l’europa è delle donne e dei giovani

Solo le donne e i giovani potranno far fare un balzo in avanti alle libertà e ai diritti. Solo loro potranno, magari con l’aiuto di molti uomini di buona volontà, bloccare la deriva di destra e di conservazione che ha fermato l’unica speranza che possa essere giocata nella globalizzazione: un’ Europa unita, politicamente ed economicamente, dove ci siano diritti spendibili, crescita compatibile, mobilità sociale, tutela dei beni comuni ed equità.

Sono loro, le donne e i giovani che più hanno da perdere in un mondo in cui la libertà di muoversi viene limitata, dove viene impedito l’esercizio libero dei sentimenti, dove alla religione laica della libertà si sostituiscono le religioni che discriminano, convertono obbligatoriamente, impongono una morale e un dogma.

In 50 anni nell’800, dal 1820 al 1870, un movimento di idee, trasversale alla società di allora, controcorrente, fece emergere gli Stati nazione, unificò ciò che pareva impossibile mettere assieme, prese la libertà e l’applicò alla costruzione di una economia e di una crescita scientifica senza precedenti. Come fu acquistata, la libertà in Europa venne perduta, solo dopo il 1945 ricominciò una crescita basata su nuovi principi. Ma l’economia e la finanza in particolare, hanno affievolito, assieme al benessere, la percezione che la crescita non è automaticamente il progresso sociale e civile di uno stato, di un continente. Dopo l’ultima fiammata del ’68, che ha costretto la politica ad occuparsi delle aspirazioni di una generazione, del genere femminile e della libertà, come elemento che cambia i rapporti, non c’è stato più nulla che spingesse governi, opinione pubblica, cultura a misurarsi con il tema delle libertà reali, dal bisogno, dall’ineguaglianza, dalla subordinazione, dai pregiudizi di genere, dalla sessualità consultata, dalle culture che negano la libertà.

Ciò che oggi viene descritta come una deriva populista di destra è certamente il timore di perdere privilegi e condizioni che appartengono a pochi e sono negate a molti, ma questo non vale solo nei confronti di chi viene da paesi extra europei, bensì vale per i cittadini della stessa Europa. La speranza di avere un posto di lavoro che corrisponda a ciò per cui ha studiato per un giovane, è talmente bassa che viene considerato un valore la flessibilità intesa come modalità di fare qualsiasi cosa. La speranza che queste generazioni hanno di avere una tutela, almeno equiparabile a quella goduta dai propri padri, è inesistente. Le donne, hanno una difficoltà crescente a veder riconosciuti diritti che appartengono alla persona e che sono tutelati in modo differente nei vari stati e i processi di equiparazione delle normative che riguardano i generi sono solo sulla carta e spesso neppure su questa. I movimenti anti europeisti non hanno nei loro programmi l’estensione dei diritti, non hanno la formazione di una Europa unita e libera dai confini, non hanno sistemi economici coordinati ed interscambiabili. Anzi hanno al loro interno, chiusure, protezionismi, limitazioni, sessismo di genere, enfatizzazione della cultura nazionale o religiosa basate su presupposti che non sono verificabili se non proprio attraverso quella libertà di capire e contaminarsi che è sempre stata propria della cultura europea. 

Quindi quello che si prospetta è un mondo chiuso, dove ci si difende con i muri, dove la libertà è limitata da leggi eccezionali che diventano normali, dove la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci viene regolata, contingentata, impedita.

Chi ha da perdere in questo processo sono le parti sociali più deboli, i giovani, le donne, a cui viene – e verrà preclusa – la possibilità che i diritti siano estesi, che ci sia una normalizzazione delle libertà di essere con l’unico limite posto dalla violenza sull’altro. Per questo mi aspetto che ci sia una coscienza della realtà e un risveglio, dei giovani e delle donne, che essi dicano la loro sul mondo che vorrebbero, che lo sostengano, che impongano la discussione delle loro esigenze, che non aspettino da altri quello che da questi non potrà mai venire.

certe cose cominciano bene

 

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Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito: il tempo leviga le cose.

Fa attrito il bene?

E cosa ne resta nella sua immagine polita che conserviamo in noi?

Nel rinnovarsi cosa diventa?

E, ancora, cosa affatica dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?

Il ripetersi mai eguale, torna, per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati, respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa.

C’è un ansare che è fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, ché non sarebbe capito, sarebbe un’offesa. E intanto, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli, cercato tra gli spazi.

Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.

Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.

fuor di retorica

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La retorica è una cosa buona e seria, ha un suo luogo e una sua dignità. Ma non gioca con i sentimenti. E quella farlocca stanca. Per cui sono stanco di magie del natale, di marsigliesi, di rivalutazione della cultura che c’era pure prima dei morti di Parigi, di crociate che sconfiggeranno l’isis, ma non mi dicono cosa ci sarà dopo in medio oriente. Sono stanco e proprio per rispetto non parlo dei morti, dedico loro il mio silenzio, la mia riflessione e ciò che posso fare. Cerco di capire il mondo che mi sta attorno, di vederne le connessioni e non ho le conclusioni, ho opinioni. Questo non basta a me, agli altri non so, ma sento l’insufficienza dell’analisi e l’incapacità di superare i limiti del momento. Un progetto del mondo include la necessità di enunciare ciò che accadrà dopo, a obbiettivi raggiunti. Ma siccome i fini non dicibili, giustamente non si dicono, le questioni che attengono alle opzioni individuali sulla libertà propria e altrui vengono sottaciute, poiché si esclude un ruolo attivo dell’economia nel ridurre la diseguaglianza e far crescere la spendibilità dei diritti, allora anche le parole sono sempre parziali e diventano incomplete e non vere. Ciò che si dice ai funerali riguarda i morti e i vivi e se si vuole dare una speranza ai secondi si dovrebbe uscire di retorica, testimoniare la propria insufficienza, scegliere delle opzioni che definiscano l’identità e la cultura di chi vive. Questo sarebbe un passo avanti, una dimostrazione di forza interiore, ben più complicata di quella esteriore, che infine potrebbe includere e far sentire che non c’è uno scarto immane tra chi decide e chi è deciso, che la civiltà include e accoglie, vive e si perpetua, e soprattutto indica i suoi obbiettivi con chiarezza, affrontando le contraddizioni, e che quando esercita la forza ne specifica bene le ragioni e il fine.

In Syria, qualche anno fa, all’inizio della guerra civile, ero in un villaggio di poche case vicino a una delle oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Guardando quelle persone, che vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo, pensai che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’una o dell’altra parte, subendo e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. E in quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città: amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare, era perché sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Ma le cose buone duravano e loro attendevano quelle per lasciare la paura. Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obbiettivi, uniscono rispettando i vivi e morti. Ma forse anche questa è brutta retorica. 

cara .marta

 

Cara .marta,

…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua,  e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.

Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.

La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?

Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.

Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono  persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.

Con affetto

willy

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a. Ma allora è solo un rapporto di dare e avere, di generosità e avarizia. E quel rischiare fa parte dell’animo generoso che osa, forse non ha meriti perché è portato ad essere così, mentre invece è assente in chi ha paura di perdere ciò che non ha, e crede di avere. Ma anch’egli è così …

b. Non so dove finisca l’indole, la predisposizione. Di certo ciò che facciamo è una risposta  a una richiesta profonda. Le cose sono tangibili, tenerle strette è uno specchio dell’intangibile, cioè quello che muove i nostri pensieri, le nostre azioni. Non è un ragionamento binario, nei sentimenti, nell’amore c’è tutto: la paura, l’entusiasmo, l’insicurezza, la gelosia, la certezza, il coraggio e la codardia. Poi, come in una carta geografica, si tracciano confini, si mettono colori differenti per distinguere le pulsioni, i desideri, le condizioni. Vengono stabilite le connessioni, le strade. Si fissa la loro importanza. Ti ricordi quel verso? Metterò un oceano tra noi e non basterà. Le mappe servono per capire, per stabilire ciò che si vuole davvero possedere, non sono il catalogo delle cose, ma dei desideri che potranno essere oppure non essere.

a. Quindi tu dici che tutto si riporta a noi. Che è necessario coprire quel primo tradimento, quell’interruzione di protezione che ci viene dalla nascita e che tutta la vita ulteriore è una ricerca di fissare un confine che ci permetta di comunicare. In fondo l’avarizia, ossia la paura di non avere il necessario dagli altri, l’amore che ci rende liberi dal possesso, è una carenza di fiducia. Ogni rottura nasce da una mancata risposta di qualcosa che è sentito come necessario. Le cose finiscono ben prima tra le persone di quando diventano evidenti. C’è qualcosa di essenziale che non basta e non viene dato. Forse per questo subentra la paura di lasciarsi andare, c’è il ricordo di infinite sconfitte e insieme il bisogno di vincere. Almeno una volta vincere. Però al tuo discorso sulle mappe manca una dimensione, il tempo. Il tempo agisce su di noi, sulla nostra capacità di speranza, sulla possibilità di condividere la verità profonda che conteniamo. In fondo restare alla superficie consente di muoversi, di trovare equilibri, di vivere insomma, mentre cercando dentro e in profondità, si trovano le contraddizioni, la nostra stessa difficoltà di vivere con noi. Noi vorremmo qualcuno che ci accudisse, e più che fare i conquistatori, essere conquistati.

