l’inutile ad altri e l’utile a sé, nel ricordo

Il ricordo è molto più interessante a noi che a chi ci ascolta e significa per noi cose che spesso non si possono comunicare, eppure la nostra comunicazione è infarcita di ricordi, di fatti più che sensazioni, perché troppo scoperte esse, troppo nude nel mostrare lati deboli di difesa, meglio l’epica del ricordo, la sua magnificazione di noi. Ma cosa racconta a noi il banale, l’inutile del ricordo?

Non c’era davvero nulla d’interessante in quel luogo. Di certo non i grandi cartelli pubblicitari 6×3, che fortunatamente coprivano case assolutamente identiche nella banalità a quelle di 30 km prima. E mi chiedevo, ridacchiando, cosa si provasse ad avere come panorama davanti alla finestra una pubblicità. Forse c’era la noia e poi l’attesa della novità della prossima affissione, ma anche la prigionia dell’ossessione del consumo: terribile, come vivere perennemente in un super mercato. Poco distante, c’era la costa e il mare, non si vedevano, ma erano pur sempre gli stessi nella loro bellezza indifferente delle geografie politiche. La strada e la segnaletica avevano cambiato solo la lingua, e non erano particolarmente curiose, quindi, oltre a un pensiero di fastidio, non c’era un motivo per ricordare quel posto, eppure ritornava in mente. Perché? E siccome, assieme a quel ricordo, tornavano anche altri luoghi: la casa di Cannes con il grande murales di Harold Lloyd, il percorso verso St. Raphael lungo la costa, l’artigianato improbabile di Roquebrune, i profumi di Grasse, Mougins con le sue stradine in pietra, ed erano tutti luoghi di significato e belli, mi chiedevo cosa differenziasse quell’incrocio dai mille altri visti in Francia o altrove. Non riuscivo a capirlo perché non c’era alcuna necessità di ricordare una rotatoria all’imbrunire, un brutto albergo e una serie di edifici anonimi ripartiti a raggiera lungo le strade. Eppure quella immagine tornava (e torna), assieme all’albergo scempio sul mare, visibile di lì a poco all’inizio della Tourbie. Ma l’albergo aveva il fascino respingente della ricchezza priva di limiti, mostrava il privilegio per pochi di vedere l’intero golfo, sospesi nel cielo, in una ostentazione di potenza del denaro che aveva la perversa bellezza di un acuto. Qualcosa d’innaturale e impossibile a tutti, se non ad uno, scritto e realizzato per lui, dopo un sogno e per questo vero e fragile, senza un futuro, immagine bella del brutto, dell’impossibile alla norma, oltraggio che lascia silenti, ma non sgomenti, perché la natura provvede, avrebbe provveduto, per l’acuto, come per l’albergo, a cancellare e tutto sarebbe decaduto e ruinato, ma intanto era lì a dimostrare che c’è una sprezzante grandiosità nell’uomo e che esso può riconoscere, proprio nella transitorietà, la violazione dell’ordine naturale in un’opera che confonde l’unicità con la bellezza, ma resta a sfidare chi ascolta o vede. Quindi un gesto che rimane e che contrasta la morale, ma non tanto a lungo da non poter essere perdonato dalla sua fine. Del resto non avevo forse visto in Svizzera quei condomini a gradoni che seguivano il declivio della collina e la rivestivano di terrazze verso la valle. E lo stesso non si riproduceva, poco oltre quella rotatoria, in decine di terrazze verso il mare, lato di piramidi tronche e quadre, che massimizzavano l’utile e l’esclusività dei luoghi, prima impervi, in un’orgia di denaro immobiliare. E non era tutto questo grandioso nella sua perversità, con il fascino della ferita, del segno che interrompe la bellezza naturale, in fondo essa stessa arrogante nella sua potenza e monotona nel succedersi uguale. Era il fascino bello del male che mostra la sua faccia vogliosa di possesso, oppure una sfida alla natura, che avrebbe certo vinto, ma almeno per un poco sarebbe stata impegnata in una battaglia per lei inusuale presa com’è dalle sue forze e indifferenza? Ecco forse tutta quella architettura violenta era una sfida alla indifferenza della natura e la costringeva a mostrare la sua reale potenza all’homo faber.

