aleppo

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Di Aleppo ho un ricordo vivido. Mi sembrava invincibile nel suo essere una stratificazione infinita di umanità senza potere, invincibile come la storia che si legge, si vive, mentre l’altra, quella rombante, si svolge, ma è molto più fragile. Aleppo era solamente bella e così antica da essere intrisa di molte presenze.

Era stata e per questo era viva, non solo ancora viva, ma molto di più: sarebbe rimasta. La città vecchia sotto la cittadella, il suk, l’improvviso risbucare alle stelle dopo le infinite gallerie di botteghe, persone, cose. Il profumo dei fiori, della soda e del sapone, i tappeti che prima di essere colore, sono odore pesante di lana, di mani che hanno annodato, di acqua di torrente che ha lavato. E le lingue che s’intrecciavano, le contrattazioni, il lieve sentore di narghilè, di menta e di mela, i colori dell’oro che ha molti colori oltre al suo, le stoffe impilate in sequenze di sfumature infinite, un asino che attraversava la galleria. E poi, appena fuori, le case, la pietra bianca, il legno, le porte e le finestre istoriate, il sole e il caldo e poi la sera, le luci e il fresco. Ma questo era solo una parte della vita, che si mescolava nei vestiti attillati o nei volti velati delle donne, nella sensazione di identità e tolleranza. Una infinita tolleranza di chi aveva visto infinite guerre e passaggi e poteri che si erano sgretolati, ma avevano rispettato la città, la sua identità, il suo essere tutte le comunità che assieme l’abitavano. Fuori questo si vedeva per consapevolezza e nell’essenza di un commercio levantino che non conosceva religioni e appartenenze, dove il cristiano, il musulmano, l’ebreo, si mescolavano, uniti e differenti.

Appena arrivati in Syria avevo chiesto ad Hassan, la guida che era anche un Imam, di parlare di quanto stava già avvenendo. Era stato evasivo, parlava di torti bilanciati, di propaganda, di un’impotenza della forza a rispondere se non con la forza, ma ad Aleppo si era lasciato andare di più, parlando di malessere, di paura, di preoccupazione per i tempi che sarebbero venuti. Neppure lui, che pure viveva, frequentava chi poteva sapere, immaginava ciò che sarebbe venuto. Da casa, nei mesi successivi, ho conservato quel pensiero che non tutta la verità veniva dai giornali, che non si capiva bene quali erano le richieste, le forze in campo, e pur nella sofferenza che comporta sapere che chi hai conosciuto è in difficoltà, il pensiero era che si sarebbe risolto.

Mai avrei pensato che Aleppo o Damasco o Bosra, o nuovamente Hama, o addirittura Palmira, sarebbero state bombardate, che le distruzioni si sarebbero portate nei patrimoni mondiali dell’umanità, che nulla avrebbe avuto tutela. Ma se parlo dei luoghi è perché penso che essi contengono le persone, che un luogo, un monumento, senza uomini o memoria è nulla, non ha valore in sé. Poi sono venute le notizie, le fotografie, i filmati raccapriccianti e man mano, fuori, è sceso l’interesse, diventava consuetudine, normalità.

I potenti non pensano che il problema debba essere risolto facendo tacere le armi e la vittoria (di chi? per chi?) è stata affidata solo ad esse. Oggi solo i morti, se sono molti, fanno notizia per un giorno, a volte anche meno di qualche ora, ma il resto, cioè quello che dovrebbe provocare l’interesse, la condivisione, la pace, scompare con la notizia.

Il mio pensiero, in questi giorni pieni di colore, di felicità fuggevoli, di parole infinite su un futuro che mai come ora deve tornare nelle mani degli uomini, va a chi soffre in Syria, a quelli che si sentivano sicuri nelle loro case ed ora sono nell’arbitrio, a quelli che ogni giorno vivono perché vivere è più importante e piangono le persone, l’identità, che si smarrisce, ad Hassan e a tutti quelli come lui che mi hanno parlato di pace e di tolleranza, agli abitanti delle città e a quelli che nella campagna non sanno cosa stia accadendo, ma lo vivono con paura e senza speranza. Vorrei che in questa fine d’anno iniziasse, per me, il ricordo che non sono solo per me stesso a questo mondo, che tutto  mi riguarda, che se devo attenuare per vivere qui e dove sono, ciò che di atroce avviene in continuazione nei posti più disparati, questo comunque accade e il migliore dei mondi possibili devo (dobbiamo), portarlo fuori da me.

