i venti dell’est

Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa col taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senza interesse personale e solo questo è un vivere definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senza l’ansia del giudicare e dicendo: appartengo a me stesso e a ciò che amo, con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

Di questa stanza ormai c’è solo un insieme di rovine, Martini ad Aleppo era un ristorante- locanda con secoli di voci e sorrisi accumulati, mobili antichi e il patio interno coperto da una vetrata a riquadri. Sarà caduta alla prima granata, le pareti divelte assieme ai marmi dei pavimenti e poi il silenzio. Sui muri che avevano stratificato le presenze, ascoltando discrete le lingue che si sommavano, guardato curiose le vesti diverse che entravano, sentiti i fruscii delle sete pesanti per l’inverno. Gli occhi rossi dei bracieri si saranno consumati attendendo le mani che portavano il freddo esterno e si preparavano al cibo e agli sguardi. La scala interna che puoi vedere riflessa sullo specchio, i suoi legni intagliati, gli scalini arrotondati dall’uso, mostravano le venature del sole antico ricevuto e il segno impercettibile delle babbucce. una discesa e un salire discreto con gli occhi che parlavano. Un salire e scendere come se il tempo fosse percorribile dai soli istanti che ci appartengono e poi passi leggeri che scivolavano sul pavimento prima di sedere nella bellezza di esserci.

Tutto si conserva come radiazione nell’universo che ci racchiude e ritorna. In qualche modo ritorna anche se non si parla più della Syria, anche se nulla si vuol conoscere dei Curdi. Tutto il passato è racchiuso in una noce di presente che attende il suo momento e accumula energia. Non c’è il caso ma stati progressivi dell’universo e noi siamo in questo stato irripetibile come tutti gli altri, ma consapevoli della spinta di tutto ciò che ci ha preceduto e gentilmente ci chiede conto e al tempo stesso propone di essere felici del molto che possiamo condividere.

Ci si deve compromettere, le scelte sono necessarie, farlo con la bellezza che si possiede, con ciò in cui si crede, con le passioni che ci animano, i desideri che ci scuotono è comunque una sequenza di no e pochi sì, ma è necessario perché la bellezza non si perda e non diventi oggetto di derisione e rovina. Io l’ho vista la rovina, ho visto il Mantegna, il Guariento e il Semitecolo polverizzati agli Eremitani, li ho visti crescendo nella grande fabbrica che ricostruiva il possibile e ricopriva il grande spazio con la carena rovesciata di una nave. Quel soffitto era il paradigma di ciò che era avvenuto, una nave si era rivoltata e di essa erano rimaste solo gli irti frammenti del legno antico, ora bisognava ricreare il possibile di quel passato che comunque non voleva sparire. Forse per questo la grande chiesa priva di gloria è così piena di tempo indeciso, così forte nel chiedere che i vuoti restino silenzi dell’anima. Crescendo ho capito che quando Lutero si era fermato a dormire in quel convento, in cui avevo giocato, qualcosa aveva lasciato. Qualcosa che si scriveva con inchiostri strani, qualcosa che era coscienza d’essere in un luogo dove le cose avevano spinto in avanti il mondo e non era stato pacifico tutto ciò, come non era pacifica la distruzione che annullava, anzi pensava di annullare ciò che era stato. Non è così, per fortuna, ma bisogna scegliere, non scordare la bellezza e non scordare gli uomini. Mai come ora è necessario, mai come ora siamo inconsciamente coinvolti in ciò che deve essere il futuro come piccolo passo di questo presente che gioca sull’orlo del vulcano.

Ci sono cose che sembrano indifferenti
e il loro suono è vuoto
come una lingua priva di sorrisi,
solo la paura impedisce di scorgerne in noi
la luce.

pensieri dell’attesa 1.

Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice come pensava fosse possibile. A lui dispiaceva di far del male con il proprio malessere e allora si chiudeva in silenzi lunghissimi, leggeva cose che prima erano curiosità e poi un dovere di conoscenza. Questo sapere nuovo dimostrava la sua ignoranza di fronte a ciò che aveva tralasciato e che anche ciò che gli sembrava di conoscere era impreciso e nel frattempo era evoluto. Era una questione di tempo e di età, cose che messe assieme sembrano riprodurre, determinandole, le vite e come esse si evolvono. Come fosse tutto già accaduto, previsto e scritto. Quindi la volontà non bastava e ciò era una fonte di malessere, perché rendeva bisognosi, la peggiore condizione interiore che ci si possa fabbricare. Quei libri che all’inizio sembravano aprire porte nuove e nuove prospettive senza vincoli di misura esaurivano l’interesse in poco tempo, lasciando la fatica del continuare.
Se richiesto sullo stare, rispondeva.


C’è qualcosa che mi spinge a fare ma non so cosa.
Ho sonno e un malessere che un tempo affrontavo andando via, ma forse è solo un timore che sente il tempo fuggire, il non essere come vorrei che rende ora le cose desiderate, difficili. Persino l’immagine di sé diventa meno definita e anch’essa dev’ essere precisata, fatta scendere dalla giostra che mostrando il mondo in una intera circonferenza lo rende privo di scelta.
L’introspezione non basta, diceva, nemmeno l’analisi funziona perché aumenta la consapevolezza del tempo che si è perduto e di quello che ora scivola via, non risolvendo a tempo la vita.
Ti sei mai accorto, diceva a chi lo interrogava, che ciò che si capisce rende il passato un succedersi di cose non avvenute perché ad esse è stato impedito di avvenire dalle proprie fobie, dalle deviazioni che la natura aveva subito per educazione, costrizione o mancanza di fiducia e che ora era tardi per quello che non era accaduto mentre diventava più difficile trovare la forza dell’intraprendere un nuovo che fosse duraturo.


Vedeva e sentiva che ci sarebbero state tante cose da fare, da capire, mentre tutto ciò che era abitudine e ripetizione diventava urgenza e peso.


Quando non riesco a reggere questo peso mi viene sonno. Diceva. Ma sono sonni brevi, che portano in un altrove in cui ci si riposa, mentre la realtà è paziente e ci attende al risveglio.


Gli sembrava che se fosse uscito da quell’umore, la leggerezza, l’auto ironia, la voglia di raccontare e quella di scrivere lettere a persone che non le avrebbero mai lette, gli sarebbe tornata, e sarebbero scomparsi i pensieri più grevi, il malessere che lo faceva sembrare triste. No, non era triste, non era più disposto a farsi carico della tristezza altrui, di essere adeguato alle richieste che gli venivano poste. Voleva che, essendosi ritrovato, questo servisse a qualcosa e gli desse l’energia necessaria per costruire una vita differente, forte, tranquilla.
Trasmettere tutto questo senza provocare domande o troppa sollecitudine era complicato e solo il silenzio lasciava credere altro, ma questo non dire gli sembrava ingiusto. Un negare che dagli altri che ci amano si possa ricevere qualcosa che eccede già il molto che ci danno e che ci permette di vivere. Così ogni preoccupazione creata, ogni richiesta che lo riguardava era parte di quel l’ingiustizia che perpetrava pensando a sé, ma che doveva compiere perché senza trovare chi era ora, con la dovuta calma e comprensione non l’avrebbe portato fuori dai malesseri e dall’attesa. Così pensava e sommava il dispiacere di non dare tutta quella parte di bel vivere a chi gli era caro con la necessità di creare qualcosa che fosse una passione e lo portasse verso un nuovo modo di vivere se stesso.

https://youtu.be/vu1BcNeebMI

lo stupore del cuore

IMG_4785

Di tutte le parole che avremmo potuto trovare rimase la semplicità e il silenzio,

il pudore che frena la bocca prima delle mani.

Rimase l’aria sospesa ad attendere paziente,

e guardandoci negli occhi si riempì ciò che non riusciva ad esser detto.

Cercavamo motivi di scherzo, allora,

perifrasi d’amore che colmassero lo stupore del cuore.

Questo sentire nuovo,

che metteva ali all’ essere,

nel suo ignoto scuotere non aveva un fine,

si scioglieva, sì, con noi,

pozza di cera travolta dalla luce,

ma eravamo

e ciò bastava, tanto da non poter essere di più.

