senza vergogna

Un paese senza vergogna. Lo fu a guerra voluta e perduta, lo fu nell’applaudire le leggi liberticide, poi nelle leggi razziali. Lo fu ridendo delle censure e applaudendo il potente locale o supremo. Lo fu quando sparivano gli amici e i conoscenti e veniva negata amicizia e conoscenza. La lotta partigiana, il no di Cefalonia e della divisione Acqui, le divisioni che combatterono accanto agli inglesi e americani per rifare l’Italia, furono il sussulto dell’onore, la riconquista delle libertà di pensiero prima che di azione. Poi pian piano è tornato il paese sonnolento, connivente e normale. Non è un giudizio morale ma la percezione che la società italiana abbia nuovamente dismesso degli argini, tolto delle virtù civili e sostituite con quello che esisteva anche prima, ovvero l’essere sempre con chi vince, glorificare il furbo, portare col sorriso il sottile disprezzo delle regole comuni.
Questo ha prodotto la classe politica che ci governa e non solo da ora. Ma quando leggo i sondaggi che danno la lega oltre il 32% e dilagante nel centro sud, mi chiedo dove sia la vergogna di chi è stato vilipeso ripetutamente in questi anni, dove sia la sua dignità se cerca il consenso di chi lo considera ancora cittadino di seconda serie.
I voltagabbana sono una realtà ma nelle famiglie un tempo si insegnava l’onore, si rispettavano le persone, si pagavano i debiti perché era un disonore non onorarli. Si teneva al proprio buon nome che nasceva dalle scelte e dalla coerenza.. L’ospitalità era un modo per sancire la propria presenza sociale, il poter dare misura di sé. L’uso del  potere almeno esteriormente rispettoso della legge, oggi ministri si danno vanto di non onorare leggi dello stato e ne ricevono plauso. Si gloriano di conservare nel potere, sottosegretari condannati in giudicato per bancarotta. E crescono nei consensi.

Per questo penso che si siano abbattuti gli argini e la vergogna dilaghi, non più sentita come tale, non più considerata una consapevolezza che abbassa lo sguardo e arrossa il viso.

voglia di andare a Trieste

A Trieste ci sono strade che partono in piano, hanno quell’aria di chi è distratto e bighellona seguendo un pensiero tutto suo,  quasi non ti riconosce tant’è assorto,  e se lo saluti, il tuo saluto si perde in un cenno e un mezzo sorriso. Si ferma e sembra non sappia cosa dire, salvo poi raccontarti di qualcosa che è accaduto. Forse eravamo assieme, ti dice, ma non ricorda. E prosegue, poi si ferma e ti saluta in fretta lasciandoti in mezzo alla sensazione di non aver capito nulla o quasi e se non l’avessi salutato, ti dici, sarebbe stato meglio. Intanto la strada non è più in piano, s’inerpica sempre più ritta e stretta e ti pare che sia quella giusta, ma non ne sei sicuro. Insomma sei ansante, in un mare di perplessità e sai che Prosek sta sopra di te, mentre dietro hai il mare. E lo guardi quel mare, ogni tanto, perché devi fermarti a prendere fiato, è un arco che sembra inghiottire acqua, che si beve tutto l’Adriatico, e il sole lo illumina radente da Duino a Muggia, e tu ti fermeresti a guardare, magari bere un bianco fresco con un po’ di formaggio e l’uovo sodo e il pane da sbocconcellare seduto a un tavolo tondo col piano d’alluminio, ma non c’è nulla di tutto questo, solo la salita, il sole, il mare e il monte. E tu ti chiedi dell’incontro di prima, ma soprattutto che ci fai da solo in questa salita che non finisce e bisognerebbe essere in due. Bisognerebbe non aver nulla da fare, non bisognerebbe pensare ed essere già arrivati perché è vero che il viaggio è il cammino ma tu qui ci sei venuto apposta e se nessuno ti aspetta ci sono i ricordi che ti accompagnano ma se invece c’è qualcuno in attesa, allora devi cancellare tutto: le sensazioni, quello che è stato e soprattutto quello che si è dissolto prima di essere. Per questo vai avanti e vorresti fermarti, metti da parte un desiderio, lo confondi in un tramonto che forse c’è stato, oppure no e non importa. E il passo si aggiunge al passo, finché arrivi a un piano e non c’è nulla ancora, nulla che assomigli a ciò che dovrebbe esserci, sarà un po’ oltre, sarà oltre la funicolare, sarà nel bar della piazza, ciò che è certo è che non sei, non sei nel posto giusto. Eppure è questo il posto giusto, dove sei è il posto giusto, avevi voglia di tornare a Trieste.