Di tutto questo, che si mescolava in una sensazione di repulsione e fascino, restava appena l’atmosfera o il ragionamento, mentre di quella rotatoria, di quell’inizio di strada, della concessionaria d’auto, dei negozi buttati là per bisogno e già chiusi, degli appartamenti illuminati, dei residence bui che si sarebbero riempiti di turisti, del freddo di quelle stanze in aprile, di tutto ciò, restava una sensazione e un’immagine forte: di sera, di luce che si spegneva, di precarietà nell’entrare in un mondo che sotto pulsava di altri significati, come ci fosse una vena nascosta e vitale. E questi significati, a me, allora ed ora, erano preclusi, ma c’erano e mi sollecitavano a loro modo e li avrei potuti decifrare, se solo avessi trovato il bandolo di quel filo che era nella mia testa, più che tra le persone, mettendo assieme ricordo, sentire e ciò che stava attorno. Insomma ciò che vedevo, percepivo, ricordavo, con una operazione che io solo potevo fare e che non serviva a nessuno, se non a me, ed era trasformare il banale in significato illuminante, capire attraverso un particolare, un luogo, infine me. 

commercianti

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Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata. 

la linea del caffè

 

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C’è un caffè, ma in realtà c’è sempre stato, oltre il quale la bocca muta sapore. C’è anche un fumare, che un tempo era sigaretta ed ora mezzo sigaro, oltre il quale il piacere finisce. C’è un bicchiere, quasi sempre di rosso, oltre il quale non s’aggiunge nulla, ma anzi si toglie. E non importa che non si beva caffè o alcoolici, o si fumi, qualsiasi cosa ci piaccia c’è sempre un limite oltre il quale il corpo si ritrae. Si rapprende il sé nella mente, e genera una chiusura che muta il pensiero, prima disteso, in sensazione di limite. Quindi un argine all’eccesso, che ovunque trova una sua linea, e la distingue nell’uso di se stessi, non della propria libertà. Un argine insito, com’esso non dipendesse da noi o dalla nostra volontà, ma da qualcosa che ci conosce meglio e più a fondo. Quindi la sfida è portare il piacere a quella linea, ma non rapprendersi nel rifiuto. Restare aperti a ciò che ci succede oltre ogni difesa che non sia quella, appunto, del limite che possediamo. Una ragion pratica della libera temperanza per esplorare quella zona di nessun colore che non conosciamo e che pure è ben presente in noi. E non è l’idea del provare o dell’esperienza in quanto tale, è altro. E’ simile ad una casa d’estate in cui a sera s’aprono le finestre, e non c’è fretta a chiuderle, anzi è bello che alcune lascino entrare i sapori della notte, perché non è troppo il fresco che ne entra, ma anzi esso s’aggiunge a noi, ci accarezza e rende consapevoli d’essere parte d’un mondo più grande a cui è dolce affidarsi.

C’è una linea del caffè che definisce – e definiva – la stanchezza. Quante volte l’ho superata immemore e consapevole, vantandomene spesso e contando sull’invincibilità del corpo, sul suo abituarsi alla fatica, sul fatto che bastava poco per essere pronto a nuove prove. Superavo la linea e non ascoltavo ciò che già sapevo, cioè che le sensazioni si sarebbero attenuate e tutto sarebbe diventato una poltiglia grigia in cui l’importante era finire. Ora capisco meglio che non è la forza quella che porta a superare il limite – e neppure il coraggio o l’abbrivio – ma la mancanza di uno scopo che ci comprenda, una confusione su chi davvero siamo. Arrivare agli anni tardi e non esserci almeno intuiti, arrivare ad una ginnastica di aperture e di chiusure basate sul superare in continuazione il proprio limite non è mettersi alla prova o essere vitali, ma essere in un pantano in cui è difficile procedere verso di noi. E’ pensare troppo a noi, essere auto centrati come è stato detto, se si capisce di più ciò che non ci soddisfa nel superare il limite?  

