caldo fresco

La camicia leggera, la sensazione del vento sulla pelle, i calzoni corti. Percorrevo la città in bici, (lo faccio ancora), assaporando l’estate. Non so quando sia iniziato il piacere fisico dello svestirsi, del voler caldo e fresco, assieme. Di certo presto, nelle abbronzature di bambino, nella pelle che faceva fatica a scottarsi e amava il sole. Dalla città al mare e viceversa, in un ciclo che durava fino a settembre. E lì devo aver imparato il gusto dell’ombra sul corpo dopo il sole perché ne ho precoce -e tenero- ricordo. I portici freschi dei pomeriggi giocati a carte, la sabbia fina e l’odore d’acqua di canale, l’imparare a nuotare per poter fare i tuffi,  il capanno vicino alle docce dove il sapore del chinotto e l’odore dei saponi si mescolavano. Così per tutto luglio e poi arrivava l’ombrellone o le tende improvvisate in spiaggia, i piedi scottati dalla sabbia a mezzogiorno, le dune alte come case da cui gettarsi in corse a perdifiato, il cercare le ragazze che prendevano il sole nascoste, i rossori senza ancora saperne il perché, il mare fresco la mattina. Su tutto imperava il sole e in questo tornare fiducioso alla luce, c’era un richiamo a qualcosa che stava prima, qualcosa di inscritto nel profondo dove il calore era simbolo di benessere e il sole di benevolenza. In questo piacere innominato c’era già la ragione di quel godere del calore della luce, del farlo proprio sulla pelle, nel sentirlo riemergere la notte quando l’aria, dalle finestre aperte, percorreva il corpo steso, nei risvegli difficili e nel primo caffè, nelle risate di mattina, nella sensazione dell’acqua fresca, nel buttarsi sull’asciugamano e chiudere gli occhi e vedere grigio e tante piccole luci, nel lasciarsi andare al calore e poi, asciutto, ricominciare in acqua e di nuovo al sole, in una teoria infinita di ore che era l’estate. Un ciclo di giorni eguali e diversi che continuavano ed era fatta di pelle, caldo, sole, ombra, suoni, odori, profumi forti, pensieri radi, carte, ombrelloni, panini con il salame, pescatori che portavano il pesce a riva, luci al neon, musiche forti di notte, lenzuola fresche di lino, corpo nudo, colore, sete, acqua e tamarindo, bibite fresche, ghiaccioli, letture facili, desideri fondamentali, improvvisi, pulsioni pigre.

Anche ora, il richiamo del sole e dell’ombra sono due poli che contengo con eguale piacere, come fosse questa la misura dell’estate, assieme ai sapori forti degli aromi notturni, assieme ai contrasti di una stagione in cui c’è il caldo e la ricerca del suo antidoto, il sentire che tutto rallenta ma non si riposa. E lasciarsi, finalmente, andare, percorrere, abbracciare dalla luce e dal calore. Estate.

dizionario personale:collimare

Non sovrappormi non collimo, astieniti da questo esercizio di copiatura, fai fatica inutile.

Non sovrappormi a quello che conosci, non sarei interessante per te, cosa c’è di originale in una rimasticatura?

Non assomiglio, è un problema? Magari lo è per chi non vuol far fatica, non per me. Non più e da molto.

Non cercarmi dove pensi di trovarmi, non ci sono. Libera il cervello e accoglimi, poi mi caccerai a calci se non ti va.

il racconto della vita cheta

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Mi sembrava solo una piccola paura quella tua commiserazione al mio parlare di vita cheta. Cose da vecchi le mie attese e argomentazioni, ribattute con frasi secche e brevi come vi fosse un giudizio. E il considerare irridente che ad un certo punto l’energia, assieme ai desideri, latiti. Una volta, forse punsi nel vivo, quando emerse quell’acronimo così banale, da necrologio, per chiudere il discorso. Mi parve un fallire delle parole, il non riuscire a spiegare ciò che pensavo, ma in realtà non c’era la comunicazione giusta, agivano attese che non trovavano risposte ed ero io a non capire, a non curarmi della necessità che se si vuole un dialogo lo si deve caricare su di sé, portare all’interesse vero, non a quello superficiale del momento. Ricordo che argomentai dicendo che i desideri sono così superficiali nella loro presunta profondità… Ma in realtà, questo dire, era la dimostrazione che non capivo e che l’incomprensione può diventare giudizio e isolamento. Un non curarsi perché autosufficienti.