b. Il tempo quando si tenta di costruire una comunicazione profonda semplicemente, non c’è. È un per sempre finché dura la comunicazione, finché c’è volontà di accorciare le strade, di mettere in comune i propri territori. Attorno vedo spesso silenzi camuffati da dialogo, solitudini spacciate per compagnia, ma i conti li facciamo con noi, non con chi ci vede. È vero che il tempo agisce su di noi, ma agisce diversamente se abbiamo qualcosa da mettere in comune, se prosegue il lavoro su noi stessi. Restare alla superficie consente il tradimento senza consapevolezza, senza mutamento. Essere accuditi e accudire in fondo coincidono.

a. Sai che ti dico, che è tutto in superficie, che anche quando conosciamo le meccaniche e le cause poi continuiamo a compiere gli stessi percorsi appena modificati. Che educarsi alla geografia e all’esplorare deve superare un’indole e questo è fatica. Siamo così imperfetti che usiamo la ricerca della perfezione come un mezzo per non accettarci, per non riconoscere d’essere contraddittori. Noi perseguiamo il culto dell’immagine, dell’apparenza perché la profondità e la solitudine da attraversare sono fonte di paura assoluta. Perché ci si accontenta raccontando il mito della perfezione. E questo fa rimanere alla superficie, al tangibile, alle cose, ben più facili da amare e tenere rispetto al profondo che è rischio di perdere tutto. Che amare è apertura illimitata di credito alla fiducia dopo essersi sentiti traditi. Hillman ci racconta il tradimento della fiducia come percorso di crescita, come affrancamento e libertà, ma non è una condizione felice e dopo il tradimento non si sarà più gli stessi di prima.    

b. Hillman racconta una relazione che diventa comunque più profonda, che diventa reale perché passa attraverso il disincanto. Ha ragione eppure non lo sento in contraddizione con le mie mappe. In fondo abbiamo bisogno di capire chi siamo e solo i sentimenti e l’amore definiscono il nostro perimetro. Poi potremo decidere se vogliamo esplorare o meno, ma serve un segno, una freccia che dica: io sono qui. Abbiamo cominciato con la metafora del navigare, ma andare verso qualcosa è una conseguenza, come la voglia di fuggire. Dovremmo chiederci cosa ci sta dietro. C’è una rivoluzione in atto nel comunicare (che significa andare verso qualcosa, verso un altro, il mostrare per scoprire), ed è lo smartphone come porta di accesso al virtuale che cessa di essere tale, ma diventa luogo del non rischio, del mostrare più identità. Non so cosa significhi nel profondo, se sia uno stare alla superficie o rivelare pezzi di sé che qualcun altro dovrebbe ricomporre, quello che è certo è che sta disgiungendo l’affettività iniziale dalla scoperta. Potrà venire dopo l’amore o il semplice affetto, ma si comincia dalla curiosità e dalla superficie. Però io penso che se si vuole un senso bisogna cercare con determinazione una risposta vera e la domanda è molto semplice e difficile: ma io voglio davvero affrontare il rischio di mutare la mia vita per dare risposta ai miei bisogni, oppure mi accontento? 

forse continua

15/11/15

Non è facile pensare. Neppure dopo due giorni. Aleggia un senso di scoramento, assieme all’intelligenza di non avere riferimenti. Neppure le parole sono più certe. Che significa terrorista se non è evidente il fine del terrore? Oppure il terrore ha un significato in sé e si ferma ad esso? Pensando al passato il significato traballa, si disgrega. Che mondo abbiamo contribuito a creare? È certo che siamo tutti coinvolti, ma non abbiamo la stessa percezione, la stessa cultura che indichi soluzioni comuni. Vicino e lontano diventano categorie della solidarietà, dell’amore. Ma così vincerà l’improvvisazione e l’approssimazione di chi ci comanda, trionferà il relativo, la vita perderà valore mentre si useranno le parole di prima. Si parlerà di certezze e di esattezza mentre esse sono in elaborazione, anche il fine, o i fini, si costruiranno in corso d’opera. Insomma non ci sarà verità e neppure la sua ricerca, e così saremo tutti più insicuri.  È la precarietà che ritorna dopo che si pensava di averla sconfitta negli animi ed ora ci investe ed assume i connotati della modalità del vivere.

Allontano, non ci penso, rimuovo. 

Così ad uno ad uno, ci separiamo sperando tocchi ad altri, sperando sia lontano. Emerge ancora il lontano come misura del vivere tranquillo, ma così nessuna causa, sarà degna d’essere combattuta, l’importante perderà significato mentre ci si allontana. Perché accade? Avevamo a disposizione 25 secoli di pensiero, 70 di storia. Avevamo a disposizione il mito e la sua buja ripetitività nelle menti. Avevamo i testi scritti, si sapevano le implicazioni. Due secoli di sociologia inutile. Psicologia da gettare. Ci siamo fidati della potenza e del potere, del denaro e della tecnologia invece che indagare nella poesia e nel disagio. Chi è sicuro nel suo letto, ora che il bujo non resta oltre gli scuri ben serrati?