Queste righe sono di Hassan che fa gli auguri qualche giorno fa. Lui fa gli auguri a noi!

Ecco forse il significato di farsi gli auguri è condividere, mettere assieme il legame, ed allora abbiamo bisogno di farci gli auguri tutto l’anno.

ricordo spesso specialmente l’ultima sera ad Aleppo in quel caffe’ a fumare, chissa’ se riusciremo a ripetere quei fantastici viaggi. purtroppo quel caffe’ con una buona parte del suk non c’e’ piu’ solo disastro e cenere, cosi’ come molti siti villaggi e citta’ della Siria, Bosra…………………. ogni volta che ci penso mi metto a piangere, mi dispiace dirlo ma le notizie che vi giungono sono solo una piccola parte, la realtà è molto più terrificante.
Grazie al Signore che noi stiamo abbastanza bene e riusciamo ANCORA  a trovare qualcosa da mangiare.
auguro a te e tutti gli amici un felice Natale e che il nuovo anno porti amore e pace a tutto il mondo

carissimi saluti dal profondo del mio cuore
Hassan

cene di pianura

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Stasera ci sarà una cena tra quasi amici, cucinerò cose invernali, da pianura, dense di sughi, polenta, vini corposi. L’inverno ha un calore particolare dentro al suo freddo: spinge a conoscere, a chiudersi nelle case. Per questo i quasi amici possono essere una sorpresa. In tutti i sensi.

Quando non ci si conosce a sufficienza, negli incontri si dà spesso il meglio, e c’è molta verità nell’apparire. Basta guardare e soprattutto non decidere subito. Lo spirito di difesa ancestrale vorrebbe tagliar corto, presumere, scegliere e scartare sulla base di indizi, ma se interessano le persone meglio non scrutare troppo, almeno all’inizio. Da piccolo mi insegnavano di non fissare a lungo negli occhi. Quello, mi dicevano, viene dopo, quando ci si conosce a fondo, ci si vuol bene. Faccio una cosa a metà: guardo ascoltando.

C’è molta verità nell’apparire, nel cogliere cosa davvero vuol essere significato, dove finisce la rappresentazione e dove inizia l’esposizione dei bisogni. Per questo mi piacciono le cene in cui non si sanno ancora i discorsi che verranno fatti, gli argomenti che serpeggeranno indecisi dall’ignoranza dell’altro; c’è possibilità di sorpresa e di novità, promettono interesse. Le delusioni le raccoglieremo dopo, se ci saranno, ma prima è ancora il momento magico del possibile e pensare che il tempo sarà ben usato.

il telefono la tua voce, ma il tuo cuore e il cervello dove sono?

In treno il telefono è davvero pubblico, si sente perché non si può fare a meno e chi parla, spesso, vuol proprio farsi ascoltare. Sento parlare di economia, di euro, di vincoli di bilancio, di Europa, di spread. Si capisce che chi parla deve convincere l’interlocutore su una proposta politica, il nome di Monti viene ripetutamente evocato. Non una parola sulle persone, su chi adesso è davvero in crisi più del Paese perché nessuno gli fa più credito e scivola verso l’indigenza. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda aiuto, cosa dovrei raccontargli, dei vincoli del debito sovrano?

Anche la politica di questi giorni è titubante sulla perdita del benessere, perché di questo si tratta: perdita di tutele e di benessere. Queste cose non entrano nel discorso del telefonista anonimo, forse sono banali. Come le categorie di destra e di sinistra, l’ha ripetuto più volte, semplicemente non esistono più, adesso ci sono i problemi. Vorrei dirgli che i problemi hanno approcci diversi a seconda da dove si affrontano e che la diversità è tutta lì. Ma questo mi ricorda che non pochi amici, che da sempre sono stati più a sinistra di me, mi dicono di essere in dubbio se votare Pd o la lista Monti, questo mi fa riflettere che molte posizioni di sinistra sono strutturalmente minoritarie, e sono state espresse da chi comunque una posizione l’aveva. Da chi, nella sostanziale stagnazione del sistema, non aveva una perdita di status e di privilegi se governava la destra, ma adesso che la valanga è iniziata, un buon conservatore che mantiene la parola è più affidabile per mantenere i privilegi di chi potrebbe metterli in discussione. Perché di questo si tratta. Vorrei dirlo al mio vicino che continua a parlare, che senza l’uomo il denaro non è nulla e che la ricchezza di cui parla è virtuale, se non si traduce in vita, in possibilità di partenza eguali, in redistribuzione attraverso il welfare. Ma la cosa non credo verrebbe capita perché adesso sta parlando del fatto che la politica si deve far carico dei vincoli del denaro. Parole inoppugnabili, ma la politica ha la responsabilità delle vite, dei destini, dell’infelicità indotta dalla società ineguale, qual’è la responsabilità civile del denaro, delle banche, dei mercati?