Nell’avvicinarmi alla linea del caffè, ora cerco ciò che mi consentirà di rientrare, l’ultima tazzina, l’ultimo bicchiere, l’ultimo boccone, che sono poi immagine dell’ultimo sentire, dell’ultima emozione, dell’ultimo entusiasmo. Un attimo prima e restare aperti, ecco il governo di sé senza rinuncia. Dire a sé e agli altri la propria regola vitale che consentirà di accogliere senza reticenze. Prima era a notte, ora nella sera, cerco l’ultimo caffè del giorno. Quello che ancora mi dà piacere e  alla bocca non muta sapore.

L’uso quotidiano del sentire è poesia?

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Non saranno poi così importanti le cose che mi stanno attorno, colori, particolari, conformità d’umore, però entrano con continuità, e si fanno notare, creano legami e relazioni di pensieri. E non sono solo le cose, ma persone e situazioni, che portano al particolare.

La poesia è trovarsi nel particolare ?

La parola che individua la poesia sovrasta il contenuto, intimorisce e riporta ad altro che abbiamo letto o sentito subito come nostro, tocca il profondo. C’è un legame della poesia con l’esplorazione del sentire, e dei suoi meccanismi portati in scienza. E la grande poesia indaga, a volte troppo, mi fa conoscere la mia insufficienza, però mi riporta alla mia identità e mi risponde: sono ciò che sento. Questa è forse la ragione dell’uso discreto che si dovrebbe fare della poesia nel vivere, il troppo sentire ci porta a vedere con chiarezza le cose, a darne altra importanza e se così fosse per tutti, cosa resterebbe della comune, economica realtà? Meglio che il sentire resti ubbia dei singoli, meglio che la stranezza sia il sentire di più e la normalità l’indifferenza. Questo vien detto e senza neppure troppa creanza o rispetto, ma si perde qualcosa d’importante nel non vedere, e ci mancherà la consolazione delle cose, la realtà delle persone quando si lasciano un po’ andare. Non ci saranno sensazioni profonde difficili da condividere, non ci sarà la sensazione che le parole piane con cui la poesia ci parla di noi entrino e ci travolgano, in fondo questo è il prezzo che molti pagano al loro equilibrio, spacciato come realtà. E’ una scelta, per gli altri, maldefiniti sognatori, ci sarà la sensazione d’una bellezza continua che destabilizza, un essere troppo aperti e senza pelle, ma non è forse bello farsi frugare con amore?

Quanta inquietudine si maschera nel rifiuto di vedere appena oltre, il poeta, in fondo, è un coraggioso che parla di sé, spesso senza pudore e senza poi pentirsi, che è pure peggio. Cose generalmente poco ammesse, salvo che in vere e poche intimità. Il sentire induce alla nudità, ma cosa mostrare dipende poi da noi, da ciò che si condividerà. Torno a me e ciò che sento è mio, non ha ambizione universale, si ferma nella mia libertà nel vedere, ed è un sentire piccolo, senz’altra utilità, se non quella d’indagare e di stupirmi. Guardo le gocce sulla finestra e mi sembrano importanti come la pioggia di questa giornata. E’ cosa mia che fa star bene, se guardo più a fondo troverò qualche ragione che mi porta a delimitare il mio mondo in ciò che vedo e sento. In fondo, di piccole personali poesie è fatto il vivere e riconoscerle in ciò che scriviamo, fotografiamo, facciamo, non è solo dare sensazione all’uso dell’aggettivo impreciso bello, ma una riconoscere una parte di noi che, non di rado, se detta a orecchie indifferenti, c’imbarazza. Così scrivo senza curarmi troppo della logica e nel dire, penso che la stanza sia vuota. Sento la mia voce, la cadenza, correggo non la forma, ma l’approssimazione, e l’insoddisfazione non è misura dell’ altezza di ciò che dico, ma del suo esprimere ciò che sento. Questa è la vera distanza tra la poesia dei grandi e la mia piccola sensazione del vivere. Non si colmerà mai, non importa, è il modo di vivere che ho scelto ed è questo che poi mi può rendere a volte felice o triste. E’ mio, che volere di più?

