Arriva

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Il calendario di Internazionale per dicembre offre un’ immagine ammiccante, il contenuto della rivista lo è meno. Ammiccante, intendo. Per natale si mobilita la musica classica, meglio i cori di voci bianche, le canzoni austriache e le carole inglesi, i violini, e le trombe. Davanti ai municipi, abeti pieni di luci led, nelle strade del centro storico (le periferie restano tali anche a natale) mercatini a spaglio, case di babbo natale, ridde di cianfrusaglie e di biologiche amenità: le regioni in Italia sono soprattutto gastronomia e finto artigianato. Un tempo c’erano gli zampognari, qualche pecora per fare scena, bancarelle di torroni piemontesi in pezzi grandi come massi di granito, molti dolci, colorati con tutti gli E xxx proibiti. Panettone Motta o Alemagna, entrambi con uvetta e canditi e grandi discussioni sulla differenza, freddo intenso, un enorme salvadanaio per il pranzo di natale dei poveri, chiese piene la notte della vigilia. Gli: Speriamo nevichi la notte di natale. Canti tradizionali alla messa di mezzanotte. Senso di caldo, di famiglia, di accoglienza. Ho cantato così a lungo nei cori che quei canti sono per me il segno del natale esterno, e li sento in testa anche ora.

Poi le cose sono cambiate, in edicola, specchio del mondo e delle abitudini palesi o segrete abbondano i numeri speciali delle riviste che un tempo erano sexy ed ora sono solo noiosamente patinate. Nella carta e nelle foto. S’assomigliano tutte, ripropongono ciò che è stato fatto nella stagione del caldo, pelli ambrate e levigate, risposta al gusto medio del desiderio, cose già cucinate e cibi da frigorifero: trist’eros. Accanto ai settimanali, molte riviste di dolci: stiamo diventando o obesi o frustrati, spesso contemporaneamente. Dalle mollette penzolano cd che riemergono ogni anno con le stesse canzoni. Classici e anche in questo caso, anticaglia e fondi di magazzino.  Del resto anche i negozi, sono già in sconto, e ripropongono, ancora una volta i classici, cioè l’invenduto di un anno fa. Di tutto questo ci si può fare una ragione, arrivare persino a sopportare la ressa, la retorica delle parole, i buoni sentimenti di chi è violento tutto l’anno. Per qualche giorno ci sarà una tregua e allora accettiamo le carole senza freddo, le case senza bambini, le strade senza i gruppetti che cantano la chiarastella. Accettiamo le settimane bianche con le ragazze che si abbronzano in paesini da fiaba carichi di neve. Accettiamo anche il cine panettone, basta non andare a vederlo, le candele elettriche, le fiamme nei camini e le grandi tavolate festanti. Accettiamo che i poveri ci sembrino meno poveri, anche se non è vero. Accettiamo che quello che arriva sia di plastica, che l’amore sia senza erotismo e magari senza amore, che ci sembri di vivere in un paese felice. Accettiamolo a tempo, per uscire dall’angoscia di non sapere che fare. Vedo i calendari dell’avvento nei negozi, altra abitudine che non era nostra, ma ciò che mi chiedo è cosa aspettino quelli che li comprano. Ecco, se c’è una risposta questa domanda, tutto il resto si può accettare. 

non possiamo permettercelo

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C’è il sole, i ragazzi, gli operai, il corteo lunghissimo, le bandiere, e molte sono rosse. Tanti giovani. C’è allegria e protesta, e messe assieme sono voglia di cambiare. Bello, no? La piazza è piena, qualcuno lo conosco, molti no, e anche questo è bello. Tra quelli di un tempo si sono sopiti i contrasti, le storie contano ma poi non contano più quando si è dalla stessa parte. Ci sono quelli che vendono lotta comunista, ed è una tenerezza per chi ha la mia età, un ritornare a un tempo esaurito. Ma siamo tanti: ci sono i precari, molte donne, insegnanti, operai, studenti. E striscioni, bandiere, cartelli, musica che ha ritmato il corteo, slogan, sorrisi.  Dalle casse esce la voce di Caparezza che dice: non me lo posso permettere.

E tutti concordano, saltando a ritmo di rap: che venga rubato il futuro, non possiamo permettercelo.

espunti dalla realtà

Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.

I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria.  Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. La crisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.

Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?

Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.

l’illegalità fa male: digli di smettere

Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.

Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.

Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.

Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.

p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.

un addio è un addio, oppure una perdita di sé?

” Davanti a lei c’era il solito viso giovane di Senkichi, ma non aveva il fascino oggettivo che si può provare per il corpo di un uomo al quale ci si comincia ad abituare. No, era un fascino magnetico, sempre più ambiguo, sempre più totalizzante. qualcosa in lui l’aveva rapita e non sapeva se sarebbe riuscita a separarsene. La sua voce, un gesto banale, il suo sorriso, un’abitudine insignificante come la smorfia esitante che faceva ogni volta che accendeva un fiammifero e ne ammirava la fiamma… Non poteva lasciar andare tutte queste cose che, soprattutto da quando avevano iniziato a convivere, si erano incollate al cuore di Taeko come vischio. Se qualcuno le avesse estirpate con la forza, la sua pelle si sarebbe lacerata fino a sanguinare. ”  Yukio Mishima. La scuola della carne. Feltrinelli

Taeko, la donna, ama e si lascia prendere dal fascino e, man mano, trasforma la presenza dell’amante in vita propria. Appartiene e la sua libertà evolve solo in relazione all’altro finché coincide con l’appartenere. Ma Senkichi non ha lo stesso sentire e ha una libertà che non corrisponde con eguale appartenenza, ha vita propria, e Taeko, mentre dipende sempre di più, lo capisce. Oppone desideri, destino proprio, ma solo nella sua mente, in realtà tutto è a due e vorrebbe un’ attenzione assoluta, essere libera di appartenere ed agire in conseguenza. Non essendo così, si lascia andare all’obbedienza, si conforma agli ordini erotici, modella la sua vita su quello che le viene chiesto, immagina una conclusione comune come libertà condivisa, ma sente che l’altro vive più vite e lei è solo una di queste. Di questo colloquio con l’amato, molto avviene nella sua testa, anche la richiesta di rassicurazione continua per timore della perdita che sarebbe perdita di sé, è implicita. Chiedere troppo potrebbe implicare l’addio. Teme la fine dell’amore come fine propria e il dolore fisico indicibile che ne conseguirebbe, è sul crinale, ha paura, non rompe l’incantesimo e quindi non può andare per proprio conto, deve procedere.

