La pena è un vento senza vela né riparo,
è polvere degli interstizi del pensiero.
Ciò che depone uova di serpe
lo fa secondo arbitrio,
non usa chiedere
e se lo fa è perché dietro ogni angolo
s’acquatta una scelta,
animale per brevi consolazioni,
o risvolto da comprendere appieno.
Il dolore ha i segni del silenzio,
e chi sente il calore che toglie,
ha rispetto, distoglie lo sguardo:
è il pudore che vede
ed attende che la carta muti il suo segno.
Archivio dell'autore: willyco
crescere
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Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.


teologia del fare
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Capivo allora lo sguardo assorto,
e paziente, di chi lavorava
e mutava l’anima del legno e del ferro,
i muscoli attenti a saggiare
materia animata nel tatto,
la forza e il profumo scambiati.
L’esattezza costruiva le cose
metteva nel gesto il suo senso,
allineata in un patto sequenze segrete
tra polvere, trucioli e fumo.
Scivolava la pialla,
levava l’essenza dal faggio e dal noce,
poneva l’anime diversa
nella vena del ricciolo tolto.
E profumava di sana foresta
di soli d’estate e notti trascorse,
d’umori fermentati in attesa.
Le dita accarezzavano un liscio di lama,
un biondo vestito
di pelle pronta all’incontro.
Diverso il ferro, scorza più dura,
da lima da sgrosso per l’ossido forte
curato dal fuoco,
i gesti erano lunghi
con l’odore del sangue nel naso
come dopo la caduta che batte sul viso.
Le lime e le loro grane diverse,
erano monodiare di laiche sequenze,
dal grosso allo specchio che riluceva il metallo,
perifrasi alchemica di costante anelare
dal grezzo al sublime.
Il mio giovane sentire si misurava
e coincideva tra volontà e desideri,
la teologia del fare mi giudicava,
tra minio e micrometro
portato nel ferro.
Odore di fatica e bellezza,
di pene e coscienza del limite,
nei pomeriggi d’adolescenti sudori.
Del tempo serbo ricordo, ma poco
come traccia di un amore disperso.
La piccola sapienza d’allora, è svanita,
scordata e inutile,
anche al racconto,
di quel fare non resta l’esempio
e il sapore è donato alle macchine
senz’anima e tempo.
la fatica del giorno
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Posare la fatica del giorno
nel verde che la notte ha inghiottito,
eppure c’è,
popolato di vita e di sonno.
Guardo il buio
in esso c’è la luce ardua
che non mostra il pulsare dei cuori
e anche le case sono mute.
Figure per un attimo
popolano finestre,
sono il tempo probabile
di chi m’assomiglia.
Fatiche, passioni e amori
si separano, rosari tra dita,
tracciano linee, pensieri e sentire,
un dolore che non sovrappone,
né comunica fine.
Regala la notte un grido d’uccello,
forse un rapace
che celebra le paure nella caccia notturna
e volgo lo sguardo
al cielo d’inverno
cercando nelle stelle
il rumore dell’erba.
credo
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Credo alla carezza del vento
che accompagna nell’aria le foglie,
credo all’acqua che canta
mentre gentile riga la terra,
credo alle radici
che abbracciano l’oscuro e la roccia
mentre nutrono il cielo di verde.
Credo alla fossile spirale
innalzata dal mare
per essere pietra di cima,
credo nel respiro della notte stellata
che ristora lo sguardo
stanco del giorno.
Credo negli orizzonti
che mutano al tramonto
e risorgono all’alba
vestiti a festa dalle stagioni.
Credo nel rispetto
che ascolta e che guarda
mentre mormora un canto,
tra labbra che sperano,
ed è quasi una grata preghiera.
testarda meraviglia
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Chiediamo a noi fatiche
per dimostrare d’essere vivi
scordando l’essere strumenti
per mani antiche,
del tempo prigioniere.
Nel nostro cielo irto di nubi,
consola la proiezione di certezze,
in esse scorgiamo parte
di ciò che dentro urla e lacera,
cosí usiamo la bellezza per affermare
mentre bisbiglia parole per mutare.
