22 marzo ore 10.53

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Spesso accade che scompaia l’azzurro, ingrigisca la luce e il cielo diventi bianco latte per poi piovere a dirotto. E il verde nuovo, gli alberi ancora spogli, le siepi di biancospino, di bosso, di lauro, i narcisi già così fioriti e serrati sui clivi di canale, diventino ancora più precisi di colore e di forma. E accade che la forza d’acqua, cadendo, strappi petali di mandorlo e di pesco, che ci siano macchie di fiori nuovi che debbano opporsi alla violenza dolce, ma accade per un poco e l’albero, l’arbusto, attorno alle radici, prima insignificanti di colore, abbia poi un tappeto lieve, ancora intatto di bellezza, come se la vita attendesse prima d’essere altro mantenendo altrove sostanza e forma. Accade anche l’improvviso freddo, il sollevar di bavero e lo stringersi nei cappottini e nelle giacche, già fiduciose di calore nuovo. Accade che gli uomini e le piante si raccolgano in sé, attendendo arrivi il bello, che poi coincide con il buono. Ecco, l’attesa di qualcosa che invariabilmente mantiene le promesse, è vita che nasce. Non altra da noi, ma vita da cogliere ancora, da tenere tra le dita con dolcezza, da godere nel suo svolgere veloce. E poi lasciar volare, perché nell’aria di marzo, in fondo, nulla cade mai davvero.

suonatore di strada

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S’appoggia al muro, il violinista,

la schiena si raddrizza,

una sola nota suona

e più chiara sembra l’aria, 

quieto il rumore attorno.

Lunghissima e costante,

infrange il tempo della distrazione,

e sembra non finire: 

così si fa silenzio! 

Dai tavolini dei bar si girano le teste,

s’apre una porta di bottega, 

un uomo guarda mentre asciuga le mani nel grembiule,

chi è quel signore, chiede un bambino,

e indica col dito, 

la mamma qualcosa sussurra,

mentre la nota si spegne d’improvviso.

S’alza l’archetto,

ora la mano pizzicando danza,

e mentre riprendono le voci, ma più piano,

nasce un ritornello nell’aria cristallina.

Che strano, un’attesa si fa strada,

tra desideri che passeggiano,

dentro gli occhi che rubano dalle vetrine, 

nel chiacchiericcio e nelle risatine,

tra passi lenti e braccia allacciate,

s’insinua e nasce

e vive d’attimo,

e si confonde di pensieri

di un giorno, 

di una vita, 

per sempre, 

non importa, 

nasce.

 

selfie e potere

Questo bisogno di essere contigui al potere, partecipe, si traduce nel selfie con la celebrità. E’ la traduzione del conosco, che in realtà significa: sono conosciuto da…, posso perché partecipo del suo potere. Quindi la prossimità con chi può, fornisce identità, e quindi l’essere diverso, un po’ sopra, speciale. Il potere oggi si auto rappresenta molto, siamo passati dalla rappresentazione berlusconiana al far da sé che dipende molto meno dal ricatto televisivo, ora è la tv che cerca.  Renzi è l’epigono di questa auto rappresentazione che sdogana la politica da una necessità di riconoscimento, è il sono perché mi riconosco. 

Avere un’ideologia alla Marchese del Grillo a portata di mano comporta che chi vuole cercare un ruolo, un’importanza, non solo politica, prima di tutto si riconosca in un ego che si autoalimenta. Ma è da pochi, gli altri si adeguano con nuovi mezzi, e come un tempo dicevano conosco, perché avevano stretto una mano, oggi lo dicono con un selfie, con una telefonata ad una segreteria, cercando di essere un terminale di quel potere che si autorappresenta. Una epifania dell’essere e del suo futuro, che diventa di massa, salvo che questa rigetterà tutto quando il potere se ne andrà altrove e ne cercherà un altro nuovo.

contentezza

Ci sono momenti in cui si è contenti, e non è razionale, epperò viene naturale accettare d’essere così piacevolmente pieni di qualcosa che è reale ed impalpabile assieme. Ci si sente come da bambini, dopo una giornata di giochi, e assieme alla stanchezza, nel tornare a casa, c’era la certezza che il giorno successivo si sarebbe ripetuta la felicità e così ne derivava un piacere che durava fino al sonno.

Oggi, credo, si sia contenti perché qualcosa è andato per il suo verso e questo apre al futuro, come c’era allora la certezza del piacere del gioco e del giorno dopo.

E’ quella fiducia nel favore delle cose e quell’aprirsi che aumenta la contentezza e a volte la muta in felicità.

Ecco quello che dice ciò che si apre: questa contentezza durerà oltre questo presente che ci prende.

Non so da dove provenga tutto ciò, anche da noi stessi, credo, ma è un dono e come tale dev’essere accolto: col sorriso.

 

un maledetto imbroglio

E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.

 

distanza

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Il reale, di se stesso è ossimoro,

e non se ne vergogna,

anzi del suo opposto si fa beffe.

