cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

di certo ci sarà un senso

Di certo ci sarà un senso profondo nel vento di tramontana che porta freddo e limpidezza, nei palazzi e nelle cose che s’avvicinano luminose.

Di certo avrà un senso un guanto rosso abbandonato che nessuno raccoglie, ma anche il fluire tranquillo delle persone sotto i portici e le finestre aperte ad accogliere il sole avranno un senso se per vie misteriose parlano allo sguardo.

Avrà un senso il soffermarsi a parlare con uno sconosciuto che si scusa per il suo camminare lento e racconta che, adesso a ottantotto anni, vede molte più cose d’un tempo, gode di questo sole di settembre e pensa che ciò che ha attorno è bello e merita la sua attenzione alla vita. Avrà un senso desiderare d’incontrarlo ancora per le sue parole cortesi e tranquille che diventano un dono inaspettato.

Avrà un senso tutto questo tempo che non si spezzetta ed è così pieno di nuovo, che posticipa ciò che non è proprio necessario, che chiede di guardare, di accogliere ciò che prima si nascondeva nella fretta.

Avrà un senso profondo il mettere assieme ciò che sembra disparato eppure interroga con la distrazione di chi sa che nulla si perde, tantomeno il tempo, quando esso ci mette in comunicazione con il mondo.

il peso dell’anima

Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.

E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.

uso delle parole

Ci sono parole come arrabbiato, traditore, dolore, importanza, contare, libertà, sovranità, democrazia e molte altre, che meriterebbero una riflessione per capire se possiamo usarle. Cosa facciamo noi per il nostro Paese? Cosa facciamo noi per la libertà? Cosa facciamo noi perché la legalità sia la norma e non l’eccezione? Cos’è la democrazia oggi, in Italia, nel mondo? Ognuna di queste parole contiene un prezzo, una fatica e invece pensiamo di aver pagato il biglietto e di assistere a uno spettacolo. Di avere un diritto all’indifferenza, all’inumanità perché tutto ciò che non ci riguarda direttamente non esiste. È così che il buono si raggrinza in ambiti ristretti e il resto diventa grigio terreno d’opinione, ma cosa ci autorizza a diventare Dei, signori del bene e del male, detentori dell’indifferenza? La colpa è un retaggio antico, spesso usato a sproposito, inutile se non produce frutto, se non aiuta a trovare in noi l’umanità che ci è stata regalata da innumerevoli dolori passati, dal pensiero e dalla vita di chi ha avuto il coraggio di guardare il nero che alberga in fondo all’uomo e di indicare una via d’uscita. Per questo le parole diventano specchio, predizione, futuro e se le parole scaturiscono dalla violenza, la libertà, la democrazia perdono significato, non aiutano a trovare soluzioni umane e non salveranno nessuno. Neppure chi pronuncia quelle parole.

Un testimone sopravvissuto, ricordando quanto avvenne in Francia nel 1942, quando furono rastrellati 13152 ebrei, di cui oltre 4000 bambini, poi avviati ai campi di sterminio, disse che la Gestapo da sola non sarebbe mai riuscita ad arrestarne così tanti e che i bambini non li avrebbero presi. Erano stati il governo di Vichy, la polizia francese che aveva proceduto con ferocia e inumanità non richiesta, che utilizzò la delazione e l’indifferenza dei cittadini. Nessuno di quei bimbi sopravvisse e per molti anni nessuno pagò una colpa di inumanità immane. Ecco perché dovremmo stare attenti con le parole e con l’indifferenza perché tutto poi diventa possibile.

a chi giova?

Sulla situazione politica che si è creata, la mia percezione è che manchi un legame con il Paese, che non si dica la verità a partire dai programmi elettorali che ciascuno propone. E i primi ad essere presi in giro sono gli elettori. La vicenda del mancato governo giallo verde è emblematica al riguardo, sia nei modi in cui si è svolta ma soprattutto nel suo epilogo, dove esiste un vincitore che comunque incassa e un gabbato che pensava di aver fatto un affare vendendo la sua merce (i propri voti) al migliore offerente.

