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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

in città, la primavera

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La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti,
ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna,
ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi.
Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie,
i ragazzi hanno sentito il richiamo
e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri
di colori misti a sorridenti parole.
Così la città si è arresa,
le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce,
e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo,
le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio,
e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua,
si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce.
La città vecchia è ricca di vicoli,
di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra,
erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie
ora sono portoni di muta ricchezza
gelosi dei giardini c’erano campi di bocce,
Della mia giovinezza seguo le tracce,
la luce le cerca nei negozi di telefonia,
nelle boutique agghindate,
il ricordo è età dei numeri confusi,
delle solite domande invase,
e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino,
come manca il fumo denso del toscano,
ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero.
La luce annoda le primavere,
gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno,
è lezione per chi ricorda
e non vede come nasce il futuro,
fertile di sfumature inattese,
mentre tutto sgomita vita.
In pianura arrivano venti dal nord,
portano lo scherzo del profumo di neve,
nessuno degli alberi ci crede,
neppure le palme che si scuotono con rumore di lame,
neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose
incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme.
E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano,
qui le case sulla via si protendono,
si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce,
sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni,
hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca,
hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite,
ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede,
così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire.
Nei giorni di festa per andare si segue la luce,
il mare e il monte sono vicini
e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente,
ma sempre cerca l’inatteso conosciuto.
Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie,
hanno lavorato nella notte,
li ho visti, i fari
e sentito i motori dei trattori possenti,
ora la terra è grana di sabbia e di roccia,
ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina,
materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita
e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole.
Le luci si accendono tardi la sera,
le margherite si preparano alla notte,
un meccanismo oscuro muove le cose
fin nel profondo accade ciò che deve accadere
e ogni molecola conosce il suo compito,
è così meraviglioso questo mondo corale
e acuto sorge il desiderio
che la primavera racconti a tutti la vita.io

https://youtu.be/G-ONtqPirEg?is=6gxMvRM_1GXd3wln

l’età del vetro

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Si sono sommate ferite vecchie e nuove,
e non guariscono,
forse è la stagione,
il corpo che è stanco,
e ha un diverso dire,
come i pensieri
che seguono ciò che accade.
Nell’età del vetro siamo più fragili
e secchi,
impermeabili, penso,
ma l’amore si deposita sulla pelle
fessura, penetra la luce
e il sentire frantuma.
Così mi pare.
Eppure in questa nuova stagione
fare speranza è parte di passione,
necessario è il mai più
che non piega e tace.
Chiedere il rispetto,
che scuote la polvere
dopo aver tanto camminato
per non lasciarsi violentare,
e dire forte ciò che si pensa
muto d’ogni compiacere.
È l’età acuta
in cui i mesi tagliano il tempo
e l’accadere
si chiede scusa nello sbagliare
ma si deve andare.
E anche tutto questo permette
alle rondini di tornare.

19 marzo

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Scrivono cose bellissime sui padri,
meno dei loro dubbi sull’essere adeguati,
e non si parla dei timori
per le vite da far crescere.
La serenità è una richiesta
che riporta il sorriso e il sonno,
si protende come una mano,
che non ha ora o limite,
basta un richiamo
e i padri la devono trovare
nel sentire che contiene amore.
e senza sapere s’impara a vivere
come si è già vissuto
ma con la libertà che innova.

Di te Papà, ho l’amore testardo che viola il tempo,
la carezza fresca e preoccupata nelle poche malattie di bimbo,
il sorriso timido quando tornavi a sera, mai stanco d’ascoltarmi.
In primavera, di domenica mattina
stavo tra le tue braccia sulla bicicletta,
mi mostravi dove anche tu eri stato bimbo,
e mi guardavi mangiare I dolci che non avevi avuto.
Esserti accanto è stato immensamente bello,
e non è mai bastato,
nell’inventario degli amori necessari
mai te ne sei andato.
Dopo venivi nei sogni,
ero grande e anch’io padre,
mi svegliavo, gli occhi colmi di pianto,
per l’amore mai interrotto,
che chiedeva al bene
di esser ancora detto.
Di te caro Papà ho molto,
ho suoni di tosse e la voce gentile,
la sigaretta scambiata quando credevo d’essere adulto,
discussioni politiche lunghe e tenaci,
il poco lavoro fatto assieme.
La vita e l’amore
era nei silenzi pieni di parole,
e in quella lettera dell’ultima estate
di te mai lontano a noi vicini.
L’amore si mescola,
ma trattiene i colori,
e il tuo è limpido
come i tuoi occhi chiari,
riluce mentre dentro mi stringi
nell’abbraccio,
e ci sei,
ci siamo, assieme, tutti.
Sono rimasto a custodire un amore che non muore,
e s’assomma
con quello da te ricevuto,
ma non mi sento solo
e se trasmetto dubbi e sicurezze,
aggiungo amore
all’amore che mi hai dato,
prezioso e accogliente,
nell’abbraccio che ancora mi protegge.

