ancora mare d’inverno

 

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Forse è questa la soluzione: spegnere la televisione a pranzo, confinare i pensieri fuori da ciò che si fa per non perderne senso e piacere.

La realtà comunque preme su porte e finestre, e il mare ci sopravviverà implacabile.

Penso a ciò che avviene attorno a noi, vedo il bandolo di molte matasse, e non sono capi del filo che porta fuori dal labirinto, ma l’invito ad inoltrarvisi.
Così godo del mare d’inverno, cammino sulla spiaggia piena di relitti che incessantemente s’arenano e sono noi, le nostre cose, il nostro naufragio, il rifiuto ch’esso sia avvenuto e, forse, un nuovo modo per scorgere terra.

In fondo, anche dalla riva, l’uomo è un coffiere che vuole lanciare per primo il grido d’un approdo. E solitudine è presumere che solo noi pensiamo sia così.

Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

cuore di pezza

Un cuore di pezza, che facilmente s’aggiusta. Ad impunture grosse oppure a serrati punti croce. Un cuore rosso fuoco, morbido al tatto, favorevole alla tenerezza, propiziatorio nel fraintendere, generoso nel darla a bere. Un cuore che si preoccupa dell’altro scegliendo per se solo, che sconta i suoi tradimenti qualche volta verso sera, che trova le sue ragioni e le abbraccia comprensivo. Un cuore che si ripete che la vita è prima di tutto sogno e poi risveglio.

Un cuore autonomo, con sentimenti morbidi, uso all’uso, perché di cuore si vive e prospera. Un cuore che ragiona, confortevole, che scinde mantelli, novello san Martino, ma non scende da cavallo se non c’è motivo. Un cuore che accoglie il razionale, gli riserva il giusto posto a capotavola, si ricorda che rompere è facile, aggiustare difficile, non ferire, impossibile.

Un cuore per l’assedio, la carica e il corpo a corpo, ma anche per l’ozio e la distanza. Un cuore che accolga il nome dell’odio e dell’amore e li distingua bene, ma non dia soverchia importanza. Né all’uno né all’altro. Un cuore che cresca col tempo, che sia portatile e pronto alla bisogna. Un cuore da gettare oltre l’ostacolo per vedere l’effetto che fa.

Un cuore che ben nuota tra i sentimenti, che usa la solitudine come arma, che sa che è cambiato il tempo e dura tutto troppo poco. E allora si fa una ragione prima d’una scelta, perché sa che gli addii sono così frequenti che l’abitudine li rende accettabili. Ma il cuore serve rosso, morbido e presentabile, meglio se con qualche cucitura ben in vista. Serve a far consolare, a rendere definitivo il relativo, eterno il momentaneo, reale l’immaginario. Serve assai un cuore di pezza, peccato che chi lo possiede non lo ceda e chi lo vorrebbe non riesca a costruirlo.

chi è quell’uomo che m’assomiglia?

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come gli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non c’ avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non nel distruggere se stessi ma nell’assomigliarsi è la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel cervello. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.  

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che permangono, l’indignazione è sterile. Non muta nulla. Il disagio è fisiologico, l’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome ad esso e il potere comprende l’uno e l’altra.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa mi/ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Immagino che ci sia qualcuno che cerca il massimo comun divisore sociale e questo signore non mi piace. Meglio quello che persegue il minimo comune multiplo. Aritmetica di base per una società di atomi, di molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto? Pensateci perché è necessaria. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene sono difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Non mi interessa dell’altro e a poco a poco starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, della propria importanza e possibilità: è un dare cappocciate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo…

assolutamente sì

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Il lieve ridicolo degli assoluti. La vergogna d’averli praticati seppur con ritegno. Sentire che nel relativo resta la fatica necessaria dell’evolvere contrapposta al conservare vuoto.

Aggrappati a relitti senza naufragio, e tenersi a galla, che è pure importante in certi giorni, per poi imparare a nuotare.

