lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

tema: come hai trascorso il sabato

 

oznor

oznor

 

La giornata è trascorsa tra discorsi leggeri e sorsi di vino. Sia quello rosso, di corpo robusto e rotondo, da lavoratore della terra, che sarà generosa ma non è mai gratuita. Sia quello bianco , che in realtà era di un giallo dolce d’aspetto, trasparente e profumato, fresco con la gentilezza dell’amore che mai disseta appieno. Così i discorsi sono proseguiti all’aria aperta, nel sole già forte di un aprile senza timori. Credo che il tentativo fosse quello di dare ai processi digestivi la possibilità di un giusto posto per ogni cosa gustata, di togliere di mezzo l’eccesso e di propiziare un rientro che in fondo nessuno voleva. Così senza ordine, a piccoli gruppetti, attratti dal discorso dell’uno o dalla battuta dell’altro siamo sciamati tra strade di colle che diventavano capezzagne, limiti di campo, mura di mattoni antichi e ville che un tempo avevano attestato più la modesta fortuna delle famiglie che la loro voglia di eccellere. Attorno macchie gialle di fiori di tarassaco, cipressi altissimi, alberi che erano già meta di api  prima dei declivi ritmati dalle vigne. Filari ben tesi, potature severe, qui il grappolo deve ricevere molto sole e non conta il molto ma il buono. Parlavamo di politicante, di società che muta, di adeguatezze e di tentativi di essere importanti per le idee prima che per i numeri. Il conformismo che si sperimenta nei partiti è lo stesso dello società, un gruppo diventa maggioritario perché è esso stesso continuazione di un aggregarsi attorno a capi che decidono di dividere un potere, non le idee che stranamente restano le stesse, al più si  distingue, di colgono le differenze, ma la realtà è l’eterna lotta tra ciò che muta e ciò che non vuole mutare. E la ragione per non mutare sta tutta nel potere e nel gruppo che si sente parte di esso. Ragionavamo di questo tra battute e coscienza di essere parte piccola di un modo di far politica che non ci andava, così scivolava qualche battuta, il piccolo pettegolezzo, la risata lieve che libera perché anche chi è potente ha debolezze e quando queste emergono diventa un po’ meno paludato. È la considerazione che ognuno va in bagno ogni giorno, che le funzioni corporali non sono nobili, o come ebbe a dire , un’amica che ci precedeva ridendo: pensalo quando sta per fare all’amore, é proprio un bel momento di verità. se le cose non funzionano. Dovevamo aggiustare il pomeriggio, non i destini del mondo,, ricordare l’aria leggera e piena di profumi, mettere in fila tanti bei propositi, ricordarci che la giornata era soprattutto nostra e che come ai tempi delle medie il tema da svolgere era cosa si era fatto di noi nel dì di festa, concludendo che il sonno sarebbe arrivato tardi ma stanchi e felici di essere chi eravamo.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

il tempo scorre e noi chissà

In questi giorni ho pensato alla limitatezza che esiste tra bisogno e risposta. Anche alla delusione che piccole cose provocano nel nostro sentire e come queste, accanto a quelle più grandi, erodano. In fondo siamo arenarie che giocano col vento, che si lasciano lavorare dagli elementi e dall’accadere, ma questo non ci rende passivi, anzi, i desideri sono in ogni minuscolo granello che il vento trasporterà chissà dove e quel desiderio, insoddisfatto, ci seguirà in effige nel cuore, o nella mente, o nell’ipotalamo secondo preferenze. Sistemi fragili e friabili che provano sensazioni forti, siano esse gioie o delusioni e le collocano nel tempo, in un come eravamo ricco di alternative bruciate che ora si pone domande. Il pensiero, quindi, scivolava tra adeguatezza al desiderare e persistenza, tra il tempo e il suo mutare.

Se si ama Eraclito, l’oscuro, si sa che il fluire cambia il mondo che ci attornia e lo fa molto più rapidamente del pesce che è immerso nel fiume. Eppure il tempo è lo stesso. È nei rapporti tra persone, nell’affettività, nei desideri, dove il tempo sembra lo stesso eppure si differenzia, muta e come tra il fiume e chi lo vive c’è chi osserva e chi, indifferente, è osservato.

