verde

IMG_1025

Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

odio gli indifferenti

Tutti abbiamo avuto un insegnante che ricordiamo perché, a suo modo, che poi è diventato anche nostro, ci ha mostrato un modo affascinante di vedere il mondo. E del mondo ciò che poteva contenere.
Tutti abbiamo avuto un insegnante stronzo, una carogna che ci ha obbligato a studiare, che ha lasciato prima ferite e poi tracce, che non ci ha portato ad amare ciò che dovevamo studiare ma ci ha obbligato a far fatica.
Entrambi ci hanno insegnato a vivere, ci hanno fatto amare oppure ci hanno fatto odiare, ma entrambi i sentimenti ci hanno portato dentro le cose, dentro di noi.
Poi ci sono stati gli indifferenti, quelli di cui non ricordiamo nulla, quelli che hanno vissuto in un universo parallelo al nostro dove non si sentiva nulla. Questi non erano un incidente del fato, ma parte di un sistema di cui noi, studenti, non capivamo nulla. Non so come li giudicassero i presidi, non so quali fossero i loro problemi, perché insegnassero, perché la vita li avesse resi indifferenti a noi.
Non eravamo stinchi di santo, non avevamo voglia di far niente, ma eravamo creta che induriva.

Eravamo un soggetto oggetto che forse in qualche modo c’entrava in quell’ambaradan intellettivo ormonale che permeava le aule, eravamo soggetti sporchi di poesia e disponibili al confronto. Ecco questo non so se c’entri ma credo che ogni riforma della scuola dovrebbe considerare come importante questo climax scolastico/vitale. Perché tutto a quell’eta può avvenire, ma quello che avverrà dopo può essere influenzato in modo tale che quello sia un inizio a vivere oppure il momento dell’inutilità. E in questo caso resterà un rimpianto, un buco, una ferita che tutta la vita non riuscirà a sanare. Semplicemente perché non sarà più possibile riviverla quell’età, anche se tutti, in vario modo, ci riproveranno.
Ecco una riforma della scuola è una riforma dell’età di chi imparerà forse a vivere e dovrebbe contenere un fine e un metodo per raggiungerlo, e il rispetto di tutti gli attori che ne saranno interpreti e protagonisti. Ma degli indifferenti no, perché non serviranno a nessuno. Neppure a loro.

cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

Equamente retribuito, legale, di tutti

La pretesa equità delle politiche che dovrebbero risolvere il problema della miseria della condizione giovanile assieme a quello del debito accumulato, dei privilegi acquisiti in forma di diritto, della geronticita progressiva del Paese, si rivela come insufficiente, priva di prospettiva, calata sull’annuncio. E priva di effetti reali, quindi. C’è un principio che si dovrebbe rispettare sempre: quando si enuncia un problema si deve indicare una soluzione e il risultato atteso, tempi compresi. Senza presunzione di intelligenza, vorrei indicare nell’ordine, l’ambito di intervento:
Privilegi da smantellare subito, in particolare partendo dall’alto.
Equità progressiva a partire dal basso, ovvero definizione del reddito minimo vitale, che però deve avere un corrispettivo di doveri verso la comunità e suo finanziamento attraverso una patrimoniale sulla ricchezza reale e l’emersione dell’evasione.
Lotta all’evasione, senza sconti e con la previsione del resto penale.
Legalità come prassi e priorità d’intervento dell’investimento pubblico e del controllo del territorio,
Un piano di sviluppo del paese che indichi le priorità, gli ambiti di crescita e gli incentivi per chi fa incrementa davvero occupazione ed economia.
Tutti questi temi sono il cambiare verso vero, cioè rompere con il passato e il presente, dare un obbiettivo ai giovani e all’intero Paese.
Con l’augurio che il primo maggio per il lavoro sia ogni giorno, buona festa a tutti quelli che credono che l’Italia deve essere una repubblica fondata sul lavoro giusto, equamente retribuito, e di tutti.

la volontà della speranza

Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato  per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.

