storia potente è il vivere e la vita

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Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,

e finestre chiuse per l’acqua di stravento.

Nei minuscoli giardini s’agitano palme

con il loro secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.

Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,

ma non del tutto, restano i pertugi

per occhi curiosi di nuvole tozze e grigie,

e raggi di luce che radono i profili.

Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,

mescolano le piume infreddoliti, 

mentre la mamma li copre, 

prima l’uno poi l’altro, assieme

e guardo loro

e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,

come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.

Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,

così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa,

si chiude nel bene che l’attornia,

si pensa terra fertile di ricordo,

ricettacolo di semi e fiori di campo,

senza necessità d’un nome,

e dentro la sera cala come lacrima,

per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.

Storia potente è il vivere e la vita.

 

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.

volevo fare l’architetto

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Volevo fare l’architetto. O almeno mi pareva. Guardavo volumi di fotografie alla biblioteca americana, cercavo di decifrare il senso dei costruttori di grattacieli, mi perdevo nelle planimetrie delle ville sull’acqua o inerpicate tra le rocce, scrutavo la logica del deserto oltre le finestre immense tra piscine proiettate verso un nulla apparente fatto di sfere di rovi e yucche. Poi c’erano i nordici con quel rigore delle linee dritte che rendeva rettilinee ed essenziali persino le curve. Mi innamoravo di Alvar Aalto, del suo affermare il rapporto tra natura e costruire, riassunto nel dire che per raggiungere il lavoro un uomo avrebbe dovuto ogni mattina attraversare una foresta. Mi affascinava il legno piegato, i vetri soffiati e ancor più fusi in uno spessore che era esso stesso identità, essere essenziale. Vedevo un’opulenza scacciata fuori dalle vite che sembravano ricche di pensieri necessari, di parole rade e definitive. Non era questo un ritorno all’innocenza dopo tanta sovrastruttura, lo spigolo vivo contro l’arrotondarsi infinito del neogotico così simile al piegarsi delle vite alla conformità? E l’architettura non era insieme la medietà e quindi un mascherarsi dietro luoghi comuni oppure il grido che s’inerpicava verso il cielo? Superfici incapaci di essenza e di lucore che si opponevano a nuovi ardimenti in cerca di cuori nascosti nell’apparente materia. C’era una razionalità e una rivoluzione permanente in questa lotta.  Ma anche tutta la materialità dei sentimenti che si esprime nel groviglio del confronto, che è anzitutto misura di sé, del proprio passato e ancor più del proprio futuro. Coglievo una dimensione etica del costruire, della pietra e del legno come perifrasi del corpo, riassunti nella possibilità di essere soli e liberi anche nell’abitare. C’era un esempio di questo realizzare, trasfuso nella E-1027 di Eileen Gray, e a dimostrazione che nulla di alto può essere mai neutro, quella villa aveva generato un groviglio di sentimenti da parte di chi doveva esserne il mentore, Le Corbusier. Attrazione, sfida, gelosia, amore per l’immagine che non era più sua. Chissà. Comunque Le Corbusier che non trovò di meglio che invidiare lei e ironizzarne il corpo sulle pareti che inopinatamente affrescò. Ma da quei luoghi non riuscì più a staccarsi, lasciando un segno di 15 metri quadrati, come a riassumersi e a contrapporsi nell’essenzialità del cabanon. L’ opera dove era il fuori ad irrompere nel corpo, e la vita riprendeva il suo volo perché non era più ancorata se non al minimo. Immaginavo che il riassunto dell’architettura fosse lì, una sorta di cabala dove la parola era l’oggetto stesso. E che essa fosse dentro e fuori di sé in un tutt’uno che prefigurava l’equilibrio dell’innocenza finalmente posta innanzi, dove doveva essere. E quell’equilibrio non era regalato ma era una lotta verso un vecchio che complicava, occultava ciò che davvero eravamo. Intanto attorno il mondo sferragliava, si preparava a un balzo verso il presunto buono, finalmente nudo d’orpelli che ne avevano invischiato il passo. Guardavo l’architettura e pensavo che in essa c’era sintesi rivoluzionaria oppure discarica del consunto passato. Era in quelle linee che il mondo poteva essere ridisegnato differente e a misura di relazione, ma anche soli e liberi come diceva Eileen Gray. Questa unione tra l’occhio e il vedere che annodava il pensiero, la mano, che necessitava solo di matite molto morbide, le gomme rifiutate perché le idee germinavano nell’errore, tutto questo mi pareva un bagaglio così sufficiente per viaggiare che al più avrei unito una macchina fotografica per prendere appunti, per scavare particolari, per annotare l’esistente reinterpretandolo. Reinterpretandomi. Mi immaginavo di fare l’architetto e avevo 20 anni, mi sbagliavo perché la vita andò altrove.

un vecchio signore di provincia

Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.

Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.

Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.

Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo. 

Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.

Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.

Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.

per la terza volta

La colomba credo volesse proteggere i colombini appena nati. Non si è alzata dalla cova e sotto di lei c’era un agitare di pennuzze tenere e gialle. Ho pensato che volesse mostrameli e farmi sapere che era stata brava con tutto questo freddo a farli nascere. È la terza volta che accade in un anno e mezzo e ogni volta il vicolo si accresce di due nuovi inquilini. I miei vasi a vasca li attraggono e non badano più a fare improbabili nidi. Questa volta la colomba si era sistemata sotto il tessuto non tessuto che proteggeva l’elicriso. Insomma pare che l’albergo e le varie camere siano di loro soddisfazione. Se adesso imparassero a espletare le necessità corporali solo dentro i vasi saremmo a posto. Ma ci penserà la stagione a togliere quello che non serve.

Auguri alla colomba e ai colombini, dovrei anche parlare dei rapaci, ma lo farò più avanti, per ora i colombini sono al sicuro.

rileggere il giovane Holden

c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico.  Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…  

A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…

“A te non piace mai niente di quello che succede.”

Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? … 

Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.

Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.

Così pensavo allora. E adesso?

Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.

Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.

Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo. 

Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.

“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “

(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)

lettera sull’ordine e i particolari

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Non ho il tuo ordine. Neppure lo stesso piacere di disporre le cose. Hai osservato che tra due persone c’è sempre un compromesso per mettere in un certo posto un oggetto? Qualcuno fa un passo indietro, oppure conviene su una scelta. Non ho il tuo ordine, ne ho un altro: dicono tutti così i sis ordinati rispetto a qualcosa, come se quel qualcosa fosse solo una sequenza ordinata, un collocare sopra i centrini o senza centrini. Davanti a un muro o in una teca. esattamente in quel posto. Se fosse così sarebbe semplice. Io odio i centrini, anche il centro delle cose mi infastidisce. penso che a lato, dove si guarda meno perché forse vi regna l’imperfezione, ci sia sempre qualche particolare che parla inutilmente. Che grida la sua presenza e poi resta afono. E deluso. E così sfugge e si rintana. Persino le città radiali le capisco poco, perché scappano oppure confluiscono dove rendere omaggio, inchinarsi. Non tengono assieme stabiliscono distanze da quel simbolismo solare dove c’è chi può illuminare. non è questa la logica del potere che trasfonde nella città?

Non vorrei mai inchinarmi, forse per questo ho un diverso ordine che non ama né centri né centrini e si confonde fino a sembrare un caos. Qualcuno dice che nel suo disordine trova tutto. Un tempo lo dicevo anch’io, ma allora avevo molte meno pagine scritte, molti libri in meno, poca musica nuova da ascoltare. C’erano immagini e fotografie che mi sembravano testi, mi ricordavano qualcosa, evocavano qualcos’altro, mi piacevano. Ci sono anche adesso, solo che si sovrappongono e devo sfogliare più che allineare, permettermi il piacere del pensare quieto a guardare, a riscoprire. Mi piacciono i particolari, quello che dicono e quello che suggeriscono. Ogni particolare contiene più vita dell’insieme. Si è data molta importanza alla perfezione, alle cose finite, noi tutti vogliamo che le cose funzionino, ma nessuno vorrebbe che la vita fosse già definita. È un tema non dappoco, che ha a che fare col tempo, con l’incompletezza. C’è la sensazione di avere sempre poco tempo e di essere incompleti, e allora si cercano succedanei che riempiano anche per un poco la vita. Nulla di quello che ho attorno mi completa, eppure è tutto necessario. anche nel rinunciarci, nel disfarmene, non perde questa caratteristica.

Nel mio ordine, che è un caos, non trovo più le cose, le scopro invece nella mia testa. Ci sono. Spesso con il momento in cui sono state raccolte o generate. Delle mie pagine scritte, invece, a volte mi stupisco. Mi sento cambiato ed è come guardassi un altro che ero. Che forse tu hai conosciuto, ma che ora è diverso. Questa asincronia del conoscere è un ulteriore elemento di convinzione che non si conosce mai davvero nessuno a fondo. Al più lo si presume, oppure si cerca di usarne elementi che ci vanno bene, ma la conoscenza come condivisione di un disegno, è difficile. Se penso alla vita, la sento come un flusso ordinato di fatti e di modi d’essere. Non penso ad un numero, non l’ho mai pensato, anche se adesso che non sono più giovane, lo so meglio. Credo che sia un rapporto con noi stessi, con gli altri che ha bisogno di uno spazio d’influenza. In questo spazio, ci sono le cose. Intermediari e riferimenti, non passato.