Il discorso continua sull’inopportunità di una campagna elettorale, parla delle difficoltà dell’Italia di essere credibile (forse vuol dire solvibile), come se la democrazia delle elezioni fosse un’optional, qualcosa che compare e scompare a seconda dei risultati del Pil. Credo che questo sentimento si stia diffondendo anche nella parte del Paese abituata ad analizzare ciò che accade, ovverossia che stabilire una maggioranza sia un lusso da correggere, che la politica debba essere comunque soggetta ai mercati. Credo che questo sia la genesi delle demagogie e dei populismi, delle falsità e delle balle che vengono raccontate, e che fanno finta di occuparsi delle persone, ma in realtà nascondono i veri interessi di una parte e all’interno di un condizionamento economico cercano di trarre un vantaggio per pochi.

Dovrebbe essere forte la richiesta di verità, anziché credere e ascoltare le sirene, chiedere perché si fanno le cose, quali sono i vantaggi per tutti, che privilegi verranno ridotti e tolti. In realtà ho già sentito altrove cose stravaganti, come il non riconoscere più il debito o abolire l’industria, oppure tutti i disoccupati a lavorare nel turismo, ma non è quello che sta dicendo il vicino. Adesso è arrivato alle difficoltà dei tecnici, alla sofferenza che hanno dovuto patire nell’assumere provvedimenti impopolari, al premier che fatica a mettersi al giudizio dell’elettorato perché quest’ultimo è volubile.

Sono arrivato, mi volto, voglio vedere il telefonista: è un ragazzo giovane, avrà 35 anni. Non è un operatore di borsa, da come è vestito non sembra neppure un rampante in carriera. Non ha detto una parola sulla disoccupazione e precarietà dei suoi coetanei. Non capisco, mi viene da pensare che quelli che sono tra i più bistrattati dal sistema, debbano essere difesi dai padri, dai vecchi. Continua a parlare, numeri, dati inoppugnabili, quelle cifre che t’inchiodano all’evidenza: va bene, vorrei dirgli, ma come se ne esce tutti assieme, senza cacciare nessuno, senza far pagare a chi non ha colpa? Oppure la colpa è proprio da quella parte che ha sempre pagato?

 

nebbia

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La nebbia è scesa improvvisa, ha riempito lo spazio tra le case, adesso fuori è tutto ovattato, la luce piove dall’alto, riflette ovunque, come se venisse seminata da un una mano sapiente. Sembra un film di Kurosawa dove nella nebbia si cerca l’uomo tra gli impulsi e se non lo si trova è perché la nebbia è un contenitore, non un’immagine di noi.  Anche ieri notte c’era la nebbia, ma è d’uso da queste parti. Si fermava in pozze discrete ai piedi dei lampioni, illuminava scie d’auto e figure imprecise di passanti. Rade, le une e le altre, avvolgeva e lasciava.

Il tramonto non s’era visto, ma una luce rosata improvvisa aveva investito tutto, riempito ogni spazio, non veniva da ovest, era senza luogo, ovunque, e talmente innaturale che s’ era accompagnata ad un silenzio inatteso. Poi è diventata violacea ed è sfumata, piano nella sera, lasciando un ricordo d’ eccezione, di un gesto senza mano. Per descriverla si poteva usare solo la parola che diceva com’ era venuta: elargita, donata senza appello. E chi la coglieva era stupito, sentiva che non aveva relazione con sé, con i propri meriti o colpe, ma apparteneva al fatto di essere, qui ed ora.