 

di necessità, virtù

Renzi può piacere o non piacere, ma è indubbio il suo talento politico unito a una buona dose di fortuna. E, aggiungo, di ingenuità e insipienza degli avversari. Il criterio del simpatico o antipatico in politica non è un valore che determina il risultato dell’azione del politico. Lo adoperò a suo tempo la Serracchiani per motivare il suo appoggio a Franceschini, ma non diceva nulla di particolarmente intelligente, casomai esprimeva un calcolo, una convenienza. Il fatto che Renzi non abbia antagonisti deriva dalla mancanza di un vero leader giovane che abbia idee forti e diverse, eguale carisma e rappresenti una reale alternativa a sinistra.

Per chi? Per la maggioranza del PD e dell’elettorato di questo Paese che non è notoriamente di sinistra.

Quindi una persona che almeno equivalga Renzi e renda accettabile un mutamento in senso egualitario e legale del Paese. Un leader con un progetto innovativo che affronti l’intera agenda sottaciuta da Renzi: conflitto d’interessi, corruzione, legalità, sprechi, beni comuni, diritti della persona, ruolo del lavoro e dei lavoratori a partire dai giovani, welfare, privilegi da togliere, evasione fiscale, piano di sviluppo economico del paese, etica e moralità in politica e nella società, legalità.

Assieme a questo progetto è necessario indicare gli obbiettivi, con le relative scadenze, non agire di conseguenza ma precedendo, far percepire il cambiamento, ripensare profondamente di ruoli e di poteri, anche nelle parti già indicate da Renzi, che su questo ha avuto un’ intelligenza particolare, come sclerotizzate e comunque garantite dell’universo della sinistra storica : sindacati, elités di occupati, diritti senza lavoro corrispondente, gestione dei servizi, scuola, ecc. ecc.  

Sinora questo leader non è emerso e l’atteggiamento delle minoranze è a volte succube, incoerente tra enunciazioni e fatti, spesso arrogante, sempre lamentoso.

Ciò significa che l’attuale opposizione interna del PD non è in grado di produrre il leader riformista vero?

Se le caratteristiche di questo leader sono: carisma, capacità di attivare la partecipazione, analisi acuta della realtà, empatia con l’elettorato verso un benessere comune, decisione e democrazia, la risposta è no.  La sinistra interna, per la sua frammentazione che fa vivere di rendita molti piccoli capi e per la questione del ruolo del “vecchio” che non è mai stata affrontata davvero, non produce una leadership unitaria e nuova. Ma un conto è la capacità di produrre un leader e un conto la necessità che ciò accada. Se non si coglie la necessità significa che si impedisce alla ragione di dar spazio all’intelligenza e al talento. Questa è la responsabilità reale in carico alle minoranze: impedire che si formi una nuova classe dirigente e un nuovo leader pur potendolo fare. E questo è il vero impedimento alla crescita di alternative a Renzi, cosicché questi può continuare indisturbato a riformare il Paese secondo la sua visione di progresso e bene comune.. 

suonatore di strada

IMG_6106

S’appoggia al muro, il violinista,

la schiena si raddrizza,

una sola nota suona

e più chiara sembra l’aria, 

quieto il rumore attorno.

Lunghissima e costante,

infrange il tempo della distrazione,

e sembra non finire: 

così si fa silenzio! 

Dai tavolini dei bar si girano le teste,

s’apre una porta di bottega, 

un uomo guarda mentre asciuga le mani nel grembiule,

chi è quel signore, chiede un bambino,

e indica col dito, 

la mamma qualcosa sussurra,

mentre la nota si spegne d’improvviso.

S’alza l’archetto,

ora la mano pizzicando danza,

e mentre riprendono le voci, ma più piano,

nasce un ritornello nell’aria cristallina.

Che strano, un’attesa si fa strada,

tra desideri che passeggiano,

dentro gli occhi che rubano dalle vetrine, 

nel chiacchiericcio e nelle risatine,

tra passi lenti e braccia allacciate,

s’insinua e nasce

e vive d’attimo,

e si confonde di pensieri

di un giorno, 

di una vita, 

per sempre, 

non importa, 

nasce.