Parlavo di vita cheta come un obiettivo, un farsi del vivere finalmente equilibrato, a me che di squilibri ne avevo avuti sempre in abbondanza. Era un desiderio di tenere le energie nel corso guidato e confacente, non in gabbie, e neppure lasciate brade. Insomma il non essere prigioniero di me stesso, ma signore del mio tempo e non a disposizione d’altri. E argomentavo, come mai si dovrebbe fare, iniziando le frasi con la negazione, come a tracciare perimetri nella mappa del ragionamento che lo portassero dentro confini ben netti. In realtà era solo incapacità d’esprimere meglio un sentire che si precisava dicendo, una necessità di forza, non di debolezza. Ho sempre dato una primazia al pensare, al governo di sé come elemento consapevole d’onnipotenza, ben sapendo che questa condizione è un concorso di utili amici, di presenze che aiutano le nostre libertà. E così il pensare di avere un positivo dialogo con le passioni e i desideri, con le forze immediate del sentire, m’è, pian piano, sembrato essere uno stadio più alto del vivere, una dimostrazione di forza che indirizza e non di debolezza che soggiace. In questo avevo visto, e vedo, la libertà del sentire a lungo, del permanere dell’emozione, che s’abbandona fiduciosa quando sa che di essa resterà traccia. Foss’anche l’annullamento di sé.

Allo scrollar di capo, alle obiezioni senza pazienza, opponevo così il mio giudizio, ovvero, ch’era incapacità di comprendere la tua, e mi figuravo l’esempio di chi conosce il moto per davvero e sa che la lentezza esige assai più energia della velocità. E il movimento lento della danza più grazia e potenza della piroetta. Quando è chiaro dove andare, dicevo, l’energia si pone al servizio del camminare. E questo pure riguardava i sentimenti dove non è il fuoco d’un momento che poi dura, ma lo scavare sino al midollo del sentire. Sembrava che confrontati, i nostri, fossero mondi così distanti, ed era solo un diverso guardare. Il mio che partiva dal particulare e cercava di trarne significato più grande, racconto d’altre cose e per questo aveva bisogno del suo tempo e della sensazione gioiosa che si prova nelle lotte dei bambini quando le braccia stringono l’altro e le forze si confrontano, ma l’una imbriglia, sinché l’altra s’abbandona, finalmente ad un comune essere assieme. E l’altro modo, invece, ben più sbrigativo, dove la sostanza era il fare in fretta, il seguire il momento, che momento non è mai, ma bensì l’espressione di bisogno. E non era l’individuazione di questo bisogno la domanda che ci si poneva, ma piuttosto la sua soddisfazione. La velocità questo in fondo è, argomentavo, ossia la soddisfazione d’una necessità che non pensa perché comunque non cammina con altri, e neppure con sé, ma fugge. Ancora mi veniva il parallelo con l’esistenza bambina quando il correre non ha un senso se non nella competizione, e il toccarsi o il fuggire è un gioco dove alla fine ci si trova con le guance arrossate, e il corpo pieno di sudore che sino ad un attimo prima è stato felice e adesso vive ancora della traccia di quella felicità, ma già subentra uno sconcerto. E la domanda è: e adesso?

Di tutto questo ragionare, in fondo così semplice, avrei dovuto dar forma in parole piane dicendo che per me la vita cheta, non era un riposo, ma il dominio delle passioni accessorie per condurle in poche grandi, e che queste contavano davvero, perché finalmente eran divenute certezze. Certezze di metodo, non di momento, e come tali destinate a durare. C’era un esempio che mi ripetevo, ed era collegato al durare delle cose e di noi con esse, ed era raffigurato nel lavoro paziente che diventa arte e lucentezza, lo stendere infinite mani di colore sino ad ottenere una lacca, oppure il piegare il metallo e batterlo su di sé per cambiarne proprietà ed accrescerle sino a un taglio ineguagliabile, o ancora l’esercizio del ripetere calligrafico, che sembra inutile nella sua presunta eguaglianza e invece, a chi sa vedere, testimonia la differenza che s’avvicina all’idea di perfezione. Era tutto così importante nella mia testa e così dimostrativo di ciò che pensavo che poi nel dirlo, si sminuiva e così mutava in giudizio nel non essere compreso. Allora diventavo ben più importante di te, e del tuo non comprendere m’importava poco, certo che il mio modo di vedere il mondo fosse l’unico per me possibile. Non capendo, allora, che aggiungere modi di vedere, e restar se stessi, era la maniera per arricchire ciò che si vedeva e si era.

