a proposito dei diari

Qualche giorno fa ho preso in mano il primo volume dei diari di Gide. Un libro di oltre 1500 pagine fatto di annotazioni, impressioni, incontri, giudizi, dialoghi, fatti notevoli e meno. Un insieme di istantanee che Gide riassume per se stesso. Con la diaristica è più facile trovare l’autore piuttosto che cercarlo tra le pagine della sua narrativa, indagarlo nelle speranze e le paure nei suoi personaggi, ricostruirlo per induzione. I diari hanno quel sapore vagamente elegiaco, con le loro verità d’impressione sempre approssimative e il farlocco dell’esibizione, che rendono chi li scrive umano. Sono dialogici anche se fanno finta di rivolgersi unicamente a sé, si mostrano e quindi per chi legge, non è un guardare dalla serratura, è la quotidiana rappresentazione senza contraddittorio. Nei diari si eliminano molte abitudini, si evidenziano le occasioni e, anche se non vogliono, lasciano intuire che tutti ci assomigliamo nella meccanica della diversità. Certo c’è il genio, ma questo non è pane da diari, casomai se ne coglie qualche scintilla, o il perdurante modo di vivere sopra le righe, il genio riserva il suo esplicarsi all’opera e questa è altrove. 

Quando è possibile, può affascinare incrociare le diaristiche, le biografie, con le lettere di chi era significativo per l’autore (in questo momento penso, ad esempio a Manganelli, alla Merini, a Fulvia Papetti).  Ne esce un ridimensionamento e anche un fascino ulteriore. È lo stesso processo d’interesse altrui nei nostri confronti, che vorremmo nel conoscere per vederci con altri occhi. All’uomo di genio questo interessa ben poco in quanto è dominus del suo vivere, lo subordina per concezione naturale. Gide non è differente, e ciò che lo attornia sembra un’ orchestra che viene condotta come strumento complessivo, che sbaglia e può contrariare, ma suona una sua musica anche durante il processo creativo.  La psicologia ha indagato i processi che portano alla scoperta, ne ha stabilito le condizioni necessarie che però non sono in grado di generare il nuovo come importante solo perché c’è un milieu favorevole. Ad esempio quando si parla del rinascimento toscano, che non è solo toscano, che altrove è altrettanto importante, che il substrato è comune, che i grandi, i geni di allora, sono accompagnati da richieste importanti che riguardano la ragione, l’uomo, il bello. Che esiste una committenza diffusa ed estesa geograficamente,  che è moda delle classi dominanti, e che il bello costa oggettivamente poco. Come il genio.

Galimberti ha fatto un’osservazione importante: nella nostra epoca non ci sono geni della statura di un Leonardo da Vinci, neppure nelle arti o nella letteratura ci sono geni, e neppure se ne vedono all’orizzonte. In compenso c’è una produzione diffusa di livello elevato e transeunte, la parola geniale viene sprecata e soprattutto la tecnica ha determinato e determina il progresso. Nella diaristica emerge invece la fatica del quotidiano perseguire un ruolo che riguarda il profondo dell’autore. Non basta una app per diventare famosi e restare, quella serve a far soldi ma finisce presto divorata dal passo successivo. Questa è la tecnica, invece nelle vite immerse nel narcisistico compimento di sé, si sente una continua tensione verso un ulteriore. Si abusa molto la parola eterno, nulla lo è davvero, però il durare a lungo è già molto per chi scrive di sé. Il disinteresse, il cinismo, non scrive di sé, e neppure del mondo che lo circonda, basterebbe questo pensiero per far capire che c’è un interesse umano notevole in chi si narra, che non è solo la necessità di essere riconosciuti, apprezzati, ammirati, amati. (tutte queste parole non sono sinonimi, ma si inanellano in una catena recitata dal desiderio)

Ho cercato un blog che da molto tempo non pubblica più. C’è ancora, anche se l’autrice chissà che starà facendo. Mi sono soffermato a rileggere e a pensare alle osservazioni che lei faceva e che la riguardavano, ma soprattutto che guardavano. Il mondo le si svolgeva attorno e lei lo interpretava su di sé, partecipe. Ho pensato che in quel tempo anch’io avevo una scrittura diversa, attenta a fatti immediati da riportare in una prospettiva di tempo lungo. Ho pensato che i blog sono allora, come adesso, un’ immensa diaristica che procede o si interrompe e che chi comunica fa dialogare impressioni, rappresentazioni, ma anche molta sostanza. Anche se manca quasi sempre la verifica, le lettere, le impressioni di altri, di chi conosce personalmente chi scrive. Qui la tecnica ha reso pervasiva e immediata la capacità di proporre e di far assorbire stimoli e meno evidente e necessaria (forse perché noiosa?) la riflessione sui temi essenziali della vita. Che poi sono tre, ma ciascuno li declina secondo bisogno, identità, necessità.

su Manganelli:

Era povero in canna. È vissuto fino a dopo il 1960 in una camera ammobiliata, presso la famiglia Magnoni. Quando i Magnoni traslocavano, anche il pensionante traslocava. Come il canarino. Diceva mio padre: io, il portaombrelli e il canarino abbiamo traslocato con la famiglia Magnoni» (L.M.).