Ma ora che accadrà, perché nel vociare di questi giorni, nella confusione, comunque emerge l’immagine di un Paese ancora più diviso. Anzi è come vi fossero diversi paesi, con diversi abitanti che non hanno interessi comuni, ma neppure vincoli contratti, competitori economici, arretratezze sociali e tecnologiche da risolvere e che tutto si possa trasformare in un braccio di ferro tra furbi dove chi vince ha segnato un punto a suo favore e fatto fesso l’altro. E chi è l’altro se non lo stesso Paese. L’assenza di responsabilità politica, cioè il mendacio, il non dire la verità, l’usare la cosa pubblica per fini di parte, come può essere giudicata e castigata dai cittadini? Perché senza responsabilità politica non esiste neppure l’opposizione, sono tutti all’opposizione, e mentre le cose degradano, la nave affonda e ci si arrangia; chi è sulla scialuppa e chi nuota, ma i più annegano. Bisogna farsi delle domande e cercare di salvare il Paese, essere radicali nei rimedi ma rifiutare gli apprendisti stregoni, proporre quello che è possibile fare con i tempi per farlo. Chiedetevi a chi giova tutto questo e forse qualche dubbio vi verrà, come viene a me.

Gli elettori non sono assolti dalla legge elettorale, neppure dalla loro condizione se vogliono davvero uscirne, come non lo è la politica e questa debolezza di statisti, di persone ragionanti, dai forti principi è sostituita dai vocianti. Ci mettiamo nelle mani di guaritori per non vedere la malattia che si chiama illegalità diffusa, diseguaglianza crescente, povertà, debito immane del Paese, sperequazione territoriale della crescita. Non so quale sarà il prossimo segnale che verrà dato e con quanta responsabilità, ma se oltre a spaccare il Paese, si frantumano le possibilità di crescita, di soluzione dei problemi di equità, di risposta alla povertà crescente, non c’è soluzione alla crisi di identità comune. Il radicalismo può essere una soluzione ma il Paese parla di diversi radicalismi, uno per ogni problema e sono tra loro largamente inconciliabili, questo farebbe pensare che un leader che dica la verità, che proponga poche risposte ai problemi principali potrebbe ancora unire, essere creduto perché parla a tutti e unisce. Non so se esista, so che l’odio crescente, la paura, la ribellione non si governano e causano solo disastri.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

una tesi sulla decadenza

C’è uno stupore morboso con cui l’intelligenza contempla la decadenza e l’associa a categorie morali, così Berg è affascinato dal cammino di Lulu in quello che, per essere accettato dalla morale prevalente, deve aggettivare con il termine degrado. Il degrado morale come conformità all’ordine comune, all’appartenenza e soprattutto alla sessualità che rispetta canoni. Tra la felicità, il piacere e l’ordine la scelta è il terzo, se la prima è priva di regole, il piacere dev’essere anch’esso regolato. In questo consiste la superficie della morale, la crosta che sotto aspira ad altro. Alda Merini con l’aiuto di una follia temperata e quieta, nella poesie e nel comportamento, salda la felicità al contemplare se stessa, ne trova ragioni che non contraddicono, in questo c’è non poca parte dell’amore che la circonda oggi, non prima , quando era viva. Perché la follia, nelle sue accezioni di rottura dell’ordine non consente tutto. Ad esempio non consente la felicità come esibizione di tranquilla pienezza, dev’essere sguaiata, esibita, oscena per il suo imporsi come libera e assoluta, folle e priva cioè della regola che ne consente il controllo sociale. Nel fascino della decadenza si trova non solo il vecchio che non ha percorso pienamente la vita, non ha avuto, ma ogni persona regimentata e insoddisfatta, segretamente colpita dal fatto che ciò che sembrava assicurare felicità in realtà non abbia mantenuto la promessa. Così l’ordine esteriore ed interiore più che un modo di vivere che sia compimento di sé diviene abito che occulta e dissimula, viene favoleggiata un’innocenza innata che è prima della morale e quindi libera di essere, la si colloca in un tempo di cui non c’è ricordo ma dev’essere esistito. Finzioni dell’intelligenza e contraddizioni non ricomposte. Anche oggi che il decadere è fuori moda: non si decade più e nell’ esaltazione del giovanilismo come condizione permanente in cui tutto è permesso, non viene colto il nesso tra una condizione di ricerca della felicità e il suo materiale farsi. C’è sempre un giudizio morale che deve riportare l’ordine. La libertà sessuale così indagata in tanta morbosità pseudoscientifica da rotocalchi, dovrebbe rivelare un passaggio innanzi nella felicità e nell’appagamento, essere una felicità 4.0 e invece emerge una confusione, un disorientamento che fa oscillare tra giudizio morale e desiderio d’essere differenti. Non si evidenzia ciò che già nell’età precedente era il bivio in cui aspettava il demone: le vite scelgono tra la tranquillità e il rifiuto dell’eccesso di piacere oppure la libertà di essere, pena il decadere. Il resto è materia di follia e di corrosione e l’unico elemento nuovo, oltre al giovanilismo, è lo spostamento del limite della percezione, ossia possiamo includere più comportamenti evidenti nel catalogo della non decadenza. Il tema può sembrare astratto, ma le civiltà decadono a partire dai comportamenti collettivi e dalla loro relazione con la giustizia distributiva, ovvero se è l’individuo a prevalere e il suo essere felice non è tensione collettiva il tessuto si rompe, le persone perseguono secondo i loro mezzi il loro destino e non lo rendono partecipato. Subentra il privato, quello che Berg spia e Merini esibisce, ma così ognuno ha una felicità, un piacere e un evolvere, ciò che non viene accettato come comune diviene degrado o follia.