dopo la tempesta

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Come diceva mia nonna, la tempesta è arrivata da occidente. Dal lago di Garda. L’acqua e il vento si sono divertiti a sradicare alberi, far straripare fossati, allagare scantinati e garage, scoppiare fognature. Poi, com’era venuta, la tempesta s’è quietata. Ed è emerso un silenzio livido di luci gialle, tra una moltitudine di rami spezzati, calcinacci caduti, spazzature sparse tra mucchi di foglie ed aghi di pino. Il cielo, limpido nella notte, era indifferente, solo noi, sconcertati, avevamo di che pensare. E tutto si è ridimensionato in noi, per poco, come a contemplare le nostre reali dimensioni.

Si è fatto l’inventario dei danni, tutto sommato poco, rispetto al vento e l’acqua orizzontale. Un vetro rotto, piante ridimensionate, giornali e carte bagnate. In terrazza la bandiera si è sbrindellata, però resistendo abbarbicata al suo palo, è abituata alle battaglie. La tenda invece, è a pezzi e qualcosa d’altro la dovrà sostituire. Guardando attorno, stanotte mi veniva da scrivere una lettera alle stelle e al silenzio notturno per parlar loro delle mie piccole cose, del fatto che dopo una tempesta ci si sente più vicini. Trovar compagnia nelle cose alte, sopra di me, come fossimo tutti assieme per davvero. Pensandoci è arrivato il sonno, tardo e agitato. 

Al risveglio, stamattina c’era un silenzio innaturale. I carpentieri e i muratori che lavorano nel cantiere vicino, non battevano, ma facevano ordine con rumori soffocati. Ed era strano, che gli uccelli non volassero nel cielo bianco di nubi senza forma. Anche la strada aveva ancora quiete notturna, eppure era giorno pieno. Sono sceso, e mi sembrava parlassero a voce più bassa. Sui giornali, la tempesta aveva abbattuto alberi, fatto danni alle cose, qualche ferito. Tutto era durato meno di un’ora. Nessuno parlava dello sconcerto dopo la paura, fatto di difficoltà piccole, medie, grandi.

Guardo nel giardinetto di casa, il cipresso dovrà essere tagliato, adesso si appoggia alla cancellata, sembra esausto e vecchio. Penso a noi, c’è stanchezza nel constatare la propria inanità a fronte della natura, lo sento dai commenti delle persone al bar, all’ edicola. Passerà, come al solito, tra due giorni non ce ne ricorderemo più. Tutto dura il tempo degli articoli di giornale con i loro titoli banali e stupidi: bomba d’acqua, ciclone, tornado. Analizzare le cose e gli effetti sarebbe troppo intelligente, anche perché il cambiarle impegnerebbe a lungo. E’ vero, cambia il clima, ma qui siamo in pianura e le trombe d’aria non sono così eccezionali. Una scoperchiò il Salone nel 1756, ogni estate sul litorale o sui colli, il turbine macina campi e sabbia, tegole e ombrelloni. Queste presenze sono state una normalità per i miei ricordi, solo che ora accade più spesso, in poco tempo e con molta forza. Questa è la piccola novità.

Mi guardo ancora attorno, le tracce della notte sono evidenti, e ci ricordano la nostra debolezza, ma le faranno sparire in breve tempo e l’arroganza del non mutare stili di vita ricomincerà. La prossima volta speriamo tocchi ad altri, è questo che si pensa, come se tutto fosse solo questione di caso e fortuna. Lo è in buona parte, ma quella farfalla che chissà dove ha dato inizio alla catena delle tempeste di ieri, non aveva ali variopinte, ma mani umane. Passerà, toccherà altrove, non pensiamoci troppo, per cambiare dovremmo essere in tanti e determinati, non accade e allora congratuliamoci della nostra fortuna. Non è accaduto nulla di grave, poteva accadere ma non è successo. 

ho messo Vivaldi perché le tempeste di casa lui le conosceva bene, ed è bello pensare che poi ci fosse lo stesso cielo. Quello del Tiepolo, a sancire la quiete.

