cronache dell’insofferenza

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Mia cara …,

queste giornate di sole invernale seguite dal gelo della notte mi portano su stati d’animo opposti. Cammino, guardo, quando non lavoro e sento che la mia metereopatia si accentua d’inverno e l’umore ne risente. Ma se guardo oggettivamente gli sbalzi d’umore del tempo, la sua apparente stranezza, trovo abbia una  logica semplice e penso che il procedere apparentemente amichevole della stagione non possa essere confuso con altro.  Così credo che i miei umori siano altrettanto semplici e mi parlino con chiarezza di me. Stamattina, mentre pedalavo nel freddo della città, nelle strade che amo, pensavo alle insofferenze crescenti che provo. Alla tentazione dell’isolarsi pur restando tra gli altri. All’apparenza che si deve mantenere per gli obblighi che il nostro “mestiere”, qualunque esso sia, comporta, e ai silenzi che vengono accettati con indifferenza come non rappresentassero un dire. Ci sono delle cronache dell’insofferenza, fatte di piccoli fatti, di atteggiamenti, di distanze, di selezione di amicizie, di rifiuti. Me ne accorgo perché lascio andare, non trattengo, ma ancor più chiudo  ciò che non mi piace. Quello che posso, naturalmente. L’insofferenza di cui ti parlo, è spesso scatenata dalla banalità di ciò che viene proposto, dall’esibire la superficie per mascherare la paura del profondo. Cosi i discorsi divengono vuoti, le cose che si fanno, involucri, e cresce attorno a noi l’assenza di una condivisione. Quello che non si può condividere, è la bruttezza e la vediamo diventare comportamenti, oggetti, case, monumenti, gestione della vita quotidiana. Cosi nasce il brutto banale, peggio del kitsch. Ed solo avidità, incapacità di pensare agli altri e quindi anche a se stessi, difficoltà di capire che noi siamo quello che lasciamo e non quello che teniamo. Pensavo, stamattina, che l’insofferenza costruisce un muro che s’innalza e che isola e che solo la disponibilità all’ascolto può correggere questo rifiutare ciò che infastidisce. Ma per ascoltare serve speranza, e questa ancora non mi manca. Pensavo. E non confondo l’insofferenza con l’indifferenza.

Allora mi è tornata a mente un’immagine che mi porto dietro dai sogni dell’infanzia e che posso vedere nel giardino arabo, nell’hortus conclusus. Forse, il mio è un difetto di fabbrica, una tendenza all’insofferenza. Però questa immagine è forte e bella, e riporta al valore dell’interiore. Hai mai pensato a quanto sia stata svalutata l’interiorità in questi anni? È perché essa non è facilmente riconducibile a un valore economico e porta con sé una forte carica di non conformità o per altro? Diciamo che l’interiore si è pensato fosse surrogabile con altro e che esso venisse comunque fuori, ma in modo accettabile. La pubblicità ci propone il buen retiro come uno status economico, lo dota di piscine e grandi spazi, oppure lo innaffia di liquori costosi, o ancora lo mette vicino a caminetti in soggiorni che non sono nel vivere comune, lo riempie di boiserie che da sole fanno un appartamento più grande di quelli in cui viviamo, ne fa oggetto di ambientazioni da film e serie melò. Sorvola sul fatto che l’interiore non costa nulla e tutti l’abbiamo a disposizione, basta un po’ di tranquillità. E quell’interiore, in me, sta costruendo un giardino che non ha porte, che esige per entrarvi di volontà d’arrampicarsi e di superare l’ostacolo, che conserva e mostra sopra di esso punte d’alberi, ma impone una scelta e una fatica. Non ho usato la parola muro, è una brutta parola di questi tempi, eppure se pensi che la sapienza del costruire è legare assieme le pietre, ti accorgi che i muri cattivi sono quelli invalicabili tra uomini, mentre quelli interiori si basano sulla comunicazione, sul comprendere e quindi diventano ponti quando si ha la pazienza di scavalcarli.

