mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passo, il Mc Carthy o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, il Pasolini o l’Ottieri?
Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo sull’orlo del vulcano.
Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano e raccontano di un mondo di pochi, di un sogno che dovrebbe essere di molti.
E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci travolti dai ricordi e privi di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, tace la solidarietà trasformata in solitudine, mentre si è spenta la voglia di riscatto nella meritocrazia.
Chi parlerà delle case al mare che hanno illuso sul benessere crescente e infinito, chi si occuperà delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che il mondo accelera, si scinde, precipita e ci si immerge nelle menzogne fuori della realtà?
Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio tutto ciò che non induce tristezza. Passerà. Meglio parlar d’altro.
Non resterà traccia. Solo la poesia resiste, ma quella è Cassandra e illusione dei romantici, letta da pochi, vissuta da meno. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino, Pasolini o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.
Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…
Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.
Il nastro adesivo negava il suo nome e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo.
Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, cerca un patto, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.
C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; sono riottose, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.
Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Il nastro adesivo ad esempio, sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. L’ho trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con nastro adesivo in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita la sua epoca. Occhieggia il nastro carta, vede gli adesivi e le colle in tubo, si chiede se sia passato il suo tempo e così si offende e non appiccica più. Della vecchia cancelleria a malapena resistono le graffette e fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto.
Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.
Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.
Ci sono momenti in cui la grazia, la tenerezza o la bontà d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. L’idea di un’umanità perduta nel potere, che sopraffà gli altri privandoli di diritti e vita, condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici.
In questi momenti di crisi in cui il buio toglie nettezza alle cose, emerge la possibilità che il mondo sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente. Una rottura che per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di rassegnato star male.
Insomma qualcosa che spiazza il consueto nell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro di un cielo che fa alzare il capo, il bianco d’una nuvola che porta altrove il pensiero, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, la lieve vibrazione dell’aria chiara. Ci sono improvvise, inspiegabili felicità che aprono una finestra su un’altra realtà possibile. La musica, un libro ben scritto, una equazione matematica portano l’anima a cantare. Ho una immagine di una strada di buon mattino, la bicicletta e la gioia di pedalare, i profumi freschi, la luce nuova che gli scarichi delle auto non hanno ancora toccato, una cantata di Bach negli auricolari e la bocca che vuol cantare. Un’ improvvisa felicità che riporta a un assolo di Chet Baker ascoltato nell’oscurità, come una scia di bellezza che ci viene donata. È l’inatteso che si manifesta e ci dice che è in noi.
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare. E bisogna pur sapere che dopo ch’esso è accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. E il potere del mondo perde consistenza, la speranza di cambiare riappare in una volontà di essere diversi, con il giusto che si confonde con il buono.
Ricordo il sole nel giardino, l’ombra della mura, la mezza vera da pozzo rinchiusa, il banco, i “ferri” originari di mio Padre che l’avevano accompagnato nel mestiere e nel suo evolvere, gli attrezzi che si erano aggiunti nel tempo comprati perché la tecnica mutava. Nulla era in disparte, ogni utensile aveva un nome e una funzione e il suo ruolo emergeva quando veniva preso dalle cassette o dalla borsa. Quello che doveva essere un amico, ma era solo un collega, prese tutto, diede pochi soldi a mia Madre e sembrò fare un favore. Forse lo pensò, comunque si sbagliava. Un’ impressione triste mi rimase di quel pomeriggio, perché parlava troppo e un giudizio era stato emesso sulle cose. Il sole nel giardino, nel capanno dove mio Padre lavorava, era diventato inopportuno, come lo stridio del gesso sulla lavagna, qualcosa di fastidioso che non scriveva nulla. Ciò che per quell’uomo era ormai vecchio e inadeguato, aveva prodotto capolavori che ancora funzionavano benissimo, era stato usato con la maestria che differenzia chi prende in mano un tramite per l’intelligenza e l’arte che possiede da chi questa intelligenza non ha e si affida alle cose. Capivo che per mia Madre, come per tutti noi, la presenza di mio Padre era ovunque e la sua assenza lancinante, gli oggetti del suo lavoro erano un continuo riportare il pensiero e far riemergere il dolore. Questo aveva motivato l’accogliere quello che sembrava un atto d’amicizia, poi le parole di troppo, che a me erano sembrate un giudizio, avevano riaperto la ferita. Mia Madre non capi, prese la banconota con difficoltà, salutò e ringraziò con le parole che definivano il sentire: non occorreva. Ed era vero, era una signora mia Madre, e lo era mio Padre. Fosse stato zitto con me, avrei ora un ricordo negativo in meno su come ci si approfitti anche del poco. È natura umana per alcuni, ma non di tutti. Però un dono mi è stato fatto quel giorno, mai avevo capito così intensamente la grandezza di mio Padre nel suo lavoro, la sua maestria che curava il bello assieme all’utile e le sue mani, le mani che tanto ho amato nelle rade carezze, le avrei volute nei geni, come un tratto che si trasmette per il tempo a chi verrà. Non so se questo accada, ma se ciò fosse non serviranno utensili particolari per l’arte di essere se stessi e grandi, con umiltà e silenzio, mio padre era così, perché un lavoro ben fatto è già eloquente in sé.