28 giugno 1914 Karlsruhe

Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. E’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ho a parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda, l’appalto, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.

Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino quando ne avrà parlato con la nonna, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città , con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può  venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.

Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo.  Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare  un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina dalle parti del san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto.  Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.

E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma  il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di cento anni fa.

grandi navi

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In porto a Venezia, stamattina, c’era due grandi navi. E almeno altre tre più piccole. Grandi navi è un eufemismo perché già le piccole sono grandi: 7 ponti, migliaia di passeggeri e uomini di equipaggio. Le grandi sono grattacieli coricati in mare. Per chi le ha viste non c’è bisogno di sottolinearne l’assurdità in bacino di san Marco, per gli altri basti dire che quel bacino, il canale della Giudecca, furono creati, palazzi compresi, per le navi di legno della repubblica, dove anche le più grandi erano gusci di noce al confronto.

Attorno a me in porto, c’erano i turisti che sbarcavano. Sudati sotto il sole, alcuni al riparo delle pagode di tela bianca, altri un po’ dispersi, tutti molto attoniti. E’ il turismo che prevede due giorni di sosta, che dorme in nave, che affolla i monumenti, che consuma chincaglieria e cappuccini, che passa da un luogo all’altro senza soluzione di continuità. Dovrei anche dire che risparmia una Venezia che amo, che segue sempre gli stessi itinerari e che è facile evitarlo. Però le persone che ho attorno non sanno ancora come sarà davvero la loro giornata, sono arrivate e attendono di seguire gli accompagnatori. Rispetto ai viaggiatori d’un tempo sono operai della vacanza, ma non è un pensiero snob, si godono un mondo che viene preconfezionato per loro, che ha tempi rigidi e allegrie programmate. Questa mattina c’era uno spettacolo in più non previsto, guardavano una corale che attendeva di cantare a un convegno. Erano estasiati dai cappelli di paglia, i pantaloni bianchi, le magliette rosse e bianche a righe. Ecco la Venezia che si porteranno dentro, e sarà un’ esperienza grande, memorabile, ma non è la Venezia vera. Ma quella Venezia è riservata a chi la ama davvero, a chi la frequenta perché può oppure perché, come un’amata, non può farne a meno. Però dal porto la Venezia delle cartoline ancora non si vede, ci sono piazzali, macchine e gru, docks e magazzini. Tutto ha grandi dimensioni, solo che sparisce soverchiato dalle navi. E’ male tutto ciò? Per Venezia sì, perché qui tutto è fragile e basta un nonnulla perché sparisca un pezzo d’arte. Bisogna pur dire che i veneziani, molto affezionati alla Repubblica e alla città, non sono mai andati molto per il sottile, se serviva, si abbatteva o si interrava. Del resto non fu Francesco Morosini che non ci pensò due volte a cannoneggiare l’Acropoli durante l’assedio di Atene. E comunque, guerre  a parte, già alla fine dell’800 si pensava di portare il treno in piazza san Marco. Diciamo che dopo la Serenissima e le Magistrature che curavano equilibri e salute della città, e di chi la abitava, ci sono stati un paio di secoli di progressivo obnubilamento. Non si capiva bene dove si stava andando, pur essendoci molta determinazione. E il culmine iniziò dopo la prima guerra mondiale con l’industrializzazione della città, quando tutto cominciò a diventare troppo grande e insostenibile per un territorio che visto dall’alto è piccolo e talmente denso da non consentire più alcuna speculazione. Per fortuna questo spirito che vedeva nella crescita industriale una salvezza della città, in buona parte è mutato. E’ rimasto l’attaccamento a Venezia man mano che questa si spopolava e se una parte grande di essa vive sul turismo di massa, la necessità di un equilibrio tra il vivere in mezzo alla bellezza e lo scempio per il maggiore utilizzo di essa, è avvertito in modo forte e inusuale. Anche da chi non vi abita. Le grandi navi sono percepite come una violenza, forse per la loro dimensione e pericolo potenziale, più che per gli effetti reali. Il moto ondoso di migliaia di barche fa più danno ogni giorno, però queste sono la vita della città, le altre sono un intromettersi violento. E’ uno scontro feroce tra il porto e chi pensa e sente che non vi sia possibilità di compromesso, che non solo i palazzi, ma anche l’acqua ha bisogno di cura, che una città ormai ridotta a 60.000 abitanti non deve cercare all’esterno il proprio sviluppo, ma trovare ragioni forti di crescita sostenibile con quello che c’è. Diciamo la verità, Venezia non si può visitare in una giornata, la città è così ricca e priva di difese che è facilissimo razziarla, ma così non si ha l’anima, che esige pazienza per essere conquistata. E se questo si capisce allora tutto diventa più lento, anche il turismo. Ecco che l’immagine da diffondere nel mondo per Venezia dovrebbe essere quella di un viaggiare lento, di un tempo d’amore tra l’uomo e ciò che vede, cammina, sente. Ma per far questo servono atti coraggiosi, cultura e identità. E il prossimo sindaco dovrebbe dire subito cosa pensa sulle grandi navi, sullo sviluppo, sulla crescita residenziale, che dev’essere popolare se si vuole avere un popolo. Anche sul porto dovrebbe dire cosa pensa. E decidere la dimensione e l’uso del porto attuale, ma da subito operare per spostare fuori laguna ciò che è, anche solo potenzialmente, pericoloso. Perché così com’è non ci sarà mai una soluzione, ma solo un vivere di interessi forti che con la città hanno poco a spartire.