Tutto questo l’abbiamo gettato?

Un angolo di cuore, non di ricordo, attende una mano

in forma di bacio, di carezza, di tocco gentile,

e vuol vedere, e sentire

ciò che già abbiamo sentito e visto.

Rendere nuovo ciò che ora non basta,

innocente il vivere e ciò che non lo è più:

eccolo di nuovo,

che vuol essere lo stupore del cuore

e solo ciò desidera e attende.

parlando

Posted on willyco.blog 28 dicembre 2007

Parlando emerge la barriera: non voglio più che mi facciano male, per questo non mi lascio coinvolgere. E poi siete tutti uguali. Lascerei cadere il discorso nei convenevoli, facendolo serpeggiare tra immagini vuote. Poi i saluti, con l’impegno per una prossima volta, che se sarà avanti nel tempo non farà particolarmente male. Ed invece insisto, ribadisco che è offensivo pensare che tutto e tutti siano uguali, chiedo ragione. Così emerge una disillusione profonda, un male che ha devastato. Sono quasi contento di aver chiesto di più, ho paura della pavidità che frana nel cinismo, non la sopporto, è la rinuncia ad essere, fatta pagare ad altri inconsapevoli. Capisco il dolore, il ritrarsi, la paura, ma non il nascondersi e l’attacco vile. Argomento poveramente: non mi è mai riuscito di tirarmi fuori, di guardare senza partecipare. Ma le domande rimbalzano: perché dopo un dolore, un abbandono, si rinuncia ad un pezzo di sé? E perché costruire un riparo, che da momentaneo, diviene crosta, prigione dei nostri sentimenti e spegne la capacità di lasciarci stupire. Per alcuni il dolore della perdita, del non essere amati, schianta la speranza, impedisce al tempo di sanare, di riordinare le attese. Per altri, il dolore fortifica e aiuta a vivere più pienamente.

Io so la scienza degli addii, appresa

 fra pianti notturni  a chiome sciolte.

Ricordo che Osip Mandel’stam ha avuto una vita terribile, senza perderne il senso.  Ma i dolori altrui non hanno più significato: la crosta s’è indurita. Resta solo la notte e un pensiero: non è che il cinismo sia il modo per far male al nostro sperare per far pagare qualcosa a chi non c’è più nella nostra vita? 

che resterà?

img_5228-2

Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

dei scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

osservare un incrocio

Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.

ciao come stai?

Ciao, come stai? Qui la giornata è uggiosa, con molti pensieri, il tempo si sbriciola e assomiglia molto all’indifferenza che esso ha per le cose degli uomini. Pesa questo periodo in cui i progetti diventano piccoli, anzi scompaiono e hanno orizzonti temporali che non dipendono da noi. Essendo le giornate fatte di incombenze e consuetudini, scopro che mi addormento per non pensare, ovvero per entrare in una realtà diversa. Questo non costruire che sembra figlia dell’uggia nella sua definizione di noia mista a inquietudine, sembra una risposta ad una sorta di impotenza che si è scordata cosa deve fare e ne ha la sensazione ma non la forza né il ricordo preciso o la voglia.

Diversa la condizione di chi deve e penso a te nel nel tuo vivere non facile, e che intuisco, comunque pieno, tra figli e lavoro. Così sento che i miei sono problemi da poco, i progetti si sciolgono nel raccontarli e la stessa società è distante e imbelle nel mutare, così da generare per davvero una voglia di cambiamento. Però ho bisogno di fare cose, di esprimermi, e se la scrittura diventa un esercizio in cui cerco di mettere verità e sentire, cerco altre forme del comunicare. Prima ho ripreso in mano la macchina fotografica. La fotografia per me, è una delle tante cose di cui mi accontento, pur avendola amata e ancora amandola, del succedaneo di uno smartphone. Gli attrezzi, esigono impegno e attenzione, ragionamento, non basta il colpo d’occhio alla Cartier-Bresson, bisogna costruire e allora mi concentro sull’inquadratura, sul particolare, sul significato che le cose assumono per me come luoghi del vedere e della memoria. Guardo siti di fotografia e ne sono affascinato. Vedo che le persone, che a me piace fotografare, sono trasfigurate in immagini che restano. Come se ogni opera fosse davvero corrispondente a un’idea. Questo mi fa sentire inconcludente persino nei miei poveri tentativi in quest’arte apparentemente tecnica ma in realtà appartenente al comunicare profondo.
Ci sono troppe cose attorno e troppi pensieri e sento che dovrei acchiappare il vivere silente e confuso di questa stagione, per farlo più mio. Trasformare in spazio la necessità di silenzio e di distanza, togliere le troppe parole prive di contenuto e lasciare che prenda forma in poche piccole attività della mente, una nuova comprensione di sé. Una clausura senza porte che non siano quelle del bisogno di riordinare e dare importanza a ciò che accade.

