le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

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