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Contando su molte pazienze ho conservato software datato, bello, non più riproducibile sui sistemi attuali e così ho conservato anche l’hardware necessario. In informatica ciò significa sistemi operativi, manuali, vecchi pc, ecc. I programmi sono incredibilmente lenti e schematici, richiedono pazienza per installarsi e poi faticosamente funzionare. Tutto è apparentemente semplice, anche se emergono raffinatezze deliziose fatte per sopperire l’esigua potenza di calcolo a disposizione. Non è diversa la situazione nella riproduzione del suono, anche se più immediata e facile: sono rimasti i giradischi, i lettori di cassette, i riduttori di rumore, registratori a nastro, bobine, cassette. Un sacco di meccanica datata, di elettronica tangibile fatta di circuiti stampati con piste di stagno, resistenze, condensatori e transistor visibili. Ci sarebbe anche qualche valvola ma è meglio non esagerare. Ronzano pianissimo piccoli motori elettrici controllati da elettroniche, cinghie e pulegge, trasformatori toroidali, lucine non ancora led. E i suoni escono gagliardi, a volte imperfetti per età, altre volte così nitidi e sorprendenti da provocare l’emozione del concerto dal vivo. Nulla è mai piatto e  scontato nell’uniformità.

In questa memoria fatta d’immagini e suono, i programmi allora raffinati e “pericolosi” per la capacità di elaborare dati in proprio e non d’essere ostaggio dei dati altrui, appaiono anacronistici nell’età dell’identità consegnata all’ammasso. Pur con la meraviglia di allora per la tecnologia, vi si trova disseminata nella costruzione e nell’uso, una resistenza al digitale che è predilezione per l’analogico ovvero per l’approssimare sino a coincidere nell’infinita scelta che sta tra lo zero e l’uno scomposto in frazioni. Tutto questa ferraglia funzionante è ormai storia sociologica prima che cronologia di eventi e rivaluta l’inutilità come strumento per capire il mutamento. Il presunto progresso è stato una cessione infinita di originalità e differenza, prima economica a pochi monopolisti, poi personale, a infinite banche dati che non prevedono più, ma orientano i nostri gusti, le scelte, ciò che è importante da ciò che apparentemente non lo è. Un gigantesco presumere collettivo dell’utilità che stabilisce il primato della tecnologia sul progresso, dell’io presunto sul noi consapevole. Tra non molto la posta scomparirà, la scrittura come la capacità di far calcoli diventeranno curiosità, l’intelligenza per una ricerca su libri come potenzialità propria e non del motore di ricerca diventeranno residui di capacità. Come la mia musica registrata e non ripulita digitalmente, riprodotta da altoparlanti precisi come lenti Leitz, e molto fedeli. Analogicamente fedeli. Il fatto è che per disattenzione si è perduta la capacità inventiva e sognatrice dell’inutile e introdotta l’insaziabilità della perfezione. Il perfetto elimina tutto ciò che non lo è e quindi non è strumento ma demiurgo di presente e di futuro. Orienta l’ingegno all’interno dei suoi parametri, fissa limiti e confini oltre i quali ci sono esseri inutili e bizzarri che si nutrono di particolari, di connessioni singolari, di analogie. Una riserva da tollerare ma inutile, profondamente inutile a cui si deve scegliere di appartenere. Per l’appunto.

appartenere

Appartenere, ecco una parola chiave della vita di relazione: si appartiene sempre a qualcuno, nel senso che si colloca in chi si ama, l’amore e noi stessi. Naturalmente ci si attende di essere contraccambiati. Dare amore e attendere di riceverlo, pare sia molto comune. Se però la persona in cui si è riposto amore appartenendo, non risponde, che accade? E non accade solo con le persone ma anche con i processi che implicano una attesa, una passione: la politica ad esempio, o le persone vicine, col lavoro. Si confonde allora la causa con l’effetto: ci si lega per ricevere amore. E qui non si sta più bene perché non si appartiene ma si dipende. Ad alcuni piace questo essere d’altri senza contraccambio, e lo trasformano in dedizione (anche se contemporaneamente avviene una idealizzazione della persona amata), ma spesso è una disgrazia. Un black hole che si crea dentro e divora tutto portando le sensazioni, i rapporti, l’amore stesso, nell’universo dell’anti amore ed è come per l’antimateria: si annulla tutto e non si produce energia. Per questo l’appartenenza dovrebbe essere accompagnata da un’altra parola: libertà ovvero essere liberi di appartenere o meno. Per non scivolare nell’antimateria, per evitare il nulla. Ma qualcuno (molti) potrebbe considerare un calcolo la forza di conoscersi, la capacità di restare se stessi anche nell’appartenere, trovare che ci sia una sorta di pusillanimità nel mantenere una riserva all’assoluto, eppure se l’appartere è reciproco allora c’è l’assoluto (uno degli assoluti, magari un buon assoluto)  a disposizione e due libertà che si uniscono e nessun buco nero con due persone che restano se stesse senza dipendere. 