Ci si lascia sempre un po’ dopo esserci incontrati ed è il continuo ritrovarsi che tiene assieme, finché funziona, poi le vite e i tempi divergono perché solo in quell’unità profonda che è durata molto o poco, i tempi avevano trovato la sincronia del diverso. Un sentimento, un amore, quasi mai trova risposte definitive proprio perché include il bisogno e il tempo per essere soddisfatto. Bisogna condividere il senso dello scorrere e il suo tempo e non si può fare con facilità, anzi, essendo un processo voluto è una fatica immane.

Ci si lascia nella visione del momento che da tempo non è più, ma il fiume, il pesce e chi guarda restano. E ogni viaggio è circolare, ritorna, volenti o nolenti su ciò che poteva essere e non è stato.
Questo differenziale di tempo tra lo scorrere attorno e noi poco veloci, non è mai privo di conseguenze, relativizza l’osservatore, lo orienta su altro, assegna ruoli, si rivolge verso il sé e analizza. Ma quasi mai trova risposte definitive proprio perché il bisogno per essere soddisfatto ha la necessità di una interlocuzione profonda che è unità di tempo e desiderio.

Si ha un bel dire che si conosce la scienza degli addii, nel profondo essi non sono mai tali ed è difficilissimo tagliare ciò che è accaduto e diventato parte di noi, perché li si riannodano i tempi.

Si va oltre, come dicono i cinici o gli stanchi, approdi umani che si assomigliano assai. Ci si fa una ragione, anche se è la vita che ci spinge a rifare i conti e a ricordare. Meditare sul tempo che non ha avuto la stessa creanza di scorrere con noi e di lasciarsi alle spalle l’alterità che non esiste più può essere utile solo se ci si ritrova.

Bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe pure riconoscersi ovvero assomigliarsi accettando molto di ciò che ci neghiamo per qualche divieto di cui non abbiamo memoria. Basterebbe essere simili ai desideri e al profondo che possediamo, al tempo che è condiviso ed è davvero nostro, il resto verrebbe di conseguenza.

 

 

 

 

 

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

mi penso un po’ sciupato

Così ti penso, sciupata un poco dentro.
Il viso è bello, il corpo ancora parla lieto,
è il sorriso che s’è spento,
una luce sbarazzina se n’è andata,
e la parola sussurrata nell’incontro,
che un tempo sarebbe subito volata, ora si trattiene,
cerca alternative leggere di significato,
per il cuore appesantito.
L’anello è trattenuto al dito, distratta lo rigiri,
è ancora un palloncino che volerebbe a perdersi,
giocando tra le nubi,
guardi alto col pensiero, è solo un’ombra,
gli occhi hanno il sole ancora dentro.

Così mi penso, un po’ sciupato,
inzuppato nei caffè delle notti sterminate,
tolto all’alba,
rimesso sulla strada affianco,
prima d’aver capito, già ammaestrato,
ma grato, oltremodo grato,
dello scoprire nel decadere, un senso,
il mio anzitutto, di pozzanghera
ritrovata nei sogni squagliati all’alba,
nelle contorte decisioni,
nelle vigliaccherie d’intelligenze fini,
era l’esserci quel tanto che m’è stato regalato.
In fondo sciuparmi non m’è spiaciuto ma è accaduto altrove,
tu che avevi un dono
chissà dove l’avrai portato.

 



 

disinamorà

Steso. Supino. Il corpo composto. Così le parole cercate, messe in lunghe file. Staccate, pescate, frustrate dal tentativo di essere ciascuna di per se sufficiente e ri immerse in quell’accento che rivela il luogo della provenienza sino allo sbottare nella parola intraducibile nella sua essenza: disinamorà. Gli occhi sono chiusi, c’è un buio chiaro nella testa, un lasciarsi andare nel fluttuare senza tempo. Dualità che emergono, simboli in forma di lettere, emozioni osservate. Paura. Caldo. Scivolare. Ritto. Nudità. Accettazione. Dovere. Subire. Libertà. Conoscersi. Riconoscersi. Perfezione. Imperfezione. Purezza. Errore. Timore. Castigo. Caldo. Dolcezza. Buio.