ristare

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E’ sera
di tanto muovere le cose e di capire,
ora ho stanchezza.
Nostalgia dei miei scaffali,
delle pagine bianche, 
di ciò che sarà
e adesso è meno che pensiero.
Un singulto d’intuizione
che non si forma,
ancora,
ma paziente attende
confonde il tempo delle cose.
Assenza, e lo sguardo punta ad est, 
dove già nata è la notte
e vive il cuore del sole ancora nuovo. 
Una transitoria  tranquillità m’ha preso
come un torpore d’ambra
E sento che il mio tempo sussurra
nel silenzio:
hai preteso e ora vedi la misura,
cosa chiederai ai tuoi giorni?

incerte verità

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e forse non è vero che un battito d’ali, dalle parti dell’Australia,
generi un tornado nel golfo del Leone.
E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire.
Ci sono confusi segni attorno a noi: notti che dall’alba scavano la luce, uomini difficili da intendere nel male.
Ma è pur vero che un antico battito di ciglia ha riordinato il mondo,
e ancora fa vibrare il suono delle foglie,
a compitarlo è un segno nuovo, forte,
e caro.
Ma tutto questo è natura,
è scorrere e disordine apparente,
si snoda e tesse il mistero ordinato delle ore,
e non c’è arroganza nel fiume,
e neppure nella gravità d’un peso,
per questo se a un desiderio accade d’accadere,
meglio lasciar che sia.
E basta.
Per far di noi, bambini nel tempo, l’incerto attendere,
che riaccada diverso,
se ne avesse ancora voglia.

isole a navigare

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Indifferente il mandorlo
è fiorito senza pena,
ha sparso fiori rosa
sull’ indecisa salvia,
e sulle margherite
a indicare la strada
e il buono che dovrà accadere.
La stagione s’è rimessa in moto,
a ciascuno per suo modo
s’è scosso il meditare che guardava a terra
e lo sguardo s’è proteso al cielo.

Nella sera isole a navigare,
sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi,
tra tintinnare di rami e foglie nuove,
e chiedono all’universo di scorrere
come accade alla vita
che si guarda mentre si vive.

Mentre il tempo scorre il suo futuro,
il presente somma volontà voraci,
ma è solo questione di misura
e in questo andare lento
dove tutto si sospende
quiete è fare il giusto,
lasciare lo sguardo al petalo che cade
mentre il vento scrive
desideri che s’infrangeranno
sui selciati.

l’aria presumeva la nuova stagione

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C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

egotismi

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Che finiscono cose, situazioni, amori
e pure odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo.
Per l’ora che ci trasale,
per la nebbia che ora insegue
mentre attorno il colore attende.
Non noi, non chi è distratto da sé,
ma il pensiero che ascolta
e comprende, consola.

8 marzo

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Altrove gli occhi,
nubi ed erba bruciata d’autunno,
distratta la mano nell’acqua,
raccoglie,
spartisce,
ascolta,
il pensiero che rattiene lo sciogliersi
per furia il vestito, i capelli
e poi tutta,
seguendo lo scialo d’amore che preme.
Dispera il sentire,
ma la mente ribelle ricuce,
rammenda il racconto di sé
e ora l’acqua, stringe
e rilascia la mano,
come se il cuore,
così vivido e netto,
fosse tutt’uno col mordere la vita,
di nuovo.

chissà cosa attendi

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La sera che sgrana le cose,
le offre alla verità della notte
ma usa cura a difendere il verde,
la nota d’un canto,
il riposo della placida serpe che dorme nel fosso.
Là dove si scioglie la luce
un pensiero s’imbeve di te.
Chissà cosa attendi,
dove scivola ciò che t’interroga
mentre nel cielo tracci cobalto e zaffiro
e del tempo ch’è solo tuo tieni il pensiero.
Pudico un canto riga lo spazio,
altera il senso d’eterno imperfetto,
è scarto eppure gioisce,
cosciente d’essere ciò ch’è rimasto.