dell’urtare la sensibilità

Discutevamo, ieri sera, tra persone che si conoscono. Eravamo, in una stanza accogliente, fresca d’aria condizionata, mentre fuori restava il rumore, e una città bella immersa nell’umidità e nel calore della notte. Discutevamo, si fa ancora, non stupitevi, dei guai della sinistra italiana ed europea. Dei problemi evidenti del mondo e dell’incapacità di dare loro una risposta, una soluzione. Risposta e soluzione sono azioni diverse, la prima appartiene a chiunque governi, ed è il terreno su cui dovrebbe venire giudicato, la seconda è di chi analizza e imposta il cambiamento  della società. Ecco, alla sinistra spettano risposte che siano coerenti con le soluzioni. Da questa premessa deriva un’ analisi e una coscienza del mondo che parte dall’uomo e dai suoi problemi e deve indicare soluzioni. Si discuteva con convinzione e finché noi accennavamo ai problemi di comprensione, alle incapacità che pervadono tutti quelli che hanno coscienza della complessità, ma anche dei bisogni della società, un tir intenzionalmente disseminava morte, uccideva donne, uomini, bambini a Nizza. Uccideva cercando le vittime, voleva uccidere persone inermi, quante più possibile, in una parte della città destinata all’incontro, alla piacevolezza dello stare assieme.

Leggendo le notizie a notte fonda, mi era tornata alla mente la pazzia del pilota che ha schiantato l’aereo sulle alpi francesi. Ma questa non era pazzia e ancora una volta avveniva un massacro, in una città francese, europea. I massacri oscuramente si pensano destinati ad altre parti del mondo: Bagdad, Islamabad, Damasco, Istanbul, Kabul oppure Nairobi, Abuja, Mogadiscio o ancora le Filippine, o l’Indonesia o in altri cento luoghi che sono semplicemente più lontani di Nizza. E se essi accadono mentre noi ignari, come ieri sera, parliamo d’altro, si allargano le braccia: è il mondo.  Ma adesso si sente l’alito della bestia, che s’avvicina, e con essa il pericolo. Si estende l’insicurezza, subentra il senso di inanità, l’incapacità assoluta ad affrontare la realtà se è vicina. E allora il discutere diventa vuoto, la prospettiva inutile e la dittatura del reale e del presente subentra al ragionare, al cercare soluzioni. Emerge la nostra misura che oscilla tra il voler comunque contare in una soluzione oppure nello sperare fatalistico che tocchi ad altri.

Repubblica on line e altri quotidiani nel riportare le fotografie del massacro mettono come prima immagine un riquadro nero con la scritta: queste immagini possono urtare la vostra sensibilità. E’ una scritta ambivalente che mette in pace la coscienza di chi pubblica, che attiva quelli che cercano sensazioni forti, che accentua il rifiuto della realtà degli altri che guardano ma non vorrebbero vedere. E prima di vedere l’orrore, mi chiedo cosa sia oggi la mia, la nostra sensibilità, e cosa essa possa produrre di concreto, perché la sensibilità orienti e rafforzi effetti gestiti da altri.

A cosa sono sensibile? All’immagine della bambola accanto a un corpo che non ha più calore e vita, avvolto in un lenzuolo riflettente, al bambino annegato e deposto sulla spiaggia , all’altro bimbo che si trascina esausto mentre un avvoltoio lo guarda e aspetta? A cosa sono sensibile e cosa provoca in me questa sensibilità?

Posso accontentarmi dell’orrore, della rabbia, della ritorsione per rispondere (ecco che la risposta come richiesta immediata ad altri, emerge) e rendere più complicato a chi vuole uccidere, il raggiungere lo scopo?

Quei morti che si vedono nelle immagini, hanno bisogno di un senso. Non sono un prodotto della pazzia. Il senso e la pietà li dobbiamo a quei corpi ora senza vita, che avevano sogni, desideri, che volevano vivere e star bene. Devono avere una memoria che non sia un fatto di cronaca che scompare. E quindi non posso derubricarli a un maledetto 14 luglio.

Ed allora accetto che la mia “sensibilità” cresca con due o tre variabili: la distanza, l’appartenenza nazionale delle vittime, la loro età e se accetto questo sentire che mi sembra naturale, tutto il resto, ovvero la soluzione del problema diviene urgente oppure si sposta nella risposta sottocasa, nel muro entro il quale non vorrei recludermi?