«Aveva una moglie e una bimba, ma già le prime bufere esistenziali lo avevano reso inquieto e solitario. In effetti egli stava vivendo in quegli anni l’Hilarotragoedia che darà alle stampe tanto tempo dopo, nel 1964. Il vistoso ossimoro del titolo connota la sua vicenda degli anni 1947-49, oscillante tra un amore assoluto, caparbio e il sospetto della follia incombente sulla giovane poetessa amata. Fu allora che scopersi, durante le visite settimanali che mi faceva la strana coppia degna di un dramma antico, la complessità della natura di Manganelli, che affiancava a sublimi raptus intellettuali una profonda, rara e squisita umanità. Con essa egli cercava di salvare la ragazza, di affidarla in mani sicure, ma la paurosa immensità degli abissi della follia cominciava a dare i suoi segni esteriori. Un giorno egli scomparve in lambretta, diretto a Roma» (Maria Corti). «Mia madre rimase da separata in casa con i suoceri fino alla morte del nonno, accantonando per il momento tutte le sue ambizioni letterarie, ambizioni che riprenderà più tardi. I problemi pratici incombevano, le spese erano tantissime e mia madre tentava di fronteggiarle alternando l’insegnamento con le lezioni private. Io andai a vivere con i nonni materni a Parma, nonni e città assolutamente sconosciuti. Quando mio nonno paterno si ammalò, mi portò da sua madre chiedendole: – Me la tieni per quindici giorni? – E ci rimasi vent’anni» (L.M.).

oppure

http://www.repubblica.it/cultura/2015/02/12/news/papetti_manganelli_l_erotismo_e_le_angosce_di_un_seduttore-107114417/

o ancora sul rapporto tra geni

http://ilmanifesto.info/carl-gustav-jung-e-wolfgang-pauli-lettere-sulla-fatica-di-essere-un-genio/

 

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Sullo schermo scorrono le immagini che riempiono buona parte della memoria del mio pc. Scatto con una frequenza di cui non mi rendo conto, lo vedo ora che mi fermo a guardare, curioso della prossima immagine. Intanto un programma random mette assieme immagini secondo proprie logiche, scatti, situazioni, pensieri connessi: da quanto tempo intrappolo istanti che possono ricollegarsi ad un pensiero? Ci sono immagini passate e non solo solo pixel e colore.

Immagini. Immagini il procedere dei pensieri della mia giornata? Non ti chiedo se ti interessano. Avrei paura di una risposta non adeguata. Una risposta positiva non lo è, sarebbe meglio una dubitativa. Tu cosa immagini? Mi interesserebbe saperlo, ma non lo dici e quando lo si chiede l’immagine è già scomparsa. C’è una abitudine a dare un nome a ciò che s’immagina, a formularli in parole, a legarli a ciò che si vede e dove si è. Quando si dice ti penso, si dicono cose molto complesse perché in realtà significa che tu ci sei dove io sono, in ciò che ho attorno, in quello che vedo e che in qualche modo condivido con te perché mi sei venuta in mente. 

Ho capito la natura del disordine che mi attornia. Le centinaia di taccuini, appunti, foto mie e d’altri, appese, sparse, raggruppate in cartelle, seppellite dove solo io so. Oppure non so, ma è bello lo stesso perché so che esistono. E poesie pudiche appese, e irriverenti, ed erotiche, perché la poesia è sempre erotica quando entra in ciò che vede, mescola sentire e possedere. Si dovrebbe dire pudiche poesie e già si sospenderebbe la voce perché i versi veri sono altre cose e invece per me la parola è un modo di vedere, di cogliere, annodare un pensiero a ciò che sembra reale e quando lo vede e lo scrive o lo fotografa lo cambia, lo rende più simile a sé e meno all’impalpabile equilibrio di atomi, energie, forze deboli, casualità, che vediamo. È un coincidere di pensieri virtualmente staccati in un unico luogo e punto dell’universo in cui noi siamo in quel preciso momento. Che resta. In qualche modo resta ed entra con noi in ciò che accade poi.

Immagini. Cosa accade attorno quando il kairos permette che accada ciò che vedo e sento, permette che io accada? A nessuno si può chiedere l’eroismo di capire cosa ci passa per la testa. A nessuno si può chiedere più di un racconto del vedere. E invece la sensazione che viene chiesta riguarda chi la chiede, è un mi ami? ed è parte di quella gelosia del possedere ciò che, in qualche modo, pensiamo di amare.

