delicatezza

Non ho bisogno di spiegare, lo sai cos’è la delicatezza. Certe cose si capiscono a pelle, non importa se parli sempre ammodo, quando serve sai usare parole non particolarmente educate per ridere o per sfogarti. E ogni tanto accade. Non importa neppure se in certi momenti ti lasci scappare qualcosa che fa parte dell’intimità, sono cose tue che fanno piacere in quel momento. Ma la delicatezza te la porti dietro e ti fa piacere. Perché è un modo di stare con te prima che con gli altri, una condizione che si raggiunge, in parte per educazione e in parte per predisposizione, ma quando ce l’hai non ti lascia più.

Dà molte soddisfazioni, la delicatezza, fa stare bene, aiuta a vedere lati delle cose che rendono più leggeri. Ha anche i suoi lati negativi, perché rende più vulnerabili alla volgarità, non quella delle parole, ma quella del cuore, quella della timidezza rovesciata in protervia, quella del rispetto dimenticato.

E toglie pure qualche possibilità di comunicazione con quelli che competono sempre e pensano principalmente in termini di sudore, risate, sangue e merda. Ricordi? quella era la definizione della politica fatta da un ministro socialista, ma a te di quella politica non è mai piaciuto il profumo, perché ciò che vedi non è mica fatto solo così. E’ una parte del mondo che hai conosciuto, non t’è piaciuto e hai deciso che non era per te.

Ti dicono che la delicatezza è cosa da donne, e ti ricordi che hai conosciuto donne che la delicatezza l’avevano solo in bocca, e altre invece, che senza dire, ne avevano fatto gesto, pensiero e umanità. Ma ricordi anche persone, tra le più belle che hai conosciuto, che emanavano rispetto anche quando incitavano a prendere posizioni dure. Ed erano uomini, delicati nel lasciare all’altro sempre la possibilità di dire e di essere.

Così finisci per pensare che stai bene cosi e che hai avuto uno strumento notevole per fare delle scelte, per distinguere senza giudicare, chi può essere con te e chi invece, pur con le più grandi qualità e intelligenza, non potrà esserci.  E neppure ti dispiace, come certamente non dispiacerà all’altro,  ma non ci puoi fare nulla,  per te la delicatezza è una premessa, la comunicazione viene dopo.

vietato fotografare

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Nell’era dell’immagine, dei miliardi di fotografie su fb, del digitale che ormai fa tutto da solo, del mostrare come essenza dell’essere, alle mostre, nei palazzi che contengono le mostre, non si possono fare fotografie. Neppure le architetture, gli interni, chi guarda i quadri o le opere, insomma cogliere un particolare e fissarlo è interdetto. Se ci fosse un intento formativo, con messaggi quali: 

  • cercate di vedere con gli occhi e non attraverso uno schermo lcd, 
  • cercate di cogliere il particolare e il senso ed elaboratelo nella vostra testa, 
  • cercate di conservare il ricordo senza procrastinare tutto a immagini che, al più, vedrete una sola volta, 
  • cercate di interagire con quello che vedete e  fatevi emozionare perché nessuna tecnologia potrà fare altrettanto.

Fosse così, capirei, ma non è questo il fine. La realtà è molto più becera e si chiama catalogo della mostra, oppure cartoline od ancora gadgets. Insomma la visita a quel piacevole bazar in cui c’è di tutto, dai giocattoli ai foulards, dalla paccottiglia cinese alle riproduzioni e ai falsi d’autore. Un luogo molto colorato, nuovo, al contrario di altre parti dell’edificio, i bagni ad esempio, e che per “caso” si trova vicino alla caffetteria di ogni museo, dove il toast ha il valore e l’età dell’opera d’arte, il caffè è un complemento all’ambiente e le sedie, oltre a essere costose di per sé, merce rara. 

Credo che ad una mostra di foto si possa fotografare, che i quadri si possano fotografare, che le persone si possano fotografare. Credo che, se non vi sono impedimenti di natura religiosa, il rispetto e la privacy siano ben altra cosa dall’essere presenti in un’istantanea. Se la tecnologia è un prolungamento della mia testa e del mio occhio perché impedirmi di usarla con rispetto?