7 novembre 10/17

In questo scartafaccio che è willyco, si sono accumulati articoli, scritti, frammenti di cui non ho precisa memoria. E questa è una buona cosa: quando rileggo verifico i ricordi e cosa sono diventati. Ma non è solo questo, è il riassumere il com’ero che m’interessa, soprattutto nella sua dimensione pubblica perché l’altra è più personale e la può leggere solo chi ne ha la chiave segreta della conoscenza diretta. Sollecitato da facebook sono andato a rileggere un post scritto 7 anni fa in questo giorno. In esso parlavo dell’autorottamazione politica avvenuta per tempo, parlavo della libertà acquisita e del fatto che la politica è una passione che si manifesta in molti modi, ma che erano finite le attese personali, insomma essermi fatto da parte per tempo e non accompagnato alla porta aveva avuto vantaggi notevoli. In quelle parole che forse allora non erano ancora così serene, c’era una verità personale che verifico anche ora, ossia che si può fare politica per tutta la vita ma non si possono interpretare tutte le stagioni e che l’esercizio del potere è una conseguenza dell’agire politico non la sua motivazione. In questi giorni si discute delle elezioni in Sicilia, della vittoria della destra, della sconfitta di Renzi e del PD, della sinistra che non decolla e non trova l’aggregazione necessaria per essere credibile di fronte agli immani problemi di una società che ha basato sulla paura e l’individualismo la conservazione del benessere acquisito o presunto. Di tutto questo parlare mi interessa poco, e credo che a parte un profluvio di personalismi parlanti non ci sarà nessuna analisi seria di ciò che sta accadendo. Allora mi sono chiesto, come allora, che significa esercitare la mia libertà in una democrazia delegata, quanto essa incida sulla mia vita e su quel noi che è prossimo, che suscita emozione e identità comune. La risposta è che la critica e la partecipazione sono ancora gli unici strumenti che ho a disposizione per esserci in questa società. Che l’identità collettiva è un insieme vuoto se si traduce solo in una presunta liberazione dalle regole comuni, che la politica e l’amministrare sono questioni serie e centrali per la vita di tutti ed esigono competenza e capacità unite all’onestà personale e collettiva. Mi direte, e questo che c’entra con la Sicilia? C’entra molto perché se i numeri del familismo politico sono particolarmente acuti in Sicilia, se l’economia di quella regione è sostanzialmente un’economia basata sull’impiego pubblico, mi devo chiedere quanta Sicilia c’è in me che non ci abito, quanto è stata deviata la cosa pubblica verso l’interesse del singolo, quanto si è giustificato l’illegale per avere un equilibrio in cui tutto convivesse. Facendo questa riflessione mi sono accorto che quanti hanno votato il candidato di destra pur essendo di sinistra hanno fatto un ragionamento di comodo, ovvero quanto quel candidato mi può assicurare in termini di mantenimento dei privilegi e quanto perderei in una modifica radicale di essi? In questa democrazia delegata basata sul calcolo dell’interesse personale si piega la politica locale e nazionale. E si subisce il mondo. Per uscirne servirebbero non lacrime e sangue ma verità e giustizia. Verità per dire le cose che tutti vedono e giustizia per togliere alla realtà una interpretazione che si basa solo sulla forza e sull’arbitrio. In fondo per far questo c’è bisogno di uomini che considerino la parola un vincolo d’onore, che non promettano cose che non sono possibili, che siano di parte e difendano interessi ma con l’onestà di dirlo. Non si può fare a meno della politica, si può scegliere, come ho fatto, di non esercitarla ulteriormente con compiti pubblici, ma si deve essere conseguenti con quello che si pensa, se vogliamo un Paese migliore dobbiamo essere migliori ed eleggere persone migliori, non compari. In questi anni si è consumato un tragico errore ovvero quello che le cose possano migliorare da sole, non solo non è così, ma nessuno saprà proporre una via alternativa se questa non viene costruita e partecipata assieme. Riflettete su questo, dal 2007 anno della più grave crisi economica degli ultimi 100 anni, tutto si è concentrato non su come essere diversi da prima, ma su come uscire dalla crisi per fare le stesse cose di prima. Cioè come ricreare le condizioni della malattia che ha cercato di uccidere nazioni e democrazie. Questo è il senso della politica e del suo cambiamento, mutare le condizioni che hanno generato l’abisso, aggiungere equità e togliere povertà, assicurare diritti spendibili e libertà comuni. Quanto di tutto questo è contenuto nelle politiche attuali in Italia, in Europa, quanto la regione Sicilia o la mia regione, vorranno modificare il loro stato di dipendenza dal favoritismo, come vorranno crescere e mutare le condizioni di vita di chi ci abita. Ecco, queste domande fanno parte della passione politica e non si curano delle parole che sentirò in questi giorni, del teatro in fondo credo non interessi più a nessuno se non agli attori, ma in questo copione noi quanto vogliamo esserci? 