librandosi

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Libri, libri ovunque, lo spazio che voleva diventare una libreria sterminata, ecco cosa immaginava. Gli interessavano i libri e ciò che contenevano: intelligenze, idee, persone con la loro memoria e soprattutto la loro fantasia e razionalità. Gli interessava poter leggere e capire. E apprendere, anche se non avrebbe mai potuto leggere tutto quello che accumulava. No, non era un bibliofilo, anche se gli piacevano i bei libri, i caratteri eleganti, la carta, le librerie di legno pieno, quello che lo sollecitava erano i contenuti. Bastava una frase, un giro di parole, che per lui erano come un giro armonico, e si scatenavano pensieri paralleli, connessioni, nuovi ragionamenti. Sostanzialmente era curioso, e onnivoro, non c’era un ambito, una specializzazione perseguita, era la sua testa che si specchiava, e costruiva, attraverso quello che apprendeva, ma sopratutto era ciò che desiderava sapere che lo rappresentava. Per questo comprava i libri che lo attraevano, bastava una pagina, una trama, una suggestione particolare e li prendeva. E siccome con l’accumularsi di libri, la sensazione di ignoranza cresceva, gli pareva che anche sapendo a malapena leggere (leggere è un verbo che esprime non una capacità meccanica di dare un senso a dei segni, ma il capire cosa essi sottendono), sarebbe stato lo stesso. Tutti quei libri, e quel leggere, non l’avrebbero reso più saggio, sapiente e tanto meno intelligente, avrebbero continuato ad alimentare la fornace della curiosità, mettendo assieme cose disparate dove il senso, per lui chiaro, avrebbe dovuto essere a lungo spiegato se fosse interessato a qualcuno, ma questo non lo pensava. In pratica, attraverso i libri e la loro presenza, perseguiva una sanità personale, qualcosa che altri avrebbe definito una mania o una risposta non razionale a una carenza, invece per lui era la costruzione di un’immagine visibile e tangibile del suo possibile e dei suoi limiti. Non gli interessava una cultura smisurata, gli interessava capire profondamente che gli altri pensavano e che il loro pensiero, comunicato, trasfigurato e mutato nel suo, lo costruiva. Rendeva tangibile il fatto che esisteva, e che a sua volta sviluppava pensiero originale perché suo. Insomma tutti quei libri attorno erano la prova che lui esisteva per davvero e ciò lo rassicurava perché era un pezzetto di tutto quello che c’era e sarebbe potuto essere. Era la sua immagine che riconosceva, e non era statica, ma diventava come la sviluppava e la metteva assieme. Insomma alla fine quella rielaborazione di pensieri, suoi e altrui, era lui. Per questo i libri erano il suo riconoscersi, molto più delle persone che incontrava, e che pure suscitavano la sua curiosità, ma i libri erano impudichi al confronto, entravano nella mente, si mostravano nudi anche quando fingevano o raccontavano falsità, mentre le persone alle quali si poteva davvero attingere al cuore e riconoscersi, erano poche e non di rado, era arduo il loro lasciarsi indagare, andare, toccare dentro. Considerava tutti quei libri una nevrosi positiva, la sua strada per giungere a sé. E questo gli dava una grande rassicurazione: sapeva dove andare per trovarsi.

fallimenti & co.

Nella storia dei fallimenti perpetrati, subiti, inseguiti con determinazione hai trovato positivi riscontri: qui una crescita, lì una fermata prima dell’abisso, appena oltre una cicatrice che ora sorride, ma ancora duole un po’.

Si sa signora mia, il tempo, l’età, la testa. I fallimenti sono lucertole da prendere per la coda, delicati, ma perfetti per stare al sole, percorrere pietre e rendersi conto che si è vivi.

Eppoi i fallimenti mica te li invidia nessuno, solo tu li puoi capire e capisci anche dei successi non resta nulla ai comuni mortali, che solo tu li ricordi, che a te parevano importanti e agli altri già subito un po’ meno. I fallimenti, invece, ti hanno preso a sberle, corretto con la violenza che cambia davvero, ti hanno costretto a tirar fuori la forza che non pensavi di avere. Ma sopratutto i fallimenti erano te. Non c’è stata fortuna a favorirti, anzi, non di rado, il caso ti ha girato le spalle, oppure non hai capito a tempo che non potevi fare affidamento solo su di esso. Spesso è bastato un nonnulla per rovesciare quello che sembrava andare per il giusto verso e questo ti ha insegnato che la distanza tra una vita e un’altra è davvero minima. Almeno all’inizio, poi divarica.