Ricordo ancora magnifiche, costosissime, riproduzioni di opere d’arte in bianco e nero, ed il freddo che emanavano, l’anatomia dello studio che se ne coglieva, e che non ravvivava il cuore, la passione. Poi le fotografie dei grandi che pur in bianco e nero, vedevano e comunicavano. L’altro ieri ero ad una mostra di Doisneau a Roma, dove non si poteva fotografare, naturalmente, e tutte le fotografie che vedevo ritraevano persone, dal famoso bacio sino a una serie di foto bellissime di passanti che guardavano un quadro (Renoir?) attraverso una vetrina. A chi mette regole (con quali sanzioni poi?) bisognerebbe farle vedere quelle fotografie, far capire che se si insegna a fotografare si coglie molto di più di quello che si vede, che se si stimola la curiosità, la mostra vale due volte, e che poi si tornerà nel museo, che il libro lo si comprerà per leggerlo. Ma nell’epoca dell’immagine, della mostra in cui si contano gli incassi ben più di come muterà le persone che la visiteranno, questo è solo un fastidio per il bazar finale. Ed è strano perché ciò che può accadere è che il virtuale prevalga, che alla fine ciò che si vende surroghi ciò che si vede, rendendo inutili i musei e le mostre stesse: perché fare una fila se ciò che vedrò lo posso comodamente vedere da casa? La differenza è solo l’emozione, ecco facciamo in modo che lo scatto diventi parte dell’emozione.

il rispetto del prato

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Un tappeto di steli piegati,

battuto da pesi inconsapevoli,

da neve corrotta e d’ansia pesante d’inverno;

neppure il cielo denso di bianco e di grigio, consola.

I disastri non hanno voce, come gran parte delle nostre pene,

anzi ci sediamo su esse in attesa di consolazione, 

perché esserci, nel momento della malinconia, è misura del bene,

e anche il silenzio è un tenero abbraccio.

Non sempre, non solo,

ché il bene dall’utile senso del vivere non si separa,

né dal tenere o dal lasciar correre,

liberi anche di tornare,

così, chi si risolve nell’essere consapevole del proprio respiro,

nel camminare, o alzare il braccio per cingere,

o ancora la mano aperta in carezza e la bocca pronta al bacio,

e ne conserva memoria costante,

sì che il gesto si rinnovi e sia guida di vita,

come altri, ancora, consumano l’attimo, tra fuoco desiderante e  spossatezze,

specchio di chi si trova in battaglia,

e nell’attimo in cui si gioca la vita, non la vede e non la coglie,

ma solo allora sente che pesa, importa e acquista senso.

Penso alle umili, per noi, cose,

che altro destino non hanno che la misericordia dei giganti indifferenti e idioti,

oppure che il caso le lasci sole a crescere il proprio destino,

nel rispetto del prato, perché gli steli raddrizzino il capo,

e a noi venga inattesa,

l’esperienza del verde irrompere

nell’assoluto del semplice.

la civiltà del bere

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Con l’aperol va bene, è da femmine, ma va bene. Con il Campari va bene, è il suo, niente acqua, grazie, solo il ghiaccio, abbastanza ghiaccio e una fetta d’arancia. No, il limone no, non mi piace con lo spritz.

Il Cynar andava bene, il Bianco Sarti pure, anche il Punt e Mes funzionava, ma adesso non sanno di cosa parli, se li ordini. Questo è un paese di figli con i padri rovinati dal rosso antico, l’aperitivo che si beveva in coppa e che ha traghettato un popolo dalle ombre agli aperitivi. E noi, duri, ci davamo un tono di ribelli all’ordine televisivo costituito, e andavamo a Bianco Sarti liscio, magari corretto Campari, per far colore. O con i Negroni, con gli spaccabudella a base di gin e Campari rosso, con le disquisizioni che s’impastavano di panini con il salame e sarde in saor. Per smaltire, bicicletta, ovvero spritz nella versione con vino e mezza acqua e poco poco, Cynar.

Certe sere, dopo tutto questo aggiungere gradi, veniva dal cuore il: mejo ‘e ombre, meglio tornare al vino. Ma non era quello di adesso, di bottiglia, fruttato, annusato, degustato, no, era quello di bottiglione. Sul banco ce ne stavano due. Rosso o bianco? Mezzo litro e due bicchieri e giù, a sorsate, ingollando per saltare le papille gustative, puntando poi subito al mezzo uovo sodo dai riflessi multicolor per correggere l’impressione. Petrolio il vino e inquietanti quei riflessi, dammi un’acciughina, va, che correggo la bocca. Volevamo fondare un movimento per la liberazione dell’acciuga col cappero. Avete presente cosa significa stazionare fianco a fianco con innumerevoli sorelle, tutte arrotolate sul proprio cappero, dentro una scatola di latta, immerse in un olio che a malapena arrivava ai fianchi?  Significa annoiarsi e ossidarsi, cambiare colore dal biondo al marrone scuro, rinsecchire e far spuntare le spine maltolte senza possibilità di depilarsi, insomma imbruttire senza scampo. Ecco la vita dell’acciughina. E c’era sofferenza tra le acciughine così le coglievamo in libera uscita, sull’uovo o sul crostino col burro, che sembravano dire: chissà che qualcuno mi mangi, lì dentro non ci voglio tornare, e ci si sacrificava per il movimento di liberazione: un boccone e via per togliere quel fondo di vino da bottiglione che avrà avuto pure un nome, ma era meglio non indagare. Era tutto merlot, leggero o pesante, merlot. Bah!