Sono giorni di nebbia, mi piace il suo regalo che porta verso il silenzio, il meditare, restando tra gli altri. Si liberano i sensi quando non c’è molto da vedere fuori, sento profumo di mele conservate in soffitta, di legno scaldato, di carta, d’inchiostro, rumore di pacchetti stropicciati, di passi frettolosi, sensazioni di freddo che si chiude fuori del giaccone, odore di dolce, di pane cotto nel forno. E tutto è più lento e silenzioso, anche la notte arrotonda i suoni, li consegna a chi, insonne, ascolta.

Poi, stamane, il giorno, dapprima è stato limpido nel freddo pungente che ha liberato l’aria dai vapori, ma poi s’è arreso al tepore ed ora accoglie la nebbia. Ed io, l’accolgo e la tengo per sfumare i miei contorni, le punte che fanno male e basta. In fondo, se penso all’anima, penso sia un’ellisse tondeggiante, una nuvola che contengo e mi contiene.

il giorno dopo

Si è consumata un’occasione di riflessione sul perché ci sia il desiderio di fine. Lo thanatos che accompagna la razza umana, che gira in negativo gli impulsi, le opportunità.

A parte i giulivi, il rimettere in ordine le cose, eguagliando e spianando il passato, che significa? Tutti abbiamo molto da perdere,  eppure questo desiderio occulto, scacciato, è presente nel profondo. Forse è l’esorcizzare la paura di ciò che è accaduto un tempo e di cui portano memoria i geni, o forse un senso di colpa atavico che vira verso l’oscuro, oppure ancora l’infanzia dell’umanità che è  giovane e pur parlandone molto, non conosce bene il valore della vita. Forse.

In realtà ogni giorno il nostro mondo finisce un po’, demolito da noi con costanza e leggerezza degna di ben altre imprese. Eppure è bello dire ai bambini: oggi hai un giorno tutto nuovo da vivere, vivilo, non curarti troppo del ieri. E’ bello questo pensiero e incompleto, perché ogni giorno realizziamo una piccola fine  di un pezzetto del nostro mondo, quello che serve a noi umani e a qualche altra decina di migliaia di specie mute.

Perché lo si faccia con sistematicità, smemoratezza e fiducia infinita di farla franca, non so, però accade e continua ad accadere.  E se lo si insegna ai bambini, un qualche divertimento ci dovrà pur essere. Credo sia per questo che ci si preoccupa di una fine del mondo subitanea: ci serve tempo per distruggere tutti i giocattoli che ci hanno regalato.

lasciare e lasciarsi

Nel lasciarsi tra persone, anche se entrambe sanno che sta finendo qualcosa di importante, c’è comunque un’asimmetria. Qualcuno dovrà prendere l’iniziativa perché un percorso si è concluso. E se il rapporto era forte, chi prende la decisione sta peggio di chi verrà lasciato, perché non se ne può lamentare, non vedrà l’altro con altri occhi, non potrà sminuirlo, farà i conti con un’assenza che ha provocato. Certo poi ci sono i disgraziati, gli emuli poveretti di don Giovanni Tenorio, gli immemori, i superficiali ecc. ecc. e la cosa si declina indifferentemente al maschile e al femminile. Ma non sono maggioranza, a mio avviso.

E non pochi, vorrebbero tenere tutto, ciò che finisce, ciò che inizia, ciò che è in atto. Vorrebbero che tutto fosse eguale eppure diverso, così non hanno il coraggio di lasciare e attendono che qualcun altro, o il fato, decida per loro.

Forse dipende da una paura lontana di non avere più mani amorose attorno, forse è la tristezza del lasciare che avvolge il cuore e la vista, ma comunque sia non riescono a vedere che ogni fine, oltre che un dolore,  è un inizio.

camminando 2.