Il mare ha sovrapposto acqua ad acqua tutta la notte e al mattino la spiaggia era piena di restituzioni. Rami ancora verdi, alberi interi, radici, tanta plastica assieme alle sue cose; quelle che non gli servivano più. Cose leggere, depositate con delicatezza sull’esile contorno della riva , conchiglie, peschi morti, grovigli d’alghe, qualche medusa.
Ciò che il mare dona, compresi i resti dei naufragi, diventerà capanno per l’estate, gli abitanti non gettano nulla di ciò che il mare dona a loro. E quel donare lo sentono proprio solo loro, come la lunghissima spiaggia che viene popolata di queste costruzioni. Il mare d’autunno si riprenderà tutto, farà i suoi scambi nel profondo e redistribuirà in inverno. Il mare è un grande riciclatore e pratica gli equilibri che nessun umano riesce a fare davvero per conservare il pianeta.
Sei ore sale, sei ore scende la marea, dipende dalla luna e quanto alta essa sarà. Quanta spiaggia porterà con sé, lo diranno tra le righe gli esperti che compilano le tabelle, le stesse che i venti e il cielo renderanno infedeli. Non ascoltano anche se il mare, a volte, parla con gli uomini, ma solo ad alcuni e di rado. Un tempo lo faceva di più perché si sentiva capito da chi conosce il tempo e sa che il mare ha tempi lunghi e brevi, incomparabili con le vite di chi guarda mentre è amoroso e pieno di cura per quelle che contiene.
Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena e un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie. Tra poco arriveranno i villeggianti, saranno soldi e confusione per l’estate, case che crescono ogni anno di valore e poi inverni freddi e solitari, con la nebbia che avvolge le barche e i vaporetti nella notte.
In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello, ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che, per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche l’ammiraglio Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’Adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.
Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si incrina il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e quest’ultimo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.
La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi, sacche di memoria, il legante e il motore, è la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, costruito dai saperi di vite sovrapposte, dal saper fare trasmesso immutabile, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, che perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, e il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’, come tutti i vecchi amanti. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.
E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole, il guardarmi, io foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sé, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finché mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria di oltre due secoli, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così sarà la scuola, i genitori, qualche amore, il bar, a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in un pezzo di vita.
Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.
Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973: un’eternità.
Confesso che ho vissuto e attorno a me vedo molta difficoltà a vivere. Forse per questo mi confondo, ho l’impressione di avere verità e idee comuni, ma la realtà mi contraddice. C’è sofferenza e non c’è protesta. Il mio secolo è a cavallo tra un secolo che non finisce ed uno che non inizia. Hobsbawm l’ha definito il secolo breve per contrapporlo al lungo secolo 19° , ma chissà se lo pensava davvero vista l’opulenza di cui si è nutrito il ‘900. Un secolo bulimico la cui voracità si estende a questo secolo. Un secolo che ha divorato e divora, tempo e vite. Non si è concluso nulla o quasi, un secolo inconcludente, abitato da tragedie e persone inconcludenti, da ideologie mutate nel loro peggio, da lotte che si sono placate non nel cambiamento, ma nella stanchezza, forse per questo si è vissuto così tanto.
Indignatevi. Per la velocità che nasconde la ragione. Il secolo breve era cominciato con l’ideologia della velocità.
Indignatevi per tutto ciò che vi lasciate togliere. Oggi fate la spesa la domenica e lavorate sempre.
Indignatevi perché il giusto non è ridurre uno stipendio abnorme, non solo, è abolire il privilegio che l’ha permesso, che discrimina, tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. E’ questo il confine del potere e c’è chi sta una parte e chi dall’altra, io scelgo quella che non ha privilegio.