Teoricamente dovrei essere sensibile alla sofferenza e all’ingiustizia ovunque essa si manifesti, ma capisco che non è così e allora torno sulla presunta sensibilità, che è qualcosa che si maneggia e si relativizza e produce effetti solo in termini di adesione a una risposta più che a una soluzione. Voglio che la mia sensibilità non venga urtata e quindi aderisco a una risposta che sembra dare più certezze, più sicurezza, sempre con quei tre parametri della distanza, nazionalità, età. Non sto cercando il benaltrismo di sinistra che rinvia le soluzioni a chissà dove e chi, voglio semplicemente essere più sicuro. Ecco che si palesa il limite dell’etica, della mia e credo di quella di tanti altri, bisogna riconoscere il limite per superarlo, lasciarsi urtare e riflettere.

Il mondo è in sofferenza, ribolle, ci sono reazioni in atto che in un tempo recente non avvenivano, ma non perché ci fosse un ordine più giusto e umano, no, anzi era peggio, però scegliendo la pace vicino a casa si è pensato che il resto in termini di giustizia ed equità sarebbe venuto di conseguenza, ma non è così. I problemi sono tutti sul tavolo e non c’è una strategia per togliere tensione, per rendere esecrabile la violenza, ad esempio oggi il presidente francese ha detto che i bombardamenti in Siria e in Iraq verranno intensificati, cioè verranno uccisi molti più civili ignari e innocenti di quelli di Nizza e questo a cosa servirà?

Sono così confuse le mie idee di fronte a questa realtà che hanno bisogno di trovare un senso, un collocarsi ordinato che proponga davvero una soluzione, che dica dove stare e che allarghi la sensibilità. Che faccia di quest’ultima strumento per risolvere. Ne ho bisogno perché le fotografie non devono restare tali e al più possano “urtare” la quiete, ne ho bisogno per capire che questo non è un mondo quieto, non è un mondo in pace.

 

 

lenti camminare

Camminavamo lenti. O almeno non così veloci come il mondo pretendeva. I discorsi erano fatti di telepatie, parole, silenzi e risate. Mancava un copione ben scritto. La vita reale è così, una pessima scrittura piena di puntini di sospensione. A me mancava la definitezza delle frasi, ma era un’impressione. Non mi mancava niente. Solo in qualche occasione emergevano quei discorsi densi di significato e di aperture, si dipanavano e avevano molti bandoli segno che dentro il filo si era spezzato più volte e semplicemente si era riavvolto su altri fili. Possibilità multiple ed apparentemente equivalenti, o almeno così sembrava. Vedevo nei film, leggevo, un modo di vivere alternativo anche quando sembrava parlassero di noi, era la realtà che non lo consentiva ? E quando il dialogo diventava avvincente, a tratti definitivo, e apriva la mente, costellava di lampi la percezione, quando ciò accadeva era così raro da lasciare un bisogno di appunti perché sembrava si sarebbe perso molto del possibile.

Camminavamo lenti su sentieri in parte conosciuti, alcune scelte erano state fatte, mancavano quelle successive e sarebbe stato bello discuterle, approfondire, scartare, tenere. Di quel camminare ricordo. Ed è già una frase sgomenta, un aver lasciato scorrere mentre ancora scorreva e poneva domande ai nostri silenzi, il vivere. Tenere le difficoltà altrui come proprie, farne similitudine ed esempio e sapere che non serviva a nulla, che il dolore un poco contagia ma la gioia ha altre necessità per essere condivisa. Produttori di silenti analisi, presunzioni per difesa e poi comunque camminare. Eravamo tristi? No, ridevamo insoddisfatti, qualcuno era troppo solo e la solitudine genera attese, bisogni che si colmano per un momento. Tutto quel desiderare per coprire altre domande, presumere di essere solamente  perché c’era un acuto di piacere. Un’ identità sommersa, disvelata e subito spenta. In quel bisogno di parlare arrivando all’osso delle cose, sentire finalmente qualcosa di candido e duro oppure tacere perché non si può dire. Se non a volte. E non è come nei romanzi o nei film, qui la sceneggiatura era lenta e ricca di puntini da riempire. Un gioco di parole senza né capo né coda. Ecco cos’era. Pensare, tacere, ascoltare, ma anche parlare e lenti camminare.