E’ così ridicolo il compromesso, l’acuto di chi si vuol difendere dalla propria paura e grida, si maschera, distrae… 

E allora rifiutare la differenza ostentata perché è tutto così normale, prevedibile, ripetuto se non si esce dal conformismo dei termini, dei gesti, delle abitudini senza volontà. Terreni per trasgressioni senza gloria, timori e assoluti per reggere la visione del vivere proprio già consumato e privo d’orizzonte.

Non resta che camminare su di sé per andare oltre, usare ironia, togliere rumore per sentire e dire che ciò che ci accade e’ meraviglioso e che si ripeterà, ma non per abitudine, solo per volontà, scelta, ricerca.

 

corpi contundenti

Distante si vede meglio, ovvero si capisce di più. Un po’ di distacco perdio! Per guardare e guardarsi, per evitare quei dizionari usati come vaso di Pandora, per non scegliere tra le parole quelle immediate e fruste. Ma soprattutto dare un luogo all’offesa, al contrasto, per chiedersi se ciò che lenisce e risana abbia un senso per noi, anzitutto. Se non fosse abusata dai cattolici (e il termine abusato ha una forte connotazione sessuale), ci starebbe la parola misericordia, che è una vicinanza partecipe e un conservare se stessi. Quindi un vicino/distante. Usarsi misericordia, togliersi la colpa, quella che non c’è stata e non ci sarà. Farlo anche quando si usa lo scrivere per sistemare le cose che ci riguardano, guardare/guardarsi con un po’ di distanza.

Vi consiglio, se non l’avete fatto a suo tempo, la lettura di Revolutionary road, perché gli scrittori americani bravi raccontano le crisi come nessuno, per la bellezza dello scrivere e per la capacità di mettere assieme frustrazioni, litigi, parole, attesa indistinta, speranze, quotidiano. Si capisce ancora una volta che siamo microcosmi  ricchi di nane bianche, con la coscienza che viene risucchiata da qualche buco nero. Avevamo una stella nel nostro cielo, ora è una speranza collassata che attira verso la negazione.

Ruota tutto su un equilibrio che ci riguarda profondamente, guardare, meditare, capire attraverso le parole confrontate, ma c’è chi preferisce prendere a pugni il primo che passa. C’è nell’aria un disagio profondo che è colpa, ma di cosa, di che? Ed esprimerlo nell’oscillare tra l’essere commiserati o l’aggredire non è la stessa medaglia? Qui parole come corpi contundenti, e altrove il dire piano, sommesso, del bisogno. D’amore, di tranquillità, di riconoscimento, di allegria, ma soprattutto di rispetto.

Riconoscersi attraverso ciò che si usa insieme. Non cambia la sostanza, solo che si vive meglio senza rabbia e senza colpa, ci si allontana dalla nostra antimateria, dall’annichilimento.

l’orecchino

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Il viso è forte, segnato d’espressione, con quella barba, che pur rasata, a sera dà un alone scuro. Una faccia da scrutare per portarne a sé i punti deboli, trarre un giudizio, ma l’anellino d’oro all’orecchio devia lo sguardo, fa nascere un commento silente, lo spegne in una perplessità. Che storia c’è dietro quel viso? Perché dovrei avere un giudizio? Forse è una calcolata furbizia che distoglie dalle parole decise, distrae e mette in condizioni di accettare.

Brutta cosa non avere pregiudizi, sono così comodi…

Con le mani taglia gli argomenti. Ha poco tempo, lo fa sentire con il dominio. La stretta della mano è solida. Le dita sono grosse, da persona che ha conosciuto gli attrezzi che ghiacciano la mano, le unghie corte per necessità. Ora sono pulite. Se non ci sono più le callosità d’un tempo, è rimasta la consistenza e l’attenzione all’uso antico. Chi sa tenere con perizia una vite, ha difficoltà con una penna. Si vede, ma adesso questo è il suo mestiere, anche se usa di più la bocca che lo scrivere. Gli appunti sono scarabocchi, quasi numeri, tempo limitato anche quelli. Guarda negli occhi, aspetta l’umore, il tuo, lo valuta e agisce di conseguenza. È pronto al balzo, all’azzanno, ma anche all’inermità apparente che accompagna con il sorriso.

Dipende.