Nei labirinti tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali, c’era sempre un percorso che portava al centro, alla torre della sapienza. Il senso era che dopo molti errori si trovava l’uomo e l’equilibrio del suo cammino. Erano su due dimensioni che attendevano di essere completate con le nostre due dimensioni, ovvero quella della volontà del sentire (il contrario dell’indifferenza) e quella della nostra concezione del tempo. Trovare il centro, come piantare e curare fiori, erbe, frutti nel giardino arabo era -ed è- la condizione del proprio crescere, la dimensione del condividere con pochi l’equilibrio tra interiore ed esteriore, ma anche la necessità di operare perché ciò che ci attornia sia espressione di quell’equilibrio.

Mi dirai che seguo fantasie, che i miei bisogni sono poco adatti a questo mondo così concreto e veloce. Credo tu abbia ragione ed è per questo che divento insofferente, selettivo, silenzioso. Moltissimo di ciò che mi (ci) attornia, si basa su presupposti privi di tempo. La velocità annulla, o vorrebbe annullare, il tempo e quindi respingere la paura della morte. Questo impedisce di comunicare davvero: non c’è tempo.  Pensa a questi giorni convulsi, ai simboli osannati e calpestati pochi giorni dopo. Pensa al fatto che di quelle vite innocenti spente a Parigi, già non si parla più, come se le morti non rilevassero alle vite.  E mi allora ho pensato che questa società non propone la vita anche se dice che vale molto, non propone la bellezza ma la caducità dell’acquisto, propone il potere e la perpetuazione dell’esistente negando così alla speranza una quantità incredibili di energie. Quelle del cambiare, del mutarsi e mutare ciò che sta attorno, pensando che ciò che facciamo non serva solo a noi ma a quelli che verranno.

Faccio queste considerazioni sentendo l’ennesima inutilità della conferenza di Parigi sul mutamento del clima. Non cambierà nulla, come è accaduto in passato e le città, i luoghi diventeranno difficile ancor più, pervasi dalla violenza del brutto che abbiamo attorno. Questo mi genera insofferenza. E la verifico in queste orge di consumi che sono le feste, nei casotti di legno che vendono tutti le stesse cose, in questo tripudio di luci che dovrebbe evocare chissà quale idea di contentezza e del bello. Il natale viene associato alla festa della luce, lascio stare i simboli, ma il corpo sente che il sole ricomincia a rinnovare la sua forza, aspettiamo il calore che non è solo una temperatura gradevole, ma il luogo interiore degli affetti , dei sentimenti, dell’amore. Il pensarlo esigerebbe un senso un po’ più profondo dei luoghi comuni. Un meditare su come siamo e come vorremmo essere, un confrontarsi, invece del mettere assieme senza scambiare, del trovarsi senza essersi cercati. Dovrebbe ma non è così, e allora alla vista di come le nostre strade che hanno una loro consolidata bellezza vengano deturpate, ridotte a gimcane tra paccottiglia e cibo che sta girando per tutti i mercatini d’Italia, mi accresce l’insofferenza e accentua il silenzio.