Così la vita tua si svolge,

anzi si dipana,

distante dalla cura mia,

e quella che metterei,

diviene racconto, parola,

gesto tenero e lontano.

Ora il reale,

contiene ogni ossimoro,

e si beffa d’esso,

e d’ogni suo contrasto.

E così, d’ogni tenerezza.

 

fotografare non stanca

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E’ mutato il significato della fotografia: da eccezione a normalità. La quantità e la diffusione delle immagini è sempre stata presente, la Kodak, a partire dai primi del ‘900, ha costruito un impero su questa possibilità di renderne universale l’uso della fotografia, ma oggi la possibilità di fermare immagini prescinde dai nomi dei produttori, diventa, come per la riproduzione del suono, qualcosa di cui ci si accontenta dal punto di vista tecnico per far emergere un significato dell’immagine. Quale significato? Quello della dimostrazione dell’attimo vissuto. E così il tempo viene rubato a se stesso, l’immagine sostituisce il messaggio, che anziché essere scritto, appare. E mai come oggi la fotografia è stata insieme narrazione di frammento e apparenza priva di contesto. Frammento perché cerca di racchiudere la parola che descrive in un mostrare e quindi lascia al libero arbitrio interpretativo. Apparenza perché la stessa descrizione del contesto dev’essere semplificata dal punto di vista cognitivo, si deve condividere per non equivocare e quindi la cosa dev’essere semplice. Andrebbe tutto bene se la semplicità non divenisse banalità, ripetizione, serialità da eccesso, per cui non lascia traccia anche se pretende di mantenere in sé l’attimo, cioè l’eternità.  Mai come adesso si è socializzata la fotografia e ogni giorno vengono immesse quantità inimmaginabili di immagini visibili a chiunque, per cui ci si può chiedere se non sia questo numero a rendere totalmente differente il significato del fotografare. E’ così. Gran parte delle immagini non hanno un significato comune e semplicemente, entrando in rete, vengono buttate in una discarica che non si saturerà perché ciò che si fotografa comunque perderà la funzione di traccia del sé, per la volatilità del digitale, e non solo la sua enorme quantità. I supporti magnetici non tengono più di un certo tempo e se una stampa o una pellicola durano più di 100 anni, una registrazione digitale può esserci o non esserci, dopo 20 anni. E’ un problema per gli artisti, per i fotografi veri? Certamente no. E per chi vuole tenere l’eccezione è un problema? Neppure. Solo che una cosa, la fotografia al pari del testo solo digitale, è qualcosa di diverso da ciò che era, non è immortale, non racconterà di noi, non mostrerà il mondo come noi l’abbiamo veduto, neppure quando si potrà leggere o vedere, perché parlando tutti assieme non si sente nulla di ciò che viene detto. Una sorta di Alzheimer tecnologico divora e divorerà la memoria questi scatti, assieme ai documenti che scriviamo e tutto il resto. Ecco che il mezzo assume oggi un altro significato, la transitorietà, e forse questa è l’immagine più fedele che la fotografia ci restituisce. Sic transeat gloria mundi. La nostra gloria non dura, ed è la cosa più crudele, dopo la perdita della giovinezza, che ci potessero dire. 