Per questo la civiltà è arrivata con lo spritz, un bel nome, tedesco, un passo avanti che ha abolito i mezzi litri, i bottiglioni. Lo dobbiamo allo spritz se sono arrivate le bottiglie e i nomi dei vini. Ma a tutto c’è un limite, anche alla civiltà, infatti è durata poco e se non ci sono più i bottiglioni, il prosecco adesso lo pescano da un fusto sotto il banco e lo spinano come la birra, aggiungendo anidride carbonica. Liscio o frizzante? Ha nuovamente perso il nome, l’identità.

Voglio prosecco vero, aprimi una bottiglia ogni tanto, correggi bene il colore col Bitter, né troppo né troppo poco, lascia che si sprigioni il gusto, non ammazzarlo con l’acqua al più uno spruzzo di seltz e dammi bagigi, arachidi, noccioline salate, lo so che costano più delle patatine, ma sono più buoni e soprattutto non sono fritti.  

Ecco la civiltà dello spritz. Si parla, si ascolta, si guardano le ragazze, si fanno discorsi alti, altissimi, cazzate paurose, si ride. Ho sentito più successi e malinconie di ricercatori teorici e applicati, bevendo spritz al bar che nei convegni specializzati.  Ma qui, parlo dei posti vicino all’università, c’è intelligenza che gira e che ha sete di conoscenza, ma non solo questa sete. Anche in osteria c’è intelligenza che gira, solo che si applica ad altro. E poi all’osteria, o dal bacaro, si procede per gruppi attrezzati: ci sono quelli del posto, gli stanziali, che si trovano ogni sera e ogni mezzogiorno e sanno cosa dire, di chi dire, come ridere per sott’ intesi. Poi i migratori, quelli che arrivano e non si sa chi sono,  foresti, anche se parlano in dialetto tra loro. Però a volte i discorsi s’ intrecciano, specie se ci sono ragazze, se si ha creanza nessuno perde l’identità, ma almeno ci si riconosce. Solo che come si entra, si esce.

Osterie, bacari, osmitze, frasche, occorre tempo, per la civiltà del bere occorre soprattutto tempo. Anche per chiamare per nome chi sta dall’altra parte del banco, occorre tempo. Poi tutto diventa facile, non si è mai soli in osteria: mutuo soccorso.

Dopo la civiltà è venuto lo spritz di massa , con i bicchieri in plastica, con le caraffe già pronte.

Caraffe già pronte? Ma siamo impazziti? Voglio vedere cosa ci metti dentro, lo spritz è mio, mi assomiglia, lo devi fare per me. Ma queste sono pretese da ramo nobile del bere, di chi beve meno e pretende di più. Anche i bagigi pretende, sennò li porta da casa.

E’ un percorso circolare, siamo partiti dai bottiglioni e finiti nelle caraffe e così adesso per bere bisognerebbe saltare di nuovo le papille gustative e sorseggiare, parlare, in piedi, fare tutto senza pensare a quello che c’è nel bicchiere e perché si è lì, ma così si capisce che non si è lì per bere, che è per solitudine, per parlare, sbronzarsi e vomitare. E’ diventata una moda di massa, riempie le piazze di voci, di rumore, ci si trova, si saluta e bisogna pur avere qualcosa in mano a cui attaccarsi per parlare.

Non è per me, devo bere seduto e avere tempo.

puer eternus

C’è una parte della vita in cui l’amore sembra nelle nostre mani. E’ allora che s’ incontra il bisogno inesausto d’essere amati, con la presunzione che la sua soddisfazione  possibile sia collegata a noi, parlo dell’adolescenza e della prima giovinezza. Forse per questo ricordo, in altri modi, con spirito eguale o profondamente diverso, in molti c’è il sogno di rivivere quell’età. Come si esprimerà questo bisogno dipenderà da chi lo prova. Non di rado si concentra sulle cose, oppure sull’idealizzazione dell’attimo vissuto come unico, o ancora sulle idee, o sulle persone, ma non è ancora “solo” il bisogno d’essere innamorati, ovvero d’essere amati e amare? Che poi tutto questo bisogno significa uscire da ciò che sembra ormai conosciuto, e desiderare, e perdersi, anche se ora si sa chi si è e dove si è.