È un gioco che può essere cruento o ilare. Niente debolezze. Alla pari per avere rispetto. Quell’anellino d’oro all’orecchio sinistro è un segnale: dalla parte del cuore. Qualcosa avrà voluto essere prima che dire. Se fosse stato a destra, magari avrei pensato altro.

Va bene, è passato il tempo, si ripete la stretta. Ci si rivedrà con più calma. Un buon segnale.

Fuori c’è la notte di periferia, oscurità, erba bagnata, il freddo strano di questo inverno che prende la gola per angoscia. Le stelle. Tante stelle. Bisognerebbe guardare di più il cielo, lasciare che entri e s’accomodi, farlo dialogare con la sua speculare immagine di mistero, ansia e tranquillità che portiamo in noi. Trarne ispirazione e calma per il fare.

Prendo tempo. Ho la sensazione che guardiamo sempre in orizzontale o in basso e che consideriamo sia questa sia la realtà in cui essere. Appena oltre il buio e l’auto parcheggiata, un semaforo alterna i colori e il rivolo di macchine: ferme, in moto. Tutto semplice e banale.  

Guardo troppo poco verso l’alto e al più vedo i semafori.

scrivere lettere

Un tempo scrivevo molte lettere. Adesso molte di meno, ma continuo a scriverle. Perché si scrive una lettera? Credo sia per creare un separè tra chi scrive e chi presumibilmente leggerà dal chiacchiericcio delle giornate, una sorta di angolo intimo in cui si possono condividere pensieri, modalità del comunicare, sentire. Si scrive per dare qualcosa e si riceve subito molto, ovvero la sensazione di parlare con qualcuno che è importante per noi.

A volte si scrive una lettera per sgravarsi di un peso, di un’intollerabile tensione che accompagna il non dire, altre volte invece è la leggerezza che reclama e si può dipingerla sulla pagina, si vuol condividere un inizio di gioia.

Altre volte ancora, scrivere una lettera è il tentativo di creare un ponte sull’interesse. L’interesse è un fiume che scorre tra due persone, trasporta cose che si vedono e altre sommerse, ma dev’essere superato per condividere ciò che si sente.

Molti sono i motivi per cui si scrive una lettera, uno dei piu belli è perché non basta mai e allora ci sono sentimenti forti che spingono, urgono, chiedono. La lettera diventa un abbraccio, un desiderio che si realizza altrimenti, e però permane, resta disponibile per quando ci si incontrerà davvero. E anche allora non basterà.

Infine, scrivere lettere è una modalità di essere, un mettere assieme solitudine e comunicazione. È un bisogno che alcuni hanno e altri no, io credo che chi lo possiede abbia una piccola fortuna, e in questo sento che chi mi ha insegnato a scrivere mi ha donato non poco.

sopra e sotto

Oltre i portici, dietro le case che si appoggiano l’una all’altra, ci sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni con gli spazi per appoggiare i gomiti e conversare, altri di tale altezza da occludere la vista e irti di cocci di vetro destinati a ipotetici ladri o gatti stranieri.  Abitavo in una di quelle case del centro che un tempo era appena fuori le prime mura medievali della città.

La città dei Veneti, poi romana, era diventata bizantina come tutte le città vicine alla costa dell’Adriatico. Per  la sua importanza era stata il baluardo di difesa a nord dell’esarcato di Ravenna, dopo che Aquileia e le altre città della decima legio erano cadute sotto dominio longobardo. Intorno al 598 accaddero fatti straordinari e gravi, i due grandi fiumi che difendevano la città, per forti inondazioni e sconvolgimenti naturali, cambiarono corso spostandosi dal sito consueto. Si doveva capire che i presagi non erano buoni e infatti due anni dopo, la città fu cinta d’assedio dai Longobardi; rifiutò d’arrendersi e resistette 10 anni, poi capitolò. Ne parla Paolo Diacono, dicendo che l’intera città fu distrutta dandola alle fiamme e abbattendo le mura e gli edifici principali. La rovina fu proporzionata alla fierezza dei difensori e talmente severa che gli abitanti si ridussero a poche migliaia da quasi settantamila che erano prima dell’assedio. Restavano pietre ed erba dove c’erano stati porti, anfiteatri, terme, edifici imponenti, ville, case, ed ora sulle vie consolari pascolavano le pecore e si viveva nelle capanne. La sede vescovile fu soppressa per due secoli e spostata a Monselice. Si era tornati agli albori della storia, quando gli euganei popolavano di palafitte i fiumi, si raccoglievano in villaggi, avevano lingua, scrittura e forza militare e ben prima che Roma nascesse, commerciavano con gli Etruschi, correvano i fiumi e raccoglievano e vendevano il sale della laguna.