Immagini. Può essere imperativo, una richiesta che non ammette alternative e che chiede all’altro di entrare nel proprio mondo, che chiede di essere nei pensieri. Rifiutalo, questo immagini, sono i perfidi indovinelli degli innamorati che chiedono di vaticinare ciò che più si desidera. Si sbaglia sempre e non per mancato amore ma per impossibilità dell’accadere. Se mi chiedi di interpretare un tuo desiderio, quel desiderio non si può immaginare, semplicemente è. Dovrei essere te, coincidere. Questa è una interpretazione dell’amore, essere uno totalmente. E invece se ti chiedo di immaginare, ti chiedo una libertà assoluta, un correre liberi a fianco. Ti porgo la mia interpretazione dell’amore, quella che ho dentro, ed è parziale ma è amore. Quello che so dare con attenzione. Il disamore è mancanza di attenzione, l’amore non è cosa da indovini, ma attenzione, cura e un correre assieme.  

Immagini e scorrono le immagini. Davvero siamo così tante parole, tanti sguardi, tanti pensieri pensati? C’è una ricchezza felice nel pensare e nel vedere. Possiamo sempre essere tante emozioni ancora, tanto amore, tanta gioia di esistere ed essere anche quando ci annoiamo, quando il cielo è scuro, quando c’è il vuoto. C’è una possibilità infinita di raccogliere ed annodare e quindi una speranza infinita, un futuro infinito perché c’è ancora tutto a disposizione. tutto il kairos che ci riguarda.

Immagini cosa ti porti dentro e cosa sei ora? Davvero lo immagini e te ne rendi conto? Lo senti, almeno in piccola parte, tutto quello che ancora possiedi e che non hai esplorato, quello che emerge nei pensieri, nei sentimenti, nel nuovo che continua a generarsi ed urgere per connettersi al mondo e farti meravigliare di te?

Prima è apparsa l’immagine di un ristorante di Aleppo, si chiamava Martini e incuriosiva quel nome che testimoniava che gli uomini si muovevano in continuazione. Ed erano ovunque se stessi. Come adesso. L’immagine mostra il patio coperto, che era di una bellezza quieta e forte: da 400 anni un luogo in cui si comunicavano, sovrapponevano pensieri, modi di vedere e cura. Perché l’attenzione è cura. Magari ora è un cumulo di rovine, le persone dell’immagine saranno disperse, speriamo vive, posso immaginarle, posso riconnetterle con la realtà per un momento, vedere un futuro desiderato che le riguarda. Quel luogo oltre che per la bellezza mi aveva colpito per le persone e perché era un generatore di immagini. Ti diceva quello che era possibile e quello che lui era stato continuando ad essere. Assieme. E il processo non finiva pagando un conto, si imprimeva dentro, generava nuovi pensieri. Facciamo così con ciò che amiamo, immaginiamo ciò che potrebbe essere e non siamo prigionieri di ciò che è. Immagini cosa sarebbe l’amore senza un progetto, senza una speranza, senza l’attesa? Lo immagini? Sei davvero in grado di pensare una cosa così?  Ebbene se si riesce ad immaginare, quello chissà cos’è, chissà che specie di amore è. 

pronto?

Nell’infinito flusso di parole della rete, le storie zampillano ignare. Stamattina c’era un telefono lasciato aperto, dialoghi sullo sfondo, e un insistere da parte mia con quel pronto, pronto, pronto, che non significa nulla. Pronto a che? Ad ascoltare? Ad essere ascoltato? Estote parati. Siate pronti al futuro, ma qui è tutto presente, tutto cronaca e carta da cassonetti: avanti un altro presente. Un tempo con la carta di giornale si facevano molte cose, dall’incartare il pesce sino alle pulizie intime, nell’era della specializzazione al più serve la fibra cellulosica e allora a che serve il presente? È forse quel pronto senza risposta? Una richiesta che oggi potrebbe essere un aiuto. Aiuto, nessuno mi ascolta. Oppure un ci sono, eccomi, sono un po’ come tu mi vuoi, o ancora un come sta andando, ti ricordi di me? Di sicuro il pronto è una relazione. Chi ordina non lo dice il pronto: tu devi essere pronto. Neppure ti dice chi è, passa all’oggetto della chiamata, non chiede un contatto ma una disponibilità assoluta, non invoca aiuto e certamente non lo dà. C’era una pubblicità che diceva qualche anno fa : il telefono, la tua voce. Anche, ma la voce significa oltre le parole, è flusso di sensazioni e ora il telefono non è telefono, a volte usa la voce, spesso altro. È semplicemente un medium che non divina. La tecnologia ci modifica quanto e come l’evoluzione biologica, ma non è l’evoluzione biologica. È un cartoccio di parole che si getta ritualmente nel cassonetto del presente, solo che esso ritma il pensiero: non si scappa. Slavoj Žižek , ha appena pubblicato un ulteriore saggio, il cinquantesimo credo, sull’immaginario e sulla sua relazione col reale, partendo dal presupposto che ora è l’immaginario a determinare il reale. Žižek datti una regolata, 50 saggi sono immaginario, non sono reale, sono sms lunghi trecento pagine, sono glossolalia filosofica, come possiamo accontentarci della seconda e terza di copertina e pagarla 22 euro,, lasciaci il tempo di assorbire, di dissentire, di convergere e di modificarci. Alimenti il terremoto di parole, i 28.000 titoli nuovi che compaiono ogni anno, così le scosse continuano e ci rendono insicuri di tutto, a partire dalla nostra sconfinata incapacità di esserci davvero nel presente. Gli umani lettori forti, leggono più o meno tremila libri nella loro vita. Ci perdiamo ciò che deve restare a favore dell’attualità, che poi è anch’essa un pronto, una richiesta d’aiuto, che sarebbe a dire: aiutatemi a dare un senso al futuro.

