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Le ore sono scivolate nella condizione di asincronia. Nulla di grave, un po’ avanti, un po’ indietro. come se la realtà riottosa non volesse mettersi al passo e ballare assieme. Questione di ritmo, si dirà, ma perché adattarsi all’altro? Così quel leggero spleen s’è ingolfato nella sera, nei portici troppo pieni di luci, nella confusione del sabato, nei segnali d’una crisi che si voleva leggere tra i molti volti. E invece una pittrice da strada toglieva le sue sinopie dal marciapiede, contando monetine, qualche africano ridisponeva le merci taroccate: uguali a quelle vere, anzi migliori, puzzano appena di denaro e plastica. Il flusso, oh sì, fluxus, portava teste e piedi in una direzione e poi in quella contraria, avanti e indietro, instancabilmente, perdendo pezzi nei molti bar delle abitudini al passeggio. Ogni stagione ha i suoi percorsi, la mia aveva strade differenti, ma uguali modalità, un andare e tornare che era nei discorsi, prima che nelle gambe, le stesse cose variate e ripetute, come vi fossero pochi standard su cui far evolvere il ragionamento. Senza sapere avevamo il jazz in testa, e poi l’abbiamo perduto, barattato, venduto in cambio d’abiti eleganti, tranquillità apparenti, scarpe lucide e poco utili al passeggio. Del cazzeggiar passando: chissà come ci vedevano da dentro i negozi, dalla strada, dalle case che di notte sporcavamo lieti come cani finalmente liberati dai divani. Perditempo in attesa di nemesi e noi ridevamo in faccia agli intruppati, ai consenzienti, ai preti della medietà fatta filosofia di vita. Poi, nei percorsi circolari delle età, si capisce che è illusorio questo procedere del tempo, che l’abitudine è un cerchio forte e indissolubile, aduso a piegare, curvare ciò che vorrebbe procedere diritto, così torniamo sui nostri passi e quel flusso che ora osservo, la leggera asincronia, lo spleen, non era forse lo stesso che un tempo spingeva a ribellarsi, a uscire, a sbattere qualche porta e ora fa solo male appena e spinge a bere troppi caffè? Manca qualche pezzo nel meccano, c’hanno venduto una scatola tarocca, sarebbe stato meglio controllare, ma chi si preoccupa di ciò che manca quando ci sono così tanti pezzi da incastrare? Gioia pura il fare che si farà. E quelli che c’hanno donato la scatola, hanno cercato di fornirci ciò che mancava loro nelle vite di pregressa penuria: strano, ne avevamo in abbondanza. Ancora asincronia, ancora realtà fuori di tempo, eppure tutto si livella nel brusio collettivo, le devianze si colmano in buchi pieni di liquido che evapora, c’è un diffuso pensiero di dover essere che pare piacevole e a portata di mano. Se si staccano i pensieri di ciascuno, questi divergono, ma basta tenere tutto assieme, solo al solista interessa il suo strumento, nell’orchestra conta il suono e l’intelligenza s’uniforma.

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