L’autunno è una stagione dolce per Venezia, anche quest’ autunno, pur con l’acqua alta, lo è particolarmente. Ho alle spalle la pennellata densa e potente del Tintoretto, gli occhi e la testa colmi dei bruni, dei colori scuri di tragedia dei grandi teleri, ma anche dei volti di popolo, delle donne così piene di pensieri terreni e spirito vitale. Il campo dei Frari si apre davanti alla Scuola di san Rocco, e c’è un bar all’angolo dove fanno un buon caffè. Nel bookshop, tra le cataste di libri e gadgets su Tintoretto e gli altri pittori della Scuola, ho visto un libro sui cappuccini a Venezia. Parole garbate per una passeggiata tra caffè, chiese, luoghi descritti con il filo dei bar e del cappuccino, bevanda preferita dagli stranieri, ma amata dagli italiani per la sua capacità di rassicurare. Era sotto un libro dedicato alla Venezia immaginifica di D’Annunzio, altre parole, febbrili, violente d’immagini, destinate a mutare tutto ciò che toccano. D’Annunzio mi attrae e respinge, forse è l’eccesso che lo allontana dal fascino delle parole gonfie, come fosse lui stesso a spingere indietro gli altri, per far posto, per lasciare una scia aperta in mezzo alla folla in cui passare solo. Il caffè è buono, ma sbrigativo, troppe persone e pochi posti a sedere. Confusione: meglio una panchina.

Le panchine a Venezia sono poche e molto usate, sia dai turisti che dai veneziani, entrambi le dividono come posti di riposo, i veneziani c’ aggiungono la ciàcola, fitta e sommessa come un merletto. “Tajare tabàri” era un’espressione che sentivo da mia nonna, e significava il parlar male di qualcuno, anche dicendo la verità, mettendola in piazza, porre cioè in vista ciò che stava sotto, il tabarro, per l’appunto. Mia nonna aveva parenti al Lido. Come fossero finiti lì non l’ho mai saputo. Di certo non era stato per andare al Grand Hotel Des Bains. Lei, assieme alla sorella o alla nipote, oppure anche da sola, almeno una volta all’anno veniva a Venezia. Se vogliamo andare con lei bisogna seguire un percorso veneziano di metà novecento, con molta strada a piedi. E’ stata mia nonna che mi ha insegnato ad amare, a trarre piacere dal camminare, gran parte delle cose e dei luoghi che frequentavamo assieme li raggiungevamo camminando. E parlando. Io la interrogavo e lei rispondeva volentieri, con un dialetto così dolce e calmo che mi quietava, mi entrava dentro. Anche la sera quando mi prendeva la malinconia perché mia madre non era ancora tornata dal lavoro, lei mi consolava, e la sua voce mi seguiva in un piccolo sonno, dopo la cena assieme, che avrebbe asciugato le lacrime e m’avrebbe svegliato con la mamma finalmente arrivata. La nonna arrivava a Venezia in treno, in quelle belle carrozze di terza classe con i sedili in legno e lo scompartimento unico. Nell’imbarcadero davanti a San Simeon Grande c’era la prima scelta: vaporetto o a piedi fino a San Marco e poi vaporetto per il Lido? Spesso andava a piedi, e gli itinerari convergevano su Rialto, tra calli e artigiani che lavoravano all’esterno delle case, un riposo su una panchina se non c’era molta fretta e poi di nuovo tra calli e ponti, perdendosi appena, per avere un leggero smarrimento fino a trovare nuovamente la strada. Era una Venezia quasi senza colore, con molte donne vestite di scuro, bàcari nelle calli e fritolini nei campielli, pieni di uomini, cichèti, spunciòni, molti bambini, molte voci, molto rumore. Credo che uno degli zii lavorasse all’Arsenale, ma anche questo abitava al Lido, e mia nonna prendeva il vaporetto per raggiungerlo da San Marco. Non conosco i percorsi nelle strade decò, tra le ville liberty del Lido, certo fu che quelle passeggiate si spensero presto con le morti premature di quegli anni, sostituite dall’andare all’Isola dei Morti.

Il rapporto della nonna con Venezia era un rapporto di persone, forse per questo nei miei pelegrinari quando arrivo alla fermata Celestia, dietro all’Arsenale, in quella riva che guarda Murano, così piena di case popolari e di sole, di persone che abitano e che lavorano chissà dove, ma sono veneziani davvero, penso che andare da un posto all’altro significa vedere, portar dentro la bellezza che c’è attorno, ma soprattutto incontrare persone. E parlare di poco o nulla che davvero resti, se non il senso di calore che procura un incontro. La nonna badava a quello, non pensava molto ad altro, credo che lei della città vedesse i percorsi, qualche chiesa in cui sostare, le persone. A dire il vero, capisco ora che sto camminando e che procedo negli anni, che non ho ricordi di ciò che si dicevano tra loro i parenti quando s’ incontravano. Ricordo i convenevoli, ma mi manca la sostanza dei discorsi. Eppure parlavano, molto e a lungo. Credo dovremmo curiosare di più da bambini, avere gli argomenti del tempo, sapere cos’era importante o banale per chi ti era molto vicino.

