Le vite normali sono talmente ricche di eccezioni, di particolarità nascoste che chi le vive, da molto, ormai non nota.
Nelle abitudini intime e consuete, nei dettagli che non si vedono, nelle cose che si accumulano o si gettano, nelle idee ripetute puntigliosamente senza ricordare quando sono nate, s’annida un’ umanità singolare che attende indefinitamente d’essere riconosciuta. E’ nell’arte del guardare senza fretta, e con rispetto, che si scoprono meraviglie intuite nell’ombra.
Il caffè mi piace caldo, come la soddisfazione e altre cose più o meno dicibili, ma che fanno il piacere del sentire e del vivere. Se metto assieme l’urgenza del caldo, che ha una termodinamica severa, con la pazienza, che pure posseggo, capisco che gli ossimori non sono poi così distanti dall’essere, che si è più cose assieme, per fortuna, e che non c’è contraddizione tra l’amare la pioggia sul tetto e desiderare il sole al mattino.
Il calore si associa ai sentimenti e quindi al sangue, ma non solo. Lo si associa all’amore e lo si pensa lontano dal cinismo, dal distacco di chi non si aspetta più nulla e pensa di conoscere come funziona l’uomo, il mondo. Il calore ha un termostato nel sentire e ci si regola la vita su quello. Quando si sente poco, il calore prima abbandona lo spirito poi il corpo. Troppa passione, invece, porta all’ebollizione e la fretta consuma senza percepire tutto quello che accade. Una bolla di calore emotivo nell’amore, come nell’odio, fa perdere la percezione di sé, ma mentre nel primo caso è un’esperienza di annullamento e rinascita, nel secondo la distruzione diviene tutt’uno con l’essere e non c’è rinascita. Forse per questo fatico a considerare l’odio l’altra faccia dell’amore.
Se subentra un po’ di malinconia e c’è necessità di sentire qualcosa che rassicuri, una minestra calda fa bene, Me l’hanno insegnato le donne che una minestra di dado con la pastina consola. Probabilmente fa casa e mamma, come il plaid. A me piace il minestrone, devo essere sentimentalmente maleducato, anche perché lo preferisco a pezzetti e non passato (altra preferenza femminile, raccontatami). Il vino rosso scalda, consola e avvolge, fa intimità propizia (a volte anche alcoolismo incipiente, ma anche quest’ultimo sembra un effetto della carenza di calore, umano…), il vino bianco invece è più sottile, aggressivo come i finti mansueti, apparentemente innocuo come le parole maliziose, come le immagini, suggerite dalla seduzione. Secondo me il vino bianco ha qualcosa da nascondere e non perché ci sarà sempre chi dice che gli fa brucior di stomaco (altra forma di calore) oppure racconta di altri effetti collaterali meno dicibili, ma perché accanto a questi ci saranno altre che sosterranno che le bollicine che gli vanno su per il naso e danno leggerezza e tepore che scalda dentro e fuori (lo champagne non a caso sta meglio su abiti scollati e a spalle nude). Ci sarà chi distinguerà tra champagne e prosecco, tra secco e dolce. Vincerà il secco senza fatica, magari il molto secco. Très sec per tutti. Pare sia una questione di dieta o altro, e pare anche che il magro (di cui il secco è l’immagine più asciutta) abbia un fascino nascosco, un calore da estrarre rispetto al boteriano dolce, che non a caso s’accompagna ai dolci. Dolce su dolce, senza perder tempo a meditare, meglio abbuffare per dimenticare. C’è sempre qualcosa da rimuovere: un’altra fetta, ma sottile sennò ingrasso, grazie.
La cioccolata va calda, bollente. La panna fredda, ché altro non può essere e se ne può pure far a meno. La cioccolata sorbita, il caffè degustato. Lo ingollano i duri, il caffè, gli stomaci d’acciaio, non i colitici, ulcerosi, pavidi che mai affronterebbero una tempesta senza l’ombrello. A che serve l’ombrello nella tempesta? A nulla, ma questo solo i duri, che hanno una fornace interiore e un cappuccio, lo sanno ed escono dopo un caffè. La cioccolata è un cane fedele, ti segue a lungo, ti accompagna, è educata, inclusiva, ama la compagnia, scalda anche la conversazione, intreccia gli sguardi, evoca. Meglio amara, densa e caldissima, poi si vedrà.