Ci siamo noi e il nostro corpo come realtà che si espandono attraverso la comunicazione e i sentimenti. Da tempo ho rifiutato la palestra, ad esempio, ma c’ho messo anni. Non rientrava più nel mio ordine. era una corsa verso qualcosa che non c’era in nessun luogo. Neppure attorno. Era una corsa ad una ipotesi di corpo, ma io il corpo ce l’avevo, volevo parlare con lui, non volevo mutarlo in modo che non m’assomigliasse perché dovevamo -e dobbiamo- viverci assieme. Così ho abbandonato la palestra che odorava di sudore e di polvere altrui e ho cominciato a camminare. C’è un ordine nel camminare. Hai osservato che tutti i nostri cammini sono circolari: parti da un luogo in cui tornerai. Scegli i percorsi, ti guardi attorno, osservi i particolari. Anche quando mediti e t’imbevi d’infinito è un particolare che ti apre la porta. Cammino ovunque e spesso nella città in cui sono nato, qui non sono mai solo perché ho la compagnia di ciò che è accaduto, ma non di tutto, di pezzetti molto ricchi. Particolari. Spesso mi accompagnano dentro le persone che mi hanno tenuto per mano e magari emerge qualche parola. Il dialetto usa unghie di velluto, è dolcezza che lascia il segno. C’era un ordine allora? Avevo dei luoghi per le cose, ma anche la stessa attenzione per i pezzetti dell’interezza e le tasche piene di possibilità. Una cartolina illustrata che veniva da un luogo mai visto era un generatore di sogni. Un pezzo di spago, un coltellino, un tappo di aranciata avevano in sé capacità incredibili di creazione. bastava guardarli in altro modo e cambiava il loro divenire. Mi immergevo nei particolari come nei libri e negli atlanti. Ti sembra strano? Mi piacciono ancora tantissimo e vorrei avere pareti per le carte geografiche arrotolate, per le immagini accatastate, possedere luoghi sufficienti a contenere gli scaffali necessari, e finestre grandi e luminose per dare loro luce.

Forse è questo il mio ordine. Quello delle mappe, quello del divenire delle cose che raccolgo e che vivono una piccola parte delle loro possibilità con me. Ho la coscienza che tutto si disperde senza di noi, improvvisamente perde di significato. I libri, ad esempio, sono una miniera di particolari che fugacemente ci riflettono in uno stato d’animo, ci mostrano una via che anche se non esce fa scattare un legame con noi. Sono frasi che si espungono e valgono più dell’intero testo. Ma a noi, per altri ci saranno particolari differenti o disinteresse. Ed io ricordo questi particolari anche se il libro è dentro a qualche pila che cerca faticosamente di mantenere il suo equilibrio.

C’è un luogo che potrebbe contenere l’ordine oltre alla testa e al corpo e sarebbe una casa quadrata con un patio che dia luce in entrambi i lati delle stanze. Non avrebbe bisogno di un centro ma della regolarità dei lati che scandiscono il percorso e il cammino. E tu hai capito perché: se io sono il centro non tollero altri centri. Non mi genufletto. Casomai mi lascio pervadere, abbracciare dalla possibilità che insieme si realizza. In fisica mi affascinava l’effetto Venturi che rileva come in un flusso all’aumentare della velocità diminuisce la pressione e viceversa. Come se la velocità impedisse di riflettere, di vedere e sentire meglio, e chi è impegnato a percorrere un pertugio, di fatto, debba solo correre senza pensare a sé. Aumenta la velocità delle cose e diminuisce la loro importanza: ti pare poco? Noi siamo immoto ordine veloce. E quel veloce man mano lo inghiottiamo, lo beviamo rallentando finché si tramuta in equilibrio, in consapevolezza.

Così mi viene un’immagine: pesci fermi nella corrente, ecco l’ordine interiore che guarda attorno e quando vuole esercitare la propria consapevolezza, scorre.

