piccola patria

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Molti, quasi tutti, vanno in bicicletta o a piedi: studenti, avvocati, professori universitari, professionisti, artigiani e massaie. Altri in suv. Ma quelli sono commercianti, persone in cerca di evidenza facile, nobili più o meno decaduti con palazzo in centro,  personaggi con capitali strani, foresti. La città storica è piccola, si percorre in mezz’ora, ed è un gusto andarci tra portici, piazzette, caffetterie e tavoli all’aperto, monumenti e palazzi. Molti palazzi e monumenti, che si sovrappongono come nei dipinti del ‘300, che trovi nella basilica o nel Salone, ce n’è uno di Altichieri da Zevio, bellissimo, nella cappella del beato Luca Belludi, che mostra il Santo e la città zeppa di case, con quella prospettiva piatta che dà un senso di folla curiosa e un po’ meravigliata, solo che non ci sono persone ma palazzi, strade, piazze e torri che si accalcano entro mura turrite. Una sorta d’isola in mezzo a una campagna che accoglie e converge come un abbraccio. Dentro le mura del ‘500 è un addensarsi di case e se si vedono dall’alto, a malapena si indovina il cardum e il decumanum romano, perché la città c’era prima di Roma e perché non fu mai un accampamento, e così le strade si muovono a raggiera, a ellissi larghe, ristrette dai portici, ma anche allargate da essi per chi cammina. Ci sono strade in cui pedoni e biciclette si mischiano allegramente, altre in cui c’è un caotico flusso che dipende dalle ore e dagli spostamenti, le auto sembrano in più, servono per tornare a casa quando si è andati distanti, ma poi il piacere è muoversi con la fretta che consente un corpo. Non sono mai sufficienti le rastrelliere per le bici e le piste ciclabili stanno decadendo da quando è arrivato un sindaco che non capisce perché foresto, che sente le ragioni dei commercianti e molto meno quelle di chi non vota, come gli studenti. Qualche anno fa proposi al rettore di fare un campus per la facoltà di medicina fuori città, mi rispose che non era il caso e che l’università era un campus urbano come accade ad Oxford o Cambridge. Aveva ragione lui sul campus, del resto quasi 70.000 studenti non sono pochi in una città che ha 200.000 abitanti, ma aveva torto pensando che fosse come nelle città inglesi dove è l’università la principale struttura urbana e il centro di pensiero anche economico. Qui, come a Bologna, ci si vanta dell’università, ma poi si pensa ad altro, spesso la si sfrutta. L’alma mater è al più matrigna per l’ industria e indifferente alla tradizione commerciale millenaria. Una economia miope e spesso arrogante oltre che lagnosa, fatta di parole e poca generosità. Non è un caso che gli ultimi benefattori si siano estinti nei primi anni del secolo scorso, questo ci dice che dopo lo splendore degli anni della repubblica e del principato, la lunga dominazione veneziana non ha generato una stirpe di munifici ricchi, ma circoli chiusi e gelosie. Eppure c’è un’aria che altrove non si trova. Non quella inquinata che si respira, ma l’idea che possa accadere qualcosa di grande, di bello, di adeguato a un destino che punta in alto. Questo non vedere l’alto è tipico di chi guarda con troppa attenzione ciò che vende e più per il guadagno che per la sostanza, ma mi ostino a pensare che in un qualche momento ci sia chi comincia a guardare innanzi e vede che la civitas è un insieme unico se ne facciamo parte non se si vive di rendita. E’ chiaro che sono di parte, amo troppo questa città, ne ho la sensazione tangibile quando ci cammino, quando vedo luoghi in cui sono cresciuto e che hanno acquistato la giusta dimensione capendo col tempo, cosa si è pensato e cosa c’è stato tra queste mura, ma non è solo un amore fatto di appartenenza, è il piacere di tornarci, unito alla capacità di vedere difetti e limiti. Da molto tempo l’industria delle lapidi per gli uomini illustri langue, con fatica si trovano qualità importanti per dedicare una strada, le stesse glorie accademiche si sono rarefatte. Come per gli uomini, le città vivono se si aprono, se guardano lontano, ora il periodo è indeciso tra una micragnosità di piccole ricchezze tenute strette e il volo di chi vorrebbe un respiro possente che indichi al mondo che di cultura, di ricerca, di saperi, di scoperte ci si alimenta e vive. Quando ci penso mi dico che finché ci saranno biciclette e persone che vanno a piedi c’è speranza che questo vedere prenda il sopravvento. Lo so che è così, perché chi cammina ha tempo per pensare e chi pensa riesce a vedere oltre, ha una meta, che è non solo la strada su cui cammina.

il tempo di Greenwich

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In un libro di Nicola Lisi, diario di un parroco di campagna, si parla della vita che si svolge in una piccola comunità. Le feste religiose, i residui pagani, le credenze, le nascite e le morti. I fatti singolari si estrapolano da una sequenza di consuetudini acquisite non si sa come e tutto procede in una atmosfera sospesa. Anche i sentimenti sembrano solo personali e privi di effetti di mutamento e così il magico e l’inconsueto sono temperati, quieti . Tutto fa parte delle giornate che iniziano con un risveglio e finiscono con un riposo. Giorni tutti uguali che al più sono rischiarati dal loro grigiore da un senso d’attesa che qualcosa accada. Appena oltre i confini della parrocchia e del paese,  succedono cose differenti e importanti, ma di queste arriva solo l’eco e raramente l’effetto. Questa era la condizione vera del mondo fino a 70-80 anni fa, e la tentazione del dotto o del protagonista era la vita quieta e l’estraniarsi dalle cose, proprio come accadeva nelle vite usuali, ma per scelta non per condizione. Poi le vite si dividevano tra vite immote e vite mobili, tra un tempo locale e un tempo universale. Ma di quest’ultimo tempo arrivava ben poco nelle case delle persone comuni, c’era al più qualche notizia da commentare, ed essa restava rigorosamente separata dalla gestione delle vite nel loro svolgersi abituale. Quindi c’erano due tempi che non coincidevano, e neppure spesso si toccavano: uno in cui si viveva e i cui non avveniva praticamente nulla e uno in cui avveniva molto ma che di fatto raramente riguardava le vite dei singoli. Anche i gravi sommovimenti storici, le guerre, gli eventi naturali catastrofici entravano nella memoria ma non mutavano le vite se non le riguardavano direttamente. Mia nonna ricordava il terremoto di Messina, ma questo non le aveva mutato condizione o destino personale visto che non era li, cosa che invece fece la prima guerra mondiale. Voglio dire che una sorta di impermeabilità del tempo vissuto nella propria vita rispetto al tempo dei fatti e del mondo era naturale quando non emergeva una correlazione diretta tra le notizie, i fatti e il vivere usuale. Ci si preoccupava di se e di ciò che accadeva in un raggio molto ristretto di metri, al più qualche kilometro, il resto era curiosità. Oggi che abbiamo la possibilità di conoscere molto di ciò che accade,  che possiamo viaggiare con facilità, che siamo immersi nelle notizie, stranamente l’influsso sulle vite personali di ciò che accade non è mutato di molto. Viviamo apparentemente in un villaggio globale, ma la dimensione è quella della casa, di ciò che faremo tra qualche ora, in un fine settimana, tra qualche mese. Viviamo in una penombra serale che ha in se nostalgia e quiete e la percezione del mondo non agisce sui fatti e sulla possibilità di incidere sulle loro conseguenze, ma solo sulla distinzione se essi ci riguardano o meno e comunque ci penseremo domani. L”esortazione di John Donne sul non mandare a chiedere per chi suona la campana è ancora pienamente inattuata. Sappiamo molto ma non espandiamo il nostro tempo e così  si deve ridurre la conoscenza, toglierle importanza fino a ridurla a un brusio di fondo che genera un’inquietudine costante. Viviamo vite inquiete perché il nostro tempo non coincide con il tempo del mondo, perché ne sentiamo la minaccia ma non interagiamo con esso. Allora la domanda diventa non tanto dove sono, cosa capisco, ma piuttosto: ciò che accade mi riguarda? E cosa davvero mi riguarda?

Linimenti

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Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie un particolare. In fondo la parola si confonde e l’alleviare è il curar di sé dell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levarsi. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

Arriva

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Il calendario di Internazionale per dicembre offre un’ immagine ammiccante, il contenuto della rivista lo è meno. Ammiccante, intendo. Per natale si mobilita la musica classica, meglio i cori di voci bianche, le canzoni austriache e le carole inglesi, i violini, e le trombe. Davanti ai municipi, abeti pieni di luci led, nelle strade del centro storico (le periferie restano tali anche a natale) mercatini a spaglio, case di babbo natale, ridde di cianfrusaglie e di biologiche amenità: le regioni in Italia sono soprattutto gastronomia e finto artigianato. Un tempo c’erano gli zampognari, qualche pecora per fare scena, bancarelle di torroni piemontesi in pezzi grandi come massi di granito, molti dolci, colorati con tutti gli E xxx proibiti. Panettone Motta o Alemagna, entrambi con uvetta e canditi e grandi discussioni sulla differenza, freddo intenso, un enorme salvadanaio per il pranzo di natale dei poveri, chiese piene la notte della vigilia. Gli: Speriamo nevichi la notte di natale. Canti tradizionali alla messa di mezzanotte. Senso di caldo, di famiglia, di accoglienza. Ho cantato così a lungo nei cori che quei canti sono per me il segno del natale esterno, e li sento in testa anche ora.

Poi le cose sono cambiate, in edicola, specchio del mondo e delle abitudini palesi o segrete abbondano i numeri speciali delle riviste che un tempo erano sexy ed ora sono solo noiosamente patinate. Nella carta e nelle foto. S’assomigliano tutte, ripropongono ciò che è stato fatto nella stagione del caldo, pelli ambrate e levigate, risposta al gusto medio del desiderio, cose già cucinate e cibi da frigorifero: trist’eros. Accanto ai settimanali, molte riviste di dolci: stiamo diventando o obesi o frustrati, spesso contemporaneamente. Dalle mollette penzolano cd che riemergono ogni anno con le stesse canzoni. Classici e anche in questo caso, anticaglia e fondi di magazzino.  Del resto anche i negozi, sono già in sconto, e ripropongono, ancora una volta i classici, cioè l’invenduto di un anno fa. Di tutto questo ci si può fare una ragione, arrivare persino a sopportare la ressa, la retorica delle parole, i buoni sentimenti di chi è violento tutto l’anno. Per qualche giorno ci sarà una tregua e allora accettiamo le carole senza freddo, le case senza bambini, le strade senza i gruppetti che cantano la chiarastella. Accettiamo le settimane bianche con le ragazze che si abbronzano in paesini da fiaba carichi di neve. Accettiamo anche il cine panettone, basta non andare a vederlo, le candele elettriche, le fiamme nei camini e le grandi tavolate festanti. Accettiamo che i poveri ci sembrino meno poveri, anche se non è vero. Accettiamo che quello che arriva sia di plastica, che l’amore sia senza erotismo e magari senza amore, che ci sembri di vivere in un paese felice. Accettiamolo a tempo, per uscire dall’angoscia di non sapere che fare. Vedo i calendari dell’avvento nei negozi, altra abitudine che non era nostra, ma ciò che mi chiedo è cosa aspettino quelli che li comprano. Ecco, se c’è una risposta questa domanda, tutto il resto si può accettare. 

espunti dalla realtà

Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.

I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria.  Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. La crisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.

Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?

Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.

un addio è un addio, oppure una perdita di sé?

” Davanti a lei c’era il solito viso giovane di Senkichi, ma non aveva il fascino oggettivo che si può provare per il corpo di un uomo al quale ci si comincia ad abituare. No, era un fascino magnetico, sempre più ambiguo, sempre più totalizzante. qualcosa in lui l’aveva rapita e non sapeva se sarebbe riuscita a separarsene. La sua voce, un gesto banale, il suo sorriso, un’abitudine insignificante come la smorfia esitante che faceva ogni volta che accendeva un fiammifero e ne ammirava la fiamma… Non poteva lasciar andare tutte queste cose che, soprattutto da quando avevano iniziato a convivere, si erano incollate al cuore di Taeko come vischio. Se qualcuno le avesse estirpate con la forza, la sua pelle si sarebbe lacerata fino a sanguinare. ”  Yukio Mishima. La scuola della carne. Feltrinelli

Taeko, la donna, ama e si lascia prendere dal fascino e, man mano, trasforma la presenza dell’amante in vita propria. Appartiene e la sua libertà evolve solo in relazione all’altro finché coincide con l’appartenere. Ma Senkichi non ha lo stesso sentire e ha una libertà che non corrisponde con eguale appartenenza, ha vita propria, e Taeko, mentre dipende sempre di più, lo capisce. Oppone desideri, destino proprio, ma solo nella sua mente, in realtà tutto è a due e vorrebbe un’ attenzione assoluta, essere libera di appartenere ed agire in conseguenza. Non essendo così, si lascia andare all’obbedienza, si conforma agli ordini erotici, modella la sua vita su quello che le viene chiesto, immagina una conclusione comune come libertà condivisa, ma sente che l’altro vive più vite e lei è solo una di queste. Di questo colloquio con l’amato, molto avviene nella sua testa, anche la richiesta di rassicurazione continua per timore della perdita che sarebbe perdita di sé, è implicita. Chiedere troppo potrebbe implicare l’addio. Teme la fine dell’amore come fine propria e il dolore fisico indicibile che ne conseguirebbe, è sul crinale, ha paura, non rompe l’incantesimo e quindi non può andare per proprio conto, deve procedere.

Se qualcuno vuol sapere come va a finire meglio legga il libro, a me interessa capire perché una cultura così differente dalla nostra com’è quella giapponese e in autore così imbevuto di tradizione come Mishima, diventi tanto simile la paura dell’abbandono nei suoi effetti. L’abbandono non ha sempre avuto la stessa fisiologia in occidente, in epoche, anche recenti e attuali, dove le migrazioni sono frequenti, c’è quasi un’inclusione della modalità del lasciarsi nell’ordinato evolvere delle storie amorose. Prima per una necessità che era immanente, dettata dalle cose, ora per una sorta di termine dei vincoli. Per cui è anche strano che questo sentire si sia portato, intatto nel dolore che provoca, nelle vicende di una società come la nostra, più leggera nei contenuti, meno vincolata. Diminuendo i vincoli sociali e religiosi legati al contratto matrimoniale e alle storie amorose era sembrato inizialmente che i sentimenti perdessero incrostazioni, fossero più naturali e liberi, che le storie avessero un evolvere che tralasciava gli assoluti e puntava sulla realtà. Come vi fosse finalmente un primato dell’amore, soprattutto nella sua eguaglianza di sentire e che il resto assumesse man mano la consistenza degli obblighi e della loro soluzione sociale. Invece non è stato così e pur essendo diverse le situazioni in occidente a seconda del contesto nazionale -ciò che è normale in un paese protestante sembra non lo sia in un paese cattolico- l’amore ha evidenziato la difficoltà di essere simmetrico e ha forse accentuato il dolore dell’abbandono. Più libertà ma non eguale, più dolore nell’abbandono, ma non eguale. A ben vedere tutto come prima. Quindi una fisiologia dell’abbandono e del dolore connesso non si è sviluppata. E non parlo delle grandi storie d’amore, ma della quotidianità dell’incontrarsi, amarsi, tenere assieme l’amore, oppure lasciarsi. Che questo accada in ogni cultura, anche se in modi, e credo con intensità differenti, rendono l’abbandono un punto fermo di analisi. A partire dall’abbandono (o dal suo non esserci) si arriva alla tipologia d’amore. E qui, ancora, oriente e occidente si incontrano, l’appartenenza e il sono come tu mi vuoi, è dipendenza, snaturamento del sé. Ma se si chiede a chi percorre questa strada, ci si sente dire che questa libertà consegnata all’altro è prova dell’amore e ancor più è dono assoluto. Piegarsi diviene facile se l’insicurezza di essere amati è alta, eppure in tutte le altre manifestazioni del vivere la vita sembra continuare con gli stessi principi di prima, è solo in quell’ambito che non ci sono più resistenze. Se in una storia non c’è simmetria, qualcuno rincorre perennemente e oscuramente sa che l’abbandono è già compreso nell’inizio, quindi ciò che si vorrebbe, indipendentemente dai sistemi culturali in cui si è nati, è che quel destino fosse rovesciato, che non fosse vero. Così Taeko, immagina evoluzioni cruente e comuni, non riesce a vedere un futuro felice e trasferisce alla passione asimmetrica il compito di far coincidere con un dolore/piacere, il destino comune. Manca un’ ipotesi dell’abbandono come evoluzione della storia amorosa, anche come sintesi di realtà, come passaggio/nascita verso qualcosa di nuovo che sia maggiore perché comprende una crescita. Il dolore come riconquista del reale e di sé, l’amore come qualcosa che mentre segna le vite, le spinge avanti, fa desiderare un nuovo assoluto. Manca questo pezzo nella cultura e quindi ciascuno lo elabora come meglio crede, trova una soluzione oppure implode in ciò che non stato. E questa singolare comunanza rovescia l’analisi: per sapere chi siamo e come saremo amati dovremmo capire perché l’abbandono pesi così tanto in noi come paura assoluta. Anticipo di una solitudine, questa sì assoluta nel nostro vivere, una incompletezza a trovare l’altro e quindi a sentirsi amati per davvero. Manca una educazione ai sentimenti, e questo è così poco naturale da far presupporre che sia un’area lasciata intenzionalmente vuota, come se nell’infelicità degli uomini ci sia un esercizio di potere.

L’immoralista

Ci sono punti di saturazione, anche alla protervia, all’insipienza. Tutte qualità di chi ha troppe certezze, o forse altrettante debolezze da occultare. Sarà l’insofferenza a far ordine e così considero tempo perso commentare ciò che accade attorno, come se l’evidenza fosse di per sé esplicita.  E penso che chi scivola via indifferente, non coglierebbe comunque e chi invece s’accanisce, sul particolare mostra simmetrica debolezza. Lasciamo che il pubblico faccia ciò che deve e riposiamoci nel privato, che per chi ha conosciuto altri tempi, sa che quanto più ci si mostra tanto più diviene impudicamente pubblico, ma avverrà non nella sostanza, piuttosto nel gossip, nei recessi dove non si vorrebbe, nei retrobottega delle imprudenze per troppa sicurezza e presunzione d’impunità. Ci sono pochi ingenui, molti furbi, parecchi impuniti e corrotti, già questo basterebbe a far  pensare che sia l’illegalità e la corruzione il vero male di questa Italietta, e che non si prendono provvedimenti veri è perché sembra, oltre i casi eclatanti, che colpire i furbi sia una categoria mentale da moralisti, vecchi sognatori, noiosi. Eppure ciò che genera il brodo in cui nuotano le corruzioni è la furbizia perché per il furbo non c’è una legalità o un limite nell’impossessarsi di qualcosa. E quindi si esercita con facilità a partire dalla cosa di tutti e quindi, sembra, veramente di nessuno. È li, a disposizione del furbo, basta togliere qualche piccolo impedimento fuori tempo ed è sua.   Per questo non ho nulla da dire, sappiamo tutto tutti, ma se questa conoscenza non diventa esecrazione quotidiana, a partire dalle piccole cose, non sarà educazione al bene comune e quindi si lascerà alla magistratura il compito di colpire l’evidenza talmente evidente da non essere ignorata, ma è solo la piccola parte emersa di un iceberg che non muta quello che sta sotto.

spiegazione che si può tranquillamente saltare

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Due giorni fa ho pubblicato dei pensieri in sequenza, senz’altro legame che non fosse il succedersi cronologico. Non era esplicito ma mancando una tesi e una conclusione, ricomporre la frammentarietà era affidata a chi leggeva. Si potevano scorrere le parole come dei frames, abbastanza banali, di proposizioni e archiviare il tutto, oppure potevano essere evocativi di sensazioni e convinzioni proprie sino a una conclusione o meno. Cioè la storia tra le slides può proseguire oppure no, a scelta, perché ognuno di noi ha una propria storia in un campo così abusato come quello dei sentimenti, ha delle convinzioni, dei luoghi personali e dei luoghi comuni. Ma perché poi dovrebbe leggerla in parole d’altri? E a che serve questo scrivere che vorrebbe far scrivere il testo in chi legge più che esporre il proprio testo?

C’è un antefatto e un postfatto.

Racconto l’antefatto. Ho riletto alcuni miei vecchi testi sparsi tra carta e altro, anche su questo blog. E, checché se ne dica, scrivere è una buona misura del comunicare a sé. Anche in altri modi di espressione si vede il cambiamento di interessi, il modo mutevole di vedere il mondo, gli apprendimenti che diventano sostanza. Accade nelle arti visive, in quelle plastiche, nella musica, ovunque ci sia espressione. Succede anche nel lavoro non tayloristico o burocratico. Però nella scrittura è più evidente e così rileggendomi in poche cose, però distanti, ho visto un’ attenzione diversa. C’è stato un tempo della ricerca della sintesi, un tempo di parecchia condivisione musicale, un tempo ricco di descrizioni, un tempo di ricordi, un tempo ermetico. E così via. Ma ora che tempo è ? Mi sono chiesto. Certamente un tempo di passaggio importante, di cambiamento (si cambia a qualsiasi età dipende come), dove tutto è molto più orizzontale, alcune cose sembrano capite e assestate, altre si sono aperte e non si capisce bene come evolveranno.

Il post fatto è che allora mi sono chiesto, non se continuare a scrivere, questo è un mio piacere e necessità, ma se farlo, e come, in pubblico. Avendolo fatto da sempre per mio conto, la considerazione è che non potrei che essere me stesso ovunque e riflettere ciò che sono ora. Ma adesso qual’è la differenza tra ciò che resta privato e ciò che è pubblico. Il pudore del sé profondo, cosa contempla in questi casi? Come nelle conversazioni, si è maggiormente espliciti a seconda che si sia tra amici oppure tra conoscenti o ancora diversamente tra estranei. Ma in questo contesto ho qualcosa di più (e qualcosa di meno, ovvero il contatto fisico) a disposizione, cioè posso dire, raccontare e ascoltare senza troppi vincoli di forma, grammatica, sintassi, regole, tempi, purché vi sia un senso. Almeno per me. Essendo poi un viandante, sarei portato a raccontare. Ma ora, in assonanza con quello che mi accade, sento che la mia scrittura pubblica muta, che c’è un bisogno di ascoltare finché parlo. La scelta potrebbe essere quella del silenzio. Si chiudono tantissimi blog ogni giorno, e altrettanti restano fermi a una data. Quando ci capito sopra mi chiedo cosa sia accaduto, come sia mutata la vita di chi scriveva e se c’è stata una corrispondenza, mi chiedo come sia proseguita la vita. Dove sia, cosa faccia, per alcuni mi chiedo persino se sia felice. Credo ci siano tantissime interruzioni nelle nostre vite, reali o virtuali, che molte conoscenze restino sospese, in attesa, e per chi non ha notizie questo sapersi, cristallizza al momento in cui c’è stata l’ultima comunicazione, al più con una prosecuzione logica immaginaria. Ma il tempo è andato avanti diversamente e la vita vera sarebbe ben più interessante dell’immaginazione, per questo mi piace ascoltare, per riempire il tempo di chi si è fermato, per dare a un frame la possibilità di diventare una storia.

Sembra mi sia perso. Mi piace perdermi e mi accade spesso di guardar per aria, ma in realtà mica ci si perde: si imbocca un’altra strada, ci si segue. Ed io vorrei conformarmi a ciò che sono ora, al bisogno di ascolto e al tempo stesso dire in maniera diversa ciò che mi sento di comunicare. Non so cosa ne verrà fuori. Portate pazienza, o anche no, dipende dall’interesse che avrete per come andrà a finire. E giusto per contraddirmi, una cosa ho capito in questo tempo in cui poco è certo: che non finisce mai.

gufo di sera

Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.

Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.

notturno blues rap

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.

Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza, 

ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.

E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,

nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa, 

tace il cane, chi sarà ?

E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,

da chissà chi si scapperà? 

Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,

ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.

servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,

finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.

D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,

bello, nuovo e colorato,

tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,

la mattina verrà presto, ma molto non si combinerà,

Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità, 

oggi piaccion gli animali che leccano a comando

ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.

Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,

ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome

e riposar non si potrà .

Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,

c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà. 

Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,

noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.

E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità

abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,

ma forse non verrà.