D’inverno, caldo ovunque e viso fresco, finché l’emozione non lo prende. Sembra sia la scelta della razza umana, forse memore degli altipiani etiopici da cui proviene. Invece la vendetta pare si serva fredda come certe frattaglie da osteria che fanno solitudine a vederle, e la vendetta gelata appartiene ai cervellotici, ai biliosi delusi dalla compagnia, persone che si consumano per aggiustare un torto di cui nessuno, tranne loro, si ricorda. Comunque dev’essere un piatto di difficile digestione, la vendetta fredda, come i nervetti in osteria appunto, e che non soddisfa mai completamente neppure il cuoco, che forse vorrebbe effetti maggiori. La polenta va calda, ma la polenta è come la povertà che si riscatta, ha speranza e si combina con tutto o quasi. Ama il vino rosso, caldo su caldo, poi quello che succede sono affari vostri. Non ci sono notizie di abbinamenti polenta e champagne, carenze del sistema cultural politico del nord.
Preferisco il caldo, non fuggo il freddo, ma solo per quanto è necessario per amare di più il caldo. E’ come per i sentimenti, l’assenza coltivata per acuire il desiderio è un po’ una perversione. Quest’inverno non nevica e m’impedisce di gioire al caldo della mia casa guardando i tetti che si riempiono di neve. Sentirsi caldi e guardar fuori il freddo dà una sensazione di potenza, significa che provvedo al mio corpo dandogli calore e lui è felice e rassicurato. Ben essere. Come cercare l’amore dove si trova (altrove, dove non c’è, fa freddo), sorseggiare il caffè, e meglio ancora la barbagliata che unisce mirabilmente caffè, cioccolata e panna. Guardar dentro e fuori allo stesso tempo, pensare che il non sense ci appartiene, che la logica ci fa dominare. La logica è fredda, l’amore è caldo, il caffè è amore.
Ci sono persone che ti stanno sulle scatole a gratis. Non ti fanno fare fatica. E non è un giudizio sulle persone, è un giudizio sulla possibilità di un rapporto. La fatica per mantenerlo sereno è talmente elevata che ci si scoraggia presto e se non si è obbligati a sopportare per motivi di lavoro, od altro, si taglia. Magari in queste persone c’è certamente del buono, ma sarà questione di ferormoni negativi, se qualcosa fin dal primo momento arriccia e repelle. Il moralismo, la supponenza, l’arroganza, la viscidità, la furbizia, la rigidezza. Basta una di queste caratteristiche, che il titolare forse sente come positive, per mettere sul chi va là. Eppoi la bocca fa il resto, basta che parlino e quello che hai sempre rifiutato te lo senti dire, vantare, imporre. E allora è fatta, e quella persona che ti aveva fatto rizzare le antenne, non ha più la possibilità di risalire la china e ti sta definitivamente sulle palle. Da quel momento le cose vanno per loro conto, ovvero più lontano stanno meglio è.
Tra le cose che vorrei fare di più quest’anno, come sempre, c’è la lettura. Però spesso quello che leggo non fa scattare la magia del transfert, l’innamorarmi della storia e allora rimpiango un poco i pomeriggi e le notti in cui non sentivo nulla di ciò che avveniva attorno, le ore volavano e mi trovavo alla fine col viso fiammeggiante e l’impressione d’essere stato altrove, in un mondo comunque bello e differente.
Sarà che leggo cose poco interessanti, non scelgo con sufficiente accuratezza gli scrittori, oppure mi lascio ingannare dalle descrizioni dei risguardi e della quarta di copertina, che al pari dei titoli degli articoli di cultura, poi parlano d’altro. Sarà che ci sono troppe parole e pochi concetti, poca storia e troppo spesso i personaggi vengono presi, fatti vivere e poi abbandonati, riempiendo pagine e pagine di attesa che non conclude. La lettura in questi casi, diventa un lunghissimo coitus interruptus che toglie senso alla passione. Esigenze editoriali, un libro deve avere almeno 160 pagine per costare 16 euro, ma se ne faccio uno di 600 pagine e lo vedo a 20 euro sembrerà un affare.