Una sensazione che avvertivo era quella di un arcaico trattamento delle cose della vita. Non c’era che la mediazione dell’educazione acui si teneva molto in casa, ma le loro gioie erano gioie vere, le risate piene, i dolori assoluti. Ho ricordi delle une e degli altri, credo siano stati per me un’apertura su un mondo che stava scomparendo, dove gli affetti erano primari, molecole assolute di sentimenti, forse l’unico modo per uscire dalla costrizione di ambienti che prevedevano la coesistenza della continuità delle famiglie e della precarietàdei tempi. Che consideravano con rassegnazione dissesti assoluti, incontrati dalle vite in conseguenza di guerre e migrazioni e rovesci economici. E le fortune, le piccole crescite che si inserivano in un vivere fatto di abitudini, di piccole cose, vivevano nell’ apertura a ciò che accadeva, considerate con la modestia e la sufficienza dello star meglio. Qualcosa da conservare ed al tempo stesso da considerare come un tratto raggiunto, transitorio, e non assoluto. In un senso o nell’altro e perciò prezioso.

Mentre cammino lungo la riva priva di turisti capisco il privilegio d’aver vissuto in un secolo ricco di passioni e di eventi che avevano toccato la famiglia, erano entrati ed avevano lasciato traccia, ma pur visti e vissuti era stato l’elemento umano che aveva fatto da filo conduttore ed aveva tenuto assieme. Alla fine, perdendo cose, averi, affetti, erano rimaste le persone, e queste si erano misurate su di sé prima che col mondo, perché questo, comunque, veniva dopo di esse. Al contrario di molti vecchi che si chiudono in casa, che sopportano con difficoltà la perdita della gioventù e scivolano nel livore progressivo del rifiuto di tutto ciò che è nuovo, le mie prime donne, mia madre e mia nonna, diversamente, avevano continuato a vivere nel mondo e ad entusiasmarsi per esso.

continua quando si potrà…

il moto dei gas e l’illusione del movimento

Le foglie mostrano palmi lucidi d’acqua. E’ quasi sera, riflessi di lampioni sulle pozzanghere, lampi di luce mossa dal vento. Sull’asfalto nero d’acqua, emerge il bitume. La polvere se n’è andata e i fiori colorati disegnano con le piccole foglie, vortici di lettere misteriose. Tutto dovrebbe rallentare per capire, per lasciar parlare le cose, gli uomini. Anche l’entropia (nome nobile del degrado e della putrescenza), ha bisogno d’attenzione non scontata per rallentare.

In questo muoversi di materia che attorno cangia e si trasforma, possibile che solo i nostri piedi prestino attenzione, ma per non scivolare?

Ci meritiamo ciò che sentiamo, ciò che vogliamo sentire, ciò che ci corrisponde, desideri e piacere compreso, ma non siamo sempre stati così. Lo sappiamo quando s’avvicinano le feste, quando il vuoto si fa largo dentro e la disattenzione si ritorce su noi, sulla nostra capacità di sognare. Disattenti a noi anzitutto, disattenti a ciò che ci sta attorno, a poco a poco ci siamo chiusi nella certezza dei nostri affetti più cari e resi impermeabili al mondo. Non ci era richiesto, si poteva conservare gli uni e la capacità di vedere il mondo, di rispettarlo. La cecità progressiva, invece, spinge su una china in cui tutto sembra essere bianco o nero, successo o fallimento, indifferenza o folgorazione, mentre attorno le sfumature di colore pian piano evolvono in un mosaico transitorio di sensazioni, fatti, sentimenti che si perdono.  

Sembra che il nostro muoversi muova il mondo, in realtà transitiamo e della nostra presenza resterà ben poco, se non rallentiamo il tempo.

Moto di particelle in un contenitore che si muove per suo conto. 

camminare 1.

