Nei natali vissuti la mappa delle attese, del nuovo che attinge alla speranza. Nei ricordi trovo chi ora sono, cosa si è compiuto, quello ch’è mancato. Ho una vita di natali diversi, di caldi pensieri scivolati nel sonno, di neve e cappotti spinati, di sciarpe rosse e guanti di lana bucati, di trepidi ultimi giorni di scuola, di interrogazioni e disfatte, mai perdonate nelle pagelle a gennaio. Le notti di Natale a lungo ho cantato e anche quando più non credevo ho sentito l’amore che univa I giorni e l’attesa. Ho visto persone vagare le notti della vigilia e nessuna chiesa li cercava, quando al freddo guardavano le luci, chi usciva felice, finché il portone chiudeva, allora s’allontanavano nel buio in cerca di risposta o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava. Chissà che fine hanno fatto tante tristezze sotto il cielo, dove hanno riposato, e cosa è stato per loro il mattino di festa. Ogni anno la neve ho atteso e qualche volta è accaduto, allora c’è stato il gioco e la gioia, le guance infuocate il cappotto con i segni delle risate, poi a casa la cura, la cannella, il vino bollente, le mele una carezza sui ricci e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà. .
Ero lì a cena l’antivigilia di natale, le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, si mangiavano verze e cotechino e questo faceva ridere parecchio. Entrò un’orchestrina di fiati. Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. La cosa mise un’irrefrenabile allegria gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli urlando e poi ridendo, assordati, c’affrettammo a dare mance generose e loro, i musicisti, riprendevano con un bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò tra le note di un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto distintamente disse: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò. Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.
La città sembrava inerme, pacifica, ma incredula per le prime occupazioni. All’università gli studenti volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale. Bestemmie, in un dialetto che le intercalava. Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili, altrove, però, nell’oscurità torbida di rancori mai sopiti covava uova di serpente. Tornava il nero che mai era morto per davvero. Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano, troppo intelligente per non essere parte d’un oscuro piano, di quella destra che s’era esercitata nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città e soprattutto me, furono i nomi dei fascisti rivelati. Quel Freda con lo studio d’avvocato davanti alla biblioteca dove studiavo, che beveva il caffè dove anch’io andavo, e poi quel Facchini, conosciuto da ragazzo. Abitava allora vicino a casa mia, molto per suo conto ma anche lui i fumetti li scambiava. e mostrava con orgoglio la sua abilità nel costruire radio e nel trafficare con resistenze e condensatori. E in quella valigeria di piazza Duomo, s’erano comprate le cartelle per la scuola, la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle. Tutto era concentrato in poco spazio, in persone e luoghi noti, in cognomi e in mestieri usati, ma sembrava che oltre l’apparenza sempre ci fosse ben altro d’importante. Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi, dalle cui scale volò il bidello era un posto come un altro, ma lui aveva iniziato a dire di questo nero di città. E poi un filo ricuciva nella mente Il rettorato ch’era saltato in aria poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher, fatto con noi studenti. Ricordo ancora le sue parole, che citavano quelle dell’amico suo Marchesi: neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università, volete farlo voi? E noi non occupammo il Bo, tramutando quella sera la protesta, in un corteo. Dopo scoppiò la bomba e il caso evitò la strage non la volontà di chi la pose. Chi doveva capire non capi e chi sapeva preparava altro. Ricordare quegli anni è ricordare ciò che venne poi : Iniziava la stagione del terrore, la paura di viaggiare sui treni e capire che quelle uova di serpente, quel nero, non se n’era andato mai ma aveva figliato. E figlia ancora, molto più indisturbato.
Quando sono partito il treno era colmo, un pomeriggio di festa e di folla che andava, le storie di ognuno raccontate ad alta voce, sembrava fosse un vagone d’allegria, La mia tristezza taceva e cercava un rifugio, ero giovane allora, le rune parole smozzicate per trattenere il pianto, nel tempo si sono poi mutate in segni d’una partita ancora non giocata, ora dicono e nell’ascoltarle c’è silenzio che scava legno, acqua e pietra.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta, proporre i miei pochi ricci, e portare dentro bottega. Ha le parole guardinghe di chi non conosce, il tempo che batte la vetrina, e la strada con le auto ormai troppo grandi. Ci sono ancora per fine anno quei piccoli calendari dal profumo sguaiato? Prima ciarliere, le forbici ora esitano, lo specchio rimanda il viso stupito, tra ironia e ricordo, si schiara la voce, tra poco la pensione lo porterà altrove, e l’asciugamano umido e caldo sul viso è un abbraccio tra vecchi.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
È lo sfogliare quieto del catalogo già visto, la vita scorsa: figure e tratti di discorso attirano interesse e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato. Ozio pensoso per il freddo sabato che già novembre saluta e fugge dalla calca e dalle luci delle feste.
Il giorno s’addensa nel tramonto freddo del colore pieno che riga l’orizzonte, è l’aria limpida che lo scrive e porta il sospiro lieve della notte. Poi sarà il laborioso sonno a traboccare dove tessono I fili mai tessuti e le trame inusitate. Storie dal senso arcano di figure amate, sicure di sé interpellano, tra enigmi ed emozioni.
Ci penserà il mattino, con luce piena e fretta di pulire, a cancellare quel dirsi perentorio e senza luogo. Ma cosa sono quelle briciole rimaste? Colori e pezzi di vissuto da spargere nel giorno, come coriandoli di festa all’usato nuovo che già urge l’attenzione.
Da qualche parte nascerà il mondo nuovo, non dubitatene. Scorre nel sangue, s’ annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Sarà con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. I sentimenti hanno misura solo nell’uomo senza amore assieme diventano fiume e mare. E’ un bisogno di vita, non un desiderio e così emergerà, prima, come grido di pochi, poi crescerà e dilagando farà battere i cuori, scaldare le tempie. Farà esercitare le intelligenze, per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.
Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.
Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.