Certo non è sempre così, a volte, inaspettatamente emergono meraviglie e resto incantato, ma da tempo ho questo senso di disagio, di dislessia crescente che se non mi stacca dal piacere di leggere, lo confronta con altri momenti. Mi consolo pensando che mi accade anche al cinema, e ormai vedrei più volentieri un trailer mediometraggio che lasci intuire e dica l’essenziale, piuttosto di molti dei film che passano.
La lettura però resta un grande piacere e mi tranquillizzo, perché penso accada a molti buoni lettori che, accanto alla sempre forte voglia di leggere, emerga il bisogno d’ essere attratti, avvinti, stupiti e che il tanto leggere passato abbia prodotto graduatorie personali, che sono poi specchio del sé che muta, e cresce, e che queste graduatorie da un lato rifuggano la critica e l’analisi esteriore, ma dall’altro tengano e misurino la conformità a sé.
Col tempo, la lettura, come ogni cosa che ci sta attorno, diventa sostanza nel vivere e un abito che s’indossa. E pure l’abito nuovo dev’essere adatto a sé. Questo è il leggere e il goderne. Indossare una storia come un buon tessuto sulla pelle che, anche quando si toglie, lascia una sensazione di morbida bellezza.
Che fare dell’intangibile? E’ tutto davvero scomponibile in segnali, piccole correnti, gangli, mitocondri, connessioni che generano percezione, gabbature d’occhi, di mente, ricordi fallaci, errore e razionalità nel riconoscerlo, ecc. ecc. e poi? La risposta è quasi un inizio di dominio, con le neuroscienze ci si può ancorare allo spiegabile, e quindi a ciò che si tocca, evolve, muta, degrada, ma basta? Perché esiste qualcosa che ci fa restare muti e non si capisce, e allora non è questione di credere, e neppure di non sapere ancora abbastanza, è che la meccanica, i segnali, non esauriscono l’intangibile e chi non crede si trova davvero solo davanti ad esso. Però se non viene da credere non viene e mica ci si può fare un film apposta per tranquillizzarci. Neppure della scienza si può fare religione.
Diciamo che tutto questo aiuta il senso del relativo: se non credo non è che trasferisco sulla scienza il bisogno. Casomai emerge la consapevolezza che essere nel tempo del tangibile e della scienza non ci salva da noi stessi e dalle nostre domande. E per fortuna che questo accade, perché così possiamo essere preda dell’amore, della gioia, della tristezza, delle passioni. La scienza al più fornisce un’ancora da buttare, ma ci sarà poi un fondo raggiungibile e disponibile? Il rettile che alberga in noi non crede, non si muove a caso, è il prodotto del determinismo ferreo di migliaia di prove evolutive e quando apre un occhio non prova sentimenti, solo bisogni, ma su di lui una pioggia di intelligenza è caduta. L’ha confinato dove doveva stare. Motore, animalità, reazione automatica, istinto. Serve tutto al rettile evoluto in predatore, divenuto specie che sceglie. Evolvendo, acquistando velocità e abilità, sul dorso fatto tigre, là verso il collo, si sono accoccolate domande che corrono con l’animale. Domande dotate d’artigli mentali, non meno acuminati di quelli che aggrediscono, ma poi, retratti, carezzano i piccoli. E allora che fare dell’intangibile mentre si corre, si annusa l’aria ricca di ferormoni, mentre circola il sangue dove s’annidano i desideri? Che fare con gli obbiettivi che rivelano la loro piccola consistenza, con gli assoluti degradati a relativi? Accogliere ciò che non ha spiegazione fornisce una libertà aggiuntiva. Anche il razionale s’arresta e poi partecipa stupito dell’ignoranza di ciò che si sente. Buone le domande, lasciamo largo spazio a ciò che non si capisce: si capirà, in parte, ma resterà il dubbio e ciò che resterà da comprendere sarà una porta aperta, non una gabbia.
