Credo che la bellezza non dipenda dall’amore,
ma che esso, solo, la evidenzi,
credo che la luce non abbia segni
al più mostra l’ombra per apprezzarla meglio,
forse tu parli della felicità,
altra cosa, che entrambi sappiamo fugace
e ripetitiva,
come l’amore, quando lo si lascia irrompere.
La bellezza resta e l’amore si spande attorno,
vestiti e terreno ne sono bagnati,
come in una corsa con un catino d’acqua sulla testa
dove conta arrivare
e ridere per quanto sta accadendo,
ma la bellezza resta
anche quando il terreno s’è asciugato.
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il senso dell’inutile
Molti hanno, il senso dell’utile, ci conformano le vite. Altri, pur capendo cos’è utile, perseguono l’inutile. Così, per confronto con me stesso, ho maturato il senso dell’inutilità, non del vivere, ma del mio lavoro e di molto d’altro. E la cerco l’inutilità trovandola utile nel momento, ma sapendola. Anche di questo mio scrivere, e in parte pubblicare, così legato al momento che si spegne, che apre più domande di quante ne risolva, vedo l’inutilità. E’ parte di quell’inutile che potrebbe portare all’inazione, ad essere muto, non perché non ci siano più cose da dire, né che manchi come dirle, ma proprio per il loro essere nel momento e nel loro disperdersi, sicché poco o nulla resta. E nel pensare il confronto con ciò che davvero servirebbe, ci si sconsola. Naturalmente poi ci si contraddice e tutto è relativo, si continua a fare e scrivere, come ogni guitto recita, ogni musicante suona, ogni giornalista di cronaca scrive. L’assoluto è un pungolo per il delirio di onnipotenza, ma questo ha pur sempre un limite. Però in questa inutilità relativa faccio cose, mi muovo e se di rado son soddisfatto, comunque faccio. Come molti. E non mi lamento, è tutto scelto, anche coltivar l’inutile, per cui nulla può essere imputato ad altri. Eppoi lagnarsi è un atteggiamento che non m’appartiene, si dovrebbe aver pudore del sé e dell’esibire altre nudità che non siano quelle del corpo. Invece ci viene insegnato altrimenti e così ci si impedisce di capire perché ci sia insoddisfazione e come questa sia più costante della felicità. Il fatto è che ciascuno di noi ha radici oscure in qualcosa che accadde e mutò, ed entrambi i modi di sentire, felicità e insoddisfazione, sono in quella radice che per strade seppur diverse portò ad analoghe conclusioni. Certo in differente misura, ma c’è una radice comune, una svolta che portò a scegliere tra utile ed inutile, tra vantaggioso e gratuito.
In fondo chi persegue l’inutilità mantiene l’ingenuità di un bimbo che pone nella vita la rappresentazione di se stesso e la considera un gioco che non finisce, e non lascia traccia, perché non ce n’è bisogno e ogni giorno è attesa del nuovo che non si esaurisce mai. E così procede tra scoppi di felicità e improvvise malinconie.
buona notte Italia
Spazzola con cura i capelli bianchissimi. Guarda verso il basso, intenta nel suo lavoro di preparazione al sonno e non mi vede. Indossa uno di quei completi fatti di maglietta e gilè accollati, entrambi neri. Avrà tra i 70 e gli 80 anni. Difficile dirlo. La sua stanza da letto è sotto il portico. Ha un sacco a pelo, di quelli finti militari, che usavamo nei campeggi da ragazzi, e una borsa che le fa da cuscino. Due archi più in là dorme su dei cartoni un’altra persona. Lei è pulita, ha perfino qualche tratto di civetteria inconscia, l’altro, è un uomo, sembra sporco. Forse è la coperta logora e la polvere che ha attorno che lo fanno sembrare così. Nel giardinetto vicino alla chiesa dorme qualcun altro coperto di carta. Stanotte fa freddo e la città ha sempre più poveri che dormono per le strade.
Porta, porto, portico, hanno la stessa radice, quando si perde la casa non c’è più una porta e allora si cerca un altro approdo. Questi sono approdati sotto un portico da chissà dove. Quella signora avrà avuto passioni, si sarà sentita amata, bella, avrà avuto cose sue attorno, una famiglia, speranze, un lavoro, una porta da chiudere o da aprire, adesso non ha nulla o quasi e ripete i gesti che un tempo sono stati importanti. Come se la cura di sé l’ancorasse a qualcosa. Ha ancora una identità. E’ persona. Le offro un pacchetto di biscotti, mi guarda, sembra non capire, poi li accetta. Le auguro buona notte.
Buona notte Italia, buona notte città, buona notte a tutti quelli che dormiranno nel loro letto, nelle loro case. Buona notte a tutti quelli che una casa non l’hanno più.
E’ davvero notte. Lo è sempre stata, ma ora mi pare di più. E’ scuro nelle nostre strade bene illuminate, non c’è luce, abbiamo paura di fare qualcosa che non serva solo a noi. Cosa ci è accaduto davvero?
ma è proprio vero?