 

il bravo soldatino

IMG_8493

Come un bravo soldatino faccio ciò che devo. Mi attendo una ricompensa, un’attenzione che mi tolga dall’indistinto fare, arriva quando vuole, spesso inattesa e così mi confonde. Quasi fosse immeritata. E mi fa arrossire, anche se riconosco d’essere un ingranaggio: mi muovo perché altri si muovano. Sembra sia questo il significato delle vite: ruotare perché altro ruoti. Ma perché? Mi hanno convinto che fare ciò che si deve è buono, fermarsi o girare in senso contrario, è cattivo. Eppure spesso ho la sensazione che far ciò che si deve bruci il tempo, il mio tempo, e allora mi viene la tentazione di non fare, oppure di fare altro. Qualunque cosa. Basta che sia diverso e nuovo, inatteso. E allora quelli che prima non ti prestavano attenzione, ti si rivolgano, ti chiedano perché, usino blandizie e minacce e tu possa dire di sì oppure no. Una notte ho fatto un sogno. Sogno spesso, ma sognare sembra una continuazione del giorno, solo che nel sogno, faccio fatica, dimentico qualcosa, diventa difficile fare cose semplici, insomma sembra ci sia una resistenza che rende vischioso fare bene ciò che devo fare. Ma questo sogno era diverso: ero in una grande stazione, quelle enormi, altissime e fatte di travi d’acciaio che vanno verso il cielo, e vetro per lasciarlo passare, il cielo, cosicché c’è sempre tanta luce grigia. Anche a mezzogiorno. Chissà perché le stazioni sembrano monumenti a qualcosa che non c’è, sono grandi, molto più grandi di uomini, binari, treni e paiono fatte per qualcosa che non sta lì, che non si ferma che per poco. Mah. Comunque, nel sogno, c’erano persone attorno, voci, musica, annunci e, in questo rumore che avvolgeva, mi sono avvicinato alla biglietteria e ho chiesto un biglietto. Il ferroviere, dietro al vetro, era in divisa, con un cappello dalla visiera nera e lucida, che quando si chinava, rifletteva la luce sui miei occhi, come mi interrogasse anche mentre faceva altro. Metteva a posto i suoi biglietti e pareva avesse tra le mani il mondo, che tutti quei posti fossero suoi e solo lui potesse permetterti di accedervi, di andare davvero lì ed essere accolto. Mi ha chiesto: dove vuole andare?  Ed io lo sapevo cosa dire, lo sapevo da molto: lontano, voglio andare lontano. Mi ha staccato un biglietto di una volta, un rettangolino di cartone spesso e bianco, ho pagato e poi, col biglietto tra le mani, ho preso una valigia. Sì, avevo una valigia, ed era leggera, sembrava vuota, ma ero sicuro che ci fosse il necessario, anche se non ricordavo quando l’avevo fatta. Con la mia valigia sono andato verso la banchina. C’erano molte persone in fila che attendevano e una ragazza vestita di verde, con un cappello a calotta pure verde. Pensavo che era bella. Poi pensavo che la notte sarei sceso in una città che non conoscevo, che avrei cercato su una strada dritta e piena di alberi ai lati, un alberghetto con un banco di legno scuro e un fattorino che attendeva. Poi ho riguardato la ragazza e ho sorriso, e lei, un po’ indecisa, mi ha risposto. Ero felice e imbarazzato e così, per far qualcosa, ho guardato il biglietto, come a mostraglielo. La stazione d’arrivo non si leggeva, ma la data era nitida, era di tanti anni prima, ma ero contento lo stesso, ero sicuro valesse ancora. Così mi sono svegliato. E mi sentivo bene.

Basterebbe esercitare il diritto a un perché e l’immenso castello cadrebbe all’improvviso.

meditare sulla primavera

 

017

perché non lotti con la luce nuova, 

bisogna tener lontano il cuore, quanto basta,

e lasciare ch’essa entri,

rumorosa d’arcobaleni e vibrazione.

Solo allora il pensiero, il palpitare,

il battito d’un desiderio spento,

distratti dal colore,

si scioglieranno da quel grumo che chiamiamo amore. 

                                                                      Steso dentro al cielo, vorrei non volere per un poco,

né più pensare,

annegando nel profumo d’erba,

nel verde azzurro,

nelle nubi bianche,

nella forza che fa sbocciare il legno.

E con la linfa, che scorre tra le dita,

appiccicare allora i desideri al tempo mio.