Le ruote dentate del pendolo hanno molti anni. Più o meno un centinaio. Cerco di regolarle, e mi pare di raggiungere lo scopo con l’equilibrio dei pesi e delle oscillazioni, ma poi i minuti mi smentiscono e un po’ accelerano e un po’ rallentano. Il pendolo irride l’ordine proposto e impone un suo ordine. Il pensiero scivola sui ricordi, sulla loro cronicità fallace, sulle stesse cose che occhi diversi vedono differenti e menti diverse vivono altrimenti. Più volte m’è accaduto di ascoltare episodi a cui ho assistito e sentirli differenti nel vissuto d’ altri, le sequenze cambiate, l’importanza di ciò che si disse, e accadde, mutata.
Oggi mio padre compirebbe 100 anni. Se n’è andato troppo presto, come troppo presto era andato via dalla città in cui era nato e non è mai stata sua. In lui la cultura dei nonni era la nazionalità, anzi il luogo da cui provenire e tornare. Se n’è andato quando si capisce a cosa servono i padri: troppo presto per tutte le cose che non sono state dette, per le domande inevase, per i silenzi da condividere vivendo. Ma forse è sempre troppo presto per andare e troppo tardi per dire ancora, così i ricordi sono sentimenti sovrapposti ai fatti. E ora contano molto i sentimenti. Non so se gli sarebbe piaciuto questo mondo, magari i figli come hanno poi vissuto, certamente i nipoti che non ha conosciuto, ma il resto avrebbe avuto la sua disapprovazione. Troppo distante dalla sua vita, dalle idee e dai principi che l’avevano guidato. Penso che nell’imprinting ciascuno di noi diventi unico, perché riassume ciò che c’è stato e ci aggiunge il suo. Ovvero ciò che pensa e sente davvero.
Affiorano le sensazioni, i ricordi riferiti in casa, la distruzione e la ricostruzione del vivere nelle due guerre: la prima che distrusse, la seconda che generò. Eppoi i figli, il lavoro difficile, anche per le idee politiche, il senso di responsabilità, l’onestà verso se stesso e gli altri, la precisione, per Lui, naturale nel proprio lavoro, la tolleranza, le idee di giustizia ed equità, i principi ribaditi. Era gentile e mite e non erano debolezze, ma forza in chi non arretra e si prende carico di sé e degli altri.
Una direzione ci è stata fornita. Come questo scorrere di tempi che accelera e rallenta e irride la smania di precisione vuota. Così si capisce il tempo dell’occasione, si prendono gli appuntamenti necessari, si accetta l’errore fino a non vederlo più tale, ma riconoscendolo come parte del vivere. I ricordi sono pezzi di sé, abbiamo un puzzle dentro che ricompone in continuazione e non chiede. Casomai mostra soddisfatto il risultato ottenuto. E sorride, contento di sé come un bambino.
Se la mattina si ascolta prima pagina su radio tre, dai commenti arriva un’altra Italia. Parlano persone di pareri diversi, uniti dalla passione per quanto accade. Non di rado piccole storie, difficoltà, soprusi e indignazioni. Dall’emozione, che spesso attraversa le voci, si capisce che quando non se ne può più, bisogna pensare di non essere soli, e dire ad alta voce la propria opinione, il rifiuto e la condanna di ciò che non va. Chiedere che cambino le cose e crederci.
E’ il silenzio su ciò che accade che condanna all’isolamento e all’impotenza. E quando si sente la solitudine nel fare bisognerebbe pensare che ogni giorno questo Paese è mandato avanti da milioni di persone oneste, da gente che lavora e fa cose meravigliose senza alcun privilegio, da persone che si ammazzano di fatica per mantenere dignitosamente una famiglia. Persone che non hanno mai perduto la speranza che le cose cambino, che devono, con fatica, convincersene ogni giorno e che non hanno alternative, perché scivolerebbero nella disperazione. E la disperazione uccide la voglia di fare prima delle persone e loro per responsabilità personale e collettiva, non possono permetterselo.
