il paese accanto

L’altra settimana c’è stata un’ispezione al centro Cina della mia città. Ne fanno spesso e oltre ai soliti quintali di merce contraffatta e pericolosa, hanno sequestrato dei locali di magazzino, perché c’era un asilo per bambini tra vestiti ed elettronica. Se avessero cercato in altri magazzini avrebbero trovato anche qualche dormitorio, speriamo senza sbarre. E’ così da anni e quando la guardia di finanza insiste troppo, interviene il console Cinese, ci ricorda l’interscambio e i capitali investiti in Italia, assicura il rispetto delle regole e dopo un mese tutto riprende come prima.

Nero, iva non versata, condizioni di lavoro inumane, mica sono solo alcuni cinesi a praticarle, da questo punto di vista l’Italia è un paese unito, dal nord al sud. Lo fanno tutti, senza distinzione di provenienza, lingua o cittadinanza, cambia solo il settore merceologico, da una parte l’agricoltura, altrove il tessile o le calzature o i pellami o la contraffazione dei grandi marchi, i servizi, la logistica, la ristorazione, ecc. ecc.. Anche il manifatturiero, comincia a sentire l’ingresso della manodopera senza diritti. E il bello è che tutti sanno, tollerano, si girano altrove. Mi spiace che il presidente della Repubblica non si renda conto che questo è il paese in cui viviamo, che non è il paese accanto con un’altra realtà. Il problema della legalità è problema più importante dell’Italia. Quello che attira investimenti cattivi e respinge investimenti buoni, quello che impedisce a chi rispetta le regole di fare bene il suo mestiere, quello che riempie i luoghi di lavoro di morti bianche. Questo Paese è il nostro, signor Presidente, non si stupisca, prenda informazioni e capirà che non servono i lutti cittadini e le cerimonie ufficiali, serve legalità, rispetto delle regole, non guardare in faccia nessuno per applicare la legge. Dalla legalità viene fuori un Paese migliore, rispettoso della dignità delle persone. Si continuerà a morire sul lavoro, ma se questo non accadrà per motivi di profitto, le parole tragica fatalità, riacquisteranno senso e si morirà di sicuro di meno.

le solitudini sono incomunicabili

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Credo che la solitudine sia sostanzialmente incomunicabile nella sua essenza/sentire. Se ne vedono gli effetti come in una malattia, chi tiene a noi dà consigli giusti, assennati, medicine che aiutano a vivere, arginare, ma la guarigione è solo interiore, solitaria . E spesso non viene mai poiché passa, credo, attraverso una catarsi che scuote e muta profondamente, ci porta ad essere altro da ciò che in fondo siamo abituati ad essere. L’amore è un buon antidoto alla solitudine, il bene è un argine, ma penso che chi soffre di solitudine sia in realtà un solitario per condizione primaria e di ciò soffra senza saper bene come uscirne. Fa tentativi, si sforza, ma la solitudine interiore lo riporta a sé, a volte può sembrare anaffettivo perché non si lascia andare e limita il bene per sé anzitutto. Ma il bene lo conosce a menadito, per bisogno e contiguità ed è forse perché ne ha a troppo che teme il legarsi: non avrebbe limite. Comunque sia chi soffre di solitudine vera tende ad allontanare tutto ciò che minaccerebbe la solitudine di fondo, così non sta bene in nessun posto per troppo tempo e sopratutto capisce che ciò che prova è incomunicabile anche a chi gli vuol bene.