c’è una mucca in corridoio

La situazione è complicata. Maledettamente complicata. E il rischio di confondere ragionevolezza con real politik è alto. Poi sotto traccia convivono i migliori e peggiori istinti di tutti quelli che un qualche conto in sospeso ce l’hanno, e sanno che se ci si siede sulla sponda del fiume qualcosa passa, non di rado è il cadavere di quel qualcosa, sistema o uomo, che pieno di boria si è infinitamente proposto come il migliore è semplicemente non lo era. Ma si può vivere sempre sulla sponda del fiume? Ad alcuni, non pochi e furbi, questo riesce, ad altri no. Questo riguarda tutti a partire dai partiti. Ma sembra si paesi sempre del PD e Il m5s come sta? Non benissimo se si osservano le pratiche da vecchia Dc che mettono assieme la giunta di Roma, gli scheletri a zonzo per i corridoi, mentre fuori ci sono le attese che non possono attendere. Marino era un mostro di cambiamento visto ora. Non c’è di che essere soddisfatti, però mi fa specie che chi ha perso malamente cominci a compiacersi delle difficoltà del vincitore. Ma anche questo è un modo per non fare i conti con le sconfitte. Non si è mai fatto questo conto ed è un’anomalia dell’Italia, qui si deve sempre vincere oppure non se ne parla. E così negli anni c’è stato uno smottare lento verso il fiume, chi è furbo si salva, gli altri semplicemente si disamorano. Eh si perché stranamente anche nella gestione della casa comune serve amore e autocritica. Non va bene l’autocritica? Almeno un po’ di sana autoironia che attraverso la percezione del proprio limite veda i problemi degli altri, dica che si è sbagliato e che si vuole cambiare assieme. Non questo racconto infinito di successi dentro una realtà fatta di crisi e di bisogni primari negati. Ha ragione Bersani quando con una delle sue metafore parla del non accorgersi della mucca in corridoio. È una casa comune che va a fondo, con allegra rappresentazione dei propri successi (?) si vuole ignorare che l’Italia è in crisi, che l’Europa è in disfacimento, che il mondo non è pacificato anzi comincia a considerare strutturale il terrorismo. Come dire: è un prezzo da pagare alla diseguaglianza, all’incapacità di affrontare i problemi delle persone, allo strapotere dei pochissimi rispetto alla miseria della maggioranza. Risalire dal greto del fiume per riprendere in mano, con umiltà, il proprio destino. Considerare che siamo davvero in una casa comune, che ci sono beni da non buttare e hanno nomi impegnativi, dignità, lavoro, legalità, onestà, tutela dei più deboli, diritti comuni, dovere civico, costituzione, ecc.ecc. Farlo con coscienza del limite, rispetto e attenzione e per favore smettiamola con la narrazione che racconta altro da ciò che si vede e fa perdere la voglia di ridere quando serve davvero. La narrazione è triste se non dice la verità, toglie la capacità di distinguere e disamora. E questo è un guaio, davvero un guaio per il presente e il futuro. A chi piacerebbe vivere in un Paese di indifferenti?

Carlos Kleiber e la bellezza

 

Ascolto Carlos Kleiber da molti anni, sempre ho provato gioia, emozioni intense, commozione. Alcuni ascolti sono stati così definitivi da considerarlo il più grande direttore del secolo scorso, mi è accaduto dapprima con la 4 sinfonia di Brahms, poi la 7 e la 6 di Beethoven, poi il resto. Lo so che non è così ma ascoltavo e riascoltavo e mi piaceva ancora di più. E cercavo altro, anche se purtroppo non era moltissimo, ciò che era stato inciso. E mi piaceva, era un innamoramento che ancora dura e mi dà molto.

Carlos Kleiber era figlio di un grande direttore  Erich Kleiber, che se n’era andato dalla Germania per incompatibilità con il nazismo. Il figlio è diventato uno degli interpreti (forse il più grande) di Richard Strauss che certamente nel nazismo non era stato male visto che era il presidente dell’associazione dei musicisti nazisti. Se conoscete l’emozione che può dare la musica, il sentirsi tutt’uno con le note, le tempeste emotive che ne derivano, allora capite che solo alcune persone possono risolvere le contraddizioni tra opera e vita, e che in quel momento con l’arte, il gesto unico, le riscattano, mostrandone la bellezza del pensiero che si fa opera. A questo servono i concerti, le esecuzioni dal vivo. E chi ha la gioia di ascoltare un grande tiene poi con sé un pezzetto della sua grandezza, ne è compartecipe. C’è una contraddizione tra bellezza e bene che pare insolubile. Noi tendiamo a trovare il bene nella bellezza, il buono, il giusto in essa, ma la cosa non è correlata. Un animo grande spesso è anche buono, ricopre un ruolo che indica a se stesso e agli altri, pensiamo, ma non è quasi mai così davvero. Nella bellezza c’è un conformismo che solo il transitorio assoluto elimina. Voglio dire che se Heidegger, o Strauss, o Majorana, o Marconi, o Pirandello, o Pound, o Furtwangler, e quasi tutti gli altri cervelli che aderirono al nazismo o al fascismo, furono comunque grandi quel quasi indica che alcuni non lo fecero e salvarono la bellezza dall’etichetta politica, l’aiutarono ad essere altro. Erich Kleiber preferì andarsene e molti altri lo fecero. Così aiutò la bellezza e diede modo al figlio di essere ancora più grande di lui.