C’è un buio così totale nel profondo che l’unico modo per esistere è toccarsi. Sentire il proprio corpo. Riconoscerlo come zattera salvifica. Immenso e imperscrutabile nella sua interezza, docile e amoroso nel darsi per piccole parti. Per momenti di tempo. La nudità nel buio non ha senso se non per la scoperta che essa suscita, per il ri conoscere, per il ri conoscersi. Il respiro si allunga, diventa soffio lieve: è così che si scivola nel sogno? Distaccando la realtà delle cose attorno dapprima e poi entrando in sé. In punta di piedi, per guardare, curiosi di ciò che si scopre oltre gli occhi, l’udito, il tatto, finché anche l’odorato si rende conto del proprio profumo. Un misto di pensieri leggeri che penetrano, si compenetrano. Così il sospendere la percezione è sospendere il tempo: un attimo è infinito, immerso in idee, non più in sensazioni. Immagini annodate che portano distante. Incommensurabilmente distanti, ma non da sé. E poi il riemergere, il rendersi conto. Qual è stata l’ultima parola pensata? Disinamorà. Non significa disinnamorarsi , ma non vedere più nella passione o in ciò che viene fatto o nella relazione affettiva, un interesse profondo, un afflato che desidera. È la distanza che si pone nel riconoscere una fine e diventa solco, cesura definitiva: nulla sarà neppure lontanamente come prima perché si è visto l’oggetto dell’attrazione nella sua realtà che respinge e tradisce.

Anche tradire in questo contesto merita una spiegazione. Lo si può fare, tanto siamo stesi con gli occhi chiusi e sentire cosa sia il tradimento non fa male, è una sensazione distante, dolciastra, oggettiva e insieme specifica. Questo tradimento è riflessivo, è l’essere stati spinti con l’inganno a tradire se stessi. Come Pollicino siamo stati perduti nella foresta, ci è stata indicata una via che ci ha portato a combattere noi stessi, ciò che eravamo e siamo. Cadono tutte le speranze, restiamo solo noi con il nostro buio e il nostro sentirci vivi. Ogni parola esigerebbe una spiegazione se pronunciata, ma ora non serve, magari verrà quando un tempo di chiarezza genererà un racconto, una lunga fila di parole operaie che trasportano il loro carico di senso. Senza fretta perché ora è chiaro cosa è accaduto in un tempo in cui tutte le nudità innocenti esigevano una cura che non hanno ricevuto e noi siamo intrinsecamente nudi, fragili, inermi. Dopo c’è stato un infinito rincorrere, un mettere assieme cose che non c’entravano nulla, un costruire secondo modelli conformi all’uso. Se serviva una consapevolezza per capire, ora è tutta in quella parola disinamorà, termine che apre perché chiude.

Termine perché il riconoscersi conclude la vista altrui su di sé e ne inaugura una nuova, propria.

Termine ed è come tirare una riga nel mare in cui si è immersi e sentire che il mare ti abbraccia perché non è lui che neghi ma ciò che non eri tu, ciò che negava la meravigliosa realtà che ti portavi appresso. Che ognuno di noi si porta appresso.

È sempre un cerchio perfetto la vita, il passato, la somma delle imperfezioni, ciò che abbiamo desiderato e che si è trasformato in nuovi desideri, ciò che abbiamo pensato di lasciare e ciò viene aggiunto per costruirci con fatica o con gioia, o con leggerezza, o con profonda consapevolezza, tutto questo e molto altro, chiude costantemente un cerchio che si apre secondo la nostra volontà, ma resta perfetto.

Un cerchio. Ricordalo. Quando corri o stai fermo, quando il pensiero si spinge avanti sconfinato, quando ami, provi piacere, quando soffri perché ciò che vedi e senti non è umano, percorri il tuo cerchio. Incessantemente, in avanti, vivo. 

 

piccola melancolia

Mi hai chiesto come sto. Ho risposto con il minimo di parole. Non hai indagato, ma stasera stavo un po’ così. Forse hai capito e hai lasciato perdere. Accade, sia di lasciar perdere perché non si ha voglia di caricarsi di un fardello in più, sia perché ci sono altre cose che urgono. Non è disattenzione, è la vita che segue percorsi paralleli. Il mio era infognato in una serie di spirali di riflessioni, ricordi, esame di ciò che accade attorno. Forse era anche un discorso sul tempo. È strano sentir dire per le previsioni che domani sarà bello ed essere inquieti. Il tempo meteorologico si annoda con il tempo fisico. L’umore, si potrebbe pensare. La preoccupazione direi, di aver superato un limite e di non sapere che farci, così si torna tra le riflessioni su di sé, sul senso dell’impotenza. Una parola che mi veniva a mente era scialo, il buttar via ciò che potrebbe servire ad altri, lo sciupio inutile per impotenza, per mancanza di ragione più elevata. Pensavo che la ricchezza non interferisce con i sentimenti, che la capacità di amare è una grande, gratuita, livella che mette tutti sullo stesso piano. Però quando si assiste allo scialare, al dissipare si ha l’impressione che non vengano offese solo le cose e i rapporti sociali, ma qualcosa di più. È l’espressione di una potenza che tocca il profondo, un sentirsi dire: io posso buttare ciò che è utile, indispensabile per qualcuno, ma io lo butto, lo dissipo perché posso. 

