l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

lì

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Essere lì dove c’è la luce e tra il nero delle nubi. Lì dove il tempo cambia e torna ad essere, dove lo squarcio diventerà blu e s’annidano le soluzioni.

Lì e capire il cambiamento e la tempesta per gettare ciò che è inutile al volo. E lasciare, non rottamare (rompere per non usare più), ciò che è vecchio, senza rimpianto per l’età dell’oro, perché adesso è l’età della pioggia e nessuno resterà davvero asciutto.

Neppure quelli che dalle finestre guardano e indicano una direzione con le dita, muti e prigionieri del vetro tiepido delle loro anime.

Lo so, bisognerebbe sbattere la testa contro la pietra di ciò che è inutile per non aver capito. Ma che c’era da capire, era lì, tutto davanti ai nostri occhi diventati vecchi anzitempo.

Non confondere l’assennatezza con il possibile, la lentezza con il vecchio, l’equilibrio con la compatibilità. Lo ripeto come un mantra che salvi il vuoto per volare e ciò che dovrà essere riempito. 

Eppure non sono certo che ci siano molti che vogliono vivere quello spazio tra le nubi, i più s’accontentano di desideri a colazione e cena e intanto dicono: fate, cambiate tutto, e non disturbate più che ora abbiamo altro da fare.

stanotte, credo, ancora pioverà


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Ho lasciato i vetri al furia di stravento e le gocce: tic, tic, tac, tic, tracciano sentieri d’acqua nel buio. Stanotte, credo, ancora pioverà. L’acqua dai coppi luccicanti correrà verso lo scuro vicolo, in un gorgo sordo di lamiera. E leggerò quel romanzo inutilmente lungo, finché gli occhi passeranno su una frase quattro, cinque volte senza capire. Perché non c’è più niente da capire, solo spegnere e ascoltare la pioggia scivolando nel sonno. C’è un grande equilibrio nell’acqua che scende, una pace del dovuto e se il senso delle cose è ancora da scoprire, la pioggia dice che c’è tempo, lavando l’ansia della fretta.

Non c’è più niente da capire stanotte, solo sentire, ascoltare e talora provare, lasciando che tutto trovi la sua importanza domattina.

il mondo è vario

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El mondo xe beo parché el xe avarià. Il mondo è bello perché è avariato, storpiato in dialetto e poi giù a ridere. Eppure è vero, è proprio avariato, con larghi, inquietanti screzi di verde che vira verso il blu. Il colore del veleno, nel buono dei cibi.

E’ vero che c’è dell’ avariato nei rapporti umani, lo penso anche se discriminando va meglio, nel senso che ciò, e chi, conosco è in larga parte quello che mi piace.

Poi mi viene in mente che è svalutato di significato, il mi piace, fb ce l’ha scippato per la sua facilità d’uso. Furbetti loro, sanno che siamo portati, di primo acchito, a farcele piacere le cose, c’hanno insegnato così, piuttosto che rifiutarle. Ma con le persone mica va bene tutto. Così meglio riesumare che anche alla differenza siamo portati, e marcare il campo. Come i gatti. Se poi il mi piace diventa qualcosa di meno superficiale, allora il piacere dura ed è rapporto vero. Ma mica accade sempre, anzi succede così di rado… Per fortuna.

Non devo piacerti per forza, solitudine, o altro, ma se il piacere reciproco s’incontra ecco che quell’avariato scompare, diventa vario e quindi bellezza e ricchezza. E io mica so bene come sei, ma m’interessi.

Essere interessati a qualcuno, e mai a qualcosa, che anche le cose hanno le gambe, essere interessati, ascoltare per capire. Essere interessati. Passioni inaspettate, regali. Non è mai per tutti, non può essere. Per fortuna.

la parola tra sé

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Ho sempre creduto nella forza salvifica e lenitiva della parola. Prima della musica. Prima del gesto. La parola che porta all’altro il senso profondo di sé, o la leggerezza, o il riso. Ma la parola è anche dileggio, menzogna, travisamento del vero, offesa, distrazione, inutilità. Può veicolare tutto quello che sta tra l’amore e l’odio, due sentimenti che s’assomigliano molto nell’intensità, e qui è ancora significato anche se negativa, ma può scivolare da essi e farsi distratta, inutile.

La parola si rivolge ad altri e a sé. M’interessa la seconda specie di ascolto, ovvero il parlare tra sé. In questo parlare è contemplata anche l’assenza di parola, un modo alto di parlare che utilizza l’indicibile. E a questo si torna quando la confusione è somma, la stanchezza per il troppo rumore/decidere che impedisce di vivere ciò che si sente. La confusione è una caratteristica del nostro tempo così ricco di rumori/stimoli. Ha una connotazione appena negativa, come fosse un problema veniale e invece la confusione non permette di capire/rci, fa compiere scelte senza profondità, porta a confondere i valori.