Questi milioni di persone hanno bisogno di rispetto e di attenzione. Attenzione della stampa, dei media, della politica, ma anche di tutti noi. E’ su di loro che si regge il presente e buona parte del futuro. Hanno bisogno di rispetto perché nulla potrà essere fatto se non collaborano. Hanno bisogno di essere considerati, difesi, condivisi nel loro sforzo di fare. Sono loro, con il coraggio, l’intelligenza e la caparbietà quotidiana, a fare l’Italia, assieme alla cultura e al patrimonio artistico. Le poche grandi imprese e le tante piccole e medie, a nulla conterebbero senza di loro. Se c’è un motivo per essere fieri di essere italiani, di avere speranza, di rimanere, è perché ci sono ancora tante, tantissime buone notizie silenti che fanno il loro dovere.
E’ importante riconoscere queste donne e questi uomini, ringraziarli in quello che fanno, pensano, sperano, ed essere con loro, perché l’Italia, sarebbe il deserto dei cuori, se non ci fosse chi va in direzione ostinata e contraria rispetto al cinismo della finanza e della politica e si accolla il peso della speranza, della giustizia, della fatica di esserci sempre e comunque.
A volte bisognerebbe tranquillizzare i vicini. Fargli sentire che non siamo troppo strani. Basta una parola consueta, un augurio, un bacio. Poi chiudere la porta e ritornare a sé, perché è il caso che ha portato ad abitare le stesse scale, mettere muri e rastrelliere per bici in comune. Una osservazione sulla pioggia che stanotte batteva furiosa sul tetto, un sorriso perché è iniziato l’anno, e sarà buono, ma noi siamo gli stessi. Poi chiudere la porta e ritornare a sé. Ci sono sempre tante parole che non si riescono a comunicare. Meglio, disorienterebbero inutilmente, hanno altre orecchie che possono ascoltare. Le vite si osservano con occhi diversi, a volte neanche tanto diversi quando una dirimpettaia aveva sempre caldo e non si curava molto delle tende.
C’è chi fa l’entomologo e classifica, si stupisce, cerca di capire il meccanismo, trovare regole. Chi invece scivola correndo sulle superfici, si orienta sui sorrisi e sulle fronti aggrottate, ma dimentica tutto in un girare di sguardo. C’è chi assorbe e non s’accontenta, tace perché ha misura del dire e se parlasse sarebbe irrefrenabile come la pioggia di stanotte e allora ascolta, cerca di capire e se non accade mette da parte, capirà. C’è chi cerca d’essere specchio di ciò che osserva, accontenta, mima, dice le parole che si vogliono sentire, ostenta simpatia. Poi va oltre e riflette altre parole, altri volti, altri pensieri. C’è chi non si cura, a malapena saluta e prosegue la sua corsa, qualche volta si stupisce di non essere compreso. Molti mescolano tutto e distribuiscono un po’ di privato, un po’ di confidenza, un po’ di superficialità, un po’ di pettegolezzo. Che oggi non si chiama più così, ma gossip e sembra sia meglio e più allegro di prima, senza togliere quella soddisfazione di mostrare qualche intimità altrui. In fondo è l’antidoto quasi permesso alla riservatezza ufficiale delle vite, al pudore che non è quello naturale dei sentimenti, ma quello inculcato dei corpi.
Mah, che vuoi che ti dica, raccontami di te che mi sfuggono le parole comuni, dimmi. Se davvero mi interessassi vorrei vedere la tua anima, scavare assieme a te per capire se nella fatica ci incontriamo. Capire come mangi, bevi, sogni, quali sono le tue abitudini, dove ti rifugi quando ridi o hai paura. E invece è meglio parlare del tempo, del tetto e del colore che si scrosta sulle scale, dei cani che stanotte erano inquieti perché altrimenti vorresti sapere di me ed io non ho voglia di spiegare.
Allora accontentiamoci dei sorrisi fugaci, mettiamo assieme quello che si può, stringiamo legami dolci di partecipazione. Rassicuriamo, scambiandoci piccoli doni di cibo e tenendo per noi il mondo che viviamo davvero, fatto di parole difficili da dire, giudizi taglienti, convinzioni più forti. Viviamo il caso, che c’ha condotti assieme, con un sorriso, che vale, rasserena e poco costa.