lontano vicino

Al centro della piazza c’era una grande vasca circolare col bordo arrotondato, era vuota d’acqua anche se al centro c’era una chiazza d’umido che la calura forte non riusciva a prosciugare e veniva da una canna per lo zampillo di rame ossidato con un color ramarro umido dove l’acqua non si vedeva ma da qualche parte ancora arrivava e perdeva. Il bordo veniva usato come panchina, sin dalla prima mattina, da chi riusciva a conquistarne un pezzetto su cui sedere e davanti c’erano quelli in piedi, che conversavano con uno di quelli seduti e attendevano che si liberasse un posto sotto il sole. Si alternavano, seduti e in piedi diversi, perché c’erano quelli che andavano altrove verso incombenze misteriose, però le conversazioni non finivano e non parlavano tutti della stessa cosa. Si capiva dall’animazione di alcuni e dalla calma di altri, dai silenzi asincroni, dai gesti che animavano diversamente le mani e i corpi. L’insieme generava un ronzare forte di voci, di sillabe e consonanti aspirate e si protraeva sino al mezzogiorno, quando la piazza si vuotava per il pranzo.

Su un lato della piazza c’era un armadio di metallo per i contatti telefonici. Era sempre aperto e ogni mattina, davanti, c’erano due operai in tuta che discutevano animatamente. Uno di questi aveva una grossa cornetta telefonica nera, di gomma, in cui parlava e contemporaneamente dava ordini all’altro operaio, che metteva pinzette e tranciava fili da grosse trecce colorate che spuntavano dal terreno. Spesso discutevano tra loro e con qualcuno che stava all’altro capo del telefono. A volte sembrava arrivassero al limite della lite e l’operaio che aveva il tronchese e le pinzette, tagliava dei fili che facevano imbestialire l’altro operaio. Allora tutto si fermava e la discussione assumeva toni concitati, sinché trovavano un accordo e la conversazione attraverso la cornetta riprendeva. Anche loro sparivano a mezzogiorno  e lasciavano per terra una miriade di pezzetti di fili di colori diversi che i ragazzini provvedevano a far sparire. In 20 giorni di passaggi per quella piazza ho sempre visto la stessa scena e a casa il telefono e la connessione funzionavano secondo algoritmi misteriosi, quasi mai di giorno e a volte verso sera e di notte, come se l’accordo tra loro fosse per una tregua notturna. 

Sul lato della piazza si apriva un grande viale alberato di palme altissime, con tende bianche per proteggere i tavolini dal sole a picco nei bar migliori; negli altri le persone e i tavolini si assiepavano sul lato in ombra e spostavano sedie di ferro e tavolini tondi seguendo l’andamento del sole. Finché potevano, poi si trasferivano all’interno in sale piene di polvere e di vecchi tavoli di legno. Nell’angolo c’era il bancone con poche bottiglie alle spalle e una vasca piena di pezzi di ghiaccio in cui galleggiavano i colli delle bottiglie di birra. Di prima mattina, quando la calura era accettabile, giravano dei carretti coperti con un cofano di lamiera zincata, da cui venivano estratte delle stecche di ghiaccio lunghe e pesanti. Le prendevano in due uomini, con degli uncini molto appuntiti, uno dei due aveva un sacco di juta sulla schiena, e con un movimento morbido si piegava a fianco del carretto, si metteva sotto la stecca di ghiaccio, e la ruotava  posandola sulla juta tenendo l’uncino piantato. Veniva scambiata una parola e l’altro toglieva da sotto il proprio uncino, così la stecca gocciolante cominciava a muoversi con piccoli passi verso le ghiacciaie dei bar o dei macellai. Vista controluce, lanciava dei bagliori che la infuocavano e con l’uomo piegato quasi a novanta gradi, formava un misterioso carattere cinese che nella mia immaginazione mescolava gli opposti fuochi del sole e del gelo in un unico sentire. Per terra una scia di gocce segnava i percorsi sulla polvere gialla e sottile e guardando il corso si poteva scorgere una sorta di spina enorme d’ un pesce misterioso che aveva propaggini nei negozi dell’una e dell’altra parte.

