pozzanghera

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Per terra si sono addensate

conosciute e sparse meraviglie,

la testa non è più bambina,

separa, classifica, ordina,

ed ogni stupore vive a sé stante.

È mercurio che cerca fratelli,

fino a farne un’unica pozzanghera

riflettente.

dell’innocenza mai posseduta, il nero

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Nel rigoroso candore del nero,
che tutto assorbe e ordina,
c’è lo stato perplesso di chi osserva,
la sua infantile inermità.
Se tutto poi fosse ruotato sulla necessità
d’una rottura,
una liberazione, come oggi si direbbe,                                                                                                                                                                       scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero,
oppure il bianco,
oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia,
se tutto questo fosse il senso d’una ribellione,
molto insegnerebbe il contemplare la paura,
il rifiuto dell’irrequietezza,
il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza.
Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso,
e renderebbe meno certe le direzioni dei passi,
l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti,
per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavalier che liberi.
Ma da chi e cosa lo sappiamo
non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno,
non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia,
a noi tocca liberarci
e cogliere ciò che contiene il nero.

il narciso invisibile

In stati di grazia, L.A. Kennedy, parla di un amore conclamato e asimmetrico. Lei è in difficoltà con i suoi principi, con il ruolo, però vive se stessa, non enuncia e ama. Lui dice l’amore, ma è schermato dall’ego nella capacità di cogliere il bisogno di lei, apparentemente la lascia libera di scegliere.  Coglie la bellezza, ma non la persona, e se la fa crescere nel desiderio e nella comprensione di se stessa, questo avviene indirettamente. Si liberano forze e identità oltre le parole. Si capisce che le cose avvengono su piani differenti, che non basta dire ti amo, bisogna vedere assieme l’essenza e il desiderio dell’altro e metterlo dietro al proprio, per congiungerli. L’amore sembra agire per proprio conto creando situazioni e offerta di decisioni, alla fine decide molto più lei di lui. L’uomo di genio che ama la protagonista, in realtà vede solo se stesso riflesso e dichiara il suo amore per quell’immagine. Narciso. 

La bellezza di questo racconto, oltre la scrittura eccellente, sta nel fatto che lei non si lamenta, si specchia dentro di sé non nell’altro. Gestisce la propria vita, e non si adatta, anche se l’apparenza sembra diversa, perché provoca l’evolvere delle cose attraverso il dialogo con se stessa. Cerca dentro le risposte anche quando queste non vengono. Apparentemente è immersa in un immane condizionamento che piega vita e sentimenti, ma la sua ribellione pacifica sta nel chiedere conto alla situazione, nell’accettare i vincoli per far esplodere la contraddizione. Non si lamenta mai con l’altro, è autosufficiente nella propria insufficienza. Non le serve quella altrui. Non chiede conto.

La vicenda è semplice e intricata, perché attinge all’animo umano. Suscita riflessioni fuori tema. Di cosa ci si lamenta quando si dice che non basta, che non viene fatto abbastanza in un rapporto?

Seguendo il filo di un pensiero che non c’entra nulla col racconto, visto che in esso il lamento non esiste ed è constatazione della propria insufficienza, direi che nel lamento di non avere abbastanza attenzione c’è un insufficiente incontro profondo, un bisogno non confrontabile. È l’insoddisfazione per una mancanza che non evolve in azione, che chiede cura subordinata: se sono importante per te, il tempo lo trovi. Questo è un altro modo per esprimere un narcisismo: se sono per te importante devo esistere io solo/a per te. Il tuo tempo mi deve vedere, deve prendersi cura di me. Ancora una volta è un riconoscersi in un riflesso che impedisce di vedere e di vedersi.