Questo avrei voluto raccontare a quei turisti che si accalcavano sotto le pagode bianche e aspettavano al sole, e gli avrei anche proposto un tragitto nuovo per arrivare a san Marco, prendendo qualcuno per mano e facendogli fare le Fondamenta nuove, oppure Castello, o ancora la parte così vicina e così sconosciuta, di santa Marta. Li avrei fatti attraversare il canale per vedere le Zattere, il merletto dei palazzi che si vede solo ad altezza d’acqua guardando dalla Giudecca, proseguendo fino a san Giorgio. E nel chiostro bellissimo, gli avrei raccontato che Venezia non muore se il mondo vuole che non muoia, che l’amore ha bisogno di tempi lenti e frenesie lontane, che le passioni si consumano con gli occhi e con il sentire. Gli avrei detto delle nefandezze passate e in corso, perché questa è una storia d’uomini e non di dei, che tutto quello che hanno attorno perirà ma che noi siamo fortunati perché ne possiamo godere, a condizione che non si pensi sia nostro. Ecco così che l’amore dura, quando si pensa che non sia solo nostro, quando c’è rispetto e attenzione. Questo e altro gli avrei detto portandoli fuori a vedere il bacino di san Marco. Quello che non si vede dalle navi, quello che non si saluta con la mano, ma si porta con sé. Sempre.

 

 