Aver derubricato la lotta di classe, non ha tolto le classi, ma ha fatto perdere l’idea di eguaglianza. Ha tolto sostanza al rapporto tra le forze che dovrebbero gestire l’equilibrio tra economia e società, tra diritti e ricchezza. Così si è vanificato il diritto comune all’eguaglianza sciogliendolo nell’acido della finanza e della speculazione. Non il lavoro, ma il denaro è diventato il soggetto che riguarda l’uomo. Basti pensare che ciò che si ritiene un diritto non negoziabile, quello alla vita, e ogni giorno, in occidente, come nel resto del mondo, messo in discussione dall’esistenza di un lavoro, di una sua continuità, oppure di una pensione, di un sussidio. La Grecia non ci ha insegnato nulla, è neppure la pandemia, eravamo crapuloni e tali siamo rimasti. Ogni evento inatteso si dice insegni molto, ma non s’impara nulla.
Indignatevi perché si è accettata la povertà come funzionale, la diseguaglianza come elemento strutturale e come motore della mobilità sociale, seppellendo la possibilità di un’eguaglianza vera di base, di una valutazione del merito. La perdita di diritti ne è conseguenza perché in questa visione, sono stati monetizzati ed era naturale quando si è affidata alla sola parte del capitalismo, all’impresa e alla sua proprietà e non al lavoro, il compito di condurre il mondo. Il denaro compra i diritti e gli effetti si vedono con le diseguaglianze che crescono, con la democrazia che diminuisce.
Indignatevi per chi muore per lavorare, ma non fatelo solo per un giorno, togliere il rischio dal profitto è una impresa che cambia la società e il modo di vedere chi lavora.
Indignarsi qui, oggi, nel virtuale, ha un significato ben diverso da ciò che abbiamo attorno: è la protesta reale che analizza, lotta e cambia la società, ecco cosa manca oggi all’occidente. E ciò che manca contiene la speranza del cambiamento vero, permanente, contiene la maggiore equità, ma nel lessico comune invece, la speranza si è trasferita nella crescita economica. Per questo mi confondo e vedo che i migliori ingegni, la meglio gioventù sente l’estraniazione dall’occidente. Non pochi scelgono di esercitare un cambiamento nel terzo mondo piuttosto che a casa propria, nelle situazioni al limite, piuttosto che nella normalità. Mai come ora la normalità ottunde, e addormenta la speranza. Mai come ora è necessario che sia il quotidiano a verificare se ciò che ci attornia ci va bene oppure no.
Il vecchio partigiano Stéphane Hessel ci aveva chiesto di indignarci, ma nessuno non s’è indignato davvero abbastanza a lungo per cambiare il mondo. E’ morto dieci anni fa, il vecchio partigiano, senza saperlo, forse sperando che le parole potessero mettere in moto cuori e cervelli, com’è stato molte volte. Ora funziona solo il presente, lui pensava al futuro.
Un paese senza vergogna. Lo fu a guerra voluta e perduta, lo fu nell’applaudire le leggi liberticide, poi nelle leggi razziali. Lo fu ridendo delle censure e applaudendo il potente locale o supremo. Lo fu quando sparivano gli amici e i conoscenti e veniva negata amicizia e conoscenza. La lotta partigiana, il no di Cefalonia e della divisione Acqui, le divisioni che combatterono accanto agli inglesi e americani per rifare l’Italia, furono il sussulto dell’onore, la riconquista delle libertà di pensiero prima che di azione. Poi pian piano è tornato il paese sonnolento, connivente e normale. Non è un giudizio morale ma la percezione che la società italiana abbia nuovamente dismesso degli argini, tolto delle virtù civili e sostituite con quello che esisteva anche prima, ovvero l’essere sempre con chi vince, glorificare il furbo, portare col sorriso il sottile disprezzo delle regole comuni. Questo ha prodotto la classe politica che ci governa adesso ed è coerente con il fascismo perbenista del me ne frego, ma anche quella di prima, pian piano annegata nella retorica e nei riti senza religione, ha dato una grande mano a disilludere sul cambiamento e a far impallidire il ricordo delle libertà riconquistato a prezzo altissimo di morte e devastazione. I partigiani, gli ideali che mossero un lampo tale da stupire le coscienze dell’abbrutimento vissuto per 23 anni, meritavano di più e di meglio. Quando leggo i sondaggi che danno la destra al 40% e fdi oltre il 28%, magari nelle regioni che governano da anni e dove i servizi sono precari, la sanità solo per chi paga, il lavoro una chimera, mi chiedo come si sia creata questa morta gora delle coscienze e dove sia la vergogna di chi è stato vilipeso ripetutamente in questi anni, dove sia la dignità di chi cerca il consenso in chi lo considera ancora cittadino di seconda serie. Un suddito. Si potrà dire che negli anni, dopo la ricostruzione, con il benessere non si è fatto meglio, che la