Un problema, non da poco per il solitario, è nel suo stancarsi di comunicare se non viene capito nel profondo. Gradualmente giudica esercizio inutile questo disvelarsi e scivola, o nel silenzio, o in comunicazioni meno emotivamente coinvolgenti. Bisogna tener conto che la frequentazione lunga con sé porta ad essere egoisti, narcisi ed esigenti, ma sarebbe sbagliato pensare che chi sente molto la solitudine frequenti la fascia alta dell’egoismo o del narcisismo, il solitario vorrebbe bastarsi, ma non si vede se non per riflesso ed anche quando cerca d’essere bastevole a sé introduce una critica severa verso di se stesso, un senso forte di insufficienza anch’essa incomunicabile.
Torri di pietra con molte aperture, quindi attenti al mondo, i solitari vivono nella società, ne sono dentro e al tempo stesso fuori, sperano di trovare il modo di mutare una condizione che è inquietudine e noia, assenza di pace. Eccedono, sono compagnoni, allegri, sorridono e dopo un po’ diventano riflessivi, la testa si perde altrove. Se si alzano e se ne vanno, non è per scortesia nei vostri confronti, ma stanno seguendo sé e questo li porta lontano, neppure troppo lontano, oltre una porta, tra le vie di una città, dentro una casa, un libro, in un bar affollato, comunque verso un silenzio che deve dialogare con chi sembra capirli, ovvero se stessi. Poi tornano, un giorno o l’altro tornano. E se non trovano chi li aspetta se ne fanno una ragione. Capiscono, i solitari che soffrono la loro solitudine, capiscono.

volo di passo

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Sceglie il volo sghembo. Puntare un orizzonte e poi entrare nel cielo. Volare, girare, cadere in picchiata, riprendere.

Si dirà: che c’entra? C’entra, c’entra, ci sono sentire che sono una direzione, che si alimentano di pane, salame e amicizia per far festa, che s’incazzano per un po’ per quanto accade e poi gli passa, che vogliono un centro a cui attaccarsi per poi criticarlo. Ché non riuscirebbero a farne senza, ma bisogna conservarlo distante quel tanto che non interferisca troppo con le vite. 

C’è una direzione, un dire che è quasi essere, l’io sono da questa parte. Un salvagente per far argine al mare piuttosto che imparare a nuotare e che poi serve ad assolvere una vita a zig zag tra impegno e stanchezza.  Questa è la differenza tra gli snobbettini e gli altri che pur vivono comunque di cioccolata, caffè e cappuccino, ma scelgono di giorno in giorno. Con alzate d’estro, senza pensarci troppo, perché ci si stanca presto e ormai si sente poco, oltre la direzione. Così si può vivere, come si beve il quarto bicchiere, quello che farebbe perdere la patente: d’un fiato e senza troppo gusto. 

educate stra parole

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Questa mattina ti piaceva la parola esiziale. L’hai ripetuta più volte e udendo ho sentito il ciglio d’una educata furia. Una cosa borghese, senza urli e alzar di mani per gesticolar la rabbia. Come se la passione densa e priva di esteriorità inutili, si rendesse conto, ma forse non importava, che diversi di quelli che udivano non avrebbero capito. Solo guardando meglio il volto e il suo rossore acceso ne avrebbero colto il significato, ma le parole si disperdono nei luoghi affollati di mattina, si inzuppano nei cappuccini, per cui sembrava dolce il tuo discorso.

Poi anche oligarchia s’è fatta strada ed è risuonata come fosse un sinonimo di dittatura mascherata. Così è parso chiaro che, anziché uno, fossero molti a conculcare diritti, assicurare ineguaglianze, consolidare privilegi. E, non solo spero, ne ho visto quel vile prevalere del gruppo nei confronti degli inermi. Potere senza servizio, insomma.  

Alla fine mi sono fermato su queste due parole per vedere assieme il mondo in cui viviamo. Ed era un brulicare distante, pur sapendo d’esserne parte, preso dalla cura dell’entomologo che non si accorge, o non vuol sapere, che in realtà è l’antropologia che pratica ed è immerso in ciò che osserva e l’appassiona. 

cosa so di te

So che combatti. Che difendi i tuoi sogni, la tua libertà di essere. So che ami, che vorresti amare senza limiti. So che non ti accontenti, che ti fermi nelle parole per sentirle fino in fondo, che guardi fuori e gli occhi si perdono perché ti ascolti. So che sei importante per te, che ci tieni a come, con fatica, ti sei appresa. Sì appresa. E non era mica semplice interpretarti da sola, ricondurti a te, capire la tua voglia d’essere te. Non diversa, non t’ importava dimostrare nulla, dovevi solo essere te.