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appunti sul Cansiglio

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Anguane (anche òngane): ninfe ammaliatrici che abitavano nelle vicinanze di pozze d’acqua o nelle cavità. Benevole in montagna e via via malefiche verso la pianura (forse non dipendeva da loro). Il loro nome veniva usato per tenere i bambini lontani dalle pozze d’acqua e dai bus (buchi) del terreno carsico.
Salbanei: folletti dispettosi e mattacchioni che annodano i capelli ai bambini, mettono a soqquadro le stanze, nascondono le cose.
Con i semi di faggio, le faggiole, si faceva una farina per fare pane o altro cibo.
Anno di pasciona lo scorso anno, ovvero di abbondante produzione di semi che daranno origine ad alberi. E il bosco cresce per semina propria e selezione naturale.
Nomi di piante viste e trovate, tra le altre, geranio, cardo, bardana, veccia, artemisia, aconito( velenoso e mortale), veratro (falsa genziana velenosa), molte orchidee, ce ne sono più di 70 specie di orchidee selvatiche. Il tutto tra un numero imprecisato di specie di piante. Il sottobosco ha una bellissima elasticità, è coperto di semi, foglie, residui vegetali, densamente abitato… Chiazze di sole tra ombra fresca e profumata di legno e resina, c’è un profumo di timo selvatico che si solleva quando lo calpesti.
Il Cansiglio è un altopiano con 6570 ettari di bosco di proprietà pubblica diviso tra due regioni e tre province (adesso che spariranno le province non si potrà più dirlo).
A parte le case dei Cimbri, non ci sono proprietà private nel Cansiglio.
Acquisito dalla Serenissima assieme alla città di Belluno nel 1500, tenuto in gran conto soprattutto per i faggi necessari per fare remi da 6/8 mt e utilizzato in grande tutela, con un apposito provveditore.
E’ un territorio carsico con una configurazione depressionaria, una sorta di catino bucato, dove piove molto e non c’è acqua e che crea il curioso fenomeno di avere temperature bassissime a bassa quota (anche -35 a 1000 mt).
Ricco di grotte profonde e foibe : Bus della genziana, Bus della lum e l’Abisso del Col della Rizza. ( Bus si pronuncia con la esse che ha un suono strascicato e tra esse e zeta.
Oggetto di migrazione di Cimbri dall’altopiano di Asiago (Roana) che approfittarono della fine della Serenissima (1798) che vietava gli insediamenti, ebbero fino a 500 individui su tre comunità. Oggi ci sono 13 cimbri stanziali in tutto il Cansiglio. Gli abitanti residenti dell’altopiano sono una trentina.
Foresta di faggi, abeti, pini, poche betulle e querce. Gli alberi si regolano da soli e cercano le migliori condizioni per attecchire e vivere. E chi ha detto che la foresta non si muove? 
Come distinguere l’abete bianco dall’abete rosso: i rami del primo sono decombenti (verso il basso), quelli del secondo assorgenti (verso l’alto). Belle queste parole, decombente e assorgente, denotano uno stare, un essere e non un sopportare o un dovere.
Nell’abete gli aghi sono singoli e nell’abete bianco sono piatti, mentre in quello rosso sono cilindrici. Nel larice e pino sono a ciuffetti, tre o più aghi assieme
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acqua ragia). Il legno è bello e facile da lavorare, oltre che per utensili e lavorazioni, ha doti di grande risonanza musicale e si presta per fare casse armoniche di strumenti. Alberi di navi non se ne fanno più e agli impianciti ci pensano quercia e teak, un po’ mi dispiace.
I veneziani preferivano il faggio, legno duro e facile da lavorare, ottimo per i remi, con gli abeti, più elastici, facevano alberi e pennoni. Ma ci pensi come facevano a portarlo fino in arsenale a Venezia con pezzature anche da 15/20 metri…
Il nome Cansiglio: concilium luogo di incontro.
Come raccontare una giornata così piena di verde, colore che s’indossa e s’inghiotte, ma non si descrive con facilità? Si pensa verde, lo si assorbe, si diventa verdi dentro, oscillando sincroni, nella mutevolezza che lo fa sfumare nell’aria oppure incupire nell’ombra. Assomiglia all’umore libero, senza aggettivi. Il Cansiglio è un bosco e un luogo e qui si potrebbe finire, invitando ad andarlo a visitare, a viverlo. I miei appunti non parlano della magia che si avverte sottile. Quando le cose si destrutturano nella semplicità, emergono forze strane, impalpabili, nascoste. Tutto è ciò che sembra, ma anche altro. In fondo la linneana geometria dei nomi, è un ordine che serve a noi, ma tutt’attorno lussureggiano piante con varia iterazione con l’uomo. Gli animali sanno ed evitano, oppure sviluppano antidoti. Il confine tra velenoso e benefico porta indietro, a pratiche semplici, decotti, estratti, disseccamenti, che è poi rimettere armonia con ciò che si mangia, con ciò che si è. La magia è questo irrompere dell’archetipo, del semplice senza nome riportato a sentire. Basta un buco nella terra per capirlo: le foibe impauriscono ed attraggono, come ogni abisso. Succede anche nell’animo. E la fredda esalazione del profondo inverte le idee d’inferno, eppure il verde si lancia verso il fondo senza paura, come i sacchetti di rifiuti che l’uomo buttava (adesso non più), però il verde è vivo e alla fine vince. Andare a fondo senza paura, fidando. Magia è uno stato non una constatazione. Forse esigerebbe solitudine e silenzio. Nella foresta non c’è silenzio. Mi torna a mente un’ eclissi totale vissuta in montagna, si oscurò il sole e gli animali, d’improvviso, tacquero, per paura. La paura impedisce di comunicare, ci toglie dalla naturalezza. Ma oggi non ci sono eclissi e tutto parla, si muove, comunica. Cosa comunica il verde che trasfigura in marrone e si scioglie nel giallo? Anche in questo soccorre l’idea di magia, il linguaggio senza nomi non si decritta eppure rasserena, come le erbe medicinali che sciolgono la tensione se ci si affida. Affidarsi, ecco un termine che accompagna la magia, bisogna sentire che non c’è minaccia, ma equilibrio che accoglie. Mi convince la riflessione della guida sulla pericolosità degli animali, prima vengono gli choc anafilattici con i calabroni e le vespe, poi, molto distanti, i cani selvatici e non hanno invece rilevanza i lupi, gli orsi, i cervi, le stesse vipere. Se facciamo parte di un equilibrio le regole sono commisurate alla nostra forza e adeguatezza, ma noi non siamo più in quell’equilibrio, ne abbiamo alzato l’asticella complicandolo. Sovrastrutture. E’ così bella l’idea che tutto questo verde sia un bene comune, che la proprietà non lo tocchi, che non si complichi ulteriormente l’equilibrio.
Il verde non si racconta, neppure l’idea di spazio, l’ombra, il sole, l’alternarsi di nubi e luce piena, neppure il profumo che si mescola col fumo delle cucine. Si mangia, facciamo rumore, tutti assieme si serra il branco, si ride molto. Fuori la foresta, il silenzio che non è tale, la comunicazione con i tempi lenti delle stagioni. Il verde è quel colore che è suono, erba alta spostata dal vento, oscillare semplice, indifferente e forte.