I fallimenti ti hanno detto che il tempo passa e non è galantuomo, che non verrai risarcito, ma la vita è davvero tua se ritenti.  Capisci che i fallimenti sono la tua misura, che la prossima volta accadrà ancora, ma sbaglierai un po’ meno. I fallimenti sono diari che ti ricordano chi sei stato e te lo dicono davvero, senza sconti e tenerezze. Ed è da loro che senti che la vita è un orologio, bisogna regolarlo ogni tanto e caricare ogni giorno: segnerà un’ora che pare la stessa ma è diversa. Ancora una volta, riproverai, ancora una volta approssimerai il successo che solo tu hai dentro. E sarà sempre un nuovo vivere.

non basta mai

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Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.

Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?

Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.

Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi ce n’è fin che vuoi e vorrai.

Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai. 

uno stile calligrafico

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Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?

Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.

La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.

Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.

utili idioti

E’ riemersa la categoria dell’ utile idiota, magari adesso riscopriranno pure lo scemo di guerra, il marrano, il minus quam… Utile idiota è colui che viene manovrato per un fine da cui non trae vantaggio. Credo che quasi tutti quelli che si sono scambiati l’epiteto, abbiano, in realtà, tratto vantaggio, c’hanno sguazzato, eccome se c’hanno sguazzato tra leggi ad personam e carriere altrettanto ad personam. Confesso che la cosa mi lascia indifferente nell’epiteto, ma molto meno in quello che è accaduto. E sta accadendo. Perché in realtà una possibile utile idiozia è davanti a quella parte di sinistra che appoggerà un governo che tratta solo con la destra. Di fatto da almeno tre presidenti del consiglio, gli ultimi, continua l’apertura a destra e non è come dal sarto che ti chiede dove lo porti per regolarsi, no qui si sta prendendo una piega innaturale dove la sinistra porta avanti programmi liberisti. Allora il mio dubbio è: qual’è il vantaggio della sinistra del PD ad appoggiare un governo che tratterà solo con lo schieramento a destra nel parlamento? Perché per le definizioni di cui sopra, un qualche motivo bisognerà trovarlo. Può essere un buon motivo salvare il Paese? Sì, lo è, ma se lo si salva davvero, ovvero si salvano i cittadini. Proviamo a chiedere ai ceti medi, agli operai, ai milioni di disoccupati se è stato salvato il Paese; questi qualche dubbio ce l’hanno. Poteva andare peggio? Per molti è difficile andasse peggio, per alcuni certamente. Ecco allora che bisognerebbe chiedersi chi si è salvato e perché.

Il nuovo governo farà una patrimoniale? Una legge sul falso in bilancio? Sul conflitto d’interessi? Oppure punterà a ridurre i contratti nazionali, riformare la costituzione, cambiare il titolo V e la legge elettorale? Perché c’è una differenza sulle priorità e sugli interessi preminenti dei cittadini e su questa differenza si capisce se si è utili a qualcosa che non ci appartiene e quindi idioti. Ma l’idiota che lo sa non è tale, quindi è meglio emerga questa utilità che non si vede, perché con l’emergenza si sono nascoste altre cose. La paura di votare, ad esempio, se si fosse andato a votare anziché aver fatto il governo Monti o Letta, qualcuno avrebbe vinto e portato avanti un programma di parte e certamente chi l’avrebbe votato ne avrebbe avuto utilità. Quindi non di idioti ma di persone intelligenti e determinate, abbiamo bisogno. Quello che non ha queste caratteristiche serve solo a portare avanti i problemi, a salvare chi non ha saputo fare. Ma gli italiani sono immemori, di queste cose non si ricordano e se si andasse a votare ancora una volta voterebbero per chi non ha fatto i loro interessi. Strano allora che vi sia confusione nella politica? No, purtroppo, no.

alcuni audaci in tasca l’Unità

Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.