ripensando agli auguri passati

Si sapeva da settimane, c’erano state discussioni sul dolce alternativo al panettone da regalare ai collaboratori, valutazioni sul budget, poi si decideva e alla fine veniva fissato il giorno. Anche se eravamo quattro gatti e non c’eravamo mai tutti, però arrivavano i collaboratori, gli amici, i soci e qualche membro del cda. Tutto verso fine mattina dell’antivigilia, con un bel po’ di cose salate, il vino e i panettoni, quelli sì, d’ordinanza. I discorsi del presidente prima e poi il mio. In tutto meno di dieci minuti di parole, ritmate sull’impazienza delle fette di pandoro o panettone a mezz’aria, vigilate sulle dita che facevano ruotare o accarezzavano il gambo dei bicchieri. Il presidente parlava degli auguri alle famiglie e del fatto che anche per quell’anno non era andata malissimo, io parlavo di impegno e non trascuravo un augurio che si ripeteva: quello che ciascuno di loro fosse innamorato e felice. Mi guardavano stupiti o scettici, e così scioglievo l’incanto alzando il bicchiere per il brindisi. Di quelle persone man mano, ma non è occorso molto, ho perso anche gli auguri telefonici, gli sms. Non so cosa loro accada, se siano felici quando serve e cosa resti di parecchi anni vissuti assieme. Delle mie stranezze credo si siano fatte risate, commenti, coltivate le perplessità di chi ha idee standardizzate sui capi e sulla gestione del potere. Avranno pure speso giudizi, non si saranno risparmiate le critiche. Con il tempo sarebbe necessario non pensarci e sapere che fanno parte delle relazioni senza comunicazione importante. I luoghi comuni sono un rifugio per accettare una realtà che ci mette sempre in discussione e cambiare visione di noi costa fatica. Però gli auguri glieli faccio mentalmente ogni anno. A ciascuno di loro. Anche a quelli che non si sono comportati bene preferendo i loro interessi a quelli collettivi. Faccio loro gli auguri che nelle vite ci sia sempre qualcosa che tiene assieme e qualcosa che disfa, e che ciò che disfa rimetta in un ordine più felice.

Se fossimo ancora assieme magari glielo avrei ripetuto prima delle feste e loro mi avrebbero guardato perplessi con la fetta pronta per il primo morso e il bicchiere tormentato dalle dita. Si sarebbero chiesti una volta in più cosa volesse questo qua, ma non l’avrebbero detto. Perché troppo spesso ci si lascia scorrere addosso le parole e non si da loro importanza. Neppure agli auguri. E forse neppure al desiderio sincero di felicità che contengono. Ma quel che conta è che chi fa gli auguri li pensi davvero, in fondo fanno bene a lui certamente, perché voler bene ed essere sinceri fa bene.

bisognerebbe dire la verità

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Bisognerebbe usare la verità come terapia. Per togliere molti aggettivi, anzitutto. Per sfrondare il campo dal relativo che contiene troppa ipocrisia, troppo lassez faire. Ogni giorno un po’ di verità in più per guardarci attorno, per cogliere un particolare che mentre ci ferisce (le nostre ferite sono quasi sempre leggere e transitorie) ci spinge un po’ innanzi nella comprensione di dove siamo davvero. In quel davvero (da vero è pieno di verità) c’è il nostro punto astronomico. 

Che non è qui, sulla terra, in quell’angolo che ci siamo ritagliati. Ben protetto, magari sporco per la polvere accumulata, per i segni sui muri costruiti con pazienza. È nell’universo. Il nostro è un punto astronomico con ciò che sappiamo di noi e con lo sconosciuto che ci sta attorno e ci rivela. Qui sta la percezione del luogo, dell’identità e del cambiamento. 

Bisognerebbe dire la verità e abituarsi a usare sempre meno parole-congiunzione, modi di dire, schermi sintattici. Sapere che la realtà si semplifica e si falsifica per comunicarla. ma agli altri, non a noi.

A noi bastano poche parole, parecchia abitudine ad essere stupiti, senso del limite.

Le parole sono quelle che pronunciamo interiormente, così essenziali e pregne da svilirsi nell’aria.

L’abitudine ad essere stupiti è il rovescio del dover dimostrare qualcosa, è il rigore dell’identità che non ha timore di aprire le finestre per essere contraddetta e crescere.

Il senso del limite è sapere ciò che si è non ciò che si può essere, e non limita nulla ma guarda oltre e vede il possibile.

Nel possibile e nello stupore c’è molta verità.

E siccome nel comunicare si semplifica troppo, ci si mette nello stesso piano di chi ascolta, bisogna mostrare, additare, far emergere il particolare, il bello e il suo contrario che gli permette di essere aggettivato.

Badate bene che queste sono opinioni, che quanto è scritto sopra è rivolto a un me che si arricchisce se guarda, se rompe un’abitudine, se coglie un nuovo ordine nelle cose, se sente la gioia di superare un limite che lo fa più simile a se stesso. Per questo c’è quel bisognerebbe. Non bisogna niente, nessuno è obbligato. Si può, semplicemente, oppure si può farne a meno. Non c’è un giudizio di valore per una abilità, è solo una possibilità che diviene terapia. (e qui finisce il bisognerebbe perché ci sono tanti, infiniti mezzi per togliere la percezione dell’assenza di verità che di sicuro ci sono già caduto)