il senso del limite della linea continua

Mentre la linea dei monti risucchia la luce e cova un bagliore di rosso inusitato, qui l’ombra diventa nero e scende la percezione della notte. Liquore di realtà che scalda e brucia, condizione dell’umore o dell’assenza che dir si voglia. Allora ci si accorge che sono finite le parole e gli aggettivi, che le iperboli sono vuote per conservare abbastanza chiaro, che non servono per illudere la vita e dirle, persuadenti, ch’essa è altro, che ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, che distante e vicino coincidono in noi, che fantasia e pensiero sono un’antidoto allo scrocchiare delle ossute dita del reale, che esso al più digrigna dubbi mentre noi…
No, non è così che ci si scinde tra una parte che altro vive ed una che invece s’imbeve d’abitudine e di reale.
È una quotidiana resa dei conti che riporta a sé, la sera, mentre prima siamo stati altri. Anche d’altri. Forse per questo conserva in sé il germe della malinconia dell’assenza, dello scemare, della piccola fine del segmento che ancora è linea. Senso del limite che diventa parentesi prima della stanchezza insoddisfacente d’essere stati altri da sé, prima della realta del sogno. Come se a tutti noi fosse concesso d’essere più volte e differenti, ma senza consapevolezza. E quando ne parliamo, invece, dicessimo del poco che appartiene a tutti.

P.s. e nella sera mi difendo dalla piccola delusione dell’ incomprensione, dalla distrazione di chi può contare, dalla dislessia di chi non legge tra le righe. E sorrido, sí sorrido, perche nessuno l’insegna la lettura dei silenzi e degli spazi dove scrive il cuore.

selfie ϑεολογία

A volte guardando la stessa fotografia di sé, si riconosce un altro. E poi, in altra occasione, guardando la stessa fotografia, emerge ancora un’altra persona. Sono differenze di particolari. Chi ci ha visto e fotografato, chissà a cosa puntava. Voleva un sorriso oppure il pensiero che attraversava mente ed occhi? Voleva essere rassicurato, tenuto da conto, amato e ce lo chiedeva attraverso l’espessione, oppure si ingegnava di trovare la differenza, indagare su ciò che sino a quel momento non aveva notato chiaramente eppure sapeva esserci. Il lato oscuro, insomma.

Molto più facilmente, avrà fermato un attimo purchessia, e il contesto aveva lo stesso senso della nostra presenza: c’eravamo entrambi, c’era il sole o una pioggia battente, condividevamo, eravamo felici, il luogo era singolare, ecc. ecc.. L’immagine era già nata come un rafforzamento del ricordo, utile per i momenti meno luminosi, un lasciare e tenere traccia d’essere stati. Cosa e come, contava molto meno, questo in fondo, serve poi e lo si lascia alla più fallace e creativa delle facoltà, ovvero la memoria, ma è importante che essa agisca anche per prove. Perché le continuità di questo hanno bisogno, di prove, mentre le passioni, gli innamoramenti o le assenze esigono altro, della poesia, ad esempio, del non stato, del presumere, dell’assenza della verifica.

Comunque sia guardando la fotografia di me vedo un’aria ironica, lievemente sbarazzina, quasi incurante di ciò che sta attorno, come pregustassi una evoluzione. C’è un lampo negli occhi che può essere di ingenuità (il bimbo che emerge?) oppure di contentezza senza un motivo particolare che non sia la comprensione di star bene.

Rivedo la stessa fotografia, dopo parecchio tempo, è uscita da sola nell’immenso salva schermo che toglie dall’oblio il rumore del mondo che abbiamo fotografato. Vedo altri particolari. Mi riconosco vedendo altro di me. Mi studio, cosa chiaramente inutile perché nel vedersi davvero, funziona solo l’intuito e l’impressione. Dall’osservazione analitica  emergono le difficoltà, i difetti d’immagine, la conformità alla maschera che è l’opinione di sé e si colgono le cose che non vanno, ma è superficie, cos’è che va invece ? Tolto il narcisismo, resta il comprendere ed è questo che si dovrebbe fare anche davanti allo specchio, nel selfie, che è sempre un messaggio a qualcuno: chi sono, cosa guardo, a cosa sto pensando e soprattutto chi vorrei essere che m’assomiglia?

 

cara

Il cara detto col giusto accento, riempiendo di tenerezza risonante la parola. Prolungare di un niente l’a finale, cosi che chi l’ascolta senta la carezza che contiene .

Usare quel cara che allarga il cuore, che abbraccia mentre accoglie. Far sentire il riflesso di ciò che si sente e si vorrebbe condividere.

Lasciare che emerga la quiete di un bene che può crescere e diventare altro.

Anche amore.

ancora mare d’inverno

 

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Forse è questa la soluzione: spegnere la televisione a pranzo, confinare i pensieri fuori da ciò che si fa per non perderne senso e piacere.

La realtà comunque preme su porte e finestre, e il mare ci sopravviverà implacabile.

Penso a ciò che avviene attorno a noi, vedo il bandolo di molte matasse, e non sono capi del filo che porta fuori dal labirinto, ma l’invito ad inoltrarvisi.
Così godo del mare d’inverno, cammino sulla spiaggia piena di relitti che incessantemente s’arenano e sono noi, le nostre cose, il nostro naufragio, il rifiuto ch’esso sia avvenuto e, forse, un nuovo modo per scorgere terra.

In fondo, anche dalla riva, l’uomo è un coffiere che vuole lanciare per primo il grido d’un approdo. E solitudine è presumere che solo noi pensiamo sia così.

Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

cuore di pezza

Un cuore di pezza, che facilmente s’aggiusta. Ad impunture grosse oppure a serrati punti croce. Un cuore rosso fuoco, morbido al tatto, favorevole alla tenerezza, propiziatorio nel fraintendere, generoso nel darla a bere. Un cuore che si preoccupa dell’altro scegliendo per se solo, che sconta i suoi tradimenti qualche volta verso sera, che trova le sue ragioni e le abbraccia comprensivo. Un cuore che si ripete che la vita è prima di tutto sogno e poi risveglio.

Un cuore autonomo, con sentimenti morbidi, uso all’uso, perché di cuore si vive e prospera. Un cuore che ragiona, confortevole, che scinde mantelli, novello san Martino, ma non scende da cavallo se non c’è motivo. Un cuore che accoglie il razionale, gli riserva il giusto posto a capotavola, si ricorda che rompere è facile, aggiustare difficile, non ferire, impossibile.

Un cuore per l’assedio, la carica e il corpo a corpo, ma anche per l’ozio e la distanza. Un cuore che accolga il nome dell’odio e dell’amore e li distingua bene, ma non dia soverchia importanza. Né all’uno né all’altro. Un cuore che cresca col tempo, che sia portatile e pronto alla bisogna. Un cuore da gettare oltre l’ostacolo per vedere l’effetto che fa.

Un cuore che ben nuota tra i sentimenti, che usa la solitudine come arma, che sa che è cambiato il tempo e dura tutto troppo poco. E allora si fa una ragione prima d’una scelta, perché sa che gli addii sono così frequenti che l’abitudine li rende accettabili. Ma il cuore serve rosso, morbido e presentabile, meglio se con qualche cucitura ben in vista. Serve a far consolare, a rendere definitivo il relativo, eterno il momentaneo, reale l’immaginario. Serve assai un cuore di pezza, peccato che chi lo possiede non lo ceda e chi lo vorrebbe non riesca a costruirlo.

chi è quell’uomo che m’assomiglia?

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come gli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non c’ avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non nel distruggere se stessi ma nell’assomigliarsi è la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel cervello. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.  

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che permangono, l’indignazione è sterile. Non muta nulla. Il disagio è fisiologico, l’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome ad esso e il potere comprende l’uno e l’altra.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa mi/ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Immagino che ci sia qualcuno che cerca il massimo comun divisore sociale e questo signore non mi piace. Meglio quello che persegue il minimo comune multiplo. Aritmetica di base per una società di atomi, di molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto? Pensateci perché è necessaria. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene sono difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Non mi interessa dell’altro e a poco a poco starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, della propria importanza e possibilità: è un dare cappocciate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo…

assolutamente sì

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Il lieve ridicolo degli assoluti. La vergogna d’averli praticati seppur con ritegno. Sentire che nel relativo resta la fatica necessaria dell’evolvere contrapposta al conservare vuoto.

Aggrappati a relitti senza naufragio, e tenersi a galla, che è pure importante in certi giorni, per poi imparare a nuotare.

E’ così ridicolo il compromesso, l’acuto di chi si vuol difendere dalla propria paura e grida, si maschera, distrae… 

E allora rifiutare la differenza ostentata perché è tutto così normale, prevedibile, ripetuto se non si esce dal conformismo dei termini, dei gesti, delle abitudini senza volontà. Terreni per trasgressioni senza gloria, timori e assoluti per reggere la visione del vivere proprio già consumato e privo d’orizzonte.

Non resta che camminare su di sé per andare oltre, usare ironia, togliere rumore per sentire e dire che ciò che ci accade e’ meraviglioso e che si ripeterà, ma non per abitudine, solo per volontà, scelta, ricerca.

 

corpi contundenti

Distante si vede meglio, ovvero si capisce di più. Un po’ di distacco perdio! Per guardare e guardarsi, per evitare quei dizionari usati come vaso di Pandora, per non scegliere tra le parole quelle immediate e fruste. Ma soprattutto dare un luogo all’offesa, al contrasto, per chiedersi se ciò che lenisce e risana abbia un senso per noi, anzitutto. Se non fosse abusata dai cattolici (e il termine abusato ha una forte connotazione sessuale), ci starebbe la parola misericordia, che è una vicinanza partecipe e un conservare se stessi. Quindi un vicino/distante. Usarsi misericordia, togliersi la colpa, quella che non c’è stata e non ci sarà. Farlo anche quando si usa lo scrivere per sistemare le cose che ci riguardano, guardare/guardarsi con un po’ di distanza.

Vi consiglio, se non l’avete fatto a suo tempo, la lettura di Revolutionary road, perché gli scrittori americani bravi raccontano le crisi come nessuno, per la bellezza dello scrivere e per la capacità di mettere assieme frustrazioni, litigi, parole, attesa indistinta, speranze, quotidiano. Si capisce ancora una volta che siamo microcosmi  ricchi di nane bianche, con la coscienza che viene risucchiata da qualche buco nero. Avevamo una stella nel nostro cielo, ora è una speranza collassata che attira verso la negazione.

Ruota tutto su un equilibrio che ci riguarda profondamente, guardare, meditare, capire attraverso le parole confrontate, ma c’è chi preferisce prendere a pugni il primo che passa. C’è nell’aria un disagio profondo che è colpa, ma di cosa, di che? Ed esprimerlo nell’oscillare tra l’essere commiserati o l’aggredire non è la stessa medaglia? Qui parole come corpi contundenti, e altrove il dire piano, sommesso, del bisogno. D’amore, di tranquillità, di riconoscimento, di allegria, ma soprattutto di rispetto.

Riconoscersi attraverso ciò che si usa insieme. Non cambia la sostanza, solo che si vive meglio senza rabbia e senza colpa, ci si allontana dalla nostra antimateria, dall’annichilimento.