Hai vissuto in lungo e in largo e la prendi un po’ distante. Per questo la fai lunga che non si capisce dove finirai. E ti pare di considerare tutto, comprese le ragioni che non son tue, ma a vivere di rabbie non si capisce nulla. E allora capisci e allarghi il braccio per comprendere in un abbraccio. C’è spazio e tempo al mondo, ma non ci credi che lasciato far da solo il tempo sia galantuomo, nel tuo gesto largo c’è bisogno di un cuore che ti raccolga. E in quel battere forte quand’è l’ ora c’è quello che vorresti subito: un po’ più dei desideri, un poco meno della pazienza. Poi nel ritmare lento, trovi il guardare senza fretta, lo spazio per ascoltare e poi capire.
C’è tutto quel che serve: gli amici, le ore che si fan dolci, il vino e il cibo buono, le chiacchiere, le voci sovrapposte, le risate. Ti vien da sorridere perché 6/6, è un pieno di vita che ti porti addosso e non sapevi d’avere tanto affetto fuori che aspettava, anche se è voglia di baldoria che si mescola agli affetti, ma in questo groppo di giorni che abbiamo condiviso, è rimasto quello a cui non si dà nome, e tiene e lascia, filo che ci cuce le vite addosso.
Che povero il tempo che non può fare a meno di noi per la bellezza, di lui ci sarebbe solo traccia di disfacimento e invece in questa notte balla per cerchi larghi. Con noi. Anche se manca sempre qualcuno che vorresti e che l’innocenza tiene legato al cuore, lo metti in un sorriso come un tango in una piazza vuota. Il brindisi è all’aria, al cuore, a noi e a ciò che non si consuma.
Tu mi parlavi di un’età dell’innocenza. Un azzerare il tempo che tira una riga tra un prima e un dopo, e l’età dell’innocenza non sembrava essere solo quella dell’equilibrio nel desiderio, la soddisfazione piena dove tutto è semplice e possibile.
Credo sia una tentazione (pensai), quella dell’innocenza, a cui non sfuggiamo mai, per un bisogno di essere stati prima dello sfiorire. Partire da un profumo greve di realtà, che è un intelligere il mondo, i rapporti tra sentimenti, le cose, cercando di scrostare vecchie morali consunte che mantengono ben occultati i modelli di una primigenia purezza.
Che fosse per l’uno o per l’altro bisogno, questa parola emergeva tra le tue ed era un sinonimo di bellezza. E la mia testa correva ad altre vite dove la purezza e la bellezza si erano fatalmente scisse in un continuo bere dalla coppa della velocità del vivere ed era un’impressione che nei tuoi confronti non avevo mai avuto.
Come cercare allora la purezza/bellezza (dissi), se non nel gesto puro, nel sentire puro, dove tutto si annulla nel rapporto tra chi sente la bellezza e l’oggetto di quella percezione. E quanto si complica tra umani tutto questo, nell’introdurre la comunicazione, lo stesso sentire che diventa una condizione del condividere nel profondo. Non esistono bellezze asimmetriche che portino alla purezza (pensai), le bellezze parziali sono sempre una copia mal riuscita e chi le vive sa che quel pezzo di sentire ha bisogno di qualcos’altro per completarsi. La bellezza si completa in noi (questo pensai), abbiamo noi il pezzo mancante che ci affranca dalla nostra condizione, ci rende altri.
Chi percepisce la bellezza non può restare uguale a prima e questo mutare lo rende fragile, inerme, consegnato all’incapacità di comunicare ciò che sente davvero.
(dissi) Forse allora la purezza di cui parlavi, era un rapporto con sé, un accogliere e portare dentro la bellezza e farsene riempire. E non sempre tutto ciò rende lieti (pensai), vedendo la tua tristezza. Però per alcuni era impossibile rinunciarvi, qualsiasi altro succedaneo sarebbe stato inferiore a ciò che si era sentito/provato. Era l’età dell’essere che doveva nascere. Quella che accanto al sentire la bellezza la faceva diventare coscienza di sé. Non è scontato essere sensibili (dissi) e spesso chi lo è, non vorrebbe esserlo, ma senza sensibilità l’essere diventa poca cosa.