auguri e anche no

Oggi la cristianità è parata a lutto. È il tempo in cui la speranza è scemata e si è conclusa la predicazione di un mondo diverso con la morte del Cristo. È il giorno in cui un corpo è stato consegnato alla morte, un messaggio è stato apparentemente sconfitto. Pensate al Cristo morto, poi chi crede in Lui ne vedrà la resurrezione, altri si soffermeranno sul messaggio e sull’uomo, altri ancora faranno esercizio di furbizia e si terranno quella fede che serve perché non si sa mai. Non appartenendo a queste categorie mi colloco nella quarta ovvero in quella che non è indifferente all’ingiustizia, al prevalere dell’uomo sull’uomo, alla privazione della libertà, alla negazione dell’evidente vantaggio che chi più ha consegue nei confronti del povero. Il Cristo è morto, ma la parola prosegue il suo corso, pone domande che non possono essere eluse sulla giustizia, mostra l”evidenza dell’esistenza del male. Ovvero della privazione del benessere per alcuni, che poi sono maggioranza. Un morto non muore mai davvero se ciò che ha rappresentato è un punto di riferimento, un modo di vedere la realtà. Muore il corpo ma non ciò che esso ancora è.
In questi giorni ci si augurano cose indeterminate, bisognerebbe capire cosa vorremmo accadesse. Mi soffermo su questa dimensione dell’augurio: di sicuro vorremo che a chi ci è caro, noi compresi, accadessero eventi di normale benessere, che esso fosse un modo per stare bene nel profondo. Agli altri, con la gradualità che i sentimenti introducono, vorremmo fossero felici di essere dove e con chi sono. Qui gli auguri si rarefanno, diventano distanza, indifferenza. Possono rovesciarsi nel loro contrario ovvero diventare ostilità. Non si augura il bene a chi pratica il male, a chi usala religione come schermo per conculcare le speranze di altri uomini. Non si augura il bene a chi giura sulla testa dei figli perché quei figli diventiamo tutti noi e non vogliamo avvalorare ciò che non condividiamo. Per questo augurare non c’è spazio se non nella speranza che chi usa gli altri a fini propri, chi invoca un messaggio che va oltre l’uomo per giustificare ciò che fa, si ravveda. Per chi non crede, il Cristo è morto ma il suo messaggio resta, per chi usa il Cristo contro l’uomo è morto il Cristo e ciò che ha portato come messaggio.
Un tempo la distinzione la facevano i vescovi, era anatema ciò che usava il Cristo contro l’uomo, veniva detto il nome e ciò che era esecrabile, una candela accesa nelle mani di ciascun partecipante veniva rovesciata e spenta, oggi è tutto relativo, ma non il male e ciò che lo permette o perpetra.
Non mi resta che l’augurio per voi che credete che ci sia giustizia, che la felicità non sia un caso, che il bene è possibile, di giorni che siano come li desiderate e vi assomiglino. Di voi c’è bisogno nel mondo e della vostra ricerca della felicità.

Notre Dame brucia

Dobbiamo capire la nostra piccolezza, leggere i segni, avere le giuste paure e il sufficiente coraggio.