Se qualcuno vuol sapere come va a finire meglio legga il libro, a me interessa capire perché una cultura così differente dalla nostra com’è quella giapponese e in autore così imbevuto di tradizione come Mishima, diventi tanto simile la paura dell’abbandono nei suoi effetti. L’abbandono non ha sempre avuto la stessa fisiologia in occidente, in epoche, anche recenti e attuali, dove le migrazioni sono frequenti, c’è quasi un’inclusione della modalità del lasciarsi nell’ordinato evolvere delle storie amorose. Prima per una necessità che era immanente, dettata dalle cose, ora per una sorta di termine dei vincoli. Per cui è anche strano che questo sentire si sia portato, intatto nel dolore che provoca, nelle vicende di una società come la nostra, più leggera nei contenuti, meno vincolata. Diminuendo i vincoli sociali e religiosi legati al contratto matrimoniale e alle storie amorose era sembrato inizialmente che i sentimenti perdessero incrostazioni, fossero più naturali e liberi, che le storie avessero un evolvere che tralasciava gli assoluti e puntava sulla realtà. Come vi fosse finalmente un primato dell’amore, soprattutto nella sua eguaglianza di sentire e che il resto assumesse man mano la consistenza degli obblighi e della loro soluzione sociale. Invece non è stato così e pur essendo diverse le situazioni in occidente a seconda del contesto nazionale -ciò che è normale in un paese protestante sembra non lo sia in un paese cattolico- l’amore ha evidenziato la difficoltà di essere simmetrico e ha forse accentuato il dolore dell’abbandono. Più libertà ma non eguale, più dolore nell’abbandono, ma non eguale. A ben vedere tutto come prima. Quindi una fisiologia dell’abbandono e del dolore connesso non si è sviluppata. E non parlo delle grandi storie d’amore, ma della quotidianità dell’incontrarsi, amarsi, tenere assieme l’amore, oppure lasciarsi. Che questo accada in ogni cultura, anche se in modi, e credo con intensità differenti, rendono l’abbandono un punto fermo di analisi. A partire dall’abbandono (o dal suo non esserci) si arriva alla tipologia d’amore. E qui, ancora, oriente e occidente si incontrano, l’appartenenza e il sono come tu mi vuoi, è dipendenza, snaturamento del sé. Ma se si chiede a chi percorre questa strada, ci si sente dire che questa libertà consegnata all’altro è prova dell’amore e ancor più è dono assoluto. Piegarsi diviene facile se l’insicurezza di essere amati è alta, eppure in tutte le altre manifestazioni del vivere la vita sembra continuare con gli stessi principi di prima, è solo in quell’ambito che non ci sono più resistenze. Se in una storia non c’è simmetria, qualcuno rincorre perennemente e oscuramente sa che l’abbandono è già compreso nell’inizio, quindi ciò che si vorrebbe, indipendentemente dai sistemi culturali in cui si è nati, è che quel destino fosse rovesciato, che non fosse vero. Così Taeko, immagina evoluzioni cruente e comuni, non riesce a vedere un futuro felice e trasferisce alla passione asimmetrica il compito di far coincidere con un dolore/piacere, il destino comune. Manca un’ ipotesi dell’abbandono come evoluzione della storia amorosa, anche come sintesi di realtà, come passaggio/nascita verso qualcosa di nuovo che sia maggiore perché comprende una crescita. Il dolore come riconquista del reale e di sé, l’amore come qualcosa che mentre segna le vite, le spinge avanti, fa desiderare un nuovo assoluto. Manca questo pezzo nella cultura e quindi ciascuno lo elabora come meglio crede, trova una soluzione oppure implode in ciò che non stato. E questa singolare comunanza rovescia l’analisi: per sapere chi siamo e come saremo amati dovremmo capire perché l’abbandono pesi così tanto in noi come paura assoluta. Anticipo di una solitudine, questa sì assoluta nel nostro vivere, una incompletezza a trovare l’altro e quindi a sentirsi amati per davvero. Manca una educazione ai sentimenti, e questo è così poco naturale da far presupporre che sia un’area lasciata intenzionalmente vuota, come se nell’infelicità degli uomini ci sia un esercizio di potere.

L’immoralista

Ci sono punti di saturazione, anche alla protervia, all’insipienza. Tutte qualità di chi ha troppe certezze, o forse altrettante debolezze da occultare. Sarà l’insofferenza a far ordine e così considero tempo perso commentare ciò che accade attorno, come se l’evidenza fosse di per sé esplicita.  E penso che chi scivola via indifferente, non coglierebbe comunque e chi invece s’accanisce, sul particolare mostra simmetrica debolezza. Lasciamo che il pubblico faccia ciò che deve e riposiamoci nel privato, che per chi ha conosciuto altri tempi, sa che quanto più ci si mostra tanto più diviene impudicamente pubblico, ma avverrà non nella sostanza, piuttosto nel gossip, nei recessi dove non si vorrebbe, nei retrobottega delle imprudenze per troppa sicurezza e presunzione d’impunità. Ci sono pochi ingenui, molti furbi, parecchi impuniti e corrotti, già questo basterebbe a far  pensare che sia l’illegalità e la corruzione il vero male di questa Italietta, e che non si prendono provvedimenti veri è perché sembra, oltre i casi eclatanti, che colpire i furbi sia una categoria mentale da moralisti, vecchi sognatori, noiosi. Eppure ciò che genera il brodo in cui nuotano le corruzioni è la furbizia perché per il furbo non c’è una legalità o un limite nell’impossessarsi di qualcosa. E quindi si esercita con facilità a partire dalla cosa di tutti e quindi, sembra, veramente di nessuno. È li, a disposizione del furbo, basta togliere qualche piccolo impedimento fuori tempo ed è sua.   Per questo non ho nulla da dire, sappiamo tutto tutti, ma se questa conoscenza non diventa esecrazione quotidiana, a partire dalle piccole cose, non sarà educazione al bene comune e quindi si lascerà alla magistratura il compito di colpire l’evidenza talmente evidente da non essere ignorata, ma è solo la piccola parte emersa di un iceberg che non muta quello che sta sotto.

la trappola del viso

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Si capisce dagli occhi, poi la comprensione scende alla bocca: il viso è oltre la maschera che indossa.

Parla d’appartenenza, chiede, sollecita, scrive su grandi fogli di carta bianca (mezzo elefante).