Ma non bisogna scindere le cose (pensai), è necessario che il sentire e l’essere si fondano, che la bellezza, e l’acutezza del percepire diventino gesti, forza. Che capire ci renda indipendenti, perché (e questo lo dissi) la nostra purezza/bellezza non può dipendere da qualcuno, ma dev’essere nostra. Perché solo noi la completiamo. Possiamo donarla, se vogliamo, ma dev’essere nostra, una modalità del vivere con noi.
Cosa, quantomai fallace, molti pensano che l’età sia una misura del tempo, che essa deve essere riempita di cose e sentire comuni e che bisogna correre per provare il più possibile. Così nasce l’idea che l’innocenza non sia possibile e casomai un intralcio, che essa risieda in un tempo forse mai vissuto, ma di cui si conserva un ricordo.
Mettendo sempre insieme desideri e realizzazione, (pensai) pensano che questa sia la strada verso la soddisfazione e che questa coincida con equilibrio, pace interiore e bellezza e la scindono da quell’innocenza che sembra far d’impaccio.
E tutto ciò mi sembrò sbagliato, in sé povero di unione tra sentire ed essere. Come essere una cosa diventata che solidifica e non una possibilità che fluida, si attua, e muta in continuazione, e ha questo faro dell’unire il sentire e l’ essere e di farne per sé qualcosa di più alto e privo di connotati.
Puro per l’appunto. Ecco questo pensai e non lo dicevo, ascoltavo, e sapevo che non finiva mai il capire la genesi interiore che era ora povera, corrosa, realtà.
Poi si capisce che non si sa molto, e quel poco, ha avuto importanza un tempo, quel che è rimasto consente di continuare perché la notte è appena fuori e chiede senza mai dar risposte.
Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle, e solo quelle, andavano bene. Tutto si sistemava in percorsi senza inutili sospensioni, il silenzio era parte del discorso, serviva a rapprendere le suggestioni, ma era la pulizia delle frasi che rendeva bello il capire.
Come in una recita dove l’attore diviene il personaggio interpretato, si vedeva nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi, che l’armonia era parte di un ragionare acquisito e profondo. Sono cose che conformano il corpo e il viso, rendono gli occhi luminosi, come accade ad ogni bellezza, meritata o meno.
C’era nel raccontare, nella persona, la fusione di quella cultura ordinata dalle letture, dallo studio come mestiere e piacere. Era il buon profumo del sapere che è legno, cuoio, inchiostro, carta. E quel leggero sentore d’aria che viene dalla finestra appena aperta che si posa sugli abiti e rende morbide le lane.
Ed è già tempo e già sole col suo sentire, tostato di luce.
Pensavo in questo piacere che ascoltavo e che anch’io avevo desiderato, ma confusamente, e poi praticato con passioni poco educate e collocate nel disordine. Le mie carenze erano un vissuto mescolarsi di colpe, sudore, piacere, ricordi, fatiche abborracciate nella scarsa soddisfazione di allora. Avevo disseminato il mio tempo senza risparmio, trattenuto con rabbia il poco e perduto altrove il molto ricevuto. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel ragionare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano nelle grandi città, con minoranze rumorose, la gran parte del Paese era contraria a una guerra. Lavorava, faceva fatica ad arrivare a fine settimana senza fare debiti, cercava di crescere i figli sfamandoli e tantissimi neppure sapevano di che si parlava. Così a molti sembrava che le voci di guerra fossero cose distanti. Quel vociare, quei proclami e articoli infuocati, non avrebbero cambiato le vite. Nei giornali si scriveva che erano state confermate amicizie con Austria e Germania, ma l’Italia restava neutrale. In segreto si stipulavano nuovi patti segreti, ma questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava ancora qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto si spera che ci girerà attorno. C’era timore perché sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava, ma si sperava che il parere contrario dei molti sarebbe stato ascoltato, e non era evidente che era meglio la pace?