So che le tue scelte sono sempre in salita, che la tua risata è pronta, che gli occhi si chiudono un poco quando ridi. Anche quando sospiri gli occhi si chiudono appena, ma non si chiudono mai del tutto, perché la vita la vuoi vedere in faccia. E vorresti che la vita ti vedesse in faccia, che avesse sempre il coraggio di fare a braccio di ferro con te, guardandoti. Non hai mai avuto paura di perdere, ossia sì, hai avuto una paura boia. Ti sei chiesta chissà quante volte se facevi bene. Se avevi fatto bene. E poi con una scrollata ripartivi decisa, pensando, sentendo, sognando, senza tornare indietro. E di dubbi ne hai, e ne hai avuti, ma mai sulla scelta di puntare su di te.

Vuoi essere anche felice, sentire il mondo e la vita assieme, avvertire cose che solo tu avverti. Difendi chi ami senza arretrare, forse è facile pensarlo, ma quante volte ti sei fatta carico di essere padre e madre assieme e ogni volta hai continuato. Anche quando eri stanca, hai continuato. Anche quando non ne potevi più. Uno sberleffo e una risata, poi una malinconia e di nuovo eri tu. Ci si ritrova anche nella malinconia, anzi forse ci trova di più, basta non perdersi dentro. E tu non ti sei mai persa, l’hai tenuta per te come un valore assieme all’allegria. Un tuo territorio in cui non far entrare, se non chi poteva forse capire. Capire che non eri triste in quei momenti, ma volevi sentire la vita com’era ed è, come non può essere altrimenti. E che lì ricomprende dentro ad essa l’amore, la felicità che dura finché dura e che poi torna quando vuole, la giornata che comincia con una sigaretta e il caffè, gli occhi che si perdono fuori dal vetro, i versi letti ieri, la canzone ascoltata, la gamba sotto al culo, l’occhiata alla posta sul cellulare, il bisogno di scrivere che poi passa, la voglia di scattare come una molla eppure stare ferma. Ecco in tutto questo c’è malinconia e felicità di vivere messe assieme. E so che è così per te.

Mi piacerebbe che il genere si confondesse in questo essere, che alcune cose non fossero femminili, magari è così, ma poi mi sembra che non ci sia possibilità per noi uomini e che nell’essere donna qualcosa, in più e diverso, tu lo debba avere. Così mi accontento di sapere che le cose ti vanno così. Continuano ad andarti così, per volontà più che per fortuna.

E non chiedermi perché lo so, è così, lo sento, è perché sei tu. 

curricula

Prima di venire a questo colloquio, pensavo a quanto diverse sono le nostre giornate e le vite che conduciamo da qualche parte, e a quanto servano le sensibilità comuni, il modo di vedere le cose e ciò che siamo per comunicare, mettere assieme l’umanità, il bene, l’amore. Poi ho pensato che non era questo il motivo per cui ci vedevamo e ho cercato di darmi un tono. 

Se devo dire le competenze che ho, posso iniziare dicendo che so fare il pane e cucinare. E che mi piace il cibo. Non troppo perché mi sazio presto, e questo magari indica qualcosa, però mi piace mangiare. Ma se devo parlare di ciò che faccio, è meglio si sappia che i miei giorni sono fatti di gioie immotivate, di problemi, di stanchezze, di abitudini a cui tengo, di scrittura. E in più mi piace guardare le persone. Non tutto il tempo, ma quando mi viene.

Se devo quantificare l’abilità linguistica, mi piacciono le parole, parlo il necessario, eppure mi sembra troppo. Mi faccio domande, coltivo dubbi e mi aspetto che i frutti diano certezze, così non faccio quello che dovrei per star bene. Quindi ho un linguaggio impreciso e questo credo dipenda perché usiamo troppo le parole senza attribuire loro il significato che hanno, come ne avessimo paura. Io non ho paura delle parole, temo che spiegare troppo serva a cambiare i significati.

Mi capita spesso di essere stanco e mi nego per stanchezza troppe cose: il cinema, il riposo, la semplicità. Credo che la cifra di questi anni sia la stanchezza, non solo la mia, ma che una gigantesca stanchezza avvolga il mondo e da cosa questa derivi e’ oggetto della mia ricerca. Forse deriva dalla complicazione, dalla necessità di capire anche quando si è stanchi e non si ha voglia. Però le cose comunque si fanno, il mondo procede, i negozi si aprono, gli uffici e gli ospedali funzionano. In fondo della stanchezza che genera abbandono abbiamo cognizione e visione, nelle persone che escono dalle case e pian piano dormono per strada, negli edifici che prima perdono i vetri a sassate e poi le porte e poi tutto si confonde e cade. Quelle sono stanchezze senza uscita, le nostre si fermano alla soglia del sonno e si raccontano che con una buona notte tutto diventa più piacevole. Anche la fatica. Ecco, mi interessa questa stanchezza, che è pure la mia, capirla per risolverla.

Ho accumulato anni. Anche vita ho messo assieme. Ad un cero punto mi sono accorto che il tempo fuggiva in fretta, che natale era appena passato e già finiva l’estate. E’ stato allora che ho rallentato. No, non voglio dire che mi sono fermato, ma ho cominciato a guardarmi attorno e mi sono visto come un colapasta che mette esperienze liquide e non trattiene nulla, così ho cominciato a discutere gli obbiettivi vedendone l’inconsistenza: che obbiettivi erano se non lasciavano traccia. Volevo che da un lavoro, da un sentimento, da una passeggiata restasse qualcosa che mi cambiava. Però lo facevo tra me perché provando a dirlo agli altri mi dicevano: il mondo è così che ci vuoi fare. Ho capito che era un problema mio, perché per me era importante e discutendo la fatica e il suo senso, ho discusso il piacere. Che non era la soddisfazione o la sospensione della mia vita usuale, no, era quella pienezza che durava perché le cose fatte erano quello che mi assomigliavano. Era il piacere altro, quello della psicanalisi, che mi sembrava una costruzione, qualcosa che faceva comodo a qualcuno, che nascondeva qualcosa, come se il piacere si portasse dietro un qualcosa di cui vergognarsi. Ma questo qualcuno mica sapevo chi era, solo che con questo si dovevano fare i conti. Ecco questo è un work in progress, ho detto bene? Qualcosa su cui sto lavorando. 

Insomma vivere, lo si deve scrivere in un curriculum, è equilibrio difficile, come è difficile tenere la schiena ritta se si è alti. Anche se si è meno alti, è difficile, non c’è differenza, ma io sono alto e conosco il mal di schiena per cui so di cosa parlo. E tenere la schiena dritta è necessario, sempre. Anche se si lavora o si fa all’amore, la schiena dritta è la condizione per vedere le cose che accadono, sentirle nostre, non avere paura. Insomma è meglio che si sappia, io alla schiena dritta tengo molto. 

Eppure queste note non sono sincere perché non dico che sogno assai, e non di rado mi chiedo quale sia il confine tra l’immaginazione e la realtà. Mi rendo conto che la realtà è ciò che viviamo, ma la viviamo noi e quindi è un po’ diversa da quella di chi mi sta accanto. Così dobbiamo cercare le cose che ci accomunano per parlarne. Vogliamo comunicare, non essere soli. Odiamo essere soli. Anch’io faccio davvero fatica trattare la solitudine, anche se non lo odio, non ritengo sia colpa di qualcuno, credo dipenda da me, da come cerco di farmi assumere. In fondo se scrivo questo curriculum è perché questa è una domanda di assunzione, e un po’ tutti chiediamo di essere assunti, di essere importanti per qualcuno, di mettere insieme le nostre vite in un progetto. E vorremmo interloquire con quel progetto, dire la nostra, motivare la fatica. Anche quando amiamo succede questo, vorremmo avere un motivo per condividere di più, per oltrepassare qualche limite, ma questa è un’altro capitolo del curriculum, se vuoi ne parleremo a parte.

Certo è che i giorni passano e il curriculum si allunga e così lo accorcio, metto dentro quel che mi pare importante. Lo sai che cerco la leggerezza nel tratto del vivere? Che poi dire tratto del vivere è una cosa da esteti e invece io penso sia il togliere quello ce c’è in più, un lavoro per precisare, mettere nitidezza, vedersi meglio. E’ una questione personale, per questo non l’ho evidenziata subito, se ci si presenta per essere assunti non si può dire che si cerca la leggerezza, pare contino altre qualità nell’assunzione: l’intelligenza, l’affidabilità, la precisione, le lingue. E’ un po’ azzardato dire che vorrei avere le virtù di un palloncino rosso. Ecco non si può dire, per cui non tener conto di questa parte del curriculum, pensa che ho fantasia e a volte la fantasia non guasta anche nelle organizzazioni grigie. La vita se non la si controlla si presta a diventare organizzazione.

Poi mi piace l’aria e il sole, camminare. Chissà se conta qualcosa. 

Per me conta, e magari lo capirai anche tu, perché adesso pensi che lavoro, vita, sentimenti siano separati e invece fanno parte della stessa domanda di assunzione. Sai io credo, che in fondo non si vada mai in pensione. Finché ragioniamo almeno e che una assunzione la cerchiamo sempre, magari tra eguali. Proprio eguali no, facciamo simili. Facciamo una cooperativa, che dici?

non troppo distante

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Decisioni che toccano le coscienze. La guerra, l’embargo. Vorrei chiamare chi conoscevo. Sentire come va davvero, se stanno tutti bene. Guardare fuori dalla sua finestra, confrontare nel ricordo il paesaggio, le situazioni vissute, parlare assieme quei magici quotidiani incroci di persone ora dispersi. Parlare al telefono cercando di rassicurarci del suo capire, fargli sapere che non tutti la pensiamo allo stesso modo. Dirci che passerà presto, che tornerà la ragione, che nessuno è troppo distante.

Ma in una sua lettera diceva che molto non c’era più, che le comunità erano disperse e i luoghi conosciuti, devastati. E sono passati i mesi, la guerra è continuata, Resta il peso della propria appartenenza che gonfia il cuore di tristezza, la cittadinanza che corresponsabilizza, chissà dove sarà adesso in questa che per noi è solo notte?

Non in mio nome, non basta a togliere il dolere di ciò che non s’è fatto, la stanchezza profonda che il nostro mondo provoca alle coscienze quando non segue la via della ragione, del giusto, della vita.

hai ragione, sorrido poco

Hai ragione, sorrido poco. Eppure durante la giornata l’ironia non mi manca, ma quando scrivo, i pensieri coagulano su una realtà che sta ancora nell’anticamera della dissacrazione, cioè nell’attesa di essere davvero compresa. Poi può venire lo sberleffo, ma prima c’è la perplessità. Quindi con la scrittura sorrido poco. Ci devo mettere una pezza, passare a pensieri più leggeri, scrivere con ironia. E invece mi accorgo che mi rifugio nel paradosso che ha bisogno del parlato, di assonanza di parole, rovesciamento di significati. Giochi, cose d’un attimo, per alleggerire, quasi una mossa del cavallo rispetto al reale. E’ il confronto con ciò che vedo, che non mi piace.

Eppure attorno non mancano segni di una forza allegra che percorre questo Paese. Magari sono mie fantasie, ma sento che non tutto è stato rovinato. Che hanno devastato la superficie però il resto ancora è disponibile.

Ieri ero prima a Mantova e poi a Gonzaga. Due fiere diversissime. Quella della letteratura, con i suoi colori pastello nelle copertine e nei vestiti delle donne, con le persone che si assembrano, vanno verso convegni d’amore e d’intelletto, ascoltano, parlano di cose loro e di tutti, si siedono nei caffè, per terra, si immergono in un quadro che per una volta non è protagonista ma contenitore come ai tempi dei Gonzaga, applaudono, partecipano, si entusiasmano, criticano. Insomma vita. Una vita particolare, fatta di assonanze, di discorsi non detti, pensieri che condividono il terreno su cui corrono. Un popolo a parte, lettori impenitenti, persone che usano una particolare modalità per pensare, osservare, vedere, uscire dalla realtà, tornarvi sereni o incazzati perché leggono. E leggere è pensare, alzare gli occhi, lasciarsi imporporare le guance, ributtarsi nella frase, dire ancora oppure basta, arrabbiarsi o gioire, ma quasi mai essere indifferenti perché l’indifferenza chiude il libro e il pensiero. Leggere è imparare a pensare diversamente contaminati dalle vite altrui e dalla fantasia, così guardo attorno e sento d’essere parte di quella folla che cicaleccia pensieri con una direzione positiva, (pensare, riflettere, è una direzione positiva del vivere essendo movimento, rottura di paradigmi), penso che questa è una forza vera. Che spinge per uscire dalle banalità della politica. Che chiede cose importanti, vitali, come i diritti: la scuola, la salute, il lavoro, il benessere, il disporre di sé. E fa bene vedere una folla di persone che ascolta Rodotà, che partecipa, applaude, si alza per rendere omaggio a un pensiero scomodo. Fa bene perché vaccina dal cinismo che tutto sia scontato e ci dice che il terreno comune esiste, e le persone pure. Che una minoranza può fare del bene a tutti, non solo difendere privilegi o raccontare balle. Che forse il pensiero non basta, ma l’impressione è quella che con i messaggi giusti, si possa rimettere in moto l’agire che è conseguenza di un ragionare elevato, di un bene comune, di un sentimento forte.

Quindi esiste un’Italia possibile e con un poca di pazienza si possono cambiare le cose.

Ci penso, approfitto di questa impressione per annullare le notizie che riguardano la condanna di B., gli stratagemmi in corso, i soliti avvocati, le furbizie, lo spettacolo indecente dei pretoriani e dei servant. Mi pare che conti poco e che passerà. Non è davvero importante seguire i destini di quest’uomo che dovrebbe essere condannato per i delitti civili commessi e permessi, ben più che per le colpe fiscali. Come Pasolini evocava, servirebbe un processo per il potere mal gestito. Lui allora parlava dei capi della D.C., rei dei mali fatti al paese. Non accadde nulla, ma ancora servirebbe non restasse impunito l’impoverimento delle persone e delle coscienze, la rovina dell’economia, l’illusione di ricchezze facili al posto del lavoro, l’immoralità dell’agire pubblico, la corruzione, l’illegalità permessa. Non dovrebbe perché il potere ha bisogno della lezione dei sottoposti per tornare servizio e non arbitrio.

Ma se ci sono tante persone che seguono, leggono, pensano e vengono a Mantova in una giornata di settembre dev’esserci speranza. Sì, non tutto è perduto. Mi ritrovo con una positività, ben fuori dal cinismo che vede tutto scontato, già vissuto e fatto. Mi pare di non appartenere al gregge di quelli che sanno come va a finire, che ci sarà la sorpresa, e si possono rovesciare le cose, inopinatamente essere felici. E se questo avviene collettivamente perché non può avvenire singolarmente? La felicità non dura ma è un tendere, e se si cerca la felicità le cose accadono, ci si dichiara disponibili all’emozione, all’innamoramento del vivere che include l’altro, al sentimento che esclude il calcolo. Insomma ci si prova e la vita muta. Qui poi il contesto dei pensieri è fremente di vita, le persone, la città, l’emozione che invade l’aria. Mi viene da dirvi: venite da nord a Mantova, passate in mezzo ai laghi, scontratevi con questa visione di mura, palazzi, cupole, logge, prima di immergervi nelle stradine, prima di sentire i ciottoli che vi riportano ad altri piedi, altre figure, altri tempi. Sarete colpiti dal fulgore di una piccola reggia in un territorio che è ordine interiore e spinta di lavoro, opera, mutamento, intelligenza applicata per millenni a trarre benessere dagli stessi luoghi. Qui è la terra che trionfa e la gloria dell’agricoltura è questa: non invecchiare, essere vicina alla vita tanto da riprodurla indefinitamente, avere tempi circolari. E Mantova è una piccola capitale tra le piccole capitali che punteggiano la pianura padana. Già, la pianura padana, le capitali del grano, della carne, dei formaggi, dei salumi, luoghi profondamente connotati, identità, dialetti, eppure quantomai Italia, paese, persone, non gente.

Questo è un Paese vitale, fatto di persone prima che di individui e che spinge per uscire dalla costrizione anche quando si lamenta.

Lo sento il pomeriggio a Gonzaga. Fiera millenaria. Una fiera che parla delle stesse cose da più di 500 anni e non si è ancora stancata, che trova argomenti nuovi, che mostra tecnologia accanto ai tortelli di zucca, lo stracotto e il riso alla pilota. Incredibile la quantità di persone che sta ovunque tra odore di frittelle da sagra, banchi di tutti i tipi che vendono di tutto, tonnellate di merce cinese, di plastiche che si spezzeranno tra un anno, vicine a tecnologie raffinatissime. Energie sostenibili, sistemi serra, agricoltura 2.0,, c’è una spinta enorme che trascina tutto, la tradizione, i modi di pensare, la percezione particolare che ha chi cammina sulla terra, la prende in mano, la annusa e poi sale su un mezzo da 10 tonnellate per lavorarla. Ieri sera un agricoltore poneva una domanda che ho sentita bellissima nella sua tenerezza: ma quando pesiamo con i nostri mezzi sulla terra, cosa le facciamo, quanto male sente? Qui si sa che in 5 cm c’è quasi tutta la diversità biologica di un terreno, è naturale che ci si preoccupi. Così mi viene in mente che nella campagna l’anima è rovesciata, che ciò che sta sotto è sterile, e che la terra è impudica, e inerme, nel mostrare la sua vita, la fertilità che ci dona. Nella fiera millenaria, la vita è superficie, ci sono migliaia di persone che non parlano di letteratura, che però hanno idee, ci sono giovani dappertutto, viali intasati di voglia di vivere, di stimoli e desideri e si mescola tutto. Vita ovunque. Con il cinismo tradiamo la vita, la neghiamo, L’italia è in questi luoghi, non anche questi, è questa vita, superficiale o profonda che pullula, non è possibile renderla sterile con la banalità dei piccoli/grandi interessi, non si deve, è un delitto. C’è speranza in tutto questo, credo che nessuno possa davvero abbattere la vita di questo Paese, ma questo non significa lasciar fare, lasciar correre, anzi vuol dire ritrovare l’allegria della vita, permettersi di ridere. Non ho usato parole leggere, me ne accorgo, segno che mi lascio condizionare dal plumbeo di chi mi vuole intristire, imprigionare in una condizione senza speranza e invece io la speranza la pretendo, e con essa l’ironia e il sorriso. E se c’è vita, si può fare.

Destino?

Tu, fedele al buio che ti porti appresso, perché avresti dovuto essere diversa? Stessi modi, stessa sequenza. Forse per sentirsi, accettarsi, perdonarsi, non fare domande e affrontare un nuovo dolore di se’, meglio confondere le acque, attribuire ad altri la propria stanchezza, la paura di non essere amati. Rovesciare le situazioni finché l’immagine allo specchio si confonde. E poi sentire che e’ una nemesi che si compie. Ma dov’è stata la colpa? E chi l’espiera’ assieme a te? Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma e’ diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché sia diverso. E’ solo più difficile perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati. La lotta con il daimon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed e’ fatica muoversi. Tu non lo fai, attendi, e come sempre pensi sia il tuo destino. Verrai solo tu a questo appuntamento vuoto e ancora non ti riconoscerai.

inutili fedeltà

Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.

E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi.  Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.

La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi. 

Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero? 

Verrai solo tu a questo appuntamento,

vuoto di te,

e ancora non ti riconoscerai.