Ascolto le registrazioni di molti anni fa. Oggi è difficile dire che non basti il software a disposizione, anche se nulla equivale l’emozione di quell’evento unico che è un concerto. Carlos Kleiber era una persona incredibile per il gesto e i modi, per la conduzione e per la sua imprevedibilità. Ci sono dei ricordi del sovraintendente del teatro di Cagliari che ospitò l’ultimo importante concerto del maestro, che ne descrivono sia l’umanità e sia l’ansia che la sua imprevedibilità creava. Grandissimo anche perché era schivo, intollerante del jet set, persino nella residenza, nel far comunicare la sua morte, molti giorni dopo a esequie avvenute. Era conscio della sua grandezza ed era un fatto personale che coinvolgeva gli altri. Ascolto la musica che oggi sembra più questione di quantità che di fedeltà, mi stupisco perché ne conosco i passaggi, eppure mi sembra nuova. La sento, pulita, forte, come scolpita, una forza dell’anima, un dono. Ecco questa è la bellezza che indica il bene, che salva. E infine torno agli applausi alla fine della registrazione della sesta sinfonia preceduti da un silenzio stupefatto, che ha timore di rompere un’emozione irripetibile, e Lui che si volta e accenna a un sorriso, come a dire: non posso fare di più. Ho bisogno di sentire che non sono solo a sentire questa forza e allora mi commuovo.

a proposito dei diari

Qualche giorno fa ho preso in mano il primo volume dei diari di Gide. Un libro di oltre 1500 pagine fatto di annotazioni, impressioni, incontri, giudizi, dialoghi, fatti notevoli e meno. Un insieme di istantanee che Gide riassume per se stesso. Con la diaristica è più facile trovare l’autore piuttosto che cercarlo tra le pagine della sua narrativa, indagarlo nelle speranze e le paure nei suoi personaggi, ricostruirlo per induzione. I diari hanno quel sapore vagamente elegiaco, con le loro verità d’impressione sempre approssimative e il farlocco dell’esibizione, che rendono chi li scrive umano. Sono dialogici anche se fanno finta di rivolgersi unicamente a sé, si mostrano e quindi per chi legge, non è un guardare dalla serratura, è la quotidiana rappresentazione senza contraddittorio. Nei diari si eliminano molte abitudini, si evidenziano le occasioni e, anche se non vogliono, lasciano intuire che tutti ci assomigliamo nella meccanica della diversità. Certo c’è il genio, ma questo non è pane da diari, casomai se ne coglie qualche scintilla, o il perdurante modo di vivere sopra le righe, il genio riserva il suo esplicarsi all’opera e questa è altrove. 

Quando è possibile, può affascinare incrociare le diaristiche, le biografie, con le lettere di chi era significativo per l’autore (in questo momento penso, ad esempio a Manganelli, alla Merini, a Fulvia Papetti).  Ne esce un ridimensionamento e anche un fascino ulteriore. È lo stesso processo d’interesse altrui nei nostri confronti, che vorremmo nel conoscere per vederci con altri occhi. All’uomo di genio questo interessa ben poco in quanto è dominus del suo vivere, lo subordina per concezione naturale. Gide non è differente, e ciò che lo attornia sembra un’ orchestra che viene condotta come strumento complessivo, che sbaglia e può contrariare, ma suona una sua musica anche durante il processo creativo.  La psicologia ha indagato i processi che portano alla scoperta, ne ha stabilito le condizioni necessarie che però non sono in grado di generare il nuovo come importante solo perché c’è un milieu favorevole. Ad esempio quando si parla del rinascimento toscano, che non è solo toscano, che altrove è altrettanto importante, che il substrato è comune, che i grandi, i geni di allora, sono accompagnati da richieste importanti che riguardano la ragione, l’uomo, il bello. Che esiste una committenza diffusa ed estesa geograficamente,  che è moda delle classi dominanti, e che il bello costa oggettivamente poco. Come il genio.

Galimberti ha fatto un’osservazione importante: nella nostra epoca non ci sono geni della statura di un Leonardo da Vinci, neppure nelle arti o nella letteratura ci sono geni, e neppure se ne vedono all’orizzonte. In compenso c’è una produzione diffusa di livello elevato e transeunte, la parola geniale viene sprecata e soprattutto la tecnica ha determinato e determina il progresso. Nella diaristica emerge invece la fatica del quotidiano perseguire un ruolo che riguarda il profondo dell’autore. Non basta una app per diventare famosi e restare, quella serve a far soldi ma finisce presto divorata dal passo successivo. Questa è la tecnica, invece nelle vite immerse nel narcisistico compimento di sé, si sente una continua tensione verso un ulteriore. Si abusa molto la parola eterno, nulla lo è davvero, però il durare a lungo è già molto per chi scrive di sé. Il disinteresse, il cinismo, non scrive di sé, e neppure del mondo che lo circonda, basterebbe questo pensiero per far capire che c’è un interesse umano notevole in chi si narra, che non è solo la necessità di essere riconosciuti, apprezzati, ammirati, amati. (tutte queste parole non sono sinonimi, ma si inanellano in una catena recitata dal desiderio)