Poi qualcuno decise perché pochi interessi grandi contano più di tante piccole speranze e vite, perché pochi rumorosi contano più di tanti silenti.
Così cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Forse questa era la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi ci furono tantissime giornate senza pericolo e tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
E allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si spera passi presto, che le cose tornino come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare il simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo, il tempo, l’amore in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio fu l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
Se ogni uomo sogna d’essere Odisseo, almeno in qualche parte della sua vita, esso porta alla coscienza il desiderio e lo trasforma in agire. È ciò che pensa e fa, questo è la cifra di ciascuno. Nel romanzo “col soffio delle piume” di Francesca Sapienza, l’avventura del vivere è nel percorso apparentemente limitato del protagonista. Non ci sono le grandi distanze ma le “stanze” degli uomini e delle donne che sono oltre i personaggi. Ciascuno di essi incarna la risposta a una domanda esistenziale e ciascuno di essi ha una risposta che s’addentra nello spirito del protagonista. Se Ulisse è un costruttore di cose che sono altro dall’apparenza, maestro d’inganni, il protagonista è raccoglitore di verità che sente diverse da sé, costruttore di barche destinate a percorrere e a racchiudere la vita nel loro interno.
La casa spoglia in cui vive è la raffigurazione del partire. Ogni casa può divenire una stazione e in essa si può accoccolare il possibile, il kairos, ciò che può ancora accadere. Così il confronto con l’inconoscibile, il segno delle piume, diviene un percorso parallelo dove la strada è indicata dalla presenza della proiezione di sé, di ciò che è ancora vincolo per lo spirito, una sorta di discesa senza inferi e dove la forza di Odisseo è quella di conservare il senso del proprio andare. Questo gli consente di navigare con i propri dubbi tra le domande e le contraddizioni degli altri personaggi. Non c’è una verità, c’è una strada, un insieme di debolezze e di ribellioni, di tensioni che fanno vibrare l’aria pur usando parole che sono nel lessico di chi legge. Il protagonista compie un percorso interiore che non finisce, le scelte fatte sono occasione di un nuovo ordine vitale. Come un’analisi ben riuscita, tutto muta ma nulla è definitivo. Questa analisi dell’animo maschile fatta dall’autrice, mi affascina proprio perché nasce in una donna, c’è una pietas che osserva e capisce. Le donne del romanzo sono portatrici di ribellione e di conformismo, ma sembrano cercare più una pace, un consenso interiore che coincide con la sosta definitiva in un luogo, piuttosto che il viaggio. Risolti i problemi che annodavano le loro vite, ora possono essere se stesse. Questo non appartiene a Odisseo, che è un ordinatore, un costruttore, a lui resterà l’andare. Sia pure per stanze, per incontri, per persone che si rivelano spesso altro dall’apparenza, per lui è la strada che scioglie gli enigmi, che concilia lo spirito con la materia, con il corpo. Sono passi successivi che diventano stati di coscienza. E anche quando trova in una persona semplice l’equilibrio del vivere, una piuma gli ricorda che anche quella condizione deve essere in sé stessi, non può copiarla o farla propria perché il confronto è con il proprio profondo.
Il bisogno di andare è il bisogno di trovarsi, di costruire ciò che può navigare nella vita dove lo sconosciuto è sempre un volto di sé non ancora esplorato e con cui trovare una nuova sintesi vitale.