Il narciso è apparentemente autosufficiente, perché ha bisogno dell’altro come conferma, per questo tende ad usarlo, a sottoporlo a ricatto. In una specie alta d’amore esiste la libertà del lasciar crescere, dell’attendere sicuro di essere cercati perché esiste una meccanica spietata nelle cose che accadono: l’incontro per scelta non ha necessità esteriori, non ha tempi predefiniti, avviene per bisogno e il tempo del bisogno anche quando non coincide nell’attesa, non ne toglie la natura. È un intrecciare i fili ascoltando e leggendo la crescita propria che avviene senza dire finché sfocia nella necessità. Se si dipende dall’altro si è in una condizione che genera paura di non esserci nella sua vita. La prova dei fatti è asincrona, spesso dolorosa e sempre insufficiente, tranne nei momenti felici. Non è la normalità del vivere, ma non c’è nulla di normale in un amore, a partire dalla sua definizione impossibile, dalla sua non ripetibilità. Però c’è qualcosa di comune in ogni specie d’amore: il bisogno di leggere ciò che accade, di mettere insieme due diversità, di cogliersi in un rapporto profondo. Se consideriamo questo desiderio di cogliersi nell’altro come il segnale di una mancanza di certezza di sé, come il bisogno di una conferma, allora  si scopre il proprio limite e l’autosufficienza del narciso viene meno per l’assenza dello specchio: subentra la paura dell’invisibilità. Non essere considerati come persona, non essere importanti all’altro significa essere invisibili e questa è una sensazione che ci accompagna inesorabilmente verso la dipendenza. L’infelicità dell’amore.

occhi che apprendono il senso da indossare

Prima la brezza che allunga l’ombra,

si scurisce il verde,

e la terra bruna che dipana e avvolge le radici,

poi un suono, di ringhiera che vibra nel cortile,

e una campana.

È quiete,

e tra rumore di stoviglie, sera. 

Nello sfaldarsi dei soffioni,

e nell’urgenza che si spande dalle fresie,

si coglie l’ordinato crescere del tumulto delle vite.

Una finestra sbatte,

una, due volte, prima d’una voce che rinchiuda,

ma gli uccelli sanno d’esser nuovi,

nell’ incessante volo tra le case,

e in un piccolo vaso lasciato in disparte,

la menta racconta, incurante e folta,

che non è solo la primavera,

sono gli occhi che apprendono il senso da indossare,

leggono la traccia della notte che c’accompagna nel saperci un poco,

noi, imperfetti, e muti,

dinanzi all’immeritato senza nome della vita.

il gergo e lo stile

Nei codici di appartenenza emerge il gergo. Parole, gesti, modalità d’interazione, sono distintivi per sentirsi di un gruppo e appartenere a qualcosa. Il gergo verbale è barriera verso gli estranei e vale ovunque, nei gruppetti giovanili, nel quartiere, nella società, in ambito scientifico, in politica, ovunque.

Se ho fatto fatica a imparare, a fare carriera politica, se sono nato e cresciuto in un certo ambito, non ho l’obbligo di essere chiaro, anzi mi devo rassicurare che appartengo ad una cerchia ristretta  e attraverso i miei modi dire parlo con chi capisce.

C’è una valutazione di superiorità rispetto a chi non può appartenere, questi è al massimo, uno straniero, un dilettante, non un adepto. Da ciò la connotazione negativa del dilettante e ciò che un tempo era segno aristocratico ed elitario, ovvero far le cose per diletto, eccellere per piacere, ma non per mestiere o denaro, è diventato sinonimo di pressapochismo, di prestazione non paragonabile allo specialismo. Amo i dilettanti perché riempiono di passione il mondo, rispetto i professionisti perché gli danno continuità. E finisce qui, almeno per me.

Lo stile è altra cosa. Nasce nell’individuo, lo disciplina in ciò che ritiene di essere, lo connota, non usa gerghi perché il linguaggio è implicito nell’immagine che mostra. E non ha bisogno di apparire, perché essere fedeli al proprio stile è aderire a ciò che si pensa davvero di se stessi. Insomma essere e basta.

I farlocchi non possono barare a lungo, perché chi si appropria di uno stile altrui non riesce a viverlo.  Al massimo assomiglia, cerca sicurezza, anche col gergo: caricatura.

n.b. interpretare e portare a sé significa creare un nuovo sentire, essere l’inaudito. Per me lo stile è importante se m’ assomiglia..