Ho cercato un blog che da molto tempo non pubblica più. C’è ancora, anche se l’autrice chissà che starà facendo. Mi sono soffermato a rileggere e a pensare alle osservazioni che lei faceva e che la riguardavano, ma soprattutto che guardavano. Il mondo le si svolgeva attorno e lei lo interpretava su di sé, partecipe. Ho pensato che in quel tempo anch’io avevo una scrittura diversa, attenta a fatti immediati da riportare in una prospettiva di tempo lungo. Ho pensato che i blog sono allora, come adesso, un’ immensa diaristica che procede o si interrompe e che chi comunica fa dialogare impressioni, rappresentazioni, ma anche molta sostanza. Anche se manca quasi sempre la verifica, le lettere, le impressioni di altri, di chi conosce personalmente chi scrive. Qui la tecnica ha reso pervasiva e immediata la capacità di proporre e di far assorbire stimoli e meno evidente e necessaria (forse perché noiosa?) la riflessione sui temi essenziali della vita. Che poi sono tre, ma ciascuno li declina secondo bisogno, identità, necessità.

su Manganelli:

Era povero in canna. È vissuto fino a dopo il 1960 in una camera ammobiliata, presso la famiglia Magnoni. Quando i Magnoni traslocavano, anche il pensionante traslocava. Come il canarino. Diceva mio padre: io, il portaombrelli e il canarino abbiamo traslocato con la famiglia Magnoni» (L.M.).

«Aveva una moglie e una bimba, ma già le prime bufere esistenziali lo avevano reso inquieto e solitario. In effetti egli stava vivendo in quegli anni l’Hilarotragoedia che darà alle stampe tanto tempo dopo, nel 1964. Il vistoso ossimoro del titolo connota la sua vicenda degli anni 1947-49, oscillante tra un amore assoluto, caparbio e il sospetto della follia incombente sulla giovane poetessa amata. Fu allora che scopersi, durante le visite settimanali che mi faceva la strana coppia degna di un dramma antico, la complessità della natura di Manganelli, che affiancava a sublimi raptus intellettuali una profonda, rara e squisita umanità. Con essa egli cercava di salvare la ragazza, di affidarla in mani sicure, ma la paurosa immensità degli abissi della follia cominciava a dare i suoi segni esteriori. Un giorno egli scomparve in lambretta, diretto a Roma» (Maria Corti). «Mia madre rimase da separata in casa con i suoceri fino alla morte del nonno, accantonando per il momento tutte le sue ambizioni letterarie, ambizioni che riprenderà più tardi. I problemi pratici incombevano, le spese erano tantissime e mia madre tentava di fronteggiarle alternando l’insegnamento con le lezioni private. Io andai a vivere con i nonni materni a Parma, nonni e città assolutamente sconosciuti. Quando mio nonno paterno si ammalò, mi portò da sua madre chiedendole: – Me la tieni per quindici giorni? – E ci rimasi vent’anni» (L.M.).

oppure

http://www.repubblica.it/cultura/2015/02/12/news/papetti_manganelli_l_erotismo_e_le_angosce_di_un_seduttore-107114417/

o ancora sul rapporto tra geni

http://ilmanifesto.info/carl-gustav-jung-e-wolfgang-pauli-lettere-sulla-fatica-di-essere-un-genio/

 

immagini

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Sullo schermo scorrono le immagini che riempiono buona parte della memoria del mio pc. Scatto con una frequenza di cui non mi rendo conto, lo vedo ora che mi fermo a guardare, curioso della prossima immagine. Intanto un programma random mette assieme immagini secondo proprie logiche, scatti, situazioni, pensieri connessi: da quanto tempo intrappolo istanti che possono ricollegarsi ad un pensiero? Ci sono immagini passate e non solo solo pixel e colore.

Immagini. Immagini il procedere dei pensieri della mia giornata? Non ti chiedo se ti interessano. Avrei paura di una risposta non adeguata. Una risposta positiva non lo è, sarebbe meglio una dubitativa. Tu cosa immagini? Mi interesserebbe saperlo, ma non lo dici e quando lo si chiede l’immagine è già scomparsa. C’è una abitudine a dare un nome a ciò che s’immagina, a formularli in parole, a legarli a ciò che si vede e dove si è. Quando si dice ti penso, si dicono cose molto complesse perché in realtà significa che tu ci sei dove io sono, in ciò che ho attorno, in quello che vedo e che in qualche modo condivido con te perché mi sei venuta in mente. 