Ho letto e riletto il libro con il piacere della scoperta di sentirlo parlare con accenti diversi. Sono grato a Francesca Sapienza per avermi distolto dalle analisi e dalle vite delle mie letture, portandomi nella riflessione. E questo in un fluire che diviene denso quando le vicende si annodano nel dolore delle storie e nuovamente scorrono nel procedere delle vite. Anche i luoghi della serenità non sono definitivi, ci sono altre tappe da raggiungere. Altra vita da vivere. I disegni dell’autrice sono parte del romanzo, li avrei preferiti senza lo sfondo grigio, in quel bianco che è la pagina non scritta e che incontra i dubbi di chi legge. Credo che ogni lettore possa trovare nella scrittura fluida e apparentemente semplice, il genere che lo rappresenta, perché “con il soffio delle piume” è una guida interiore in forma di racconto, un giallo che ha materia e apparente colpa, un romanzo che conduce per racconti di personaggi che si rappresentano e compongono una coralità. Ulisse non ha nome, è nessuno e quindi tutti, naviga tra le vite e le domande che esse esprimono, è affascinato dallo spirito che lascia tracce e trova in esso la materia per continuare il proprio viaggio, anche dopo le colonne d’Ercole, anche dopo ogni epilogo che non è mai tale finché vita continua.
Ci sono quei giorni in cui ti prende il ghiribizzo, che è come un salto di gatto che poco lo scompone e appena un attimo dopo cammina indifferente. Ma dopo. Ed è la voglia di andare. Di andare senza tregua e senza troppa meta per un po’. Arrivare e ancora non sapere. Straniante e nuovo com’è quando entri nella stanza d’albergo di una città che non conosci. E’ notte, non hai visto nulla, solo le luci in cui affogano le strade e nascondono le case, viali sconosciuti, muri affiancati, gente che cammina e guarda. Non te, guarda e basta. E’ proprio gente, e almeno per un poco lo sarà, poi ti sembrerà d’averne un pezzetto d’anima, e sarà quello che porterai con te. Ma dopo, non adesso con la mano che cerca l’interruttore, mentre lo zaino pesa e la valigia preme sulle gambe. Finché scopri che per avere luce bisogna infilare quella stupida chiave elettronica in una fessura per il giusto verso ed ecco allora che il tuo piccolo regno s’ appalesa, impudico alla luce, con le cose ben ordinate, i colori della “casa”, il tocco che lo differenzia. E già ti chiedi quale cifra oscura contenga quell’ordine che ha rassicurato una cameriera al piano, dato tono a una direzione, identità miserrima ad una impresa, ed è stata pensata in qualche creativa riunione. Tutto questo anche per te. Ma in fondo le stanze d’albergo sono tutte uguali, al più suscitano qualche sentimento iniziale di scoperta e meraviglia per una piccola differenza, ricordi quella strana doccia in camera, ma proprio in camera appena oltre il bastone degli attaccapanni, che ti ha colpito così tanto da tornarci ogni volta che potevi. Ti sembrava allegro questo circolare senza schermi e senza muri. Però sai che non sono quelle la vere differenze, non lo è mai da nessuna parte per quanto particolari possano essere le stanze. E’ quello che vedi oltre la finestra l’interesse che ti ha portato qui. L’acquario è fuori e adesso è notte, il vedere polisemico che si svuota e rimanda a te, al perché sei fuggito e attendi il giorno. E mentre guardi la luce degli stop delle auto, spegni quella stupida luce che ti preme alle spalle, così lasci che l’oscurità colorata si ricongiunga a quella che ti porti dentro. E ti pare che tutto questo fondere e risucchiare, con tutte le similitudini ch’evocano il sesso in una notte stanca e vogliosa d’altro, è scendere caldo nella paura che ha bisogno d’amore, trattenere tepore e sentire che dopo un brivido, a cui altri sono seguiti, infiniti, sino a non poterne più, ti sei ritrovato squassato e inerme. Squassato nell’amore, qualunque esso sia, e ti senti inerme, per questo quando la coscienza ti prende, e ti vien voglia di fuggire dove l’inermità non si vede, dove amore è attendere che una luce fughi il buio e mostri la novità delle cose. E allora via via fino al senso. Se c’è un senso c’è speranza.
Nel nome c’era il filo delle voci state, le stesse che avevano portato rose in altri giardini, e poi un risuonar di passi, di memorie, lo scricchiolare dei mobili amati, nelle nuove mura. Occhi aperti nelle notti srotolavano racconti, pergamene del senso d’una storia ricca di cancellature, d’omissioni comunque dolorose. Cosa univa il taciuto se non l’ombra dei fatti, il rimasto dei sogni impastato nel futuro e poi legato dalle cose semplici, presidi nell’affetto… Belle come foto sciupate dalle dita, stavano le storie, e il sudore senza traccia al giorno portava fuori d’ogni finestra, era lo sguardo al cielo e nella sera grida di rondini che mutavano lo struggere In malinconie.
In questa notte ora annego, la mente enumera, annaspa e cuce, cerca il buono e il bello che nascosti non emergono: e gli errori sono poca cosa per noi fortunati di tempo e luogo. Oggi nel macello tutto gronda e non accende la pietà, soverchia l’umano che sembrava guida. Non nobis Domine. Mani si protendono, prendono la forma muta delle inascoltate voci, e tutto si ripete ancora, in tragedie di suono e amore, nei volti che non vedono, in passioni e miserie che riemergono, sono lacerti di ricordi e di paure, mai eguali, sempre irti di dolore e di speranze nuove. Nei ricordi non c’è l’acuto, le geometrie d’angoli e dI punte, tutto si smussa per sopportar l’offesa, e tra l’altre, quella data e ricevuta, per questa povera contabilità di colpe la memoria è fuga dal presente, dal dolore, e si racconta che ogni cosa troverà il suo posto, in fine, ma non per questo il male diverrà più lieve.
Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma non ti basta, trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Tutto il tuo mondo non si esaurisce e se ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Senti che l’ordine genera un’ansia sottile, svuota le passioni e si chiude nel labirinto della mente. Eppure l’ordine ti affascina e dona tranquillità. Almeno sembra. Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescere assieme a ciò che scopri di te ora, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere in ciò che c’aiuta, anche quando si sbaglia è una gran cosa. E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza capienti per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dicono di noi cose che non sappiamo, ci arrivano echi dissonanti dai gesti e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva al mare, con il loro leggero rumore metallico quando l’onda li muove. Non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Parte del rumore di risacca, appunto. Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (c’è una similitudine in questo) abbacina e scalda. E muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima. (c’è l’anima? non è importante che ci sia davvero, basta sentirla) C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Resistere un’ora di più della parte che si chiude è già una finestra che si apre. Fa entrare un’idea di sé, una luce con i suoi aggettivi di intensità. Credimi, è meglio del buio.
Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.