Abbiamo sempre parlato poco delle feste, dandole per scontate, accettando la nostra diversità di sentire senza dirla. Ci si arriva come si è, non potrebbe essere altrimenti, eppoi come mettere assieme luoghi, attese, pensieri differenti. Penso a ciò che fai tu e ciò che faccio io, ma tra il fare e il disfare gli addobbi, l’albero, si misura la distanza e la consumazione della festa. Per tutti. Questo grumo di festività così addensate avrà pure una ragione, anche per chi non crede; un significato che è diventato civile a furor di popolo, ma poi se n’è persa la ragione e così restano numeri rossi sul calendario, la voglia di voltare davvero pagina e una necessità di riposo che forse solo il freddo presunto spiega.
Insomma non c’è niente da fare, quando non ci sono bambini nelle case per vivere con i loro occhi, i giorni scorrono e la delusione emerge perché ciò che è accaduto non corrisponde mai a quanto si genera inconsciamente come attesa. Il meraviglioso non ha succedanei, e se esso è transitorio e volatile diviene ancor più disposizione d’animo in cui si mescola la paura di non avere nulla da abbracciare con la sorpresa del trovarlo. Fugata l’idea di non essere amati, e il dono conforta l’amore, lo rende tangibile, la meraviglia si appaga e si dispone queta ad una nuova attesa, resta il calore che qualcosa di importante è accaduto. Questo appartiene ai piccoli e, di rado, a qualche adulto che ha conservato la disposisizione all’innocenza, per gli altri è passata la festa.
Domani la maratona del cibo dovrebbe essere finita (chissà perché lo stare assieme deve essere così iper calorico…), poi ci si risveglierà a gennaio; senza saper bene che fare e cosa è accaduto davvero. Resta un albero e gli addobbi da riporre, la sensazione che tutto sia volato in fretta, che qualcosa sia accaduto, ma forse ero impegnato altrove con la testa, e così ho dormito la meraviglia. Non è così anche per te? No? Che persona fortunata che sei…
Ci saranno altre occasioni, bisognerà lavorarci per arrivare preparati.
Ascoltavo molta musica. Anche quella che inizialmente sembrava difficile e non mi piaceva. Applicavo alla musica gli stessi criteri della lettura, leggevo qualsiasi cosa e dove non capivo, rileggevo, più volte finché mi sembrava di aver compreso, oppure cercavo altrove scomponendo ciò che sfuggiva. A lungo, con caparbietà, prima di arrendermi. Ascoltavo dovunque. Avevo l’abbonamento alle stagioni concertistiche, ma questo era solo l’evento eccezionale, nel frattempo c’era la radio, i dischi, i nastri, le prime cassette.
Poiché la musica mi provocava emozioni forti, non mi opponevo, e abbandonandomi cercavo di capire cosa agitasse la gioia o la tristezza che provavo, da dove venisse quel momentaneo senso di pienezza che mi faceva muovere le braccia e cantare a voce alta. A volte dopo aver provato sensazioni forti mi sentivo caricato, pieno di energia, altre svuotato, come ci fosse un’ assenza disperante e senza nome.