Le prefazioni si scrivono quando si è già scritto, anche le premesse è giusto si trovino un po’ per volta nel percorso, cos’è questa smania di dover precisare, al massimo si viene fraintesi, quindi non preoccupiamoci, almeno non tanto da perdere il flusso dei pensieri.

A me piace camminare, e Venezia è il posto migliore per iniziare un viaggio a piedi che in realtà continua da una vita, ma dove a Venezia? Non da quei gradini della stazione di santa Lucia, pieni di ragazzi al sole, e preannuncio d’altri viaggi, neppure dal ponte degli Scalzi affollato di venditori di patacche o da san Simeon grande sempre così misterioso e quasi terra ferma, meglio più in là, appena dopo i Frari: parto dalla scuola grande di san Rocco.

Una precisazione è dovuta: ci sono molti modi di camminare, a me piace quello fisico, spesso senza meta e quello mentale che continua anche seduti. Dopo.

La scuola grande di san Rocco 

Venezia è una città piccola con edifici grandi. Basta guardare il canal Grande per capire le dimensioni della terra, il vero canale largo è quello della Giudecca, ma è già periferia per la città antica, non conta. E’ tutto piccolo tra gli edifici grandi, fatto per navi piccole, barche piccole, eppure Venezia è stata capitale per 900 anni, di cui almeno 250 grandissimi, a dimensione europea dove l’Europa era il mondo, quello importante almeno, e si fermava sulle brume e sulle spiagge del baltico perché tutto quello che contava era in quel grande lago a sud che era il Mediterraneo.

Cosa fa di una città piccola una capitale? Anzitutto le dimensioni del mondo circostante, ma molto di più gli abitanti, la certezza che hanno della loro identità, del loro passato che diventa forza nel presente e nel futuro. E quindi spinta a fare, osare, intraprendere, gestire il proprio destino. I popoli hanno una loro giovinezza quasi inconsapevole che spumeggia sull’età matura, forte di determinazione, e poi scivolano in una decadenza senile. Questo fa ora dell’Italia un paese vecchio prima che un paese di vecchi, un paese che non riesce a capire chi è e quindi non sposta le geografie del mondo. Anche i giovani, in un paese così, invecchiano presto, non si ribellano davvero, non portano idee che spingano tutti più avanti. al più chiedono di sostituire i vecchi e spesso neppure quello.

Alla scuola grande di san Rocco, Jacopo Tintoretto dipinge a stipendio, è figlio d’un appartenente alla confraternita, non fa il mestiere del padre, è pittore e pure un po’ scapestrato, e sopratutto, non riesce a vincere nessuno dei concorsi appalto della Serenissima, non lo amano. Però è un secolo con grandi epidemie, molti grandi muoiono e lui s’accontenta di parcelle basse. Così nascono cicli eccezionali per lavoro ed intensità unitaria. Le tele di Tintoretto sono così zeppe di figure, di gesti, di popolane che l’oggetto del dipinto è nel contesto della vita, non i pochi, ma il brulicare attorno al fatto, al miracolo, dove ognuno percepisce a suo modo, oppure neppure percepisce. La storia che comprende la meraviglia, i miracoli, l’inatteso, è così. Quanti di noi vivono nella storia che gli passa sopra , sotto, a fianco, al più distinguiamo gli epifenomeni, ma senza percezione di ciò che davvero sarà ricordato, immemori vediamo per riconoscere poi d’esserci stati. E’ il grande brusio della storia, che include, massimizza gli eventi riduce il meraviglioso a fatto e lo banalizza, c’è un cinismo del deja vu, nel non riconoscere che tranquillizza, non siamo abituati a gestire l’inconsueto, tanto più adesso che la scienza ha confinato il mistero tra le ombre della superstizione e dell’esoterismo. Il positivismo è una fiducia immane nei destini del mondo che consegna ad una casta -gli scienziati- il monopolio dell’ottimismo del mondo. Ciò che prima era nel mistero, nell’inconoscibile che irrompeva nel quotidiano, adesso rientra nel non ancora scoperto, in ciò che si chiarirà, basta attendere. Ciò emargina, temporizza, confina la meraviglia e la religione dell’ottimismo fuori dall’uomo e la consegna ai sacerdoti del conoscere, rende dipendenti, non dell’eccezionale, ma del nuovo che si attende fuori della porta di un negozio, pazientemente, oppure si confina nella decima notizia di un telegiornale o nel supplemento settimanale del quotidiano.