Ho capito la natura del disordine che mi attornia. Le centinaia di taccuini, appunti, foto mie e d’altri, appese, sparse, raggruppate in cartelle, seppellite dove solo io so. Oppure non so, ma è bello lo stesso perché so che esistono. E poesie pudiche appese, e irriverenti, ed erotiche, perché la poesia è sempre erotica quando entra in ciò che vede, mescola sentire e possedere. Si dovrebbe dire pudiche poesie e già si sospenderebbe la voce perché i versi veri sono altre cose e invece per me la parola è un modo di vedere, di cogliere, annodare un pensiero a ciò che sembra reale e quando lo vede e lo scrive o lo fotografa lo cambia, lo rende più simile a sé e meno all’impalpabile equilibrio di atomi, energie, forze deboli, casualità, che vediamo. È un coincidere di pensieri virtualmente staccati in un unico luogo e punto dell’universo in cui noi siamo in quel preciso momento. Che resta. In qualche modo resta ed entra con noi in ciò che accade poi.

Immagini. Cosa accade attorno quando il kairos permette che accada ciò che vedo e sento, permette che io accada? A nessuno si può chiedere l’eroismo di capire cosa ci passa per la testa. A nessuno si può chiedere più di un racconto del vedere. E invece la sensazione che viene chiesta riguarda chi la chiede, è un mi ami? ed è parte di quella gelosia del possedere ciò che, in qualche modo, pensiamo di amare.

Immagini. Può essere imperativo, una richiesta che non ammette alternative e che chiede all’altro di entrare nel proprio mondo, che chiede di essere nei pensieri. Rifiutalo, questo immagini, sono i perfidi indovinelli degli innamorati che chiedono di vaticinare ciò che più si desidera. Si sbaglia sempre e non per mancato amore ma per impossibilità dell’accadere. Se mi chiedi di interpretare un tuo desiderio, quel desiderio non si può immaginare, semplicemente è. Dovrei essere te, coincidere. Questa è una interpretazione dell’amore, essere uno totalmente. E invece se ti chiedo di immaginare, ti chiedo una libertà assoluta, un correre liberi a fianco. Ti porgo la mia interpretazione dell’amore, quella che ho dentro, ed è parziale ma è amore. Quello che so dare con attenzione. Il disamore è mancanza di attenzione, l’amore non è cosa da indovini, ma attenzione, cura e un correre assieme.  

Immagini e scorrono le immagini. Davvero siamo così tante parole, tanti sguardi, tanti pensieri pensati? C’è una ricchezza felice nel pensare e nel vedere. Possiamo sempre essere tante emozioni ancora, tanto amore, tanta gioia di esistere ed essere anche quando ci annoiamo, quando il cielo è scuro, quando c’è il vuoto. C’è una possibilità infinita di raccogliere ed annodare e quindi una speranza infinita, un futuro infinito perché c’è ancora tutto a disposizione. tutto il kairos che ci riguarda.

Immagini cosa ti porti dentro e cosa sei ora? Davvero lo immagini e te ne rendi conto? Lo senti, almeno in piccola parte, tutto quello che ancora possiedi e che non hai esplorato, quello che emerge nei pensieri, nei sentimenti, nel nuovo che continua a generarsi ed urgere per connettersi al mondo e farti meravigliare di te?

Prima è apparsa l’immagine di un ristorante di Aleppo, si chiamava Martini e incuriosiva quel nome che testimoniava che gli uomini si muovevano in continuazione. Ed erano ovunque se stessi. Come adesso. L’immagine mostra il patio coperto, che era di una bellezza quieta e forte: da 400 anni un luogo in cui si comunicavano, sovrapponevano pensieri, modi di vedere e cura. Perché l’attenzione è cura. Magari ora è un cumulo di rovine, le persone dell’immagine saranno disperse, speriamo vive, posso immaginarle, posso riconnetterle con la realtà per un momento, vedere un futuro desiderato che le riguarda. Quel luogo oltre che per la bellezza mi aveva colpito per le persone e perché era un generatore di immagini. Ti diceva quello che era possibile e quello che lui era stato continuando ad essere. Assieme. E il processo non finiva pagando un conto, si imprimeva dentro, generava nuovi pensieri. Facciamo così con ciò che amiamo, immaginiamo ciò che potrebbe essere e non siamo prigionieri di ciò che è. Immagini cosa sarebbe l’amore senza un progetto, senza una speranza, senza l’attesa? Lo immagini? Sei davvero in grado di pensare una cosa così?  Ebbene se si riesce ad immaginare, quello chissà cos’è, chissà che specie di amore è. 

solstizio

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di cerchi e spirali,

le rondini, ubriacano la luce,

imprigionano il tramonto,

lo fanno riflettere sui grigi, gli azzurri, i rosati,

rigano l’aria di gialli gloriosi 

e le nubi, gonfie di bianco, s’imporporano

guardando la loro sera indiscreta.

