Il vento spinge folate di pollini, generoso lontano li cosparge, le dita stropicciano, e s’arrossano gli occhi. Della passata stagione, ancora c’è il fresco ma i fiori che piovono dagli alberi, son nuovi,e han fatto tappeto per insegnarci a non pesare sulla bellezza e sul tempo. Nel muro il glicine col gelsomino abbracciato resiste, e attorno l’aria si profuma di vertigine e di vita che vive.
Care compagne e cari compagni, a 80 anni dalla fine della vittoriosa lotta armata partigiana contro il fascismo e l’occupazione nazista stiamo assistendo in Europa alla realizzazione del “neofascismo a pezzi” e l’Italia con il governo Meloni-Tajani- Salvini, è un grande protagonista di questo processo. Questa destra al governo ci ricorda ogni giorno con il suo lavoro di demolizione della Costituzione che l’antifascismo non è una parola o una celebrazione, ma un impegno di azione e pensiero che dura Non siamo soli, con noi ci sono altre donne e uomini e la sinistra che capisce qual è il pericolo enorme che si addensa sulle vite di tutti. Con noi c’è la testimonianza delle mani e delle menti in cui sono vissute, passioni, certezze, impegno quotidiano. L’antifascismo non è un reperto dimenticato, è vivo nei cuori e nei gesti di molti che non hanno scordato cosa significa resistenza. Abbiamo con noi lo spirito indomabile di chi ha saputo trasformare un paese che era fascista in un paese democratico. Oltre alla lotta per la libertà e la democrazia di un intero popolo, la Resistenza fece un capolavoro politico, ridiede la dignità all’Italia e ai suoi cittadini, la dignità di vivere in un paese libero e con la sua autodeterminazione su come voler costruire la propria società e democrazia. La nostra Costituzione fu la prima, più grande conquista, dopo la sconfitta del fascismo. Poi la storia ci dice, e noi sentiamo tutt’ora, la difficoltà di realizzare pienamente quel cammino che era stato intrapreso 82 anni fa con la resistenza armata. Ed era iniziato ben prima da quanti non avevano guardato al loro numero, ma a ciò che ritenevano giusto e fin dal 1920 avevano intrapresa la lotta contro il fascismo. Sinistra Futura onora con il suo impegno per l’antifascismo, la pace, la giustizia sociale, tutte le donne e gli uomini che hanno saputo resistere e lottare, restando coerenti ai principi di libertà e democrazia a prezzo di carcerazione, esili, torture. È stata chiesta sobrietà alle nostre manifestazioni, per la morte di Papa Francesco, farisaicamente da quel governo di destra che mai ne ha applicato i richiami e l’insegnamento. Lo stesso governo che sta attaccando i principi di quella Costituzione conquistata con il sangue. Si vede che non partecipano alle celebrazioni dei martiri della resistenza, che per loro il 25 aprile è una data da superare indenni. Si rassicuri il governo neofascista, non siamo mai stati sguaiati, le nostre manifestazioni sono orgogliose dei martiri partigiani e di quel popolo che aveva saputo resistere e morire, ma usano la discrezione anche quando sono contenti. E oggi non possiamo essere contenti. Le leggi sulla sicurezza, le riforme sulla giustizia, il premierato, l’attacco all’unità del Paese attraverso l’autonomia differenziata, il riarmo bellicista a spese dalla sanità, della scuola, del sociale, questo è molto altro ci dicono che è ora di resistere e contrattaccare come impegno quotidiano. I partigiani non hanno combattuto solo contro i nazisti e i fascisti; hanno combattuto anche e soprattutto contro il sistema che queste due forze rappresentavano. Hanno lottato contro la volontà di potenza e il bellicismo, la menzogna di stato, le leggi razziali, la guerra, il genocidio. Oggi queste parole e omissioni della realtà, le ritroviamo quando nulla viene fatto dalla destra per far finire il genocidio di Gaza, negli 800 miliardi di armi che L’Europa vuole acquistare, nell’uso privato della cosa pubblica, nelle leggi liberticide e nell’asservimento della magistratura al potere politico. Allora care compagne e cari compagni, dobbiamo riprendere la lotta partigiana per quella libertà e giustizia sociale che non è mai conquistata definitivamente, perché il nemico è grande, forte, egoista negli interessi materiali sino a sopprimere l’uomo per essi. Dobbiamo riprendere una resistenza ferma e pacifica contro tutto quello che minaccia la pace, la convivenza tra i popoli e le persone, la dignità e i diritti conquistati.
Il 25 aprile non è una baldoria fuori luogo da contenere con sobrietà. Il 25 aprile è la festa della libertà riconquistata, della dignità ritrovata. È il fondamento della Repubblica italiana, nata sulla Resistenza antifascista. Chi ci invita alla “sobrietà” nelle celebrazioni, chi sfrutta un lutto per mettere il silenziatore alla memoria collettiva, sta facendo un gesto che non è neutro: è un gesto politico che esprime ancora una volta il silenzio di questo governo e di molti dei suoi esponenti nei confronti dell’antifascismo. Ne siamo consapevoli, hanno giurato ma non saranno mai con noi per difendere la libertà nata dalla Resistenza e scritta nella Costituzione. Per questo oggi e per il nostro futuro abbiamo più che mai bisogno di partigiane e partigiani. Viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva l’Italia libera.