politica è stata potere, come durante il fascismo, solo che c’era la libertà, ma non è stata che per poco, servizio. Eppure li ho conosciuti, io stesso sono stato parte di quella diversità che voleva cambiare il mondo e cominciava dalla strada in cui si abitava. Quindi c’era una alternativa, c’è. E l’orgoglio, la dignità, la lotta per la giustizia sociale per sé e per gli altri, c’era. Credo che non pochi abbiano ancora dentro questa indignazione che è rifiuto dell’esistente, anche se sembra che il futuro non conti e che sia questa l’era dei furbi e del solo presente. Ma se i voltagabbana sono una realtà, nelle famiglie un tempo si insegnava l’onore, si rispettavano le persone, si pagavano i debiti perché era un disonore non onorarli. Si teneva al proprio buon nome che nasceva dalle scelte e dalla coerenza.. L’ospitalità era un modo per sancire la propria presenza sociale, il potere di dare misura di sé. Era tutto sbagliato? Ora i ministri si fanno vanto di non onorare leggi dello stato, di conservarsi nel potere con indagini per bancarotta e truffa in corso. E magari crescono nei consensi. Per questo penso che si siano abbattuti gli argini e la vergogna dilaghi senza essere sentita come tale, non più considerata una consapevolezza che abbassa lo sguardo e arrossa il viso. Mi ostino a credere in chi ha dato la vita, è stato torturato e non ha parlato, in chi ha costruito dalle macerie un paese e non solo per sé. Mi ostino a credere nella pace, nella libertà, nel cambiamento dell’economia verso la giustizia sociale, nel mutare delle abitudini verso il rispetto della natura e del pianeta. Mi ostino a credere che esista un futuro migliore per tutti e che sia nato in chi vide la tenebra del fascismo squarciarsi, rivelando la menzogna, la violenza, la sopraffazione perpetrata a un intero paese. Mi ostino e credo che resistere difendendo i valori del 25 aprile sia creare il nuovo, il buono, il giusto per tutti.
Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e illudendosi che il mondo ci guardi e abbia un qualche interesse per noi. La realtà, così come la percepiamo è nostra, immersa nelle emozioni, deviata dai pensieri e oscuramente percepiamo questo isolamento che poi motiva lo sforzo comunicativo. Abbiamo bisogno di confrontarci di continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo e non poterlo fare con il mondo, gettiamo messaggi in bottiglia sperando che qualcuno apra e ci legga. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, quella che ci pare la verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, perché capire di più è inseguire qualche demone, anatomizzarlo per capire com’è fatto, purché resti vivo ed aderente alla sua verità. Che poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suoi, mentre vuole farli apparire tali; e si capisce.
Bisogna dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che la ammanta di semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.
La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. Si dirà che le cose non hanno emozioni, però le acquistano quando cessano di essere tali e acquistano significato per noi. Sono le cose che ci colpiscono quando smettono d’essere indifferenti, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano.
Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate e soprattutto per intuito. Aiuta il vissuto che si sovrappone, ma nei modi in cui questo accade. Questa condizione si può trasferire anche nella comunicazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, ed è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere al mondo, a chi non si vede né si conosce, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali e spiegarlo diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera.
Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia. Mi basta.
E se poi la parola diventa cura, allora ci dev’essere, come nell’amore, una doppia disponibilità: quella di lasciarsi curare e di curare. La relazione epistolare non esaurisce certamente la necessità di conoscere l’altro, essere vicini è una scelta che usa più mezzi. Scriversi è una componente potente di un incontro, ma bisogna che sia un incontro. E c’è differenza tra vivere come superficie (con puntate al profondo) e l’essere. In fondo di questo vivere, di cui molto si parla, il limite è proprio la superficie e di come se ne parla. Se si fa lo sforzo del non tradire se stessi, è necessario scavare, allora agisce più il malessere, o il dolore, che la gioia, ma per comunicare la conoscenza che emerge, la nostra verità infedele, c’è bisogno di mostrarsi e questo implica una fiducia totale anche sull’essere fraintesi, perché il fraintendimento è il miglio posto dove nascondere ciò che siamo davvero.
