hallelujah per quattro voci maschili precarie

C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate. 

Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.

Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.

Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.

Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.

Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.

Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.

il sole sotto il portico

Il sole sotto il portico, illuminava colonne scrostate,

segni di gesso e un viva Coppi di un vecchio tour,

anche d’inverno, la porta dell’osteria era sempre aperta, 

e sopra era scritto: agli amici,

come un tempo si diceva. 

Fuori, in attesa, c’era un sacco di patate da 40 chili,

la sera veniva un pugile e lo portava dentro,

poi si beveva assieme,

mentre ai tavoli si cenava e si giocava a carte.

Qualcuno, in fondo alla sala, cantava con la cuoca,

e le voci erano più forti mentre scorrevano le ore e il vino.

Fino alla chiusura nessuno se andava

s’aggiungevano mezzilitri e sedie

fino a notte fonda poi,

nell’aria fresca, si sentiva che l’odore di baccalà

e di spezzatino avrebbe danzato col cappotto e con la notte,

anche a casa, togliendo il pensiero di spiegare troppo.

Appena dopo c’era la casa, la porta di legno coi vetri disegnati,

il corridoio stretto e scuro, la porta, le scale.

Si saliva solo per andare al bagno, 

l’amicizia avveniva lì, in un pianoterra, 

tra un divano e una stanzetta che s’apriva sul giardino minuscolo.

Come le cose che ho scritto nella vita,

e ancor più di quegli anni,

così difficili da raccontare e così asimmetrici:

un fiore nell’asfalto,

ma era vita mia, scelta con la felicità degli errori da pagare dopo

come chi ha ancora tutto da leggere e ancor più da scrivere

di sé e del mondo

così bello prima d’essere capito.

La signora Lolli era una brava cuoca e una grande madre. Con poche cose, in una minuscola cucina, allestiva un pranzo, che poi raccontavo a casa e incuriosiva senza invidia. Noi si mangiava altro. La signora Lolli era gentile e aveva la curiosità di capire chi le stava attorno, ma anche la fermezza di guidare il tempo suo e dell’unico figlio con una libertà e un rispetto raro.

La pensione di vedova, convivere con la famiglia della sorella, le era bastato. I ragazzi erano nati in tempo di guerra, ed era rimasto vivo solo il cognato. Così le sorelle si erano riunite, i legami rafforzati, i ragazzi cresciuti assieme. Un clan in cui ero stato accettato, giovane, forse troppo, ed entrato con la pervicacia che accompagna il fascino di chi è un po’ più grande di te. Ho appreso molto tra quelle mura, solo il mio tempo era sbagliato, come può esserlo per chi lo sfida, ma ne ho un ricordo che ora affiora e riempie le ore in cui dormo poco. Non è l’unico, certo, ma quelle strade, quei discorsi portati innanzi con la spavalderia di un ragazzo che cresceva, il parlare di tutto e tutti, sognare che il mondo fosse a disposizione, ora tornano. E devo ringraziare la sapienza di chi era più grande e assennato per avermi dato passioni nuove e misura del poco ch’ero. Quella strada, quegli amici lasciati quando la rivolta era più adatta a me che a loro, mi sono rimasti dentro, ciascuno col suo posto e anche la loro voce a volte sento. Della signora Lolli m’ è rimasta la dolcezza, ma mi sfugge il tono delle parole e così lo cerco. Forse si nasconde in un altro ricordare, tra i particolari di una parete, un mobile, una poltrona, o forse com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.

tornerà tutto come prima?

Uscirne del tutto non può accadere, conviveremo, se va bene, con una nuova influenza, che muterà di anno in anno e ci sarà un vaccino che la inseguirà. Troppo arduo vaccinare il mondo e rinunciare agli egoismi. Troppo difficile debellare una cosa semplice, apparentemente rozza come un pugnale di selce e con effetti variabili. La luce in fondo al tunnel parla di una nuova normalità, ancora da definire, che si aggiusta per suo conto e in forza di ciò che le viene lasciato a disposizione. La “grippe” o la febbre inglese che per qualche anno alla fine del 1400 fece più morti di una pestilenza, sparì com’era venuta e sopportata da uomini che non potevano capire solo sperare passasse, ma avevano a disposizione un mondo che era assieme passato e futuro, ora sembra che solo il presente sia a disposizione e che questo sia necessario per costruire colossali fortune. Parlano di questo quando parlano di normalità? Oppure ci si riferisce a un seguirsi di abitudinio e di possibilità note che pian piano vengono inglobate nell’algoritmo globale, nella politica di potenza di calcolo, dove chi possiede gli archivi e ciò che serve per elaborarli è in grado di controllare le abitudini e le vite. Oppure, ancora, la normalità è un susseguirsi di possibilità che non vengono esercitate, ma che fanno compagnia alla libertà presunta in cui ci pare di nuotare?. Comunque sia una normalità arriverà e sarà nuova, come cambierà il mondo velocemente, ma se in pace o in sussulti e conati di violenza dipenderà dalla formazione di una coscienza comune. Dovremmo elevarci e guardarci dall’alto, vedere il nostro egoismo sciocco e pensare che solo nella misura dei rapporti positivi con chi ci è vicino, con la società in cui viviamo, con il genere e con le specie c’è una possibilità di armonia e quindi di una normalità buona, mutevole, che fa bene. Ma ciò non avviene e lo stare nella stessa barca è solo un’immagine che serve per chiedere qualcosa a chi è vicino. La fragilità ci mostra come siamo, era ora, perché ci credevamo onnipotenti, ma questo non basta a cambiare per chi il delirio di onnipotenza lo confonde con l’identità. Cambiare, mutare forma e colore alla luce significa uscire dal tunnel e vedere un mondo nuovo, cose da giganti e se volessimo ognuno di noi lo è quando allarga lo spirito e vede nelle cose piccole l’intero universo, sente in un rapporto il bene che si fa materia, ascolta in un suono che è armonico la lingua che ci accomuna. I sensi, adoperiamoli tutti, mettiamoli insieme alla libertà, uniamo ciò che è sensibilità ed è stata negletta. Guardiamo, tocchiamo, ascoltiamo, annusiamo e assaporiamo ogni cosa, ogni rapporto fatto di senso, aggiungiamo ciò che non ha nome eppure ci fa sentire il mondo e ciò che abbiamo vicino. Usiamo il sogno e togliamo il giudizio, ma preserviamo l’uomo, rendiamolo persona, non moltitudine o cosa, diamogli l’infinito valore che ha e comportiamoci quietamente di conseguenza. Basta un saluto, un bene gratuito, un gesto amoroso, un’attenzione che rimetta in moto la meraviglia. Così ogni giorno e senza accettare che qualcuno ci dica cosa bisogna fare per essere parte di un gruppo, di una nazione, di una specie. Lo sappiamo, è dalla normalità che deve essere tolta la differenza negativa, quella che toglie ai molti per dare ai pochi, non l’inventiva, non la volontà di capire, non l’intelligenza dei sentimenti, dell’amore. È questa una luce possibile in fondo al tunnel, che ci farà vedere il mondo diversamente e ci fornirà gli elementi di un nuovo vivere. Poi anche il virus capirà e sarà sconfitto, ma dal nuovo, non dal vecchio che viene promesso come la normalità di un mondo fatto di ingiustizie e diseguaglianze, di disamore. Dicono le statistiche che si sciolgono convivenze, che i matrimoni vanno in crisi per la vicinanza, nessuno sopporta la verità vivendola se essa non gli appartiene, altrimenti diventa altro, finzione, convenienza, equilibrio cercato altrove. Ciò che resiste alla prova è luce nel tunnel, è riscoperta, attenzione, piccola verità da consumare assieme. Ogni situazione di limite ci rivela a noi stessi, per questo non approfittare di questo vedersi è un’occasione sprecata, immolata a un come prima impossibile da raggiungere, perché quel prima non esiste più. Guardiamo dentro e avanti e forse il disaccordo si accorderà alla sintonia, con noi stessi. La domanda è proprio questa, siamo in sintonia con noi, ci assomigliamo in questa presunta normalità? E la risposta non è nel testo, ma nel commento.

la delusione

Conosci la sensazione del sentirti raggirato, ma anche quella dell’aver riposto speranze e viste possibilità dove esse effettivamente c’erano ma poi si sono consumate nel consueto, nel ciarpame ridipinto che maschera i sogni d’accatto. Si sente da una nota nella voce quando una persona mente, lo si vede dagli atti minuti, dalle difficoltà frapposte, quando qualcosa che dovrebbe raggiungere il suo compimento nel mutare la realtà viene mutato, posposto. La delusione assomiglia a un tradimento minore. In fondo nessuno ha tradito l’altro, ma non ha messo la verità che diceva assieme ai pensieri e ai gesti. Non a caso la politica delude spesso, perché la racconta e poi, con mille scuse, procede per propri interessi. E non a caso dove ci sono sentimenti che legano a un lavoro, a una persona, a un gruppo, se non c’è un processo di verità, subentra il non detto, la presunzione, il sospetto che vi sia altro fino a rendere tutto più guardingo e la prima a morire è la fiducia. È chiaro che se scrivo queste parole così generiche, una molla c’è. Qualcosa non è andato per il verso auspicato e dopo aver tentato più volte che ci fosse un raddrizzarsi della situazione, un ripristinare le premesse e le loro conseguenze, alla fine ho constatato che avevo capito male. Mi ero illuso. E che si fa quando un’illusione investe la vita? Quando si capisce che ogni ulteriore passo e sforzo è inutile? Si prende atto e si inizia un paziente lavoro che deve trasformare un fallimento in insegnamento, un vissuto in spinta per fare altro. La realtà è una severa e amorevole maestra e funziona sempre perché essa indica sia ciò che non va in noi, quello che non aderisce al nostro progetto interiore di vita e alle convinzioni che la rendono davvero unica, ma nel farlo scorre in avanti. Evita che la delusione sia il luogo in cui tutto si ferma e invita a guardare con occhi diversi ciò che abbiamo trascurato. Ci fa l’esame interiore per determinare dove sia quel nuovo che abbiamo tralasciato in noi per riporlo in altri. Ci chiede dove vogliamo andare, mentre ci lascia meditare e riflettere. Senza fretta, verso nuovi modi d’attuazione di quell’assomigliarsi che è connaturato con le vite che si prendono tutte. E si perdonano e sono soddisfatte per un poco, ma non s’accontentano perché sanno che per chi ha deluso esiste certamente un altro che non lo farà.

 

presunzione d’amore

Sembrò, parve, ma non era.

Forse un desiderio s’era fatto strada,

così forte da essere convincimento,

come quando si segue ciò che sembra lieto e facile,

e ricco di soddisfazioni senza costo.

Semplicemente s’esaurisce tutto ciò che eccede il vero,

compie una parabola,

a volte una capriola

e il viso che s’alza poi sorride per l’impresa, o piange,

ma non dura e passa ad altro pensiero

che tenga assieme il ricordo nello sgangherato corpo.

 

https://music.youtube.com/watch?v=0Ri9T6vEC1Q&feature=share

 

buon anno

Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.

Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?

Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.

La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.

Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.

 

mantra della sera

Non parlo di me. Conosco i miei limiti.

Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.

Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.

Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.

Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa. 

Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto. 

Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita. 

Sempre si nasce purché lo si voglia.

le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

la tazza

Dalla gentilezza di una barista d’ hotel è arrivata una tazza per un bere lungo e caldo. Ha la forma aggraziata di chi è stato pensato per essere marchio riconoscibile di un luogo e di un pensiero d’impresa. La bocca, più larga del fondo, invita a sorseggiare. Il manico più ansato e profondo, a tener tra le dita il contatto con il calore. Il colore, bianco e azzurro pastello sembra posato da una pennellata larga e vogliosa di trama, ma ha una storia già in testa perché s’interrompe per lasciare posto all’ansa del manico che dev’essere bianco su bianco. La impreziosisce e rende inequivocabilmente femmina, il rosso bordo, una traccia che può simulare un rossetto corallo carnoso lasciato apposta e spalmato per essere condiviso.

Ha la presenza sommessa di chi aspetta la fine di una lettura, l’alzar d’occhi sorpreso dalla stanza e ancor preso dalla storia. Il bisogno di qualcosa di caldo che accompagni e racchiuda i pensieri ha allungato una mano. Ha cercato la tazza fumante, che ama quel silenzio e profumando l’aria. Il sapore si sofferma in bocca nei piccoli sorsi e ora gli occhi cercano. Manca solo una finestra con i vetri incorniciati nei riquadri di legno, il mare poco lontano che s’abbruna, mentre piccole creste d’onda rabbrividiscono di spuma alla sera. Dentro e fuori e poi ancora più dentro, i pensieri si sono arresi, abbandonati in balia del sogno e della realtà che parlottano tra loro.

non finisce

finisce e non finisce,

ciò che prima eccedeva, manca nel poco.

Era generoso e non me ne sono accorto,

ora si nasconde avvolto in cartocci malfatti,

si concede con parsimonia, si nasconde,

prezioso.

Di tanto splendore attorno,

del verde intriso dalla notte

del blu, soffuso prima che l’ultima luce lo lasci,

resta l’incanto sospeso e una domanda inevasa.

Non è lo stesso.

Sarà che andare è più fatica,

e lo è il tornare che non sia vecchia abitudine:

le età hanno dato e attorno molto è mutato.

Mi dico che è solo il cuore che batte irregolare,

che ancora s’ emoziona nel traboccar di stelle,

occhi stretti nel dormiveglia,

lampi di nervi e difficile sonno.

I sogni si sono raggrumati in pallottole di spago e di stracci,

da dipanare se si volesse capire il vivere,

cosi l’attesa della luce è la stanchezza della bilancia,

del faticoso equilibrio,

d’un coltello triangolare che senza piacere posa nell’incavo d’agata:

aggiungono pesi sui piatti,

o tolgono, senza rammarico, quello che ora sembra eccedere,

e prima non bastava.

Ciò ch’era sin troppo ora manca,

e se non finisce, si trasforma come ogni cosa:

difficile consapevolezza che al cuore poco consola.

Serve tempo, raccolto a mani aperte,

tempo stretto a pugni nel mucchio

da lasciare con dolcezza perché tale resti l’incompiuto.

Completare le frasi sino al punto e pensare,

ancora pensare mentre batte il cuore piano, e il corpo si posa,

ch’esso su di sé ora s’adagia,

e fila il tempo e la bilancia è immota;

dopo inizierà un’altra frase,

un altro discorrere di cose ormai quiete,

nel dire sommesso di pensieri che vagano oltre

le nuove cose e insieme l’antico.

Ciò che sembrava lasciato torna senza chiedere conto o ragione

e così giunge, il mattino,

impallidisce la luna

e il cielo s’imporpora nel pudore della notte

vissuta assieme a una stella.