Pronto? Ci sei davvero? Siamo il giorno dopo le elezioni e migliaia di pagine sono riempite dal nuovo, dalla percezione/interpretazione della novità, ma cosa si spiega? C’è qualcuno che dica che l’essenza è tutta in quel pronto senza risposta mentre sullo sfondo altre vite che ci escludono proseguono? In quel pronto c’è la partecipazione negata dall’arroganza di chi pronto non lo dice mai, c’è il desiderio di condividere negato, ma c’è anche il presente e la sua dittatura, c’è la tecnologia e il problema del disagio che essa non toglie, casomai amplifica. Vanno forte i siti della sfiga politico sociale, del lamento, delle storie personali che esigono la pacca sulla spalla, solo che anch’essi, scelto il target devono continuamente restare nel ruolo: una infinita storia di cadute. Sono il pronto che riceve una risposta ma non esaurisce la domanda. Il pronto come gadget comunicativo.

Al posto di Žižek, mi leggo l’arte del viaggio di Cesare De Seta. Viaggiare è una attività lenta, dove il pronto qualche risposta la riceve, Slavoj aspetterà e intanto magari scade come il latte: il presente e l’immaginario lo rendono vecchio, anche se ciò che dice vecchio non è. E cioè che in ogni cambiamento chi ha osannato senza critiche il vecchio, si conformava allora e poi diventa alfiere del nuovo, e nuovamente si conforma. È la sua natura, vive nel presente e in ciò che esso può dare. Magari Renzi ne sa qualcosa. Pronto? 

albaro fa omo

Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.

L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.  

Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.

La scarpa.

Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.

Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica. 

intercalare

Davvero 

C’è sempre incredulità in un pensiero nuovo. Aria pulita, stupore, e la richiesta di una conferma che ci si rivolge. Si sospende per un attimo la corsa per raccogliere ciò è emerso improvviso e guardarsi attorno. 

proviamo emozioni 

La sorpresa si è sciolta, il passo è leggero. Quella sintesi che si è fatta strada ha mostrato un accesso al profondo, ma è stato un momento e ha lasciato solo un’ impressione. Come un tuffo nell’acqua che risveglia il corpo e gli dice: esisti. 

più per paura 

Ragionare per confronto, per differenza propria, perché senza presunzione, siamo differenti. Da noi, anzitutto. Da ciò che siamo stati e saremo. E il pensiero è la fotografia, sorprendentemente a fuoco, di un momento. Ricca di dettagli, fa uscire dalla velocità che appiattisce le cose, le sensazioni, i desideri. Esce dalla tirannia del presente e ci mostra un modo d’ essere che a volte perdura, ma quasi sempre si perde, dopo aver illuminato e affascinato. Questo è anche motivo dello scrivere: per contrastare un senso di perdita d’occasione alla quale è difficile abituarsi. 

che per passione? 

Nel mio giardino c’è un noce, da san Giovanni si raccoglievano i frutti per il nocino, altri frutti continuavano la loro crescita e poi cadevano senza essere raccolti. Tagliando l’erba, a primavera, vedevo piccole piante che a volte si facevano strada dalla corazza del frutto. Quella forza del crescere mi spiaceva fosse confusa tra gli steli, perché non erano erba ma alberi che volevano fruttificare. Era una foresta che voleva nascere da un solo albero.         Si è chiuso il dubbio iniziale in un nocciolo duro che non ha soluzione; può però germogliare. Lo farà. A volte capita che generi una roccia, altre una ninfea, per questo bisogna camminare leggeri.

Davvero

proviamo emozioni

più per paura

che per passione?

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ripetutamente

Ripetutamente. Se associata al pensiero di una persona, questa parola, evidenzia un’attenzione particolare. La si dissemina per dire altro in un discorso intimo. Ripetutamente è l’insistere del pensiero nel voler far parte, nell’essere assieme oltre il normale e il consueto. Testimonia un comunicare profondo che penetra il giorno, lo riporta a sé senza bisogno di un motivo. In positivo e in negativo.

Nel negativo la costrizione del ripetersi diventa gabbia, prigionia, recinto del pensiero. Lo impoverisce perché lo priva della curiosità allegra, lo priva di ciò che sta attorno. È un pensiero che vuole risistemare le cose, fare ordine e ricondurre a razionalità.

