertà.

Il folle sentirebbe già un tradimento. Però c’è un vantaggio: bisogna essere molto semplici.

Verissimo. La semplicità di cui parli è un punto d’arrivo. Un cammino che vale la vita.

Si, è un percorso. Anche amare è un percorso.

La chimica dell’innamoramento non dice nulla al riguardo, anzi glorifica la corsa.

Certo confonde le idee con l’onnipotenza e l’eternità, poi viene il resto, ossia il crescere comune perché si è investito assieme. Ma se l’amore è profondo, ha una intelligenza incredibile.

Si. Anche io credo nella sua autonomia.

Sembra un’offesa al sentimento ma l’amore ha la grazia del costruire e la forza della passione che vuole. È nel volere che si annodano i destini. E il filosofo e il chirurgo allegramente si parlano.

 

 

 

del sole si sa poco

C’è un bel sole e un vento fresco. La notte è stata monopolizzata da due sogni quasi incubi e il sonno poi se n’è andato scivolando in un inquietudine vigile.
Poi la luce e le abitudini rimettono in ordine le cose.
Forse avverto la stagione che cambia e che per me doppiamente cambia in quanto sto abbandonando i vecchi mestieri, le aspettative connesse, le abitudini consolidate. A volte avverto il senso del vuoto che prende quando gli orari e le cose non sono al loro posto e altre volte assale la scontentezza di ciò che viene compiuto. Sono tentativi del nuovo e credo siano assestamenti necessari per una fase che durerà a lungo.
Abbiamo sempre bisogno di un posto dove rizzare il corpo, una passione che lo spinga, uno sguardo che veda.
Rifletto su questo, sul concetto di pudore, sull’aprire la porta, sull’abbracciare.

Ci sono giorni che non sto bene con me, vorrei che ci fosse altro. Altro è una cosa indeterminata, una scontentezza priva di oggetto.
Altro e altrove esprimono una fuga dell’ impossibile da sé e solo entrando dentro e più a fondo si potrebbe scoprire cosa si cerca davvero.
A volte penso che l’insufficienza e il non accontentarsi si annodino, un difetto e un pregio ben serrati assieme, come accade nei desideri insoddisfatti che hanno una loro fiele che intossica l’anima.

In fondo la vita è così: una ricerca approssimativa basata su bisogni precisi e su molta ignoranza di sè e di ciò che ci fa felici. È per questo che se qualcuno ci chiede ragione della contentezza di un giorno di sole, si usano esempi in negativo o sensazioni. In effetti, come accade per noi, del sole si sa poco.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.