la lingua di casa

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Senza che nessuno se ne accorgesse s’era formata una lingua di casa dove le parole avevano un significato particolare. E come per le ricette e i sapori, l’odore fresco delle stanze, il suono della strada, anche l’accento del dialetto, i termini privati e inusuali erano famiglia e casa. Non c’era un esercizio critico, i significati venivano appresi e considerati inequivocabili, inglobati in un lessico che comprendeva espressioni e gesti. Era la nostra lingua, con i nomignoli di ciascuno, le carinerie, i giri di parole per non dire. Un mondo particolare fatto di parole, credenze, assiomi, che si era creato in modo dinamico accostando il vecchio ricevuto e le esperienze nuove. Ed erano entrati i luoghi della vita, qualche termine straniero, mescolati nella ricchezza del dialetto, nei modi dire mutati, nella solarità banale delle forme proverbiali. Era una lingua di rara e impervia scrittura perché tra noi non ci si scriveva se non nella lontananza e anche questo, con frasi brevi, in italiano. Quasi un codice che doveva dire l’essenziale: che si stava bene, che si pensava a chi era lontano, oppure che serviva qualcosa. Bastava questo. La grafia del dialetto era difficile, più onomatopeica che codificata ed era impossibile tradurre in essa la lingua di casa. Meglio lasciar scivolare qualche termine che si sapeva avrebbe fatto sorridere e si sarebbe interpretato come una vicinanza maggiore. Un tra noi.

Un bambino è una tabula rasa, ma anche chi entrava nella famiglia sposando qualcuno, lo era, e pur portando con sé la sua lingua di casa, veniva a contatto con nuovi significati e importanze che modificavano il lessico e la lettura del quotidiano. Ed erano abitudini diverse, priorità, scherzi, modalità del ridere, lettura del reale, etica, banalità, sciocchezze che contaminavano una conoscenza ed erano esse stesse contaminate con qualche significato nuovo. Tutto avveniva in un feed back vitale di scambio, anche se ineguale, perché era vero che il nuovo veniva inglobato, ma vi era anche una gerarchia e per entrare ci si puliva le scarpe, si ascoltava e poi si veniva ascoltato.

Accade dappertutto questo processo di familiarizzazione della lingua, quindi niente di particolare, anche se era più forte un tempo quando le famiglie dovevano fare argine all’esterno, e lasciar filtrare ciò che era compatibile. La religione, i principi su cui articolare il vivere: l’onestà, la laboriosità, il decoro, il lecito. Erano filtri, assieme ad altro, per conformarsi a un buon nome acquisito. Cosa contenesse questo buon nome non ci si chiedeva più di tanto. Era la considerazione degli altri, la stima, il valore insomma, per questo non veniva mai messo in discussione che le faccende personali dovessero restare tra le mura di casa. Ma quello che ho capito poi, impiegando molti anni per farlo, era la vulnerabilità delle cose date per incontrovertibili. Allora erano e basta, come a saltare il dubbio, ad avere qualcosa a cui attaccarsi in un mondo incerto e spesso patrigno. Certezze come le parole tra noi, il fraseggio, gli accenti, i termini per indicare le cose. Alla fine si tornava sempre alla lingua antica, alla solidità del dialetto, perché questo già conteneva ciò che poteva essere detto con tranquillità: tutto il dicibile vicino al reale, scurrilità comprese. Non soccorreva però sui sentimenti, perché in questi era ritroso e pudico, ed allora emergevano i nomignoli che già contenevano il bene senza dirlo, e anche quando prendevano in giro lo facevano per ridere. Per questo erano custoditi con cura perché non era bello mostrare troppa tenerezza in pubblico. Erano cose tra noi, per l’appunto.  

La lingua di casa trasformava il dialetto in qualcosa di molto vivo, e anche quando adoperava la lingua di Ruzante evoluta, ed emergevano i pezzi d’arcaico che non era più tale, le tracce di conquiste veneziane, i residui di invasori passati, questa veniva trasformata da ciascun nucleo familiare in un lessico proprio. Cosicché dicevamo transete per dire che si andava avanti facendosene una ragione, ed era il latino di transeat, oppure si diceva muci zaba per intimare un silenzio senza repliche ed era il croato di muci, e se nelle feste arrostiva in forno il dindio, il tacchino, nessuno pensava che quel nome fosse francese. Si usava ancora dire palanche o svanzeghe per parlare di denaro spicciolo, perché dell’altro denaro, quello importante, i bessi, i schei, era da villani parlarne. Insomma era una lingua viva e ricca di significati comuni e particolari, che pescava dove c’era pesce. E se si fosse interrotto quel processo di trasmissione e incorporazione, destrutturata quella lingua madre per riportarla alla razionalità dell’italiano, le si sarebbe tolto l’intero significato, privando il nucleo, il nostro piccolo clan, della differenza e dell’identità. Essere uguali e differenti al tempo stesso, perché una lingua intima e segreta ci differenziava. Non lo sapevamo, ma in fondo questa è la lingua dell’amore che ha ogni coppia e poi ogni famiglia. Era una lingua naturale, ricca, aderente al giorno e alla sua interpretazione, e in più conteneva una storia di udito e di significati. Aveva l’attualità e quello che era accaduto. E non era poco, davvero non era poco.

portolani: il tavolo

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Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro.  Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.

Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.

Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni. 

Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto  interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.

Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.

Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.

pasquetta

Pasqua è passata con la particolarità delle feste che hanno significati diversi per ciascuno e che tali si vivono. È cosi nell’anno, siano esse arcaiche e poi religiose, quasi mai civili, le feste avvengono.  E ciascuno le interpreta e le fa passare tra le dita. 

Col vizio della memoria sovrappongo i piani, confronto le feste. Vivo il presente e ricordo: profumi, fatti. Vedo con stupore e sollievo l’ inconsistenza del molto che m’era sembrato importante, il ripetuto e il voler dare significato a ciò che non l’aveva. M’era sembrato, non era è lo sapevo, ora guardo avanti pensando che il farsi mio e del tempo dovrebbero cercare di coincidere. Sforzatevi un po’ ragazzi. 
Intanto respingo, con accurata energia, la memoria del futuro, il ripetere ciò che è stato compiuto, la cinica prigionia del sapere come va a finire. È un esercizio da levatrice dello stupirsi, un mettere al mondo ciò che esiste e non è esperienza.
È più semplice ripercorrere le stesse strade. Penso.
Non faccio forse lo stesso quando cerco i luoghi miei, ne vedo la persistenza, metto assieme il ricordo e l’attuale e m’accorgo del molto, allora sfuggito, che adesso è lì, a disposizione, e attende d’essere nuovo?
Con la stessa attesa ogni anno spio le nuove gemme sugli alberi violati dal tempo e dall’incuria. 
In curia, ovvero come non prendere l’amore narrato e trasfonderlo nei gesti. Una non piccolo tradire la vita, che paziente propone di continuo nuove strade e ripete un risveglio che non è mai il precedente. la vita come il bimbo che entra nel sonno con timore del buio, ma nel risveglio ha già messo alle spalle il giorno passato e attende molto dal nuovo.
La festa è quel nuovo che ci chiama oppure è noia. Festa è l’epifania del cuore.

il profumo della vigilia

Le finestre al secondo piano sono aperte. Si sente rumore di martelli battuti con ritmata forza e musica orientaleggiante. In quella camera sono nato. Da lì ho sentito la strada, i richiami dei mestieri ambulanti, ho cominciato a conoscere il danzare dell’impalpabile nella lama di luce. Abbiamo abitato a lungo quella casa. Ho visto come l’hanno trasformata, resa attraente e nuova. La scala non ha più i consumati gradini di pietra di Nanto, c’è un ascensore scintillante di cristalli e trasparenza. La soffitta, che per me era il luogo del mistero e del fascino, ora è un sottotetto con due camere e un bagno pieno di luce dall’alto. La camera dove sono nato, è un soggiorno che sfoggia i travi a vista. Sono spariti i giochi di mattoni incastrati del cornicione, il pavimento è una distesa di legno africano. Un tempo c’era tavolato d’abete che odorava di resina e lacca, quando mia madre lo riverniciava. È mutata la destinazione, il contorno e le persone che hanno popolato quella via così centrale e popolare. Oggi questo è un quartiere di negozi, abitazioni di lusso e pochi bambini. Qui mi verrebbe il confronto, ma sono romanticherie dell’età ed è meglio pensare a com’era quella casa nella festa imminente.