In positivo, il pensiero ripetuto, se non è ossessivo, ma allora è già scivolato di crinale nel negativo, è lieve e curioso. Intendiamoci, è lieve come una carezza che sa andare in profondità, sollecita sia la tenerezza che il desiderio. Coccola perché vuole scoprire, ma pazienta e il disvelarsi è attesa dolce. È un ripetersi che fa bene, che toglie dall’usuale, dalle abitudini. È terapeutico e fertile se dosato con la giusta leggerezza, se tiene lontano il veleno dell’ossessione. Contiene quella leggerezza che apre il sorriso, che chiede, svagata nel quotidiano, che il mondo si riveli un poco attraverso una persona. Teniamo questo ripetutamente da conto, ne esistono altri, ma in questo c’è l’esercizio dell’attenzione, della curiosità partecipe e della gentilezza. L’ascolto insomma, più che il dire, il bussare alla propria porta interiore piuttosto che lo spalancare.

E che bello se qualcuno dicesse: ti penserò,

ti amerò,

come non ti sai.

in quel luogo del cuore che è la vita,

ripetutamente,

e in quel mare che è il tempo

diversamente.

numeri: l’11

Prende la tensione dell’uno verso il cielo, l’accostamento di coppia che è già intesa erotica, riscatta la banalità del 10, dopo la capriola del 9, ed è l’apertura di una modalità nuova, un impegno sinora sconosciuto nelle sequenze dell’unicità, il confronto con l’altro.

C’entra il palindromo? Non penso, anche perché la convenzione umana di numeri e date è una pallida prefigurazione del mistero delle coincidenze. Ma l’11 non coincide, s’affianca, si confronta e sovrappone, non si ripete, è individuo doppio: mancasse il respiro tra l’uno e l’altro perderebbe la qualità e si disperderebbe nell’unicità. Il palindromo però è un evocatore demoniaco.

Uno dice: in agguato c’è il palindromo, la lettura doppia. Non fidarti dell’evidenza, il palindromo si nasconde nei dettagli, si insinua nei pensieri e perde chi li pensa.  Fuggi dal palindromo perché il palindromo è un gran fascinatore, e via dicendo. E’ il fascino della specularità senza specchio, il luogo dei gemelli, altro grande evocatore d’inquietudine e fascino che implica la ricerca della differenza presi dallo stupore dell’eguale che non si eguaglia. Insomma l’ 11 apre una serie che usa due volte il segno e pure essendo il più semplice tra i doppi apre una porta fantastica, ricca di fantasia che non risponde a regole, ma da destra o da sinistra inizierà la fantasia?  Chi considera il calcio una rappresentazione pratica degli scacchi, non avrebbe dubbi: da sinistra. Là dove c’è il piede e il luogo del diavolo, la maglia di Mariolino Corso e di Gigi Riva, il genius loci imprevedibile che sovverte e vince. 

buona festa della repubblica

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Possedevo una collezione di cartoline. Erano centinaia e centinaia, formato 15 x 10 , in bianco e nero, alcune colorate a mano, quelle recenti a colori. Le tenevo tutte diligentemente in tre scatole da scarpe, conservate nel mio mobile dei tesori, in soffitta. E lì rimasero in un trasloco poco attento. 

Per costituire la raccolta, conservavo quelle che arrivavano in famiglia, ma la maggior parte le ricevevo in regalo da chi eliminava ricordi o raccoglieva i francobolli e lasciava il resto. Erano per me la scoperta familiare del mondo, le ordinavo per Paese e per città. Qualche volta, con un epidoscopio, le proiettavo sul muro e  guardavo ingranditi, i luoghi immobili, le persone fissate in pose attonite o indifferenti, le fogge d’ abiti e le insegne fuori moda. Le città erano fatte di piazze con statue e caffè, molti Garibaldi e Vittorio Emanuele 2°, tavolini con tovaglie e camerieri in frac, e avventori distratti. Oppure erano chiese, palazzi, presi di mezzogiorno o di notte, quasi sempre vuoti di presenze. Molte terme e file di persone schifate con grandi bicchieri d’acqua in mano. Altre ancora, erano cartoline folcloristiche con donne e uomini in posa nei costumi tradizionali. Il Vesuvio fumava, la curva del Golfo era presa da un angolo che doveva avere un punto geodetico vista la costanza dell’arco. Il mare ovunque fosse, aveva tramonti o albe costanti. Le montagne, a parte qualche appenninica confusione di rocce e bosco, erano scabre: molte tre torri di Lavaredo , oppure le grandi vette del Bianco e del Cervino sbalzate contro il cielo nelle loro nevi immense. Quelle spedite durante il ventennio avevano piazze con edifici squadrati decorati da fasci di marmo e statue del duce. Erano foto di poste, prefetture, case del fascio, in un biancore metafisico che svuotava l’idea che ci fossero state persone attorno. Non poche, durante quegli anni, venivano dalle città nuove dei territori di bonifica: i veneti scrivevano ai parenti rimasti in Veneto. C’erano anche quelle delle colonie che, Asmara a parte, avevano sempre indigeni allampanati con lance e un tucul sullo sfondo. Qualcuna osè mostrava ragazze giovani col seno nudo (a me sembravano bellissime) con un commento allusivo alle libertà sessuali dello scrivente. Venezia era fatta del palazzo Ducale, san Marco, Rialto e la Salute. Torino era la Mole e Palazzo Madama, Milano il Duomo e la Galleria. Firenze, palazzo Vecchio, il David, ponte Vecchio prima della cura. Roma, rigorosamente san Pietro, che in un paio di cartoline facevo fatica a riconoscere in quanto scattate prima dell’apertura di via della Conciliazione. New York  aveva la statua della Libertà, il ponte di Brooklyn, e con Chicago condivideva i grattacieli. Era una iconografia talmente codificata che sembrava uscisse da un libro di geografia. Ma a me sembrava un mondo più vero di quello dei libri, perché qualcuno era partito, aveva visto e spedito una traccia che voleva far conoscere. Guardavo e vedevo città lontane, posti inusitati, due cartoline venivano persino da Tien tsin, la legazione italiana in Cina, ed erano di legno sottile, bamboo penso, senza fotografie e con dei disegni sfumati vagamente montani. 