Cantare le canzoni, la musica che ci stava attorno, era quasi naturale, mi ero lasciato travolgere dalla mescolanza del testo e della melodia quando avevo capito che si potenziavano assieme. Non capivo nulla o quasi di musica, mi aiutava l’orecchio. L’adolescenza aveva fatto il resto: con la musica si socializzava o ci si separava. La musica classica era stata una scoperta personale, quasi un atteggiamento finito male, perché poi l’oggetto mi aveva preso. E sembrava pure di facile ascolto questa musica così piena di suono, di colore, densa e a suo modo naturale. Altre volte solenne, lunga, impervia e poi placida, comunque sempre sorprendente. Fosse la magniloquenza dell’organo, naturalmente ero partito da Bach, o la gioia della nona di Beethoven, oppure il barocco, che scoprivo in Vivaldi, qualunque cosa fosse, la compitavo, e la riascoltavo fino ad assorbirla e sentirla dentro che suonava per suo conto e all’unisono con me. Compitare e memorizzare vanno assieme, riconoscevo gli stili, azzardavo. Nella mia ignoranza, mai migliorata col tempo, pensavo per blocchi, ascoltavo per collocare e discernere. Mi sembrava che inzialmente, nel barocco in particolare, le contaminazioni fossero tante e che la brillantezza o il colore scuro appartenesse prima al luogo che al compositore. Cominciai a pormi il problema degli esecutori più tardi, perché sentivo differenze grandi sulle stesse note e non era solo questione di tempi di esecuzione o di registrazione, qualcuno mi sembrava più bravo di un altro, ma non ne sapevo il motivo. Come un rompighiaccio procedevo, l’ignoranza restava, acquisivo nozioni e il mare anziché restringersi diventava più vasto. Mi mancava la teoria, le basi che avevo erano talmente vaghe e consegnate alle esperienze di canto corale, che non ne vedevo alcuna utilità. Certo conoscevo qualcosa di gregoriano, qualche nozione di base di notazione musicale, ma non seguivo uno spartito, se non ascoltandolo con la musica. La carta non mi suonava dentro. Eppure capivo che era questione di lessico, anzi di lettura. Se nella mia ignoranza grammaticale comunque riuscivo a leggere cose strane e difficili (almeno per me lo erano) e assorbirne significato e musicalità, mi illudevo che lo stesso funzionasse nel linguaggio musicale, ma in realtà non era così perché mentre scrivere era relativamente facile, tradurre in note quello che mi passava per la testa era impossibile. Comunque continuavo la mia esplorazione, naturalmente erano i brani più popolari, però in un insieme di rimandi e collegamenti finivo in altre epoche, stili, generi, autori, interpreti. Un’autentica scoperta fu la musica medioevale, a cui arrivai attraverso Respighi.
Questa piccola passione un po’ mi allontanava dalla musica dei miei coetanei, anche se continuavo ad ascoltare canzoni, a cantarle da solo e in compagnia. L’altra musica era però una scelta personale e solitaria. Un poco me ne vergognavo, quasi mi stessi collocando fuori dalla mia età sociale. Non riuscivo a parlare delle emozioni che provavo, era un fatto privato come leggere certi libri, fare certi pensieri, scrivere certe cose. Credo che questa modalità di ascolto e di ricerca, facilitasse un isolamento e una riflessione personale e siccome la musica, come tutto il resto la trattavo a sensazione, lasciandomi prendere, ne accettavo una sorta di potere, di magia su di me, per cui le attribuivo capacità terapeutiche.
Mi si era formato in testa un pensiero: la musica ti salverà. E da cosa mi avrebbe salvato, lo identificavo nella fatica di crescere, nella difficoltà di comunicare le proprie emozioni agli amici (la famiglia non serviva più per questo) e che erano più compagni di gioco o di scuola, che compagni di sentire. La musica mi avrebbe guidato nelle pulsioni nuove che sentivo, nella paura del disamore, avrebbe mitigato ed esaltato in accordo con me. Insomma mi avrebbe tolto in maniera assolutamente singolare dalla solitudine.
Poi, ma fu molto dopo, ho capito che qualsiasi cosa ci risuoni dentro, sia essa una melodia, o dei versi, o un pensiero che legge ciò che sentiamo, sono ausilii che ci vengono donati. Siamo noi che ci riconosciamo in un gioco di specchi e così noi soli ci possiamo salvare. Ma se portiamo con noi la capacità di riconoscere la bellezza, allora le boe, le zattere, le navi con cui percorriamo i nostri mari sono strumenti che ci vengono donati da altri inconsapevoli amici, che ci fanno sentire meno soli anche se la fatica di andare nella vita, è nostra. Ho capito anche che ci salveremo lasciandoci andare a noi, riconoscendo le nostre ferite e lasciando che guariscano, pur permettendo che ciò che ci appassiona lenisca. E questo perché ci è dovuto e siamo importanti a noi.
Con parole che ora mi sembrano troppo tronfie per qualcosa che è semplice, penso sia importante che nella ricerca costante di amore ci sia una colonna sonora, che parole efficaci ci accompagnino, ma poi spetterà a noi trovare strada. Insomma essere forti e ripetersi: in dulci jubilo come fosse davvero rivolto a noi.