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

l’ultimo giorno di scuola

Con gli ultimi giorni di scuola, irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario. Le aule, allora come adesso, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, così il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva sui vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate. Eravamo in un mondo povero e senza gloria mentre fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche, spiegazioni, le interrogazioni per salvare il salvabile, ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti per giocare fino al buio, in spiaggia. Qui il mare è vicino, si frequentava ed era un’attrazione forte dell’estate, che cresceva con gli anni. Poi diventati più grandi, ci sarebbero state le gioie, le attese, le malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi timidi del tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Paura e desiderio che ti dicesse davvero di sì. Paura di ciò che non si conosceva e desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi con calzoni più lunghi e gonne più corte. Quando arrivava l’estate, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere di più il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, erano nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima. 

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto, ma in particolare l’immagine della corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

di notte, allora

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Stanotte penso a mia madre allora, donna eppure ragazza. Lo sarebbe sempre stata nella vita. Penso al mio nascere in casa, in piena notte e che ero sveglio allora come adesso. Penso a mia nonna che mi ha visto prima di mia madre e voleva una nipote femmina, ma io ero maschio e così ci ha messo più amore per insegnarmi chi ero. Penso a mio padre giovane e provato dagli anni di guerra, ma che non si tirava mai indietro. Penso al suo coraggio e alla passione che mi ha insegnato. Penso alle difficoltà in cui erano tutti, lì attorno, e alla speranza che li alimentava. Penso a mio fratello che spiava la culla e al fatto che dopo tanti anni ci ripetiamo che ci vogliamo bene. Penso alla forza che c’era allora per rinascere dopo gli anni bui e alla voglia di prendersi in mano. Penso che sono stato fortunato a nascere in mezzo a tanto amore, che le difficoltà sono state superate, che un futuro migliore si è creato. Penso che è bello avere una storia, aggiungere un anno e cercare di trasmettere qualcosa a chi prenderà il tuo posto. Penso che c’è continuità e che non siamo soli, e che dopo esser nati c’è bisogno d’un amore che ci riconfermi l’amore ricevuto, ma che entrambi restano e non ci lasciano mai soli davanti al mondo.