Immaginavo i luoghi e chi le aveva spedite. C’erano molti anni di cartoline, dalle prime ingiallite dell’inizio secolo, con molte stazioni e strutture di ferro, fino agli anni ’60. E non mi accontentavo di guardare le fotografie o i disegni, leggevo l’indirizzo, i nomi, le frasi. Le parole si ripetevano, da quelle formali, più antiche che davano del lei, rassicuravano sulla salute e sull’affetto in corso a quelle più confidenziali e recenti, che parlavano di pensieri inusuali (il tanto si ripeteva molto), di abbracci, di desideri (vorrei tu fossi qui), di baci non meglio specificati. C’erano gli auguri, qualche notizia sul tempo o sulla città (di solito bella o bellissima), notizie sui parenti visitati, sul cibo sempre abbondante, sul clima. Molte, le più recenti, avevano i soli saluti e la firma. Le calligrafie mutavano negli anni e diventavano più appuntite, meno panciute e accurate, non di rado all’inizio, c’erano firme malferme che nel tempo si erano mutate in geroglifici. C’erano cartoline di emigranti in sud America e negli Stati Uniti,  che raccontavano della voglia di incontrarsi e chiedevano notizie.

Fino al 1945, gran parte delle cartoline erano firmate da uomini, oppure da coppie. Erano rare quelle con firme femminili e comunque erano indirizzate sempre a famiglie o altre donne. Insomma le ragazze della mia raccolta, viaggiavano accompagnate, oppure non scrivevano. Immaginavo viaggi e luoghi prevalentemente maschili, avventure di cui però, non riuscivo a percepire le modalità perché non sapevo come si muovessero per davvero. Qui non serviva Salgari, questa era la normalità eccezionale del viaggiare d’allora: c’erano navi, treni, corriere, ma cosa avvenisse durante quei viaggi non lo diceva nessuno. Così mi facevo raccontare. In famiglia si era viaggiato parecchio per lavoro, così emergevano disagi, tempi lunghi, orari molto precari. Capivo però che non era quello che capitava alle mie cartoline. Dovetti leggere per capire di più e per connettere il senso delle frasi che leggevo con le vite. Studiare sociologia mi ha aiutato a ripensare a quel mondo che si muoveva con relativa difficoltà e per il quale ogni viaggio era una cosa singolare da testimoniare. Parecchi anni dopo capii anche perché luoghi, grafie e messaggi erano mutati. Più stringati, più liberi di dire, più frequenti per le mete di vacanza vera, il mare, la montagna. Senza più alcuna restrizione sul destinatario, con allusioni più esplicite al rapporto affettuoso tra chi scriveva e chi riceveva. Dall’Italia Umbertina, si era passati attraverso il fascismo (spesso le cartoline del ventennio riportavano accanto alla data, l’indicazione in numeri romani dell’anno fascista, qualcuna i saluti fascisti), poi nella Repubblica. Le donne e gli uomini avevano cambiato le loro possibilità di movimento, erano più liberi. E cambiavano i soggetti delle fotografie, meno monumenti e più luoghi di vacanza. Insomma si era messa in moto l’Italia e lo scriveva attraverso una cartolina che testimoniava una possibilità, una libertà e non più una necessità.

Non so perché mi sia venuto in mente questo collegamento, ma credo che la festa di oggi c’entri: buona festa della Repubblica a tutti.

non dare caramelle agli sconosciuti

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Fuori il cielo è diventato color piombo. Ha anche la stessa consistenza. Solo le nubi verso occidente sfrangiano al giallo. A chi conosce un po’ di chimica qualitativa viene da sorridere perché i sali di piombo sono rivelati dal giallo e l’aranciato. Intanto cumuli nembi, incuranti delle spiegazioni sui colori, si sono caricati di lampi, e adesso tutto si sussegue con quel timore atavico che lega l’uomo alla folgore. Finita la festa di saette, alcune vicine, sarà la pioggia ad avvolgere strade e case.