Ho fatto i gesti pieni di simbolo, ho acceso una candela sul davanzale. Anche stasera. Ma so che chi dovrebbe vedere non vedrà, che molti passeranno indifferenti, che dirsi francesi non serve a nulla.

Chi capisce ha paura. Come cuccioli ci stringiamo per sentire il calore dell’altro, cerchiamo il corpo vivo che significa sentimenti e amore disponibile per noi. Vicini, vicino.

Le foto sui giornali (i nostri giornali perché per altri sarà tutto distante), le immagini televisive mostrano corpi nel freddo delle vie, luci che lampeggiano, uomini che si muovono in fretta, fatalità che colpiscono. È questa insicurezza che sgretola il mondo. Quello vicino. Non nobis domine. L’invocazione funziona a senso unico, è l’impotenza. Viene distanziata anche la fortuna, anche la possibilità cessa d’essere intera: basta non tocchi a noi.

Dimenticheremo presto, perché vogliamo dimenticare. Resteranno numeri, date, e le vite perderanno consistenza. Penseremo che il caso, solo esso, le ha messe nel posto sbagliato, nell’ora sbagliata. Resterà l’inquietudine. 

È così enorme l’inconosciuto che deriva da ciò che non si è fatto, da ciò che si farà, che solo la speranza ci potrà dare l’illusione che il mondo muti. Che il mondo si metta in ordine, il nostro ordine, senza che noi facciamo nulla. 

la notte del mondo

Le notizie casualmente, o forse no, riempiono la notte.

Prima 18, poi 40, ora 60, i morti a Parigi, crescono col passare dei minuti. Non basta, non basterà la matematica dell’orrore per capire, per riempire di pensieri coerenti la mente e il fare. Le immagini mostrano persone che seguono l’evolvere degli eventi attraverso i telefonini. Altri si abbracciano. Persone apparentemente ignare passano in bicicletta accanto a poliziotti in armi. Chiedono, vengono allontanate. C’è chi è calmo e cammina, altri corrono. Luci lampeggianti, rosse, gialle, blu. Il blu come mai prima, è il colore del veleno che corrode la calma, la quiete apparente delle vite. Dalla sorpresa, si scivola nel timore, lo si legge negli occhi e nei gesti.

Adesso le immagini vengono rimandate in loop. Sono sempre le stesse, sintomo anche loro di confusione, di assenza di testimonianze vere. Parigi è sotto attacco terroristico, tre attentati a Parigi, tutti in luoghi molto affollati, tutti fatti per uccidere inconsapevoli. Vorrei soffermarmi su questa parola: inconsapevoli. Lo siamo davvero oppure stiamo rimuovendo i problemi che la realtà ci pone davanti agli occhi? Tutto è correlato nel  mondo interconnesso, ciò che viene accantonato, non compreso, emerge e azzanna. La strategia è quella che nessuno si senta più sicuro nella propria casa, nelle vie che percorre abitualmente.

Adesso annunciano un’altra sparatoria in corso.

Il mondo ripiomba nella notte.

Non basta rimuovere la paura, non abbiamo saputo conservare il giorno, la luce, dopo la seconda guerra mondiale. Ormai non basta più che le cose sembrino distanti, è tutto vicino. Il presidente Hollande annuncia lo stato di emergenza e la chiusura delle frontiere.

È come se la storia seguisse lo scorrere delle ore e alla luce facesse seguire l’oscurità, tornando, diversa e terribile, su se stessa..

 

veloce vorace il bacio

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della tua velocità vorrei dire,
 
del tuo correre incontro,
 
del ribollir d’amore,
 
della libertà che si spoglia nel profondo,
 
della pelle nuda goduta,
 
lanciata, gridata, sussurrata,
 
ma che ancor più…
 
Ancor più vive e cresce nel lampo d’occhi,
 
e prima di socchiudere,
 
scruta l’ attimo, scava,
graffia d’intuito l’infinito,
 
veloce, vorace come il bacio,
 
come solo una carezza che entra,
 
e un corpo che non s’accontenta sa fare,
 
ma vuole il cuore.
 
E cosa meno del cuore
 
può accontentare l’essere?

pulviscolo

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Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.

4 novembre

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Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo.

Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva, senza poi traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme.

Neppure una certezza. 

Di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi, fu fortunato: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia e così non fu un disperso. Morto definitivo.

Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che in quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che la sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati, restando una petraia bianca, aspra.  Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde.

Di Te non restava nulla oltre al nome. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma lo ro ti volevano, ti vogliono? Gliel’hai mai chiesto?

Mi piace immaginare che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme.  E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio,  con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro.

Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto. Che ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto, coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque.

Tutti avete lasciato traccia in noi.

Voi tutti.

Siete.