Ho capito una cosa che dovrebbe essere banale e che ci riguarda ma che forse è una modalità della vita. Penso alle amicizie che si sono succedute e che ora rarefanno, anche con coloro a cui, in un determinato tempo, siamo stati molto vicini. Accade a tutti credo e certamente tra persone che sentono il bisogno dell’altro, che poi questa vicinanza si faccia meno forte e infine diventi solo un pensiero. Un pezzo di vita vissuta. Lo so che è naturale sia così ma capisco che accettare che lo sia, mi toglie qualcosa, mi fa sentire sbagliato nelle meccaniche delle relazioni. Ormai sono passati gli anni in cui saltavo da un pensiero al successivo e questo cercare di capire il bisogno di comunicare diventa più forte.

A Natale e Pasqua, un tempo, a casa, si scrivevano cartoline che compravamo nelle bancarelle delle piazze, c’erano immagini allegre di villaggi pieni di neve o di pulcini ansiosi di uscire dal guscio, e le parole erano sempre le stesse, una richiesta di com’era la salute, una finta ansia di vedersi presto, i saluti e gli auguri. Ti sembrerà strano ma questo filo esile e retorico, una fatica che mi veniva assegnata, teneva assieme persone distanti con DNA collegati, affetti tenui e ricordi antichi che affondavano in molti decenni precedenti. Quando si è gradatamente smesso di scriverci le vite si sono slegate e sono volate come palloncini lasciando al caso e alla buona volontà di comunicare le notizie su come davvero andavano le vite. Poi più nulla, come si fossero sciolti i vincoli che tenevano assieme storie e famiglie. Dobbiamo arrenderci a questo processo che ora sembra accelerare e se succede con la gran parte degli antichi amici, dispiace accada alcune persone, poche, che ciò che sembra una legge sui rapporti interpersonali sia così ferrea e che tutto si riduca al fatto di chi prenderà l’iniziativa per scrivere o fare una telefonata. Nell’epoca in cui non è mai stato così facile comunicare i rapporti diventano ancora più labili, si condensano in bolle e piccoli grumi che poi si dissolvono nel gran solvente della miriade di sollecitazioni da cui veniamo attratti. Così non so davvero di te e tu non sai di me ed è un discorso interrotto che ha lasciato molto da dire.

È un pensiero forse egoista, ma credo che le persone che restano siano poche e che questo dipenda da noi.
Fuori il tramonto ha dimostrato la sua capacità di rendere bello l’inquinamento, ma nei prossimi giorni il tempo peggiorerà e tornerà il grigio e il freddo, com’è giusto sia.

Buona serata e che la tua vita sia piena di presente che si fa futuro.

quando invademmo la germania

Non erano cene leggere. Dopo stinchi e spalle affumicate, caraffe di birra, crauti e grappa di ciliegie, iniziava il tour digestivo. Fuori poteva essere un caldo da luglio, con i ragazzi in maglietta e calzoncini che si radunavano a crocchi e parlavano forte e suonavano chitarre e bonghi nelle piazze della città vecchia, oppure uscendo dal locale caldissimo, il freddo era una lama tra le costole che faceva chiudere stretti i cappotti e alzare i baveri. I ragazzi erano sempre a gruppi, anche con la neve a terra. Bevevano birra e vodka , facevano fuochi bruciando appunti di lezioni noiose . Si scaldavano le mani protendendole verso la fiamma e sembravano sempre poco vestiti. Accanto a loro si accumulavano mucchi di bottiglie e vomito.

Il giro digestivo seguiva i canali e le birrerie, alzava le voci, si fermava a guardare i colori delle insegne illuminate sull’acqua. Commentavamo l’assenza o quasi, di senzatetto, quelli che si vedevano erano rari, pacifici e dormienti dentro sacchi a pelo molto consistenti. Avevano un tetrapack di latte vicino al viso e un involto di carta. Mi dicevano che i gruppi caritatevoli facevano il giro presto, alle nove, e chi era sveglio beveva il latte caldo e mangiava il panino, chi già dormiva avrebbe fatto colazione all’alba. Anche perché alle sei tutti dovevano andare altrove: passava la nettezza urbana con le macchine pulitrici.

Camminavamo per aiutare l’affumicato a farsi strada . Ogni tre bar aperti, una birreria e una sosta. Una birra scura fresca e forte, un passaggio di toilette e poi, dopo discorsi che sembravano seri o faceti a seconda di chi ascoltava, di nuovo fuori. Credo che la città vecchia e non solo quella si percorresse ripetutamente sino all’una di notte, quando tutto era ormai chiuso e per la terza o quarta volta appariva l’albergo. Chi era più saggio diceva: vado a letto. Così tutti si entrava e c’era l’ultima birra prima di dormire, dove la parola dormire significava una lotta notturna con il piumino in un avvolgersi e srotolarsi in sincronia con i movimenti cinetici dello stomaco, in un sonno ricco di ripetuti risvegli tra incubi di discreta fattura. L’ascesa alle camere era forse per questo lenta, perché ciascuno sapeva cosa lo aspettava e il giorno seguente sarebbe stato impegnativo. Come da programma notificato per tempo e ben organizzato nei tempi scanditi e nei risultati da raggiungere. Così il tempo ridotto di un riposo sudato doveva compensare e mantenere le ottime pubbliche relazioni raggiunte, mantenere l’onore del Paese di provenienza e la capacità di resistere, con qualsiasi tempo, alle agende dei momenti di divertimento. E se qualcuno vedendoci, sogghignava, il giorno appresso si sarebbe accorto che le menti non erano confuse, i reni ben funzionanti e lo spirito alto. Poi sarebbero venuti dalle nostre parti e allora si sarebbe restituita l’ospitalità e il tasso alcolico. Come a dire che se la battaglia non era vinta sbaragliando il campo, era un po’ più che patta, ma dalla nostra parte.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

tempeste e ordine

Le manovre finanziarie passano, s’accumulano, come i debiti d’usura mai si estinguono. Un tempo era l’usuraio benefattore che se non prestava a strozzo la vita, gli uomini lo risparmiavano, ma neppure lui dava del suo e soprattutto nei conti in ordine, nel mastro segreto, sotto file di cifre c’era un totale. Era la vita che s’accumulava del disordine e della difficoltà d’altre vite: lucrava sulla sfortuna e gli errori naturali del vivere.

Ma nessuno di questi errori aveva l’ordine della risacca, il mutare preciso del vento, neppure il rivolgere e neppure il togliere di sabbia per mostrare la miseria sottostante aveva. Non c’era in nessun conto se non la pretesa, ché in questi casi è offesa, d’essere uguali nel totale e indistinti nella somma, cosicché nulla e nessuno, prima o poi, s’ instillava nelle menti. Diceva sussurrando: sarà forza di natura che arrovescia e stravolge l’ordine nell’eseguire i compiti di bilancio. Non sapeva che i bilanci servono alle aziende e non alle vite. Doveva essere miseria che accumula miseria e disordine sociale che prendeva nome di diseguaglianza crescente.

Lasciamo fare alla natura e chi naviga conosce il riparo, casomai insegni a chi ne è avvertito, il modo di riportare le cose a misura d’uomo e di giustizia sociale, il resto verrà da sé.