E l’aria,

l’aria ora piena di strida,

ride anch’essa, del generato equilibrio tra case,

fatto di luce, d’attese,

di gioie senza alcun senso, come solo la gioia sa essere.

E guardano le finestre,

gli occhi distratti, le cene già pronte,

i mille televisori accesi,

guardano e non vedono,

la danza che imprigiona la luce,

il trionfo della vita che ritarda la notte,

la luna,

che per suo conto, già si racconta l’estate.

pronto?

Nell’infinito flusso di parole della rete, le storie zampillano ignare. Stamattina c’era un telefono lasciato aperto, dialoghi sullo sfondo, e un insistere da parte mia con quel pronto, pronto, pronto, che non significa nulla. Pronto a che? Ad ascoltare? Ad essere ascoltato? Estote parati. Siate pronti al futuro, ma qui è tutto presente, tutto cronaca e carta da cassonetti: avanti un altro presente. Un tempo con la carta di giornale si facevano molte cose, dall’incartare il pesce sino alle pulizie intime, nell’era della specializzazione al più serve la fibra cellulosica e allora a che serve il presente? È forse quel pronto senza risposta? Una richiesta che oggi potrebbe essere un aiuto. Aiuto, nessuno mi ascolta. Oppure un ci sono, eccomi, sono un po’ come tu mi vuoi, o ancora un come sta andando, ti ricordi di me? Di sicuro il pronto è una relazione. Chi ordina non lo dice il pronto: tu devi essere pronto. Neppure ti dice chi è, passa all’oggetto della chiamata, non chiede un contatto ma una disponibilità assoluta, non invoca aiuto e certamente non lo dà. C’era una pubblicità che diceva qualche anno fa : il telefono, la tua voce. Anche, ma la voce significa oltre le parole, è flusso di sensazioni e ora il telefono non è telefono, a volte usa la voce, spesso altro. È semplicemente un medium che non divina. La tecnologia ci modifica quanto e come l’evoluzione biologica, ma non è l’evoluzione biologica. È un cartoccio di parole che si getta ritualmente nel cassonetto del presente, solo che esso ritma il pensiero: non si scappa. Slavoj Žižek , ha appena pubblicato un ulteriore saggio, il cinquantesimo credo, sull’immaginario e sulla sua relazione col reale, partendo dal presupposto che ora è l’immaginario a determinare il reale. Žižek datti una regolata, 50 saggi sono immaginario, non sono reale, sono sms lunghi trecento pagine, sono glossolalia filosofica, come possiamo accontentarci della seconda e terza di copertina e pagarla 22 euro,, lasciaci il tempo di assorbire, di dissentire, di convergere e di modificarci. Alimenti il terremoto di parole, i 28.000 titoli nuovi che compaiono ogni anno, così le scosse continuano e ci rendono insicuri di tutto, a partire dalla nostra sconfinata incapacità di esserci davvero nel presente. Gli umani lettori forti, leggono più o meno tremila libri nella loro vita. Ci perdiamo ciò che deve restare a favore dell’attualità, che poi è anch’essa un pronto, una richiesta d’aiuto, che sarebbe a dire: aiutatemi a dare un senso al futuro.

Pronto? Ci sei davvero? Siamo il giorno dopo le elezioni e migliaia di pagine sono riempite dal nuovo, dalla percezione/interpretazione della novità, ma cosa si spiega? C’è qualcuno che dica che l’essenza è tutta in quel pronto senza risposta mentre sullo sfondo altre vite che ci escludono proseguono? In quel pronto c’è la partecipazione negata dall’arroganza di chi pronto non lo dice mai, c’è il desiderio di condividere negato, ma c’è anche il presente e la sua dittatura, c’è la tecnologia e il problema del disagio che essa non toglie, casomai amplifica. Vanno forte i siti della sfiga politico sociale, del lamento, delle storie personali che esigono la pacca sulla spalla, solo che anch’essi, scelto il target devono continuamente restare nel ruolo: una infinita storia di cadute. Sono il pronto che riceve una risposta ma non esaurisce la domanda. Il pronto come gadget comunicativo.

Al posto di Žižek, mi leggo l’arte del viaggio di Cesare De Seta. Viaggiare è una attività lenta, dove il pronto qualche risposta la riceve, Slavoj aspetterà e intanto magari scade come il latte: il presente e l’immaginario lo rendono vecchio, anche se ciò che dice vecchio non è. E cioè che in ogni cambiamento chi ha osannato senza critiche il vecchio, si conformava allora e poi diventa alfiere del nuovo, e nuovamente si conforma. È la sua natura, vive nel presente e in ciò che esso può dare. Magari Renzi ne sa qualcosa. Pronto?