Non è vero per tutti, non so quanti si adattano, non ci pensano più, se la mettono via. In fondo quasi tutti parlano e vivono quella che, per decisione comune, sembra essere la realtà effettuale. E non sognano che di rado. L’età dei sogni sembra definitivamente archiviata, ma a scavare tra i gesti e le parole si scopre che c’è un rimpianto e che esso assume le forme più strane: dalla cineticità del vivere sino al cinismo. Come se il confronto con una propria possibilità d’essere (felice) esistesse  anche nella sua negazione, e fosse sentire un’assenza per qualcosa che c’era e si è perduto.

marxiana brasileira

Ci sono passaggi, zone grigie, momenti, in cui tutto -o quasi- sembra sovrastruttura, ma solo ad un infelice disattento potrebbe sembrare un momento negativo, perché è proprio allora che emerge il fiume carsico che abbiamo dentro. Quello che è il vero nostro fluire, con il suo tempo così poco lineare, con le attese tutte spostate e “sbagliate” nel loro improbabile accadere. Questo  flusso sotterraneo è orientato alle risposte, ai significati: cosa significa voler bene, quanto bravi siamo nell’accudire il bambino che è in noi, come evolve la vita e come, essa, ci faccia adulti e piccoli assieme.

Perché quanta più esperienza e conoscenza s’accumula dentro di noi, tanto più essa rivela il suo limite e non sappiamo che farne se non gettarla in quel fiume e mescolarla a quel noi che non è sovrastruttura. E’ allora che diventiamo piccoli e ne siamo coscienti, magari con un sogno da grandi: riuscire a parlare a chi è come noi.

mi piace non mi piace

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Sembra si risolva tutto nel mi piace o non mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa.  Meglio… Mi piace.

E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?

La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.

Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?

a common man

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La comune difficoltà che accomuna credenti e non credenti in questo nodo di festività che si concentrano intorno al natale, non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto agli altri, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne, se non attraverso l’attesa che si esaurisca il periodo, molto spesso si arresta alle ragioni razionali. 

Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto sull’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità, e quanto questa si sia allontanata dall’uomo e questi non sappia bene come trattarla. Da un lato le religioni hanno espropriato la spiritualità dall’uomo e anziché liberarla, l’hanno confinata nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. Dall’altro un’operazione analoga è stata creata dal rifiuto del religioso (e delle religioni) di chi non crede, ma non riesce comunque a rispondere alle domande che gli sorgono nel trattare la propria dimensione spirituale se non attraverso la negazione dell’esistenza della struttura religiosa. Questo ragionare arriva all’ateismo per impossibilità di credere e per rifiuto, a volte resta nell’agnosticismo, e tenta  di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto può, nel razionale o ancor più nello scientismo. Comunque sia il disagio e la reattività resta.

Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi. 

Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Ed io, che nel mio essere non credente mi interrogo, cerco di trovare una via che non getti il positivo di un malessere, e oscillo tra il rifiuto del troppo che ci attornia e che sconfigge l’uomo e la ricerca di significati nei momenti che certamente non ripetono l’infanzia o il momento del meraviglioso che l’accompagna, ma piuttosto cercano l’amore che esiste attorno. Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.

p.s. come si legge, non ho soluzioni, e la riflessione continuerà, ben sapendo che non si esaurirà con il periodo: questo è uno dei temi del ben vivere, almeno per me.

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

ciò ch’è difficile scambiare

Se a volte la cortesia impone parole, solitudini interrotte, il fare necessario, ciò non significa nulla più che un fastidio leggero, un’insofferenza celata quel tanto da far dire: non ha il suo solito umore. L’autunno chiude nelle case, le parole si fanno rade e dense di significato, l’orecchio è attento, ma più alla pioggia sul tetto (che ben si fonde con lo scorrere dei pensieri) che alle urgenze, che tali non sono.

Coltivare il proprio hortus conclusus, ammettere poca vista sulle proprie cose piccole e preziose, finalmente colte nella loro perfezione, ascoltare ciò che si vuol sentire. Una sordità così selettiva da essere assenza. Eppure esserci. Anche nel condividere ciò che altri fanno, gli impegni forti delle vite, il senso di alcune passioni che giungono d’altrove (si può leggere l’animo altrui e gioirne, senza innamorarsene un poco?), e tornare alle proprie giornate, al proprio tempo, circoncluso per sé, mentre le mani fanno altro. Impastano farina e uova per un dolce, sistemano carte, scorrono una carezza, svolgono un bacio. L’inverno incipiente aiuta, come un camminare sul confine, e non è forse questa la gioia paurosa che mette il bimbo nel percorrere uno stretto cammino in equilibrio? La tavola sul vuoto percorsa con paura, il piacere dell’essere riusciti, non sarà mai compensato da altri che da sé. Così i piccoli piaceri, che mostra il sorriso accennato, sono la sostanza del rischio di vivere, e la dimensione delle cose che posso scambiare si farà sempre più piccola tanto più aumenta la condivisione. A chi potrò parlare senza vergogna, di questi miei tesori, frammenti di colore, sensazioni così intime da essere pezzi di sentire che soli hanno accesso all’anima?