Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.
Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.
Quando si fa fatica a dirsi qualcosa interessante, quando le cose scambiate diventano rito e abitudine e non portano allegria, quando finisce la curiosità reciproca, allora si è già accumulato nel rapporto uno strato di polvere grassa, quella che appiccica e non si toglie soffiando. È questa polvere che dapprima annebbia e poi oscura la superficie, spingendo in basso desideri, curiosità, pensieri da scambiare. Spesso si cerca altrove un senso all’eccezionale che fa parte delle vite. Oppure non lo si cerca neanche più, per stanchezza e mancanza di coraggio, e allora bastano le manie che incrementano i silenzi, i piccoli mondi solitari che sviluppano culture compensative che non vengono più scambiate.
Il disinteresse non si decide, lo si lascia, dapprima inconsapevolmente, dilagare, prendere il posto della curiosità e lo si fa diventare giudizio senz’allegria. Così accade anche alle idee che abbiamo amato, agli dei che abbiamo contribuito a far cadere, vengono sostituiti con nuove convinzioni che però non attecchiscono nel profondo e non generano nuovi entusiasmi: la disillusione confina e impoverisce il futuro quando non è passione vera.
Questo è un problema che riguarda chi lo avverte, ed è fatto di attenzione verso l’altro e di campanelli d’allarme. E solo noi possiamo risolverlo, sentendolo in agguato e sapendo che nulla fa più disastri, e male, del disinteresse. Anche a chi lo prova. Ci sono modi di pensare che vengono detti o anche taciuti e trasformati in azioni: se non ricevo attenzione allora non mi merita. Non comunica, attenderò che gli passi.Si lascia la mossa all’altro e si pensa che intanto non accada nulla. E invece accade, sta accadendo e sarebbe bene che fosse detto. Per chiarezza, verità, ma anche per capire se questa condizione può mutare.
Oppure non interessa più che accada qualcosa e questa in fondo sarebbe la cosa più onesta da dire, ma quando succede ormai tutto si è sfilacciato, rotto e rimettere assieme le sintonie è una fantasia che ci si racconta. Come quella di chi si ritrova dopo anni di lontananza e dice che sembra di essersi appena lasciati. Non è vero, il tempo e la vita sono passati e le persone sono mutate, così quello che si riallaccia è qualcosa che omette e sostituisce la vita intercorsa con una fantasia di essa, e in realtà comincia da capo. Per fortuna è così perché altrimenti si riprenderebbe da ciò che ha rotto l’interesse reciproco.
È naturale che tutto ciò avvenga, ed è naturale che ci sia un processo dinamico che tiene assieme le persone, le idee e le cose, sono le convenzioni, le regole sociali, il codice civile che si preoccupano di rendere stabili le vite ipotetiche, ma noi viviamo e cresciamo non perché c’è una norma o una riprovazione sociale, bensì in forza di interesse, passione e amore. Emozioni e sentire che sono forti ed esigono impegno, sincerità e fatica. Forse basterebbe impararlo sin da piccoli e sapere che stare assieme è un’arte e un impegno, non un obbligo.
La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno, aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica. È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello, suona al cuore e allieta gli occhi, ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti e li caccia distanti dai corpi. Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende, e su lunghi banchi di pallido acero, eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere, colorati d’azzurro, di verde ridente, di candide eleganze e rossi sfacciati. E il colore del tuo viso riluceva, diventava il sorriso del bello scivolando tra fragili cuori, miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re. Eran cose da tenere e incartare con cura, seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno, nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi. Di tutto ciò che potevamo permetterci, due, per i giorni e le notti, per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno. Due, per ogni pensiero che portava lontano. Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa. Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli, noi due qualsiasi, felici, la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.
Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.
Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.
La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.
Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.
Il liberismo è una prigione dolce. Si alimenta di privilegi, rende naturale la diseguaglianza, fa dimenticare l’ingiustizia. Rende gli uomini soli, trasformando il rapporto tra io e noi in un solo contenitore: se stessi. Scompone le agende delle priorità, affievolisce l’etica e la compassione. Colloca l’uomo in secondo piano, lo rende accessorio non solo del produrre ma anche condizione del benessere di altri uomini. Realizza il desiderio e il piacere attraverso le cose, ne vuole il possesso e non si limita agli oggetti ma in esso racchiude gli uomini e poi i sentimenti. Non abbiamo più ideologie che almeno indichino l’avversario e che così che facciano emergere l’antidoto e neppure ciò che implica una dialettica e un confronto. Così si perde la speranza di un cambiamento, di un futuro che ricomprenda la sconfitta dell’egoismo. Noi viviamo in una parte del mondo in cui le ingiustizie più acute non hanno la misura sconfinata di altre ben presenti nei Paesi oggetto di guerra, di dominio, di sfruttamento illimitato delle risorse e dell’uomo e questo dovrebbe essere un vantaggio per elaborare un mondo diverso che sia esteso alle altre parti meno fortunate, ma non è così. Una sinistra che non immagina più un futuro differente, che accetta come naturale la scomparsa del “noi”, diventa parte integrante del sistema non il suo elemento di contraddizione che lo cambia. Anche ora, nella pandemia che sembra rendere tutti uguali, le differenze si accrescono. Nella cura, nella possibilità di isolamento, nella disponibilità economica, nelle ricchezze che crescono ancora senza limite a vantaggio di pochi che con i mezzi per combattere il virus traggono profitto. I sistemi che più si spostano verso il liberismo spinto lasciano le persone a se stesse. In essi si cura solo di chi può pagare perché questo alimenta il lucro sulla salute. Non esistono più diritti fondamentali, un accesso alla salute che guarda solo all’essere persone, ma è la disponibilità economica a fare la differenza. Questo si proietta in avanti e andrà a generare il nuovo ordine mondiale. Dovremmo chiederci se è questo il mondo che vogliamo, se è in esso che l’uomo può realizzarsi e progredire. La crisi occulta del noi è l’asservimento dell’io, la sua riduzione a dipendenza, perché ci sarà sempre qualcosa in grado di comprarlo o di ridurlo al silenzio.
Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.
Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.
Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.
Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?
Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.
Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.
Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.
Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.
Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?
Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa
Lo dico in brutta copia, a voce bassa, ché non è ancora venuto il momento: il gioco del cielo irresponsabile si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso – sotto un purgatoriale cielo effimero – che il felice deposito celeste è una mobile casa della vita
O l’inizio di Tristia
Ho imparato l’arte degli addii nei lamenti notturni a testa nuda. Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa – ultima ora di veglie cittadine, rispetto il rito di questa notte di gallo quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio, guardavano lontano gli occhi rossi di pianto e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.
E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.
Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.
Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa.
Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.
Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.
Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è.
Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.
Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.
Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.