E l’insofferenza mi porta alla selezione severa delle persone con cui parlare davvero, mi porta alla denuncia di ciò che non riesco più a tollerare, mi spinge a protestare per quanto vedo e sento. E penso sia necessario un manifestare pacifico di diversità, un dar motivo dell’isolarsi che magari sembra assurdo, e che a volte, è percepito come un’offesa nella società che privilegia l’individualismo e l’anomia delle persone. Quand’ ero giovane, provavo cose analoghe però non capivo bene cosa mi disturbasse, ora che giovane non lo sono più, le due dimensioni di cui ti parlavo, il sentire il tempo proprio, le coniugo per mio conto, parlandone a chi ha la pazienza di ascoltarmi, proprio come faccio con te, solo che un tempo pensavo fossero tanti e oggi invece penso che si sia assottigliata molto la combriccola degli insofferenti coscienti di esserlo. Forse per questo si tollera la bruttezza che abbiamo attorno, per non star male, per non ascoltare la bellezza interiore che vorrebbe altro. Altre regole di crescita, altre speranze e un senso di responsabilità nei confronti di ciò che accade che sembra non esserci più. Ieri, su Repubblica, Piketty invitava l’occidente a riconoscere che i guasti che si stanno creando nella natura comune, sono fortemente connotati con noi, con le nostre abitudini, con lo sfruttamento che viene fatto delle risorse non fungibili a solo fine di profitto. Ed io l’ho tradotto in un atto di nichilismo di massa che impedisce di considerare la lentezza, ovvero il tempo del comunicare e del condividere come prioritario e quindi di guardarsi attorno, che trova scuse nell’impotenza e nella necessità e così giustifica tutto. Allora penso che delle molte solitudini che ci sono al mondo, quella di massa è la peggiore, perché è cieca e rassegnata, si conforma a qualcosa che non dipende, che non vuole dipenda, da lei.  E quando penso a questo, allora preferisco avere pochi amici, sognare la solitudine che diventa gioia del riflettere nel giardino arabo virtuale, costruito con la pazienza, la speranza, il silenzio. E in particolare di quest’ultimo non sento più il peso e sento che vale più di molte parole che si spargono senza voler dire.

Questo volevo dirti della mia insofferenza, che come vedi non è particolare e forse è proprio semplice da capire, solo che io l’ho descritta con molte parole, come mi viene e come so dire. Eppure la sento ancora parziale e insufficiente nel dirla, come ogni approssimazione di sentire. Se l’ho tradotta in una lettera è per capire meglio e di più. Sapessi quanti pensieri collaterali nascevano finché ti scrivevo queste parole, se fossimo assieme ti spiegherei meglio, tradurrei in espressioni le parole, ti parlerei con tutto me come quando m’infervoro per la passione che mi suscita un argomento. E il tempo volerebbe, ne sono sicuro, anche se penso che tu guarderesti, scuotendo il capo, le mie dita colorate d’inchiostro e mi ricorderesti che  esistono le biro e che spesso scrivo lettere che non spedisco. Con tenerezza e comprensione, lo faresti, sentendo che è una partita persa il convincermi. E allora capirei che l’insofferenza ha un limite e che ciò che comunica il bene, invece, no. E di questo, ti ringrazierei, grato come sempre e forse ancor più.

dettagli

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Mi diceva che mi perdevo: sei troppo in alto oppure perduto a cercare tra le pieghe, negli anfratti, comunque con la testa perennemente chissà dove.

Insomma non c’era modo di essere adeguato.

Questa cosa dell’adeguatezza, magari con altri nomi, ci veniva insegnata ad ogni piè sospinto, come forse richiedeva il mondo del lavoro al quale eravamo destinati: l’industria. Conformi a qualcosa, ad un metodo, ad una prassi che era poi tradotta da un’altra di quelle maestre di scuola e di vita nell’assioma che ciò che contava era il mediamente giusto e il tempo d’esecuzione. Era un mantra. Non cercare troppo, fai veloce e abbastanza giusto. La teoria del quasi esatto.

Tutti questi maestri che m’ insegnavano a nuotare nella vita non mi salvavano dalla caparbietà ribelli dei miei naufragi E così continuavo a navigare nei particolari. Oppure così in alto che tutto diventava piccino e allora mi pareva di capire il senso di ciò che si faceva e accadeva.

Inadeguato.

Sembrava una colpa, ma era troppo interessante cercare nei dettagli significati rivelatori. Lì scappavano le verità che non si volevano quasi dire, in una sintassi dell’oscuro e della sostanza che sonnecchiava dietro l’apparenza. Era una macrofotografia in cui indagare e che mostrava cosa c’era tra le pieghe. Forse cercavo l’anima nella superficie. Era il contrario di ciò che dicevano i maestri del pensiero arduo e facile, quelli che ascoltavo e quelli che leggevo, ma mi dicevo: e se avessero torto, se in realtà l’anima evaporasse in continuazione come tutti gli altri fluidi e che, come questi, si riformasse, ci sarebbe una ghiandola dell’anima, un ormone che si spande attorno e induce a capire cosa proviene da dentro. Forse  era così. Mi pareva. E intanto guardavo affascinato gli ingranaggi che si muovevano in un nitore stupefacente di moto, la leggera patina di olio che luccicava, lo sfilacciare delle gomene delle barche al mare, l’infinita esattezza delle conchiglie, l’avvolgersi spiraliforme dei gusci marini, le striature precise e conformi alla bellezza dell’insieme.