Tutto consequenziale, prevedibile, si può essere persino grati del rumore sul tetto e del brontolio che s’allontana. Evidentemente, non c’è nulla da capire, basta sentire e vedere.

Nell’uso delle parole, ben più pericolose delle saette, c’è un senso che appartiene a chi le dice. Chi ascolta, non di rado, manifesta una prevedibilità che coincide col desiderio. Si vorrebbe finisse in un certo modo la frase, il racconto, oppure capire così tanto da coincidere con la testa di chi ha scritto. Ma questo è il caso migliore, perché la maggior parte ascolta o legge distrattamente: non vuole fare fatica. Per questo non si deve spiegare, evitare le glosse che peggiorano l’incomprensibilità. Pensate ai vostri anni scolastici o ai libri complicati, chi leggeva davvero le noiose note a piè di pagina, o peggio a fine volume, spesso più oscure del testo e soprattutto quando si leggeva, quell’andare avanti e indietro non peggiorava forse l’attenzione,  rivelando i buchi e l’ignoranza pregressa?

C’era però un fatto piacevole in tutto ciò, l’attenzione sviava verso angoli inattesi, poco spieganti, ma interessanti e fecondi. Spesso emergeva l’idea che superata la fatica quei pensieri così freschi e nuovi sarebbero stati ripresi, che qualcosa di originale sarebbe nato da quello che si comprendeva più o meno. Non andava così, ma l’impressione che qualcosa di utile fosse nato dall’incomprensione restava.

 Per questo bisogna accettare l’oscurità.  Anche propria. Perché è feconda e perché le parole nel migliore dei casi sono imprecise. E poi non si vuole davvero dire tutto, ma ciò che conta è selezionare chi è curioso, e può diventare complice. Cioè talmente vicino da interagire con le nostre presunte oscurità.

E per questo penso sia meglio non dare caramelle agli sconosciuti, le masticherebbero, impazienti, chiedendone altre. Una caramella come una nube, non si spiega, ma  che fine farebbe la dolcezza di ciò che davvero si vuole condividere?

a proposito di enigmi, meglio il primo o il secondo brano? 🙂

parole magiche

I bar, o le caffetterie come pomposamente si chiamano ora, sono comunque incipit, pagine con larghi spazi bianchi. Scenografie di tavolini, fatica unta di caffè e tramezzini malfatti, di noia, di piedi gonfi e tempo lento. Troppo lento. Guardate gli occhi dei baristi veri, trincerati dietro a un banco per difendersi dal mondo: hanno visto tutto. Tutto quello che poteva emozionare, tutti i film lunghi che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda, tutte le sbronze in divenire, insomma la vicenda umana quando mostra i panni sporchi e lieti, a loro resta l’attesa che finisca tirando giù la serranda.  Ma se osservate bene l’angolo della caffetteria, ovunque, ha almeno un tavolino con tre sedie. Di solito si siedono in due, nella terza sedia finisce una borsa, una giacca. Sono un lui e una lei, oppure due lui o due lei, ma è l’angolo in cui accade qualcosa che dura. Quando si siedono sembra venga innalzato un separé, e dopo poco inizierà una conversazione intima.  I bar sono spazi da riempire. Luoghi di fretta e incontri, luoghi per speranze e per addii. Non sono mai indifferenti, per questo il nostro barista che ha visto quasi tutto e allora non guarda più, capisce al volo. Gli amanti, le coppie clandestine, quelli che sono ancora titubanti ma vorrebbero, i timidi, gli arroganti, i perduti, i violenti, gli stanchi, i lasciati. Molti finiscono in quel tavolino d’angolo. Come adesso.