Care compagne e cari compagni, a 80 anni dalla fine della vittoriosa lotta armata partigiana contro il fascismo e l’occupazione nazista stiamo assistendo in Europa alla realizzazione del “neofascismo a pezzi” e l’Italia con il governo Meloni-Tajani- Salvini, è un grande protagonista di questo processo. Questa destra al governo ci ricorda ogni giorno con il suo lavoro di demolizione della Costituzione che l’antifascismo non è una parola o una celebrazione, ma un impegno di azione e pensiero che dura Non siamo soli, con noi ci sono altre donne e uomini e la sinistra che capisce qual è il pericolo enorme che si addensa sulle vite di tutti. Con noi c’è la testimonianza delle mani e delle menti in cui sono vissute, passioni, certezze, impegno quotidiano. L’antifascismo non è un reperto dimenticato, è vivo nei cuori e nei gesti di molti che non hanno scordato cosa significa resistenza. Abbiamo con noi lo spirito indomabile di chi ha saputo trasformare un paese che era fascista in un paese democratico. Oltre alla lotta per la libertà e la democrazia di un intero popolo, la Resistenza fece un capolavoro politico, ridiede la dignità all’Italia e ai suoi cittadini, la dignità di vivere in un paese libero e con la sua autodeterminazione su come voler costruire la propria società e democrazia. La nostra Costituzione fu la prima, più grande conquista, dopo la sconfitta del fascismo. Poi la storia ci dice, e noi sentiamo tutt’ora, la difficoltà di realizzare pienamente quel cammino che era stato intrapreso 82 anni fa con la resistenza armata. Ed era iniziato ben prima da quanti non avevano guardato al loro numero, ma a ciò che ritenevano giusto e fin dal 1920 avevano intrapresa la lotta contro il fascismo. Sinistra Futura onora con il suo impegno per l’antifascismo, la pace, la giustizia sociale, tutte le donne e gli uomini che hanno saputo resistere e lottare, restando coerenti ai principi di libertà e democrazia a prezzo di carcerazione, esili, torture. È stata chiesta sobrietà alle nostre manifestazioni, per la morte di Papa Francesco, farisaicamente da quel governo di destra che mai ne ha applicato i richiami e l’insegnamento. Lo stesso governo che sta attaccando i principi di quella Costituzione conquistata con il sangue. Si vede che non partecipano alle celebrazioni dei martiri della resistenza, che per loro il 25 aprile è una data da superare indenni. Si rassicuri il governo neofascista, non siamo mai stati sguaiati, le nostre manifestazioni sono orgogliose dei martiri partigiani e di quel popolo che aveva saputo resistere e morire, ma usano la discrezione anche quando sono contenti. E oggi non possiamo essere contenti. Le leggi sulla sicurezza, le riforme sulla giustizia, il premierato, l’attacco all’unità del Paese attraverso l’autonomia differenziata, il riarmo bellicista a spese dalla sanità, della scuola, del sociale, questo è molto altro ci dicono che è ora di resistere e contrattaccare come impegno quotidiano. I partigiani non hanno combattuto solo contro i nazisti e i fascisti; hanno combattuto anche e soprattutto contro il sistema che queste due forze rappresentavano. Hanno lottato contro la volontà di potenza e il bellicismo, la menzogna di stato, le leggi razziali, la guerra, il genocidio. Oggi queste parole e omissioni della realtà, le ritroviamo quando nulla viene fatto dalla destra per far finire il genocidio di Gaza, negli 800 miliardi di armi che L’Europa vuole acquistare, nell’uso privato della cosa pubblica, nelle leggi liberticide e nell’asservimento della magistratura al potere politico. Allora care compagne e cari compagni, dobbiamo riprendere la lotta partigiana per quella libertà e giustizia sociale che non è mai conquistata definitivamente, perché il nemico è grande, forte, egoista negli interessi materiali sino a sopprimere l’uomo per essi. Dobbiamo riprendere una resistenza ferma e pacifica contro tutto quello che minaccia la pace, la convivenza tra i popoli e le persone, la dignità e i diritti conquistati.
Il 25 aprile non è una baldoria fuori luogo da contenere con sobrietà. Il 25 aprile è la festa della libertà riconquistata, della dignità ritrovata. È il fondamento della Repubblica italiana, nata sulla Resistenza antifascista. Chi ci invita alla “sobrietà” nelle celebrazioni, chi sfrutta un lutto per mettere il silenziatore alla memoria collettiva, sta facendo un gesto che non è neutro: è un gesto politico che esprime ancora una volta il silenzio di questo governo e di molti dei suoi esponenti nei confronti dell’antifascismo. Ne siamo consapevoli, hanno giurato ma non saranno mai con noi per difendere la libertà nata dalla Resistenza e scritta nella Costituzione. Per questo oggi e per il nostro futuro abbiamo più che mai bisogno di partigiane e partigiani. Viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva l’Italia libera.