La mia casa aveva un notevole riquadro di terra all’interno, si coltivava l’orto, c’erano alberi da frutto, spazio per correre e giocare. Non distante da dove abitavo era stata scoperta una villa romana e il  grande pavimento a mosaico e figure di una delle stanze, era stato estratto intero e portato al museo. Si favoleggiava che la villa fosse ben più grande e che non si riuscisse a perimetrarla semplicemente perché le case le erano state costruite sopra, e altri pavimenti erano sotto cantine, strade, od orti. Questo racconto, udito in casa, aveva acceso la mia fantasia e così d’estate, con la scusa di curare l’orto, scavavo buche a casaccio. Emergeva di tutto e nulla di quello che volevo, anche se mi accompagnava la curiosità interessata del mio cane, gran seppellitore di ossi, che però, oltre a riempirmi le scarpe di terra, non aveva gran utilità nella ricerca.

Ma io cosa cercavo? Credo mi aspettassi di trovare un tesoro sepolto da qualche abitante prima che la città capitolasse, magari una pentola di monete od oggetti preziosi di casa patrizia sfuggiti alla devastazione. Oppure un pezzo di mosaico, un vaso, un’anfora come quelle che si vedevano nella casa accanto. Insomma qualcosa si sarebbe trovato. Per non tirarla troppo in lungo, nelle ripetute campagne di scavo, venne fuori una quantità industriale di cren, ottimi vermi da pesca, non pochi ossi di manzo e prosciutto riseppelliti con solerzia da Poldo, un notevole assortimento di pezzi di vetro e di ceramica, una monetina dello stato pontificio della fine del 1500, pezzi di marmo che attribuii a colonne spezzate, un paio di capitelli che lasciavano ben sperare, molta stanchezza serale. L’orto non fu mai così ben vangato come in quell’estate e a settembre chiusi la campagna di scavo.

Mi è tornato a mente quel tempo, così ricco di attesa, perché è una buona metafora della ricerca dentro di noi. E cioè, una fatica notevole, poca sistematicità nel cercare, la fortuna che latita, ritrovamenti che sembrano incongrui e vengono scartati rispetto al grande risultato atteso, stanchezza finale. Allora avrei dovuto seguire la pista della monetina, insistere sui marmi e sui capitelli, cercare i collegamenti tra le cose e invece volevo il tesoro. Volevo cioè dimostrare che la ricerca produce un cambiamento radicale e immediato. Ho capito molto dopo che nel cercare dentro si trovano un sacco di cianfusaglie, che ciò che appare non è, che la superficie viene scambiata per il profondo. E ho anche capito che serve metodo e silenzio, pazienza e acume. Tutte cose di cui siamo dotati, ma che  se applichiamo nella ricerca in profondità, diventano difficili da gestire su un risultato, ovvero portano dove vogliono loro.

Ho capito con molto ritardo, che non si trova ciò che si cerca, ma ciò che ci cerca ci trova e che questo, quasi mai è piacevole e non risponde al risultato atteso, però è in grado di cambiarci un poco, di attivare nuovi percorsi di ricerca, di farci scoprire legami inattesi. In fondo ciò che c’è sotto ha un suo fascino e si riallaccia a me. È la mia storia, non come me la sono raccontata, ma come si è creata facendo interagire la resistenza alla conquista, la punizione conseguente, la volontà di creare il nuovo, la capacità di non dimenticare nei secoli bui del cuore, chi ero. E questo processo, ne sono convinto, è quello che percorriamo tutti se cerchiamo qualcosa. Allora cari colleghi, archeologi dilettanti, buona ricerca e gli dei del profondo ci aiutino.