Con fondere, con fusione, mettere assieme in una unione forte, fondere assieme. C’è bisogno di discernere, di pulire le parole perché ritrovino il significato che esse portano. Non è una questione estetica, si tratta di capirsi prima di capire. E questo ha applicazioni pratiche continue, basti pensare alla politica dove la parola perde significato, ha bisogno di precisazioni continue, di ritrattazioni, di nuove parole e soprattutto non esprime la speranza, ma la distruzione. Non il progetto, ma l’interdizione di esso. Non da tutti è così, naturalmente, ma troppo spesso si ascolta il vuoto anziché il silenzio. Anche nella vita quotidiana, nel lavoro, la parola ha significati di rumore. E si ripete e si svuota come se la comunicazione fosse fatta di ordini e di modi di dire, privi di sentimento sia i primi che i secondi. D’altronde se la parola è importante per noi, se ci ascoltiamo, se riusciamo a ridere di noi stessi e contemporaneamente a prenderci sul serio, quando parleremo con gli altri ci sembrerà di dare, più che di dire. Per questo un’offesa diretta alla persona è non ascoltarla, lasciare che la parola le si spenga sulle labbra perché non c’è attenzione. Meglio imparare il silenzio allora, esercitarsi su di sé, sentire che la parola come ci salva, ci perde, ci condanna alla solitudine. Che non è il silenzio dell’ascolto, ma il silenzio della disattenzione.

il tempo e le cose

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Ho sempre fatto più cose, talora molte. Se questo servisse in realtà ad altri scopi, cito i verbi: esaltare, distogliere, amare, misurare, occultare, rispondere, soddisfare, ecc. ecc. , quasi certamente è vero. Mai un solo verbo applicato per volta, però, e la mistura era, -ed è- la mia interpretazione del vivere. Con questa premessa, è evidente che il tempo sembrava non bastare mai. Era vero allora, e neppure basta ora, che forte di vita vissuta potrei dire: ecco la lentezza non è più solo una modalità epicurea del vivere, ma piuttosto una necessità per assaporare ciò che c’è in relazione a ciò che è stato. Ma quale tempo non mi basta? Quello del vivere per necessità che è il contrario del piacere di vivere, per questo il mio tempo è diventato oggetto prima di riflessione e poi di sperimentazione. Ognuno si costruisce le sue ricette sull’uso del tempo, chi se ne fa dominare, chi lo rifiuta, chi si porta verso altri tempi oltre quello cronologico. Ciò che importa è che il tempo, e le cose, non prendano in mano noi, ci facciano scegliere ciò che non vogliamo e alla fine vivano al nostro posto. C’è tempo, tutto quello che c’è, e quello basterà per tutto il necessario e il soddisfacente, non possiamo averne di più. Ecco allora che la lentezza non è più un rallentare le cose, ma il governarle e si unisce alla leggerezza per riconquistare una libertà inusuale.

Ineffabile è la condizione di chi si pone al di fuori eppure è dentro, di chi non guarda l’ora e corre per il suo piacere, di chi fa e sente che quello che compie soddisfa. Chi? Naturalmente se stesso. E per gli altri non c’è bisogno di scuse se si è davvero se stessi.

cose

Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.  

Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme. 

E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.

giocano i ricordi

Un ricordo incipiente s’è fermato sulla soglia della memoria. E’ scomparso un attimo prima di spuntare, e m’ha lasciato tra i suoni della città stesa al sole di mattina. Eccolo, mi occhieggia davanti ad un semaforo rosso che adesso è troppo corto, per afferrarlo mentre già scompare. Dispettoso, ricompare dietro un angolo di pensiero, evoca un odore, un gusto che pare di sentire, un’emozione provata, ma è un attimo e resta solo un sentire buono.

Bisognerebbe fermarsi, chiudere gli occhi e guardarlo mentre gioca a rimpiattino con la mia memoria. Sa essere dispettoso, scappa e si nasconde, ma non sa che quando mi dicevano agli indovinelli: ti arrendi? rispondevo di no.

Ho pazienza e senza portare il pensiero altrove, sto fermo, ad aspettare che incuriosito mi ritorni appresso. Ecco, quasi ce l’ho. Preso. E già si sente pulsare, dolce e prezioso, che sprigiona la sua fragranza di vissuto.

Leggere Platone

E’ bellissimo che la sala Rossini sia gremita. E’ bellissimo che ci siano tante persone in piedi e tante sedute per terra perché le sedie non bastano. E’ bellissimo essere condotti per mano per capire assieme.  E’ bellissimo vedere i luoghi comuni che si sgretolano nel ragionare pacato di Umberto Curi, provare la voglia impellente di leggere ciò che è meno di un ricordo di scuola, riscoprirlo e travasarlo nel presente.  E’ bellissimo seguire le parole di Platone collegate dalle Lettere, dai Dialoghi, vederne il significato che apre e rovescia l’apparenza. E senza mai smettere, arrivare a capire e sentire. E’ bellissimo che nessuno fiati, come a un concerto, per un’ora e un quarto, e poi esploda corale l’applauso, che sembra non finire.