La testarda meraviglia,
che spinge innanzi il nostro agire
chiede con insistenza dolce
di tornare all’innocenza
del colore puro,
alla dolcezza d’essere
nel percorrere sincrono dei passi.
Quando passavo nella strada,
ed ero ragazzetto.
le cose chiamavano attenzione,
accendendo improvvise luci,
volevano fermarmi nel tempo loro quieto
ma io non m’accorgevo
e canticchiavo e fischiavo
con la musica che ordinava il passo
e all’improvviso lo mutava in corsa.
Di tutto questo perdermi
non ho alcun rimorso
e ciò che ho perduto, vive,
lampada accesa nel crepuscolo
di fronte al sole.
felicità diffuse
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Tutto era movimento,
tutto era aspettativa,
i desideri confusi
sorreggevano quelli precisi,
le gambe volevano correre,
il cuore tumultuare in petto,
la bocca, cantare e ridere
nelle felicità diffuse.
Ai lati della strada, palazzi e case,
il selciato di tracheite si scaldava al sole,
liscio e grigio animale da inverno
pronto al sonno e alle carezze
delle corse lievi.
Camminar correndo
con il pensiero senza peso,
nella luce sguaiata del meriggio,
a volte con pioggia o neve
o sul ghiaccio da scivolar ridendo.
Troppo lunghe le gambe,
troppo lontano l’equilibrio,
troppo vicino il suolo
e sul corpo chiazze viola
nel freddo che ingoiava il pianto.
Pomeriggi d’inverno
che nulla attendevano,
solo il momento del tuo ritorno
e il diritto alla felicità bambina.
propositi
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Nella mattina del nuovo anno
anzitutto ho riordinato:
c’erano le sconnesse notti,
dei giorni l’eccesso di fatica,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e i gesti che non avrei aver compiuto.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
e accanto ad esse
sentito ho tutte, le sopportazioni,
quelle che hanno posticipato decisioni,
assieme ai malintesi e alle inutili spiegazioni.
C’erano i silenzi
con le parole troppo tardi pronunciate,
e mescolate a queste,
altre verità inutili o beffarde,
tenere o bugiarde,
comunque fraintese prima d’essere comprese.
Una grande confusione s’era accumulata,
e se tutto comunque era accaduto,
ora s’accalcava,
bisticciava la sua importanza,
pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava col futuro,
e necessità c’era di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina
e impedire a ciò ch’era stato
che fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza di pensieri
ho visto piegati gli scaffali
sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere posata su quello ch’era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi
e bastava passarci sopra un dito.
C’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
inconsulte commozioni,
troppe battaglie perse
e il dissipato tempo
nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma tutto era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineano tutto ciò che sono stato,
piano ho liberato il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era sommato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.
la città silente
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Oltre i portici,
dietro le case che s’appoggiano l’un l’altra,
ancora vi sono rettangoli di terra.
Sono antichi orti di città,
separati da muretti di mattoni,
alti secondo l’amicizia tra vicini.
Alcuni giusti all’appoggiar dei gomiti e al conversare quieto,
altri d’altezza tale per occludere la vista,
irti di cocci di vetro
a spaventare ladri acrobati o sconosciuti gatti.
Abitavo una di quelle case,
un tempo accoste alle antiche mura,
nel borgo di studenti e d’artigiani,
di professori frammisti a bottegai.
Quella città ora s’è disfatta
travolta dal disamore del guadagno
e nell’indifferenza del futuro,
è ammasso di case senza grazia,
prive di vita e bimbi.
Dove tutti ci conoscevamo
è rimasto il mormorio dei vecchi,
pudico lo sguardo segue
il pensiero della vita scorsa
e fugge da dov’ora
c’è del silenzio il chiasso.
grigio cielo
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Questo cielo, che piove luce grigia,
pesa sui rami spogli,
distilla gocce che bagnano le erbe
stanche di verde, di freddo,
di occhi che non vedono né curano.
Sarebbe colore di ritratto
questo grigio che si stende,
opera d’ombre e sollievo per un viso intento,
qui è il riposo della passione,
che sente la fatica del giorno
e del domani incerto.
La parentesi che spegne lo sguardo
ancora vede oltre le palpebre socchiuse
e sussurra… tregua,
perché combattere non finisce mai.