Oh beh!
Questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:
A volte penso che i carichi, presi con grande insensatezza (la generosità è tale), siano eccessivi. Lo sono perché projettano un’ombra sul mondo, sul tempo, su ciò che vedo. Ribellarsi per tutta la vita alla schiavitù delle cose, al loro ingerirsi nella vita, proprio per il senso del dovere che merita la funzione che si ricopre, significa rispettare le regole, ma non deve impedire di vivere.
Forse si cade in altre costrizioni; penso a me che coltivando le mie passioncelle, ho direzionato la nave tenendo equilibri che poco c’entravano con una visione usuale del presente, del mondo. L’essere fuori dagli schemi in realtà non pesa, è una scelta. E’ il folle che non sceglie la sua follia, ma la diversità non è un marchio d’infamia tra gli eguali, è una specialità, un seguire il demone, o il sogno che questo produce. Il problema, per non pochi, è proprio quello di avere un sogno, di alimentarlo, di svegliarsi, fare, e poi nuovamente sognare.
Qualche giorno fa, scrivendo d’altro e ben più concreto, parlavo del sogno come generatore di passioni. Vale in politica come nella vita quotidiana, ma non sopravvaluto le passioni, hanno troppa letteratura che le ha svalutate. Mentre in questi tempi si usa molto la narrazione ovvero il raccontare una realtà che sembra plausibile ma non è neppure finzione, anche se modifica non poco le vite collettive. Le passioni soffrono della stessa sopravvalutazione dell’emozione che diventa il modo per sgravarsi di obbiettivi più ampi e faticosi. Ma pur ridotte, passioni, emozioni, hanno comunque bisogno di un flusso in cui manifestarsi, una sorta di recinto in cui possono esplicarsi, correre. E parlo di passioni che non sono la soddisfazione del desiderio, del giorno per giorno; no, parlo di ciò che si può mostrare senza timore, perché è in sé chiaro ciò che si dice, parla della diversità e della sua continuità ed è così che ha un ambito in cui confrontarsi. In fondo quando raccontiamo di noi, ci sono almeno due realtà che si uniscono, quella delle nostre urgenze interiori, quelle che ci fanno star bene o male, e quella delle urgenze esteriori, con la loro violenza e scarsa creanza.
Quando lascio che l’urgenza esteriore mi espropri da me, che non ho più equilibrio e cerco ciecamente la medietà, il confondermi nell’essere eguale perché questo è rifugio, è riposo. Ma non posso permettere che l’esterno ammazzi la capacità di sognare, di generare passione; non posso permetterlo perché ne morirei in ciò che ho di vero e quello che rimarrebbe sarebbe poca cosa: un codice di regole banali.
Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta d’un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non entrare nel sentire, senza parole per dirsi e dire. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate che si annodano in chi racconta. Semplicemente ci sono e confluiscono tutte nello stare a disagio con sé. Questo è il sentire vero, e il racconto cerca di dare evidenza a una serie di fatti, parla di particolare e di generale, li mette assieme, e prova, con fatica, a collegare ciò che è distante, e che si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che ci riguardi profondamente e che sia davvero semplice?
In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. E in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico. Genera il dubbio se tarda il risultato e però ci si deve fidare, servirebbe la comprensione, richiesta con la parola, e il silenzio. Anche pensarci, senza proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.
La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, confluisce in una chiusura-reazione.
La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un mal stare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiranno fortemente con il concetto di star bene. E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole nel raccontare è un aiuto a decidere costruito con partecipazione e rispetto, con la comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, è il capire la ferita e il suo legame con altro.
Il limite della parola è questo, pensare che essa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà creata nello sciogliere molti nodi con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente. Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza propria e della risposta, come se la mancanza d’intuizione fosse una colpa. In sostanza gli si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere. E perché non le applichi su di te?
Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che mostrano altre difficoltà, seguite dal ritirarsi verso la coscienza che è inutile parlare di sé e dalle difficoltà si esce solo attraverso se stessi. Allora il senso di solitudine è grande.
Controllare il balzo della bestia interiore, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: bisogna correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni.