altrove, il vento

Anime che cadono in vortici a spirale,
sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite,
immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.

Insinua orrende storie.
ride dell’amore e dei sogni, 
che ancora raccontano   trame intessute d’aghi di pino,
altro vento graffia intonaci
e rompe le illusioni
perifrasi di vuoto.
Dopo ha aperto una porta,
sbattuto una finestra,
ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.

Qui la notte è tiepida di pace,
nel vicolo una bottiglia di plastica corre ,
giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri,
è solo vento che pulisce l’aria,
rimette ordine,
sparpaglia carte
mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno..
È la primavera che musica le case,
porta pezzi di note,
si lascia derubare dagli sguardi,
nello svolazzare di gonne e di cappotti.
Dentro al bar, guardo oltre la vetrina.
Aspetto, 
mi parlano, e sento le parole che vanno
via nel vento,
senza traccia, né memoria.
Resta il pensiero d’un altrove
fatto d’eguali
dove le speranze vengono spente
come in una maledizione
che rovescia e schiaccia
nella polvere, le candele accese.

l’orlo della speranza

La nostra misura è poca cosa
ma è tutto ciò che abbiamo,
e in essa si mescola la ragione e l’ambire
dell’infinire nostro.
Sentendo l’orlo della speranza,
e la cinica attrazione dell’abisso,
è ancora bello cercare nell’affinità,
l’aria per dare ali all’intuire
e non sentirci soli.

mani

Ho mani grandi,
che hanno appreso la leggerezza,
per contenere e prendere,
i polsi sono teneri,
non a tutti i pesi indifferenti,
come ai pensieri che debordano, sguaiati.

Aveva mani forti, mio padre,
precise e ad ogni giorno adatte,
parlava il necessario,
ci amava forte senza dirlo troppo.
Mia madre era attenta e delicata,
belle e morbide, le mani,
use a onorare la fantasia d’ogni concretezza.
Mia nonna aveva mani magre,
avezze al lavoro e all’affetto,
sapeva percorrere la mia guancia
con cura leggera,
la stessa con cui aveva percorso il mondo.
Nel loro suono collocava le parole,
figurine d’album dal profumo di violetta
e sorprendeva senza parere, il sogno.
Dell’amore, nella casa, nulla lesinava
così il bene tracimava,
lo si sentiva nell’abbraccio,
nella parola che fioriva anche d’inverno.
Nella febbre di bambino
rinfrescata era la fronte,
nelle prime lettere,
il pennino sostenuto e accompagnato,
dopo un giorno di corse e giochi,
polvere e sudore, venivano lavati.

Nelle mani che sono casa e vita
c’è il compendio dell’amore,
la sua passione,
l’intelligenza e la cura innata,
il sapere,
la parola da tenere a mente,
la frattura che si ricompone,
il pianto deterso e spento.
Se il tempo d’ognuno
converge, mescola e s’unisce,
accade in una carezza
del profondo nostro universo
che non teme di generare un sole.

l’attimo prima

Immagino l’attimo che precede l’evento,
l’energia pura e senza nome,
prima d’essere materia.
È lo scoccare da cui il tempo inizia,
prima era polvere di vibrazioni,
ricerca di coagulo,
ora implode, s’inabissa, sceglie,
guarda stupita il sé che non conosce,
ed era disperso in mille abitudini di pensiero.
È la prima attesa
in essa è ogni possibile,
ma essa ha deciso:
necessità libera d’assoluto,
genera.
È corpo velato e suono che sveste,
tutto combacia e scopre nel tocco:
è armonia di coscienza
e desiderio d’essere,
acqua di vita che scorre incessante,
portando e ricevendo
i doni del profondo.

rosso di sera

La linea dei monti risucchia la luce,
cova un bagliore di rosso
che posa velluto d’ombra agli angoli
e precede la notte.
Il liquore di realtà che scalda e brucia,
è dolore nel capire,
condizione d’umore e d’assenza
è la quiete pasciuta
dove son finite le parole e gli aggettivi,
le iperboli sono vuote di senso
e non servono più per illudere.
La vita è altro,
ha distanze a disposizione,
luoghi per svolgersi,
distante e vicino coincidono in noi,
se lo vogliamo,
come fantasia e pensiero,
e sono lo scrocchiare
delle ossute dita del reale,
che digrigna dubbi
indicando dove ci perdiamo.

chi sono io

Se la strada mi calpesta,
se il mare mi sommerge,
se il cielo mi schiaccia,
di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria? 
Oppure nella mia pretesa individualità,
nella differenza che ostento,
nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato,
in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo
a cui incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è essere
elemento e direzione,
cosa ed essenza,
ghepardo, delfino e aquila.
E uomo.
Tutto e infine, solo uomo.

testarda meraviglia

Chiediamo a noi fatiche
per dimostrare d’essere vivi
scordando l’essere strumenti
per mani antiche,
del tempo prigioniere.
Nel nostro cielo irto di nubi,
consola la proiezione di certezze,
in esse scorgiamo parte
di ciò che dentro urla e lacera,
cosí usiamo la bellezza per affermare
mentre bisbiglia parole per mutare.
La testarda meraviglia,
che spinge innanzi il nostro agire
chiede con insistenza dolce
di tornare all’innocenza
del colore puro,
alla dolcezza d’essere
nel percorrere sincrono dei passi.
Quando passavo nella strada,
ed ero ragazzetto.
le cose chiamavano attenzione,
accendendo improvvise luci,
volevano fermarmi nel tempo loro quieto
ma io non m’accorgevo
e canticchiavo e fischiavo
con la musica che ordinava il passo
e all’improvviso lo mutava in corsa.
Di tutto questo perdermi
non ho alcun rimorso
e ciò che ho perduto, vive,
lampada accesa nel crepuscolo
di fronte al sole.

https://youtu.be/Q3Kvu6Kgp88?si=vTdr2Y226R6PBLGQ

grigio cielo

Questo cielo, che piove luce grigia,
pesa sui rami spogli,
distilla gocce che bagnano le erbe
stanche di verde, di freddo,
di occhi che non vedono né curano.
Sarebbe colore di ritratto
questo grigio che si stende,
opera d’ombre e sollievo per un viso intento,
qui è il riposo della passione,
che sente la fatica del giorno
e del domani incerto.
La parentesi che spegne lo sguardo
ancora vede oltre le palpebre socchiuse
e sussurra… tregua,
perché combattere non finisce mai.

la memoria dell’acqua

Nella sera un arco rosso
intriso di emozioni,
nel canale gli uccelli,
rompono il ghiaccio davanti ai nidi:
con un suono di vetro, senza echi.
Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza,
l’esser stata pioggia sul tetto,
e poi il lento fluire.
Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra,
scavava immagini sepolte nel tappeto,
poi cercava tra il bianco del soffitto,
e bussava ai vetri
spargendo polvere nell’aria.
Aveva il suono sommesso,
del ricordo che fatica,
della carezza attesa.
Il tempo è acqua, conchiglia e mare,
onda limpida che trascina,
maceria di vita
e attesa d’essere altro
senza memoria dello sconosciuto nuovo.

la permanenza del donare

Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.

Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.

Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.

Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi.
Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.