E tutto questo mi pareva fosse una dimostrazione di un equilibrio tra dentro e fuori, un trasudare inconsapevole di esattezze interiori. Ecco, mi interessava l’esattezza interiore che, al pari di una qualsiasi età dell’oro, ci portavamo dietro. Non era l’esattezza dei numeri, ma quella delle cose che s’incastravano.  E questa esattezza intrinseca doveva uscire in qualcosa di definito, di particolare. Non poteva essere dappertutto e di tutto, era un pressappoco di una esattezza sotterranea che non si piegava alla sovrapposizione dell’apprendere, neppure a prezzo di enormi sacrifici che travisavano la naturalezza. Le cose si lasciavano sfuggire particolari, dettagli e c’erano senza sforzo. L’insieme li ricomprendeva, li fondeva in masse di colore che davano il senso, la direzione. Come in quelle foto in cui si vede una folla e poi con la lente si scava sino a cogliere l’espressione della persona. Il tutto e il particolare, quello che stava in mezzo era importante all’economia, ma non per capire le cose, e in fondo neppure serviva per decidere.

Non ho perso il vizio anche se l’ho corretto nell’apparenza, così non sembro sempre perso altrove. E quando all’olimpiade vidi Yuri Chiechi che faceva delle cose mirabili con il corpo in equilibrio sul nulla e non sbagliava il giusto tempo di esecuzione, mi dissi che quella era la fusione del generale e del particolare, del tempo e dell’attimo, ma che occorreva un grande esercizio dello spirito per renderla conforme. A cosa?

Alla bellezza interiore, ovviamente.

uggia

Oggi la giornata è particolarmente uggiosa, cielo grigio su, foglie gialle giù.  E non sogno California.

Ma cos’è l’uggia che è uscita dalle parole usate e dalle possibilità reali delle vite di corsa? È una condizione umorale del flâneur, del rentier, del fannullone che oggi si chiama neet, oppure essa è scomparsa con l’età ed è stata riservata ai bambini, che corrucciano il labbro, diventano insofferenti e gridano : mi annoio!

Di cosa, di che?

Oblomov frequentava l’accidia, che è anch’essa scomparsa dai vizi, ma era comunque più attiva dell’uggia. Perché l’uggia è l’ombra degli alberi che ammalora le piante sottostanti. Cioè toglie loro la luce e la possibilità di crescere appieno, di godere della propria natura. Se poi l’uggia la portiamo nel sentire, essa diventa la noia che si accompagna ad una leggera inquietudine. Un non saper che fare accompagnato da un senso di incompiutezza. E quindi, forse, colpa. Ma è tutto leggero, può mutare se qualche sole si accende e ciò che non è concesso alle piante, il muoversi, a noi è dato, quindi per uscire dall’uggia è necessaria una luce. Quale essa sia ciascuno può scegliere. Un piacere momentaneo, un’attenzione improvvisa, un cercare nel sensibile oltre l’apparenza.

Non avendo ricette, mi tengo la parola e la scavo per coglierne l’essenza, vedo che essa mi riguarda quando il tempo dell’impegno si sospende, quando esso s’associa al mettere da parte e al tempo stesso attendere una soluzione che mi illumini. Devo mettere argine prima che questo sentire diventi molesto, cerchi colpe dove non ci sono. Abbandono le cose che non attraggono, non devo stare qui, esco e qui l’uggia aumenta. Sono le luci di natale che ormai invadono ovunque. Non è la luce che cerco, sento odore d’affari, di festa fasulla. Il kitsch è così sparso da suscitare repulsione. Capisco che l’uggia si dissolve e sta mutando in rivolta, non sopporto, ma neppure mi rintano. Sono costretto a cercare più a fondo. M’innamoro di un libro, lo apro tra l’odore di carta delle piccole librerie, e trovo :

se un giorno, all’improvviso,

un’anima ordinaria- per ragioni

imperscrutabili- si inceppa,

il canto di lode verso

il mondo più non sale.