(Chi, dove, quando: che importa, bisogna violare le regole fuori dal palcoscenico)

Non sa cosa sia un tazebao, un samizdat. Questo mi confina nella coscienza d’aver vissuto. Irrimediabilmente. Quando si conosce il significato delle parole la vita è scorsa abbondante, si pensa di sapere e così si finisce in piccoli circoli dove non c’è la fatica di spiegare, ma solo noia d’aver saputo. Già, rimasugli, stanchezza.

Parole si accumulano sui fogli bianchi, legami di tratto grosso, colori diversi per addensare le idee. Il viso cerca consenso, dice per far dire. Indago sui sentimenti, butto parole esca. Appartenenza, come in amore. S’illumina, scrive: Appartenenza. E accoglienza, aggiungo. Si solleva un piccolo dibattito ordinato.

Cerco di capire se le piace essere accolta o appartenere. Che significa libertà in amore? Mi restituisce la domanda. Libertà in amore è mettere la propria libertà come gesto gratuito nell’altro, non è definitiva cessione, è a tempo, ma finché c’è amore la mia libertà si esercita, sviluppa, cresce nell’altro. Fiducia.

Lascio parlino, disquisiscano, discettino. Parole si aggiungono sui fogli. Ora sono davvero tazebao. M’interessa il volto, capire cosa nasconde. Ma davvero siamo così, con sentimenti sovrapponibili, emozioni che devono essere ogni volta nuove, bisogni da soddisfare e a cui dare nomi importanti? Oppure sinonimi. La fantasia si schianta nei sinonimi. Se davvero siamo così simili e ripetitivi per il 95% e anche più, credo sia noioso osservarci troppo. Però il viso è un buon libro da leggere, ha storie non banali, scritte con raffinatezza. Quella unicità che s’incide, si esprime (espressione) è il succedersi delle scelte, delle svolte. Le vie percorse sono intersecate come binari appena fuori stazione e le parole hanno preso altri significati anche quando ci siamo intersecati. La sovrapposizione è durata un poco, poi via verso un futuro ch’era d’uno prima che condiviso. Però ha lasciato traccia e sul viso si vede.

I fogli si riempiono, ormai è difficile cogliere i nessi. Metafora del vivere quando si vuole riassumere: troppo complicato. Perde definizione, sottigliezza. E le sfumature sono importanti, più della chiarezza. Che sia per questo che col tempo il mio scrivere s’involve, diventa contorto, si perde nei dettaglia a cercare il diavolo. Potrei far molto meglio, ma non c’è ragione.

Sollecita, conduce, riassume. Tenere o lasciare (le suggerisco), su questi due verbi, penso, si concretizzi ciò che davvero siamo. Tenere o lasciare.

Buona serata. Esco di scena e alla pioggia, l’aria farà bene. 

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Le ore sono scivolate nella condizione di asincronia. Nulla di grave, un po’ avanti, un po’ indietro. come se la realtà riottosa non volesse mettersi al passo e ballare assieme. Questione di ritmo, si dirà, ma perché adattarsi all’altro? Così quel leggero spleen s’è ingolfato nella sera, nei portici troppo pieni di luci, nella confusione del sabato, nei segnali d’una crisi che si voleva leggere tra i molti volti. E invece una pittrice da strada toglieva le sue sinopie dal marciapiede, contando monetine, qualche africano ridisponeva le merci taroccate: uguali a quelle vere, anzi migliori, puzzano appena di denaro e plastica. Il flusso, oh sì, fluxus, portava teste e piedi in una direzione e poi in quella contraria, avanti e indietro, instancabilmente, perdendo pezzi nei molti bar delle abitudini al passeggio. Ogni stagione ha i suoi percorsi, la mia aveva strade differenti, ma uguali modalità, un andare e tornare che era nei discorsi, prima che nelle gambe, le stesse cose variate e ripetute, come vi fossero pochi standard su cui far evolvere il ragionamento. Senza sapere avevamo il jazz in testa, e poi l’abbiamo perduto, barattato, venduto in cambio d’abiti eleganti, tranquillità apparenti, scarpe lucide e poco utili al passeggio. Del cazzeggiar passando: chissà come ci vedevano da dentro i negozi, dalla strada, dalle case che di notte sporcavamo lieti come cani finalmente liberati dai divani. Perditempo in attesa di nemesi e noi ridevamo in faccia agli intruppati, ai consenzienti, ai preti della medietà fatta filosofia di vita. Poi, nei percorsi circolari delle età, si capisce che è illusorio questo procedere del tempo, che l’abitudine è un cerchio forte e indissolubile, aduso a piegare, curvare ciò che vorrebbe procedere diritto, così torniamo sui nostri passi e quel flusso che ora osservo, la leggera asincronia, lo spleen, non era forse lo stesso che un tempo spingeva a ribellarsi, a uscire, a sbattere qualche porta e ora fa solo male appena e spinge a bere troppi caffè? Manca qualche pezzo nel meccano, c’hanno venduto una scatola tarocca, sarebbe stato meglio controllare, ma chi si preoccupa di ciò che manca quando ci sono così tanti pezzi da incastrare? Gioia pura il fare che si farà. E quelli che c’hanno donato la scatola, hanno cercato di fornirci ciò che mancava loro nelle vite di pregressa penuria: strano, ne avevamo in abbondanza. Ancora asincronia, ancora realtà fuori di tempo, eppure tutto si livella nel brusio collettivo, le devianze si colmano in buchi pieni di liquido che evapora, c’è un diffuso pensiero di dover essere che pare piacevole e a portata di mano. Se si staccano i pensieri di ciascuno, questi divergono, ma basta tenere tutto assieme, solo al solista interessa il suo strumento, nell’orchestra conta il suono e l’intelligenza s’uniforma.

ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia

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Nella sala, il bravo presentatore fa i complimenti al filosofo famoso. Con la moglie festeggia un lungo matrimonio. Ma egli non appare, nessuno dalla platea lo vede: s’è rintanato in galleria e osserva da distante, muto. Durante tutto il dibattito sarà un’ancora di salvezza quando l’argomentazione langue, si rivolgeranno a lui chiedendo consenso. Il dibattito ordinato proseguirà e le poltrone, rosso paffute, pian piano, si vuoteranno dei giovani. Gli anziani, si sa, durano di più, o almeno tra loro durano i curiosi che vogliono essere sorpresi da un colpo d’ala, oppure i metodici che non interrompono mai un libro a metà, o quelli che, assonnati, si fanno cullare dal suono fluttuante delle parole educate. Tutto continua cheto, finché un annuncio della famosa scienziata sul palco dirà che anche lui, il filosofo morale, se sta andando. Nessuno applaude: sembra la sua stanchezza faccia parte dell’episteme. Del resto la presenza non si è mai sostanziata sul palco, forse ci sono stati cenni, assensi, tra la sua solitudine e gli oratori, ma quasi nessuno li ha visti. Eppoi, se anche fosse salito sorridente a stringer mani, che avrebbe potuto dire? Un filosofo che frequenta la verità, sarebbe stato obbligato a rivelazioni poco solide d’assoluto, imbarazzanti. E se avesse tergiversato, parlando d’altro, d’etica ad esempio, come sua specialità, qualche intelligente avrebbe mormorato al vicino l’elogio della furbizia. Meglio lasciare tutto sospeso, avrà pensato, così infine se n’è andato. Adesso il teatro è al tempo stesso più vuoto e quasi pieno. La voce, un po’ nasale, del bravo presentatore, ha ripreso le fila, salmodiando saluti e complimenti, poi s’ è spinta verso altra filosofia: sembra legga un testo senza cuore, un foglio pieno di parole piccole e invece a ben guardare, sta procedendo a braccio. Così la filosofia sembra scienza ricorrente: oggi tocca a un anniversario, domani una presentazione, tra un mese un articolo, ogni anno almeno un libro. E le idee nel loro formarsi, nella severa quotidiana battaglia sembrano rumore lontano che si materializzerà già fatto. Nello spiegare la difficoltà del vivere col pensiero, nel cercare di rendere le vite con la loro eroicità tra il banale quotidiano, s’è persa un’occasione. Eppure bastava dire perché lei non gli chiede più quanto zucchero vuole nel caffè al mattino, ed è sempre sbagliato, e lui perché continua a mettere troppa marmellata nelle fette tostate, per capire che la filosofia in casa funziona più col silenzio dei piccoli compromessi, piuttosto che con una luminosa geometria del vivere. Ma questo s’è perduto e siamo tutto un po’ orfani di senso.