Dal mattino della vigilia, le tovaglie buone prendevano il sole, e si mostravano ai vicini per il lustro della casa. Tra le stanze c’era un parlare a voce piana, del giorno dopo, del pranzo da preparare. Si faceva circolare aria per scacciare l’inverno e far entrare il profumo nuovo. Nel cortiletto, ora lastricato di piccole mattonelle di sasso del Piave, tra le pietre di trachite c’era già l’erba e l’albero di pesco era fiorito sfacciatamente, ribadendo la sua indipendenza dall’inverno e da ogni nostra offesa. C’erano i rumori simmetrici dei vicini, le voci che chiamavano in dialetto. Mia madre stirava le camicie bianche per il giorno dopo e nell’aria si spandeva un profumo di amido, vapore e stoffa scaldata. Era la vigilia. I bambini giocavano con meno ardore, stavano più attenti a non rigare di sangue le ginocchia, correvano più piano. Per giorni, nella stanza che ora risuona di martello, avevo dormito con il profumo delle torte margherite cucinate e messe nel fresco vicino alla finestre. Era lo zucchero e la vaniglia, il profumo di farina cotta e spumosa, il rosso d’uovo impastato con lo zucchero che avevo pulito scrupolosamente e laccato dal dito. Era il profumo di quella torta che faceva Pasqua, più delle parole misteriose del prete, ed era qualcosa di tangibile, che riempiva la bocca di sapore denso e dolce, qualcosa di rustico e antico. Era il profumo della primavera imminente, dell’attesa del buono che diveniva presente. Era la casa e insieme il fuori di essa, come se dalle finestre da cui entrava un’aria fresca e pulita uscisse contemporaneamente il profumo di noi, di ciò che era essere assieme. E tutto si incontrasse in un abbraccio.

p.s. della Torta Margherita ho scritto in passato, qui trovate la ricetta:

https://willyco.wordpress.com/2007/11/23/torta-margherita/

ma il profumo sarà il Vostro.

Con i miei auguri e un sorriso.

l’altro sé

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Ci sono momenti, e pure altri. E così potrebbe finire il racconto della vita riservata.

Oppure con molte parole precise e circostanziate, potrebbe iniziare il racconto della vita apparentemente trasparente. Una narrazione molto presente a sé, meticolosa, dettagliata, ricca di riferimenti comuni in cui chiunque possa almeno un po’ riconoscersi.

Bella, ma non sarebbe la realtà perché non direbbe cosa si seppellisce tra le frasi, nel contesto della passione, nel significato di quelle parole così precise e insieme doppie nell’oscillare tra ciò che si vorrebbe e ciò che è stato.

Quando scrivo è come parlassi di un’altra persona… 

Credo sia il modo giusto per dire la verità e non perché quella persona sia terza rispetto a noi ma perché è noi, liberata da una convenzione ad essere.

Nell’espressione, che è titolo e suggestione di racconto, una stanza tutta per sé, c’è la chiave della prigionia dell’essere nel posto giusto eppure del non esserci totalmente. Un ossimoro dettato dall’esaurimento di una spinta ad andare. Non a caso gli amori sconclusi sembrano il luogo della felicità possibile e non stata, mentre l’apparentemente reale mostra un suo vincolo immane di obblighi, di ripetitività, di consuetudini e apparenze in grado di far desiderare altro. Fortemente e radicalmente. Quell’altra persona appunto, che si compie nell’atto del descrivere/descriversi.

Partire dalla propria imperfezione, considerare che la purezza è un’astrazione scomoda in quanto precettiva, giudicante, generatrice di quella parte così umana e al tempo stesso inutile, se non produttrice del cambiamento, che è la colpa. Se non c’è innocenza non c’è colpa non redimibile, ma soprattutto non c’è un’ attribuzione ai surrogati, del compito di lenire il bisogno d’amore connaturato con l’uomo. 

È come parlassi di un’altra persona riassume l’esperienza passata, la contemplazione del presente, l’essere prigionieri d’un possibile non stato che estrae da noi ciò che siamo davvero. Cioè impossibili. Acutamente e indicibilmente impossibili nell’assomigliare ad altri. Colpiti dall’insufficienza dell’essere sovrapponibili, e neppure somiglianti.

Parlare d’altri in prima persona è parlare di sé, in modo libero, senza il ruolo assegnato, senza la necessità impellente di precisarsi. Una sorta di contemplazione di ciò che è ora, subito, adesso, nel percepito. Non è la verità totale, nel senso che non esclude le alternative, non raggruppa le nostre molteplicità, ma descrive una presenza anche quando lo travisa nel godere masochistico dell’assenza. Si permea della negazione d’un futuro, almeno per un poco, perché più acuta dev’essere la percezione di ciò che manca e più forte la dimensione dell’immensità del sentire, dell’aver unicamente provato. Dell’essere altrimenti dalla banalità del ripetersi quotidiano.

Se si nega la purezza come dimensione dell’esistere, si apre una pagina su cui scrivere. Possiamo scrivere ciò che accade oppure ciò che ci accade. E ci accadrà per la natura divina e umana che si mescola nel nostro daimon e non per fato.

Comunque quell’altra persona siamo noi per davvero.