In uno di questi negozi stava un uomo di età matura e non riuscivo a definire come, del resto, mi accadeva per gran parte di quelli che vedevo. Stava sempre appoggiato con i gomiti sul bancone di legno, che credo fosse eucalipto perché il negozio aveva sempre un profumo pungente e gradevole, e leggeva un giornale aperto con una foto sulla destra. Le volte che entrai per acquistare qualcuna delle poche cose che vendeva, mi sembrò sempre la stessa pagina e lo stesso giornale. Alle spalle c’erano su due scaffali, dei barattoli con delle polveri colorate, gialli e rossi accesi, ma anche ocra, blu intensi, verdi di varie tonalità. Poi delle matite, delle bottiglie d’inchiostro Pessi, fasci di canotti di legno per pennini, pennelli sottili e qualche risma di carta di varie pesantezze. Era una cartoleria che vendeva anche giornali. Andavo da lui per avere notizie dall’Italia, ma i giornali erano talmente pochi e vecchi di almeno 15 giorni che spesso mi sforzavo di comprare qualcos’altro per giustificare la conversazione che seguiva l’entrata. Parlava un italiano vecchio, con parole e costruzioni sintattiche che riportavano a molti anni prima. Qualcuna di quelle parole le avevo sentite usare da mia nonna quando usciva dal dialetto e voleva affermare qualcosa con l’autorità della lingua, in lui, invece, c’era tutto il discorso. Parlava lentamente, faceva domande discrete sulla provenienza. Restavo sul vago e lui capiva che non era un argomento di curiosità, allora mi mostrava le cartoline che aveva, i francobolli. Mi sembrava tutto fuori corso, ma mi fidavo e le cartoline sono arrivate. Sostavo per curiosità e per quella nozione di lontano che emanava la situazione. Non avevo giornali, il telefono era praticamente inutilizzabile per i fusi differenti e tutto, a parte gli affetti, sembrava così distante da apparire piccolo e in un mondo parallelo. Mi chiedevo cosa avessero provato gli italiani che erano rimasti lì a lungo. Non quelli che conoscevo e che insegnavano alla scuola italiana o lavoravano all’ambasciata, ma quelli che erano venuti per restarci e che non potevano essere poveri perché il regime non permetteva che i conquistatori fossero poveri, che non potevano mescolarsi con i nativi perché c’era la segregazione razziale, che dovevano vivere come in Italia ed erano distanti tre settimane di navigazione dall’Italia. Naturalmente non parlavo con lui di queste cose però un giorno cercò dentro delle cartelle molto malmesse dei piccoli manifesti, ed erano degli alfabeti per scuole elementari, che mettevano in corrispondenza i caratteri di due lingue diverse con le lettere latine. Ne acquistai due perché le lingue a confronto non erano solo quelle principali, ma ce n’erano altre che si riferivano ad altri conquistatori.

Confusamente gli parlai della nozione di lontano e vicino e lui mi chiese, sempre con quella sintassi strana: ma voi a cosa siete vicino? A qualcosa che è dentro di voi o a qualcosa che dovete per forza vedere fuori? Qualcosa imbastii come risposta e gli dissi quello che mi mancava. E, come non avesse capito, lui ripetè la domanda, poi senza attendere la risposta, arrotolò i manifesti e disse: domani, forse, arrivano notizie nuove, ma saranno già vecchie. Ci impiega tempo, il tempo a raggiungerci.

Ci furono visite successive, dei canotti di bachelite e dei pennini Fila, per identificare un vicino nel lontano, ma non era quel giorno. Fuori c’era un sole a picco e uscendo vidi che tornava con i gomiti sul bancone, al suo giornale e il carretto del ghiaccio non c’era più. Prima della piazza mi fermai a bere una birra ghiacciata e seduto mi misi a guardare gli operai che riparavano i telefoni e litigavano: cos’era lontano e cos’era vicino?