il bravo soldatino

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Come un bravo soldatino faccio ciò che devo. Mi attendo una ricompensa, un’attenzione che mi tolga dall’indistinto fare, arriva quando vuole, spesso inattesa e così mi confonde. Quasi fosse immeritata. E mi fa arrossire, anche se riconosco d’essere un ingranaggio: mi muovo perché altri si muovano. Sembra sia questo il significato delle vite: ruotare perché altro ruoti. Ma perché? Mi hanno convinto che fare ciò che si deve è buono, fermarsi o girare in senso contrario, è cattivo. Eppure spesso ho la sensazione che far ciò che si deve bruci il tempo, il mio tempo, e allora mi viene la tentazione di non fare, oppure di fare altro. Qualunque cosa. Basta che sia diverso e nuovo, inatteso. E allora quelli che prima non ti prestavano attenzione, ti si rivolgano, ti chiedano perché, usino blandizie e minacce e tu possa dire di sì oppure no. Una notte ho fatto un sogno. Sogno spesso, ma sognare sembra una continuazione del giorno, solo che nel sogno, faccio fatica, dimentico qualcosa, diventa difficile fare cose semplici, insomma sembra ci sia una resistenza che rende vischioso fare bene ciò che devo fare. Ma questo sogno era diverso: ero in una grande stazione, quelle enormi, altissime e fatte di travi d’acciaio che vanno verso il cielo, e vetro per lasciarlo passare, il cielo, cosicché c’è sempre tanta luce grigia. Anche a mezzogiorno. Chissà perché le stazioni sembrano monumenti a qualcosa che non c’è, sono grandi, molto più grandi di uomini, binari, treni e paiono fatte per qualcosa che non sta lì, che non si ferma che per poco. Mah. Comunque, nel sogno, c’erano persone attorno, voci, musica, annunci e, in questo rumore che avvolgeva, mi sono avvicinato alla biglietteria e ho chiesto un biglietto. Il ferroviere, dietro al vetro, era in divisa, con un cappello dalla visiera nera e lucida, che quando si chinava, rifletteva la luce sui miei occhi, come mi interrogasse anche mentre faceva altro. Metteva a posto i suoi biglietti e pareva avesse tra le mani il mondo, che tutti quei posti fossero suoi e solo lui potesse permetterti di accedervi, di andare davvero lì ed essere accolto. Mi ha chiesto: dove vuole andare?  Ed io lo sapevo cosa dire, lo sapevo da molto: lontano, voglio andare lontano. Mi ha staccato un biglietto di una volta, un rettangolino di cartone spesso e bianco, ho pagato e poi, col biglietto tra le mani, ho preso una valigia. Sì, avevo una valigia, ed era leggera, sembrava vuota, ma ero sicuro che ci fosse il necessario, anche se non ricordavo quando l’avevo fatta. Con la mia valigia sono andato verso la banchina. C’erano molte persone in fila che attendevano e una ragazza vestita di verde, con un cappello a calotta pure verde. Pensavo che era bella. Poi pensavo che la notte sarei sceso in una città che non conoscevo, che avrei cercato su una strada dritta e piena di alberi ai lati, un alberghetto con un banco di legno scuro e un fattorino che attendeva. Poi ho riguardato la ragazza e ho sorriso, e lei, un po’ indecisa, mi ha risposto. Ero felice e imbarazzato e così, per far qualcosa, ho guardato il biglietto, come a mostraglielo. La stazione d’arrivo non si leggeva, ma la data era nitida, era di tanti anni prima, ma ero contento lo stesso, ero sicuro valesse ancora. Così mi sono svegliato. E mi sentivo bene.

Basterebbe esercitare il diritto a un perché e l’immenso castello cadrebbe all’improvviso.

ciao, sono la sveglia

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Ciao, sono la sveglia. Ogni mattina sopporto le tue angherie, eppure sei tu a farmi suonare quando vuoi, se fosse per me me ne starei quieta a dormicchiare, mica ci tengo a svegliarmi prima di te. E invece di ringraziarmi perché ti ricordo ciò che mi hai detto di fare, ogni mattina mi maltratti: sempre pacche sulla testa. Poi dopo due o tre manate, mai una carezza, te ne vai e io resto col mal di testa tutto il giorno. Ci fosse un sorriso ogni tanto, uno scherzo, una vacanzina in cui mi lasci fare quello che voglio, no, perché anche in vacanza devi essere pieno di cose da fare. Faccio bene il mio lavoro e mi ringrazi a ceffoni.

Un tempo pensavo ti prendessi cura di me, quando ero meccanica mi caricavi ogni sera, mi piaceva quel tuo prendermi alle spalle, anche se era solo una molla, questo girarla con cura era un gesto carino, mi faceva intendere che mi volevi bene, però il gesto stizzito del mattino toglieva tutta l’intimità tra noi. Per piacerti sono diventata prima elettrica e silenziosa e poi radio sveglia. Un lifting che aggiungeva brio alla nostra vita in comune, tenerezza al giorno che s’apriva, ma dopo le prime sorprese e sorrisi, tutto è tornato come prima: pacche più leggere, ma sempre pacche. Non è che non mi sia data da fare, ho continuato a cambiare per te, esigente e mutevole, adesso ti do la musica, il tempo che fa (anche se basta affacciarsi alla finestra per vederlo) e associandomi con la caffettiera riesco persino a scodellarti il caffè caldo all’ora che desideri, ma neppure questo basta. Pensavo che volessi il tempo precisissimo e ora, grazie a un osservatorio tedesco che mi strattona se ritardo o avanzo troppo in fretta, sono precisa al milionesimo di secondo, ma neppure questo l’hai un po’ considerato. Proietto l’ora sul soffitto e non guardi, vibro per te anziché trillare e ti giri dall’altra parte, suono ogni sette minuti perché non ti alzi e ogni volta è una sberla, insomma non so più che fare. Ho sempre pensato che tu avessi un’altra e non stessi bene con me e da quando hai quello svergognato di telefono ho capito che è così. Neppure più mi ascolti, parli sempre con lui, gli scrivi, lo guardi in continuazione, gli sorridi se ti chiama, persino di notte ti alzi a vedere se ti ha risposto, ma io cosa ti ho fatto per essere trattata così? E allora, caro mio, se eri omotelefonico, bastava dirlo prima, mi sarei scelta un altro e adesso non avrei il mal di testa, ma ti lascio con quello svergognato, oh sì che ti lascio e la prima mattina che resta senza batteria voglio vedere come farai. Voglio vedere, proprio. Oh, beh!

libri e fiori

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Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso.  Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.

Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.

Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza. 

Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.