Brucia Notre Dame, il danno non è riparabile, potremmo dimenticare cos’era, dire: c’era, era bellissima, ma non c’è più. È accaduto tante volte, a Dresda, a Coventry, a Cassino, a Padova, a Berlino e in mille altri luoghi. Ma oggi non basterebbe perché dovremmo scordare cosa sta accadendo.

Ci siamo ubriacati di grandezza e tutto è fragile, noi siamo fragili come mai prima. La cattedrale verrà ricostruita ma non sarà lo stesso spirito che la costruì, a farlo. Ricostruire gli uomini e un loro senso comune questo è ciò che manca. Ciò che proviene dall’uomo, qualunque cosa egli creda, è un simbolo e un ringraziamento, all’esistenza, alla benevolenza che tiene insieme, a ciò che  permette di riconoscere gli altri uomini. Se Notre Dame avrà ancora lo spirito dell’uomo che si unisce agli altri, che si inchina di fronte alla sua misura, che capisce la sua piccolezza, sarà una chiesa, un luogo di gloria e di cuore, sennò sarà un monumento e testimonierà il vuoto che ci attornia, le parole senza significato, l’incapacità di vedere gli uomini nelle loro opere, ma senza tutto il bisogno che essi hanno di essere consolati, compresi, sanati.

quelli che hanno la mia età

Quelli che hanno la mia età,
o un’altra, non importa,
hanno creduto in cose sbagliate,
cosi s’ è perso l’ intuito del vento,
e hanno lasciato spesso, la realtà per i sogni.
Pareva, gli sembrava, e si sono raccontati storie.
A volte le hanno rivestite di nuovo,
si sono spesso detti, che solo gli stupidi non cambiano opinione,
ma intanto hanno continuato a sognare.
Senza chiedersi della consistenza dei sogni,
perché amare è spesso un sogno,
e anche sapere cos’è giusto gl’assomiglia,
ma sono sogni le parole che i poeti mettono in bocca agli amanti?
Oppure erano allora e adesso sono la coda del rettile,
lo stesso che risveglia l’alba assonnata,  e accoglie il nuovo giorno.
Sembra non ci sia grande differenza, a una certa età
oppure ad un’altra, tanto è lo stesso,
perché il discrimine era che il sogno avesse una possibilità,
e che gliel’avessimo data questa possibilità,
non come agli ideali che ciascuno tratta come l’amante,
le è fedele per necessità, perché senza di lei non sarebbe nulla,
o meglio, sarebbe una cosa,
un involucro senza speranza. E allora che fatica c’è?
Una sera, era il caldo delle elezioni di allora, alle finestre aperte,
alle televisioni in bianco e nero,
Berlinguer disse che era rimasto fedele agli ideali
della sua gioventù.
Mi parve, ci sembrò, che la cosa avesse un senso,
che così la vita avrebbe avuto il merito bello d’essere vissuta.

paziente il nuovo attende

Si affollano le sensazioni, il ricordo di certo è creativo ma distilla ciò che è rimasto e lo ricompone. Spesso ho parlato di occasioni perdute, di tempi circolari, di treni che passano eppure non sono mai gli stessi. Tutto sembra vincolato, avere una direzione, non è così il ricordo che può esplorare ciò che un tempo non era maturato e neppure evidente, ma se un profumo, un colore, un pensiero è rimasto assieme a una situazione, quello è diventato noi. Un allocco lo scambierebbe per ricordo ma è proprio quello che ci ha mutato eco ha resi differenti da prima. Così la possibilità non volta, l’esitazione si aggira perché anch’essa ci ha mutato con un sovrappiù che non era compreso nella nostra scelta, ci chiede di essere ripetuta. Diversa e in altro modo ma chiede di essere vissuta, di radicarsi e cambiare quello che di noi sarà disponibile ad essa. È bello pensare che non finisce, che le nostre vite aprono in continuazione la porta al nuovo. Se ci pensate, le persone longeve e serene hanno seguito ideali, si sono innamorate, magari più volte, hanno commesso errori e fatto cose impensate assieme a quelle piccole, apparentemente, che erano la vita di tutti i giorni, hanno assunto il rischio di vivere come una gioia rivolta a sé, un farsi che non ha fine. Le loro vite si sono protese sul nuovo senza dimenticare il bello in cui vivevano e ciò che li aveva costruiti, credo sia questo il senso del tenere assieme chi siamo, le età, i ricordi, il nuovo che senza di noi non potrà essere.