Nell’insegnare profondo c’è un parlare senza affettazione, dove nulla è scontato e tutto diventa cristallino per condividere. E’ questa la magia della bellezza: la semplicità del porgere e del ricevere. 

Tornando a casa, vien da pensare che i neo platonici discutevano tra le mura di queste case, che qui si è formata la dottrina del potere politico laico con Marsiglio, che in questa città, con Bembo, è sgorgata una delle sorgenti del rinascimento.  Era un caso? Tutto scontato? Oppure la passione del capire si era intrecciata con il governare e così la cultura era diventata un motore collettivo immane in grado di abbattere certezze, spostare in avanti gli sguardi ed assieme ad essi, masse d’uomini. Quanto parla del presente ciò che non muta, poiché parla dell’uomo.

Con il solo dono di Prometeo, la tecnica, gli uomini sapevano navigare i mari, forgiare il ferro, costruire le case, ma non le città. Le accostavano ed erano un piccolo agglomerato che sopravviveva all’ostilità del mondo. Mancava un dono del dio per aggregare l’opera dell’uomo: il rispetto reciproco e la giustizia. E quando arrivò il dono del dio, nacquero le città e la politica come funzione alta del destino comune.

Nella piccola gioia del capire anche le pietre hanno significato, così i passi, le ombre gialle dei portici e il pensiero che si può essere ben più alti di ciò che viene richiesto dal solo sopravvivere.

solitudini

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Inizia appena nati, poi continua attraverso una coscienza indistinta, fatta di paure e di certezze inoculate. E’ la solitudine. Chi ci educa trasferisce quello che può, anche il suo bisogno d’amore trasferisce. Assieme ai dubbi e a quello che ha sua volta ha ricevuto. Per questo i genitori sbagliano sempre e non sbagliano mai. Chiamati a un mestiere che si impara in corso d’opera, con la voglia di mettere una pezza a quello che è mancato loro, al più si può chiedere la buona volontà e quello che possono dare, non quello che non hanno. Eppure il bisogno insanabile di sicurezza comincia lì, tra le prime mura che conosciamo, dove è avvenuta la scissione dalla protezione assoluta che c’era prima di nascere e che cerca ragione in un’ educazione sempre carente, perché non può immaginare quello che verrà, ma al più quello che è stato.

Credo che la vita sia un perenne elaborare la solitudine, trovarne il senso e la forza. Non è poco se si pensa che in essa c’è l’individuo e la sua originalità. E anche la felicità promana da essa quando trova la sua compensazione in un riconoscimento, in una condivisione inattesa, in quello stato di vita altra, che per comodità chiamiamo amore. E’ in questo perenne bisogno d’amore e di individualità, si svolgono le vite. Una soluzione facile e biologicamente efficiente è la vita in due, ma spesso si è soli anche in due. Chi più, chi meno, ci si adatta, si trova un equilibrio, ma le solitudini ci differenziano. Se non fossero così pesanti a volte, si potrebbe dire che sono la parte interessante della vita, non solo il refe che la cuce, perché da loro parte il bisogno che spinge al nuovo e alla ricerca della felicità. Però raramente la solitudine si percepisce così e comunque, anche in compagnia, essa emerge, attraverso la chiusura in sé perché i canali comunicativi si chiudono, perché l’ affetto non è sufficiente alla domanda, perché semplicemente le risposte non sono più adeguate. Pareva risolto il problema, ma il tempo si preoccupa di togliere gli aggettivi assoluti.  Cos’è il rifiuto dell’altro, con cui si vive, se non la difficoltà di un progetto comune? Forse si cresce anche oltrepassando i limiti ricevuti, spesso si usano termini allusivi: complicità, compensazione, coppia aperta. A volte servono per tenere assieme persone che altrimenti andrebbero per loro conto, oppure sono un compromesso che tampona le falle, comunque non sono una soluzione definitiva, forse perché questa non c’è in due e la solitudine si riporta all’individuo.

Noi scegliamo, dopo aver lasciato la famiglia di origine, con chi crescere, sia esso uomo o donna. E’ una scelta nostra, di compensazione della solitudine esistenziale che ci accompagna, una parte della risposta e il bisogno primario dell’individuo. E’ una scelta che si verifica in continuazione con noi e con quello di cui abbiamo bisogno. Per questo bisognerebbe aver più rispetto delle scelte individuali d’amore, ben oltre il genere e la parola famiglia.