Mi aggiravo con questi pensieri, mi guardavo attorno, prendevo in mano un libro tra i tanti che attendono, ne leggevo qualche riga, passavo ad un altro. Il sottofondo di musica, quartetti di Schubert raccoglieva e toglieva voglia di andare, così la melancolia prendeva man mano il sopravvento, si scontrava col mondo esterno, con l’incapacità di mutarlo e poi tornava nelle mura di casa. Contemplava il lasciato da parte e diventava malessere. Quando si sta così, anche conoscendone il motivo, non è meno doloroso, ma che farci con il dolore sordo del non essere? Francamente a me non piace usare questa parola, dolore, neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto è la melancolia, quella la conosco da un bel po’, un conto è il dolore. La parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altro che ha acuzia, che ferisce e slabbra. Il dolore, sia esso fisico o mentale implica energie e risorse diverse, provoca febbre, arrossa il viso.  Mentre, in fondo devo solo fare i conti con me, con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono, tra ciò che accade e ciò che posso portare come contributo per mutare le cose, anche se è proprio la limitatezza di questo contributo che fa sentire l’impotenza e genera melancolia. Però non invidio quelli che pur sapendo, coprono tutto: i satolli, i cinetici, i soddisfatti, gli entusiasti, semplicemente non ho quella testa.

Sentire, vivere senza pelle è una scelta, come tagliarsi un pezzo. Mi veniva in mente Malamud e il commesso che alla fine si fa tagliare il prepuzio Per aderire a qualcosa che lo faccia sentire vicino a sé e a ciò che ama. La scelta di non avere troppi schermi è qualcosa che ti ricorda di continuo un’appartenenza, un essere diverso per elezione propria. Uscire da questa condizione è possibile, basta sentire meno, oppure diversamente. Se sai di cosa sto parlando sai anche che è una droga auto prodotta come le endorfine, che si può scegliere di uscirne, facendo scorza, mutando. E mutare si può, chiudersi, non vedere e coprire tutto d’altro, sia esso un piacere oppure una perdizione,  ma bisogna sceglierlo.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti liberati, credo di aver vissuto questa sensazione nel profondo e di aver capito che il ruolo del sentire era valutato come condizione alta dell’uomo. Conosco la storia, mi piace indagare in essa e so che quest’epoca di idealismi e di sentire acuto non ha impedito eccidi immani, ha scisso le persone tra le idee e gli uomini, facendo passare il peggio e giustificandolo. Ha permesso dislocazioni del sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con l’atrocità. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, erano teneri e ascoltavano Bach e Beethoven, quindi sentire non significa essere buoni, neppure è una vaccinazione, però se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male. Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera fa male ma è anche una terapia. Quindi del secolo scorso (come avessero senso queste distinzioni e non contasse solo come si svolgono le vite) tengo la liberazione dei sentimenti che ho avuto modo di vivere negli anni in cui ero giovane. Anni in cui tutto sembrava improvvisamente possibile, anche la verità, ossia dire ciò che si pensava e viverlo in relazione alla realtà che mutava per questo.

La melancolia viene anche da questa coscienza che è diventata sogno e poi risveglio. Con l’età le parole sono sempre troppe, si spiega ciò che non ha possibilità di essere ascoltato se non in particolari, pochi casi. Per questo si dice che si sta bene, per stanchezza di ricerca dei significati. Perché la condizione del cercarsi, del trovare un limite alla propria inadeguatezza non è dicibile se non con altri linguaggi fisici.

Un porto sicuro le tue braccia,

lo sciogliersi dei capelli nella carezza,

per stare senza pensiero d’altro che non sia il calore,

la presenza 

Mentre fuori si scurisce il giorno

guardiamo con lo stesso sguardo,

la grammatica del cuore.