Tintoretto lavorava in una capitale piccola di dimensioni, ma grande di aspirazioni, poteva fare a meno di rendere domestica la gloria, il miracolo senza toccarne la meraviglia? Una grande capacità, non solo dei veneziani, era quella di rendere casalingo ciò che aveva cambiato l’umanità che loro consideravano importante. Gesù avrebbe potuto nascere in una calle, predicare in piazza san Marco, o meglio in campo dei Frari, a poco serviva il contesto storico, era qualcosa di miracoloso, di eccezionale che sarebbe potuto accadere tra loro. Aveva cominciato il Veronese con le sue cene in casa di Levi, c’era stato scandalo, inquisizione, ma in fondo non gli era accaduto nulla, eppure si era scardinata la porta d’ingresso ad uso di tutti. Prima il compito dell’ascendenza importante e nobile connessa al primato, era conferita da dio e spettava ai soli re ed a quelli che godevano della loro luce riflessa, ora tutti erano coinvolti dall’accadimento eccezionale, potevano essere partecipi o distratti, mangiare, bere, pensare ad altro, ma c’erano davvero. Merito del neo platonismo sviluppato a Padova? Oppure erano i toscani che avevano attualizzato il trascendente nel buon vivere dell’umano e lo avevano portato a visione del mondo? O forse era la spinta dell’aggregazione dei molti, piccoli regni e signorie, in entità più vaste che aveva bisogno di nuove legittimazioni più popolari, di nuove coesioni per le genti messe assieme a forza, insomma di una nuova religione? Ciò che sembrava era, ed in questa formalizzazione ecumenica di saperi, credenze, rivoli di pensiero arcaico, ci stava tutto, la scienza e il suo contrario, il limite e il suo superamento. Nel ribollire di generazioni che avevano fretta, che sapevano cos’era il precario tra una peste, una guerra, una carestia c’era pur bisogno di una organizzazione collettiva dello spirito. D’altronde a Venezia, ma lo stesso era a Roma, o a Mantova, o a Vienna, o a Firenze, o a Napoli, o a Madrid con una moltitudine di chiese, di congregazioni, di reliquie, i miracoli dovevano per forza essere fatti comuni.

Nella scuola grande di san Rocco, c’è un dipinto di Giorgione che raffigura Gesù che porta la croce, è un’immagine che per miracoli, devozione, identificazione ha portato offerte e donazioni che hanno consentito non poca della gloria della confraternita, eppure se si guarda il quadro non si vede la gloria, si vede la fatica e la rassegnazione del portare il peso delle scelte, quindi un’umanità che non ha la trascendenza potente del divino, ed è piuttosto la rappresentazione delle vite, di tutte le vite, condensate in un gesto esemplare, eponimo d’un intero percorso. Non importa quanto lunga sarà la strada, essa contiene fatiche, direzione, destino, insomma umano, molto umano, con una contaminazione che un mediocre inquisitore avrebbe potuto trovare monofisita in quel tenere a fatica e con rassegnazione dolore, corpo, e anima assieme. Ma in questo riconoscersi quanto c’era del quotidiano, del conosciuto in chi guardava il dipinto con  occhi devoti. Oltre gli ori, gl’ intarsi, la gloria degli stucchi e degli altorilievi, i grandi teleri appesi al soffitto, oltre tutto il luccicare, quanto c’era  di quotidiano che permetteva di chiedere una grazia, un miracolo ad uno che soffriva come il supplicante. In questo essere nella storia, nel coevo, c’era una potenza nuova. Poi bastava uscire e già nel campo dei Frari, verso la Madonna dell’Orio,  il nuovo, il vecchio, era tutto tenuto assieme, dalle case, dall’aria di un futuro che si respirava  e veniva travasato nei simboli e nei modi di vivere.  Fuori, ma anche dentro, serpeggiava un razionalismo geometrico che portava a crescere perché quello era il destino d’ una città, d’ una capitale e non aveva bisogno di dimostrazioni se non nei fatti, nell’andare, nell’essere.

E’ un buon posto per cominciare a camminare.

(continua quando si potrà)

il cielo consola

Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.

L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.

Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.

Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.

E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.