abbiamo buoni motivi

Tutti abbiamo buoni motivi,
per una disattenzione o un diniego,
nessuno conosce la stanchezza che portiamo appresso,
così anche il bene si stanca,
anche se poi si riprende.
Più libera è la creanza
che permette di pensare ad altro,
nel dire e nel fare senza sostanza,
ma spesso l’altro pensiero siamo noi
che abbiamo seri crediti col mondo.
E basterebbe un dono senz’ occasione,
una parola inattesa praticata con allegria,
per sovvertire il buio,
rendere possibile il difficile,
risibile lo scontato.
Basterebbe attendere oltre la fretta,
leggere tra le righe e non chiudere il cuore.
In ogni diniego c’è una stanchezza,
un malessere taciuto,
un tempo non sincronizzato e una pazienza perduta.
Se davvero guardassimo attorno vedremmo,
nel verde già nato,
la stanchezza del mondo
che nel silenzio si chiude,
di bellezza ammantato.

vorrei parlar d’amore adesso

Vorrei parlar d’amore adesso,
di quello quieto e anche dell’altro che urge, brucia e ustiona.
Vorrei dire che un passo,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto, acquisito e fatto,
ed ora è dolce l’amore pur nel tempo di paura.
Vorrei dirlo, e tra le mani rigiro il vaso del mio fragile sentire,
è porcellana esile e sottile d’un rosso color cuore,
se la agiti piano si senton le parole pronunciate,
quelle trattenute, quelle pensate e poi svanite,
che suonano nel tintinnio dolce degli amanti,
parole che sperano ancora come nulla mai altrove riuscirebbe,
ma si lamentano d’ogni assenza, del vento ostile,
nell’ aria dolce di primavera.
Nulla dice che avanti qualcosa sia mutato,
che quel passo sia compiuto,
e come in ogni tempo di bufera i corpi stringono i corpi,
nell’altro cercando l’unica certezza che li vorrebbe oltre il tempo, soli,
ma il pensiero che pur spera già non muta e tace.

buon compleanno Papà

Sono 105 gli anni e ci sei. Non cambierei una parola a quanto scrissi, ne aggiungerei per raccontarti cose belle e vita, difficoltà e tempi difficili per questa Italia. Ma ti parlerei di noi principalmente, e lo faro. Continuerò a farlo come sempre.

Avatar di willycoWillyco

Oggi compiresti cent’uno anni, ne hai potuti compiere poco più di metà. E’ stato un peccato per tutti. Ho pensato spesso a tuo padre in questi mesi, al Nonno. Alla tua nascita in Germania, al rientro concitato di tutti voi, al fatto che poi Lui sia morto troppo presto per Te. Anche per noi è morto troppo presto. Bisognerebbe che ci venisse lasciata la possibilità di decidere quando è ora di andarcene e invece questo non ci è concesso. E’ una banalità ripetercelo, e comporta una serie di conseguenze sul vivere il presente, ma non impariamo mai. Neppure Tu hai imparato. Ho pensato a quanto ti sia mancato tuo Padre, al ricordo che ne potevi avere, Tu così piccolo quando morì, ai bisogni che sono rimasti senza risposta. I tuoi occhi azzurri avevano dentro sia la malinconia che il sorriso. Non parlavi molto, però le tue parole erano ricche di…

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Il limite

Conosco il limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
incerta per conoscere il bruno della terra che ricopre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure su come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore, potrei dire.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità,
ma parlo a me che traccio mentre cammino
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.