Un malessere molle

e penetrante la invade –

corpo e sensi, una nausea

indefinibile l’assale.

(VIII- Franco Marcoaldi, Il mondo sia lodato ) 

Allora non sentendomi più solo, leggero, cerco il senso, non dell’andare, dell’essere, del fine, ma quello semplice dell’essere insieme purché anche in silenzio ci si parli. E per miracolo, l’uggia scompare e resta solo la parola.

https://www.youtube.com/watch?v=0peXnOnDgQ8

cara .marta

 

Cara .marta,

…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua,  e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.

Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.

La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?

Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.

Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono  persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.

Con affetto

willy

15/11/15

Non è facile pensare. Neppure dopo due giorni. Aleggia un senso di scoramento, assieme all’intelligenza di non avere riferimenti. Neppure le parole sono più certe. Che significa terrorista se non è evidente il fine del terrore? Oppure il terrore ha un significato in sé e si ferma ad esso? Pensando al passato il significato traballa, si disgrega. Che mondo abbiamo contribuito a creare? È certo che siamo tutti coinvolti, ma non abbiamo la stessa percezione, la stessa cultura che indichi soluzioni comuni. Vicino e lontano diventano categorie della solidarietà, dell’amore. Ma così vincerà l’improvvisazione e l’approssimazione di chi ci comanda, trionferà il relativo, la vita perderà valore mentre si useranno le parole di prima. Si parlerà di certezze e di esattezza mentre esse sono in elaborazione, anche il fine, o i fini, si costruiranno in corso d’opera. Insomma non ci sarà verità e neppure la sua ricerca, e così saremo tutti più insicuri.  È la precarietà che ritorna dopo che si pensava di averla sconfitta negli animi ed ora ci investe ed assume i connotati della modalità del vivere.

Allontano, non ci penso, rimuovo. 

Così ad uno ad uno, ci separiamo sperando tocchi ad altri, sperando sia lontano. Emerge ancora il lontano come misura del vivere tranquillo, ma così nessuna causa, sarà degna d’essere combattuta, l’importante perderà significato mentre ci si allontana. Perché accade? Avevamo a disposizione 25 secoli di pensiero, 70 di storia. Avevamo a disposizione il mito e la sua buja ripetitività nelle menti. Avevamo i testi scritti, si sapevano le implicazioni. Due secoli di sociologia inutile. Psicologia da gettare. Ci siamo fidati della potenza e del potere, del denaro e della tecnologia invece che indagare nella poesia e nel disagio. Chi è sicuro nel suo letto, ora che il bujo non resta oltre gli scuri ben serrati?

Ho fatto i gesti pieni di simbolo, ho acceso una candela sul davanzale. Anche stasera. Ma so che chi dovrebbe vedere non vedrà, che molti passeranno indifferenti, che dirsi francesi non serve a nulla.

Chi capisce ha paura. Come cuccioli ci stringiamo per sentire il calore dell’altro, cerchiamo il corpo vivo che significa sentimenti e amore disponibile per noi. Vicini, vicino.

Le foto sui giornali (i nostri giornali perché per altri sarà tutto distante), le immagini televisive mostrano corpi nel freddo delle vie, luci che lampeggiano, uomini che si muovono in fretta, fatalità che colpiscono. È questa insicurezza che sgretola il mondo. Quello vicino. Non nobis domine. L’invocazione funziona a senso unico, è l’impotenza. Viene distanziata anche la fortuna, anche la possibilità cessa d’essere intera: basta non tocchi a noi.

Dimenticheremo presto, perché vogliamo dimenticare. Resteranno numeri, date, e le vite perderanno consistenza. Penseremo che il caso, solo esso, le ha messe nel posto sbagliato, nell’ora sbagliata. Resterà l’inquietudine. 

È così enorme l’inconosciuto che deriva da ciò che non si è fatto, da ciò che si farà, che solo la speranza ci potrà dare l’illusione che il mondo muti. Che il mondo si metta in ordine, il nostro ordine, senza che noi facciamo nulla. 

mappe

dialogo

a. Da parecchio tempo sono sulla superficie. Navigo. Sento il mio tempo che fugge in mezzo a un mare di cose, ciascuna in sé urgente e importante, poi destinata a scomparire senza lasciare traccia. Questa sensazione del tempo è diventata la percezione di una direzione mancante. Perché la freccia del tempo, anzitutto, indica una direzione, un andar verso. E un porto verso cui dirigersi sarebbe molto, almeno per sapere da dove si ripartirà.

b. Oppure restare e scendere nel profondo, ma la superficie risucchia tutto verso l’alto, impedisce di esplorare abbastanza. Le divinità ctonie non si palesano, però agiscono, agitano e dissimulano paure. (ride)

a. Un tempo sembra fosse più facile, forse c’era meno distrazione. Che sia per questo che la psicanalisi è così intrisa di mito? Corriamo, e c’è un senso a questo, finché restiamo gioiosi fanciulli, persi nel gesto fisico della corsa. Sudati, ansanti, fermi per poi riprendere.

b. Corro, eppure desidero fermarmi. Uscire da un andare che alla fine protegge, rassicura, ma non si sa dove porti. Come in mezzo al mare, c’è il sole o la tempesta, il freddo, il vento, la bonaccia, ma alla fine qual’è il senso del galleggiare se la meta non viene da noi?

Dovremmo pensare a dove noi portiamo le nostre sofferenze, i piccoli dolori improvvisi, e dove sono collocate le nostre gioie. Una geografia dell’anima per comprendere come ci si muove, i percorsi, le frequenze.

a. Già, una mappa dei sentimenti che spingono l’andare. Una carta formato A0 da svolgere su un tavolo e cercare nelle ellissi e nei rettangoli che contengono parole che descrivono, i collegamenti. I colori differenti delle isole e di ciò che le tiene assieme. E navigare dentro noi, nel sentire. Qui una passione che si protende, più distante un desiderio che si frastaglia nel cercare una soddisfazione, e tutt’attorno l’oceano dell’abitudine, del consueto, che rassicura sulla capacità di navigare. Il conosciuto non spaventa.

b. Parto, è il verbo che definisce l’andare e al tempo stesso il sostantivo che fa nascere. Un viaggio è una nascita, un viaggio dentro di sé è la rinascita. Ma include lo sconosciuto che portiamo con noi, ovvero noi stessi. Vorrei rinascere in me. Questo il senso dell’innocenza: scoprire non ciò si era e non si è mai stati, ma ciò che si può essere attingendo alla sorgente che la mappa dei sentimenti ci indica. Dov’è la ragione dell’amore e del suo bisogno? La circumnavigo oppure avrò il coraggio di metterci piede affrontandone il rischio?

a. Allora solo chi perde un amore può ritrovarlo. Solo chi non ha lesinato, è stato esigente, ha rischiato, ha combattuto e infine ha perduto, può riconoscersi e trovare il coraggio di riaffrontare il viaggio. 

continua…

pretesto

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Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.

Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare.  Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.

Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.

Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?

Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?

E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.

caldo freddo

Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.

Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…

Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.

Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.

veloce vorace il bacio

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della tua velocità vorrei dire,
 
del tuo correre incontro,
 
del ribollir d’amore,
 
della libertà che si spoglia nel profondo,
 
della pelle nuda goduta,
 
lanciata, gridata, sussurrata,
 
ma che ancor più…
 
Ancor più vive e cresce nel lampo d’occhi,
 
e prima di socchiudere,
 
scruta l’ attimo, scava,
graffia d’intuito l’infinito,
 
veloce, vorace come il bacio,
 
come solo una carezza che entra,
 
e un corpo che non s’accontenta sa fare,
 
ma vuole il cuore.
 
E cosa meno del cuore
 
può accontentare l’essere?

pulviscolo

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Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.