Lei ha due occhi bellissimi, lui un viso perplesso ma determinato. Le dita cercano un luogo alle parole, tormentano bustine di zucchero, orli di tazza, il tavolo. Le dita accarezzano nervose i silenzi, incespicano sul dire e il tacere.  C’è un lasciare e un trattenere in azione. Vincerà il lasciare. Il barista lo sa e non guarda, ma noi sì. Forse è meglio si lascino, quando si finisce in quel tavolino per un addio è già accaduto tutto, c’è stata una sequenza infinita di rotture e rappezzi, di desideri malcelati e insoddisfatti, c’è stata, soprattutto, una svolta. Silente prima e poi via via più netta e rumorosa. Di quel rumore dolente che non si vuole sentire, ma c’è. Quel rumore a cui ci si ribella, che si pensa di aggiustare con un po’ di nuovo e molto di vecchio, con quel riandare al prima, al ricordo, senza sapere che non serve a nulla se non a perdere la ragione, perché il passato una ragione la possiede, ma il presente è carente di ragione. Torniamo ai nostri due partendo dall’età. Lui è più vecchio di lei, più grande come si dice ora, lei è bella per difetto di alternativa, dev’essere bella per lui. Ma ha il dubbio che non basti, allora si sminuisce, si critica, subisce anche l’aspetto. Se fosse oggettiva si sentirebbe davvero bella, e sarebbe bellissima, vedrebbe il suo viso e non le rughe, sentirebbe il suo corpo aderente, il muoversi armonico che ha quando corre o quando si stira svegliandosi, ma non avverte questa sua superiorità. Lui ostenta sicurezza, per lui rompere significa liberarsi da una colpa che ha messo in disparte ma c’è, coltiva la speranza che finisca presto. Però vuol fare l’innamorato che deve chiudere, per cui spinge le cose in modo che sia lei a decidere. È una porcheria, lo sa, ma non desiste, pensa sia meglio. Altre volte ha ostentato un dovere perché gli è già accaduto di chiudere, di lasciare, e a quel dovere s’è appeso per dire di no. Ha fatto un guaio maggiore perché ha fatto sentire qualcuno meno importante della sua vita banale, si è dimostrato egoista. Solo che l’altra non ha capito e non l’ha subito odiato per questo, ma si è fatta coinvolgere, l’ha giustificato. Ascoltiamo qualche frase:

Lui: Mi mancherai. I giorni non saranno più gli stessi senza di te. 

Non la guarda bene negli occhi, se lo deve imporre. Le mani si muovono e dicono altro. È imbarazzato, vorrebbe fosse già finito tutto, uscire da solo, sentire che qualcosa è alle spalle.

Lei: E allora perché ci lasciamo, proviamo ancora, è già accaduto, poi ci siamo capiti, abbiamo trovato soluzioni comuni. Noi ci amiamo, vero? Ci amiamo, no? … Allora perché non dovremmo risolvere tutto, l’amore ci aiuterà. 

Lei sa che la risposta alla domanda sull’amarsi è terribile, già il silenzio è eloquente e una qualsiasi frase non la rassicurerebbe perché adesso non valgono le sfumature dell’amore, ma i fatti che esso genera e allora si risponde da sola: ci amiamo, si dice. Lo vuole credere, vuole pensare che l’amore sia lo stesso per entrambi.

Lui: Lo sai che non è possibile, questa volta no. Non ce la faccio, non è come le altre volte, si è rotto qualcosa dentro, ho bisogno di capire. Non amerò mai un’altra donna come ho amato te, ma non possiamo continuare. Ci facciamo solo male.

Lei tace, vorrebbe dirgli che così per lei il male è assoluto, che con lui sparisce la speranza, che non riesce a pensare ad un altro uomo. Vorrebbe odiarlo, ma è paralizzata, non sente nulla, solo dolore. 

Qui si innesta un pensiero, lasciamo i nostri due ex innamorati e cerchiamo di capire cosa accade in un addio dalla parte di chi lascia, anche quando c’è molta buona fede. Ci sono due parole magiche che seguono gli addii : mi mancherai. Che poi è come dire: per sempre, che è vero quando lo si dice ma non in assoluto, perché il per sempre si costruisce con caparbietà e non sempre se ne vede la ragione. Forse bisognerebbe dire, col senno di poi :può essere che mi mancherai parecchio o tantissimo, che nulla sarà come prima, ma comunque il tempo attenuerà, non svanirai, mi interesserò a te ma non mi mancherai come adesso, nel momento dell’addio. Ma non lo pensiamo e non sarebbe bello dirlo anche pensandolo, le saggezze negative sono un po’ stronze proprio perché naturali e vere. A volte il discorso, consumate le parole definitive, scivola nella possibilità: la vita ci porta altrove, forse ci ritroveremo, diversi magari ci ameremo più di adesso, di sempre, ma fino a quel momento sarò altro e non mi mancherai più come ora. Mancheranno le cose che non sono state, ciò che si è consumato, ma anche questo si ridimensionerà nel tempo e troverà il suo posto bello di ricordo. Vorrei che fosse che non mi mancherai ed io non mancherò a te, non sarebbe forse un atto d’amore più bello e più vitale, non sarebbe forse augurarti il bene e togliere il fiele?  C’è una speranza che finisca così, sarebbe una bella liberazione per chi lascia avere anche la possibilità di riserva, sennò la stronzaggine mica ci sarebbe. Diciamo che quelli bravi ci riescono ma nella testa di lei dovrebbero formarsi queste parole: Eh no, mio caro, non funziona così e se tu mi manchi vorrei avere almeno lo stesso trattamento, ovvero mancarti fino all’infelicità, anzi un pochino di più.

I nostri due innamorati quasi ex, perché mica finisce subito, si sono alzati. Lui ha pagato, lei ha pianto con molta dignità, adesso stanno uscendo. Fanno pochi passi assieme, poi si separano. C’è stato un abbraccio, ma è meglio non indagare su quanta disperazione asimmetrica si porti dentro. Il barista ha alzato gli occhi, ha guardato, e poi si è voltato per fare un caffè. Lo beve lui stavolta.