Ma è proprio vero che tutto è permesso, che noi, solo noi, siamo il paradigma del vivere, che la ricerca del piacere è di per sé giustificazione per ciò che siamo? E quanto è vero, se alla fine siamo sempre scontenti di noi, anche quando non ce lo diciamo perché camuffiamo la scontentezza sotto il vitalismo, ovvero l’ossessiva ricerca del nuovo, del movimento, dell’azione. Nell’inazione ci sono i nostri spettri, le verità che conosciamo e pure quelle che eviteremmo volentieri perché ci chiedono ragione. Nello stare fermi, in tutti i sensi, il tempo diviene solido e ci riflette. Un tempo libero da costrizioni che fa riferimento a noi e così si destruttura, diviene vivere senza accezione. La passione prima della passione, il desiderio ricondotto a compatibilità con quello che abbiamo dentro.
la festa della mamma
A mia madre questo giorno piaceva, lo sentiva come una cosa sua e che fosse una ricorrenza commerciale basata su interessi molto venali non le importava niente. Se le spettavano cioccolatini e fiori e il pranzo assieme ai propri figli, lo voleva. La società doveva riconoscerle quello che non le aveva dato e noi eravamo il tramite di quel riconoscimento.
Amava questa festa, anche più dell’otto marzo, che pure sentiva e le ricordava quanto fosse stato difficile essere donna in una società maschilista. Ma l’essere stata madre era una soddisfazione e una responsabilità in più e questo era un conto aperto con la società. Non con noi che la riempivamo di bene, ma con tutto quello che avrebbe dovuto essere riconosciuto a chi dava continuità a un popolo, a una cultura, a un genere: servizi, eguaglianza, rispetto, lavoro. Queste cose le diceva in altri momenti, raccontando sorridendo quanto fosse stato naturale e insieme difficile avere figli, senza nessuna risorsa che non fosse il lavoro suo e di mio padre. E crescerci, e darci di più di quanto lei avesse avuto, con gioia, senza pensarci. In fondo l’amore era facile, ma l’impegno per andare avanti era ogni giorno.
Non le piaceva la retorica dei politici che parlavano di famiglia, e tantomeno l’osannare le madri del fascismo per farne carne da cannone, non le piacevano le parole prive di concretezza. Le piacevano i fiori, i cioccolatini e che il giorno in cui qualcuno aveva deciso, per chissà quale motivo, fosse la festa della mamma, che noi la festeggiassimo. Io non la pensavo come lei, dicevo che erano tutte cose che inventavano per vendere, che le volevamo bene sempre non un giorno solo, ma poi le facevo gli auguri, le davo un regalino dicendole che oggi le volevo bene di più. E lei era contenta. Anche oggi gliel’ho ripetuto che le voglio bene, anche se c’è sempre e non c’è più, perché in fondo questa, oltre che delle madri, è la festa del voler bene e dei figli. E tutti figli lo siamo di una donna.
Buona festa a tutte le mamme e a tutte le donne.
l’inverno del nostro scontento
“ora l’inverno del nostro scontento
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell’oceano…
…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare
la mia deformita’.
percio’ non potendo fare l’amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni …”
Riccardo III W. Shakespeare
Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.
p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.
per tutto una misura
Abbiamo bisogno di una misura, per ciò che vediamo, per ciò che sentiamo. Ovunque.
Stamattina il prato è inondato di sole, secchiate di luce buttata per ridere, per fare felici.
L’aria corre sulla grande piazza, tra gli alberi, le statue, l’acqua, l’erba, i ponti di pietra. Quanta aria tiepida e nuova? Volumi, fiumi, correnti come i flutti di Leonardo, ricchi di ricci e piccoli vortici.
E tra questo fiume di luce e d’aria che non si vede, ma si sente, persone che parlano, prendono il sole in costume, sorridono sedute sull’erba, sulla pietra porosa del bordo d’acqua, sotto gli alberi. E non sanno perché oggi stanno più bene del solito, ma lo vivono.
Come si misura lo star bene? E la felicità? Il primo quando si riempie il contenitore che abbiamo dentro e che dice ad ogni cellula di vivere senza pensarci troppo. La seconda quando qualcosa che ha buon sapore, trabocca.
Passandoci in mezzo vedo l’allegria inconsapevole che corre, e sembra non avere misura, ma io la so: è essere lì, adesso, ora e così fischietto.
E ho anche fame.
l’anima gemella e perfetta
Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.
Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.
Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.
Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.
Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.
Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.
Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice.
dipendenza sensibile alle condizioni iniziali
Una farfalla batte le ali in Brasile e si scatenerà un uragano nel Texas. In un incendio a Odessa, per gli incidenti, muoiono 44 o 46 persone (come fosse lo stesso) e un conflitto si andrà a generare chissà dove e quando. Tutto sembra collegato nella teoria del caos e tutto affoga nel discontinuo, nella disattenzione, nella percezione del particolare. Anche ciò che si vede e per un momento ci riscalda il cuore: il cielo, i fiori, il verde dei prati sono per gran parte del tempo ignorati e non fanno parte delle nostre vite vite se non per assenza. Minuzie, sembrano e non sono. Nel contempo, piccoli desideri, conferme di difese efficaci contro le paure senza nome (ché difficile e faticoso, ma esorcizzante è dare nome alle paure) prendono posto e urgenza. Il quotidiano è una grande coperta e una torre ben munita che difende contro l’irrompere delle idee più eversive: che la bellezza esiste e vive anche senza di noi se non la cogliamo, ad esempio. Che ciò che sembra importante è nel contesto sbagliato, che il mondo e le cose sono indifferenti rispetto al particulare se non vengono collegate a noi stessi. E che tutto questo comunicare, quando è privo d’amore, è solo rumore.
E’ la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, e ben rappresenta il punto di partenza per entrare nella teoria del caos, ma chi mai l’ascolta davvero? Se lo facessimo, le vite muterebbero e tutto, compreso il debito pubblico, la bce, e tanto di quello che riempie i telegiornali avrebbe meno ragione d’assillare, semplicemente perché ci sarebbe più attenzione per l’altro e per ciò che ci circonda. Eversiva, davvero eversiva l’attenzione.
Indignez-vous !
Il vecchio partigiano Stéphane Hessel c’aveva chiesto di indignarci, ma nessuno non s’è indignato davvero abbastanza a lungo per cambiare il mondo. E’ morto, il vecchio partigiano, senza saperlo, forse sperando che le parole potessero mettere in moto cuori e cervelli, com’è stato molte volte. Ora non funziona, o almeno non sembra.
Confesso che ho vissuto e attorno a me vedo molta difficoltà a vivere. Forse per questo mi confondo, ho l’impressione di avere verità e idee comuni, ma la realtà mi contraddice. C’è sofferenza e non c’è protesta. Il mio secolo è a cavallo tra un secolo che non finisce ed uno che non inizia. Hobsbawm l’ha definito il secolo breve per contrapporlo al lungo secolo 19° , ma chissàà se lo pensava davvero vista l’opulenza di cui si è nutrito il ‘900. Un secolo bulimico la cui voracità si estende a questo secolo. Un secolo che ha divorato e divora, tempo e vite. Non si è concluso nulla o quasi, un secolo inconcludente, abitato da tragedie e persone inconcludenti, da ideologie mutate nel loro peggio, da lotte che si sono placate non nel cambiamento, ma nella stanchezza, forse per questo si è vissuto così tanto.
Indignatevi. Per la velocità che nasconde la ragione. Il secolo breve era cominciato con l’ideologia della velocità.
Indignatevi per tutto ciò che vi lasciate togliere. Oggi fate la spesa la domenica e lavorate sempre.
Indignatevi perché il giusto non è ridurre uno stipendio abnorme, non solo, è abolire il privilegio che l’ha permesso, che discrimina, tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. E’ questo il confine del potere e c’è chi sta una parte e chi dall’altra, io scelgo quella che non ha privilegio.
Aver derubricato la lotta di classe, non ha tolto le classi, ma ha fatto perdere l’idea di eguaglianza. Ha tolto sostanza al rapporto tra le forze che dovrebbero gestire l’equilibrio tra economia e società, tra diritti e ricchezza. Così si è vanificato il diritto comune all’eguaglianza sciogliendolo nell’acido della finanza e della speculazione. Non il lavoro, ma il denaro è diventato il soggetto che riguarda l’uomo. Basti pensare che ciò che si ritiene un diritto non negoziabile, quello alla vita, è ogni giorno, in occidente, come nel resto del mondo, messo in discussione dall’esistenza di un lavoro, di una sua continuità, oppure di una pensione, di un sussidio. La Grecia insegna molto, ma non s’impara nulla.
Indignatevi perché si è accettata la povertà come funzionale, la diseguaglianza come elemento strutturale e come motore della mobilità sociale, seppellendo la possibilità di un’eguaglianza vera di base, di una valutazione del merito. La perdita di diritti ne è conseguenza perché in questa visione, sono stati monetizzati ed era naturale quando si è affidata alla sola parte del capitalismo, all’impresa e alla sua proprietà e non al lavoro, il compito di condurre il mondo. Il denaro compra i diritti e gli effetti si vedono con le diseguaglianze che crescono, con la democrazia che diminuisce.
Indignarsi qui, oggi, ha un significato ben diverso da ciò che abbiamo attorno, è la protesta che analizza, lotta e cambia la società, ecco cosa manca oggi all’occidente. E ciò che manca contiene la speranza del cambiamento vero, permanente, contiene la maggiore equità, ma nel lessico comune invece, la speranza si è trasferita nella crescita economica. Per questo mi confondo e vedo che i migliori ingegni, la meglio gioventù sente l’estraniazione dall’occidente. Non pochi scelgono di esercitare un cambiamento nel terzo mondo piuttosto che a casa propria, nelle situazioni al limite, piuttosto che nella normalità. Mai come ora la normalità ottunde, e addormenta la speranza. Mai come ora è necessario che sia il quotidiano a verificare se ciò che ci attornia ci va bene oppure no.

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