Tutto quello che si fa, quindi, lo si fa per paura della solitudine? E’ per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita? E’ questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo? Per quale altra ragione ci abbarbichiamo a tutti questi matrimoni in frantumi, alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno? Che cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, se ponessimo fine al ricatto strisciante e prendessimo partito per noi stessi?…
Pascal Mercier Treno di notte per Lisbona
Ed esiste un’ ulteriore solitudine che brucia le navi, che si spinge sempre innanzi cercando quel pezzo di sè che manca e che non c’è mai stato. Alle risposte bisogna pure trovare una domanda convincente. Anche la scrittura è una risposta, anche il lavoro è una risposta. Funziona fino alla deprivazione di sè e allo scavare nel posto sbagliato, ma scavare è comunque una attività che occupa tempo e genera speranza. La stagione continua tiepida, favorevole ai percorsi tra case che scelgono l’equilibrio tra il dentro e il fuori. Raccoglie parole, la casa, dai libri, dalla radio che sussurra senza obbligo di verifica. E poi accende le luci, mette musica su giradischi e lettori cd, lancia richiami : a dopo, sì,… ci si vede.
Allora una paletta da croupier allontana la solitudine oltre il tavolo verde. Ma tornerà in gioco ed ogni volta la posta sarà più alta: rien ne va plus, si vince, si perde, fate il vostro gioco.
Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse un’ inclusione, un’apertura, oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché si sono impiegati 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa distinzione, che comunque conteneva una superiorità, che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Ma si può credere anche solo nell’uomo che salva se stesso e gli altri? Penso sia indispensabile che sia così, per responsabilità, per restare umani. Per cambiare in positivo il mondo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo, e che invece punta a Dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni e analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa, perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.
In fondo so ben poco e bisognerebbe parlare solo di ciò che si riconosce in sé che ci assomiglia.
Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. È la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. Nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E non è forse anche in questo virtuale e doppio mondo, che emergono sofferenze accanto e dentro la banalità. Non si riconosce, leggendo bene, che nelle punte di acuzia c’è dell’umano oltre la virtualità?
Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, della bellezza che non ride. La sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Questi giorni, come tutti i giorni, parlano della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma che speranza ci può essere se non c’è comprensione della solitudine, dell’abbandono. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere vengono erette dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi c’è un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita mettiamo argini a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, almeno non aggiungiamo ad esse l’indifferenza. A noi, al nostro vivere, dovrebbe bastare l’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, senza per questo dimenticare che esistono gli altri.
Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza è attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente. Magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso soggetto, ovvero l’uomo. Che Dio, per chi crede, viene assieme all’uomo e capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.
Oltre i vetri case lavate dalla pioggia, e finestre chiuse per l’acqua di stravento. Nei minuscoli giardini s’agitano palme con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo. Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri, ma non del tutto, restano pertugi e occhi del tempo altrui curiosi. In cielo nuvole tozze e grigie, e raggi di luce che radono i profili. Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni, mescolano le piume infreddoliti, la mamma li copre, prima l’uno poi l’altro, assieme e guardo loro e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia, come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano. Con noi e senza di noi, muta tutto attorno, così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume, come porta che resiste al tocco, e si chiude nel bene che l’attornia. Si pensa il proprio stare, terra fertile, nutrice di ricordi e fiori di campo senza necessità d’un nome, ma la sera cala come lacrima, per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono. Storia potente è il vivere e la vita.
C’è una linea del caffè che definisce la stanchezza. Quante volte l’ho superata immemore e consapevole, vantandomene spesso e contando sull’invincibilità del corpo, sul suo abituarsi alla fatica, sul fatto che bastava poco per essere pronto a nuove prove. Superavo la linea e non ascoltavo ciò che già sapevo, cioè che le sensazioni si sarebbero attenuate e tutto sarebbe diventato una poltiglia grigia in cui l’importante era finire. Ora capisco meglio che non è la forza quella che porta a superare il limite – e neppure il coraggio o l’abbrivio che nasce dalla volontà– ma la mancanza di uno scopo che includa e comprenda, una confusione su chi davvero sono. Arrivare agli anni tardi e non essersi almeno intuiti, arrivare a una ginnastica di aperture e di chiusure basate sul superare in continuazione il proprio limite, non è mettersi alla prova o essere vitali, ma essere in un pantano in cui è difficile procedere verso se stessi. E’ pensare troppo a noi, se si capisce di più ciò che non ci soddisfa nel superare il limite?
Nell’avvicinarmi alla linea del caffè, ora cerco ciò che mi consentirà di rientrare, l’ultima tazzina, l’ultimo bicchiere, l’ultimo boccone, che sono poi immagine dell’ultimo sentire, dell’ultima emozione, dell’ultimo entusiasmo. Un attimo prima e restare aperti al discernere del sé, ecco l’ auto governo senza rinuncia.
Dire a sé e agli altri la propria regola vitale che consentirà di accogliere senza reticenze. Prima era a notte, ora nella sera, cerco l’ultimo caffè del giorno. Quello che ancora mi dà piacere e alla bocca non muta il sapore in amaro.
Quella che sembrava una testa, uno sguardo di minaccia, si rivelò una tenda poco stesa, gli occhi fiori blu, pervinche o fiordalisi, messi in file un po’ banali, che la luce dipingeva per mostrare del suo dire, un vero. Il buio che inzuppava case attorno sollevava solitudini discrete, stirando le lenzuola della notte. Bastò chiudere una persiana, porre qualche domanda al vento e, una ad una, risposte sfilarono in parata. Conosciute da buon tempo, allegre, salutavano con mano, le cullava il sonno, e, incuranti di tempo e luogo, furono sogni, fino ad inaugurare la mattina. Alzando la persiana, venne alle spalle profumo di risveglio e, la tenda, senza più volto e occhi ora, offriva fiori blu contro la luce e d’essa si gonfiava, ingorda, fino a traboccarne i vetri. Di risposte non v’era traccia, dalle strade strepito, che non pareva nulla, solo il poliestere di finestre a fronte occultava qualche pensiero, desiderio o ansie simile alle mie, ed era troppo poco per un sogno nella luce.