la trappola del viso

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Si capisce dagli occhi, poi la comprensione scende alla bocca: il viso è oltre la maschera che indossa.

Parla d’appartenenza, chiede, sollecita, scrive su grandi fogli di carta bianca (mezzo elefante).

(Chi, dove, quando: che importa, bisogna violare le regole fuori dal palcoscenico)

Non sa cosa sia un tazebao, un samizdat. Questo mi confina nella coscienza d’aver vissuto. Irrimediabilmente. Quando si conosce il significato delle parole la vita è scorsa abbondante, si pensa di sapere e così si finisce in piccoli circoli dove non c’è la fatica di spiegare, ma solo noia d’aver saputo. Già, rimasugli, stanchezza.

Parole si accumulano sui fogli bianchi, legami di tratto grosso, colori diversi per addensare le idee. Il viso cerca consenso, dice per far dire. Indago sui sentimenti, butto parole esca. Appartenenza, come in amore. S’illumina, scrive: Appartenenza. E accoglienza, aggiungo. Si solleva un piccolo dibattito ordinato.

Cerco di capire se le piace essere accolta o appartenere. Che significa libertà in amore? Mi restituisce la domanda. Libertà in amore è mettere la propria libertà come gesto gratuito nell’altro, non è definitiva cessione, è a tempo, ma finché c’è amore la mia libertà si esercita, sviluppa, cresce nell’altro. Fiducia.

Lascio parlino, disquisiscano, discettino. Parole si aggiungono sui fogli. Ora sono davvero tazebao. M’interessa il volto, capire cosa nasconde. Ma davvero siamo così, con sentimenti sovrapponibili, emozioni che devono essere ogni volta nuove, bisogni da soddisfare e a cui dare nomi importanti? Oppure sinonimi. La fantasia si schianta nei sinonimi. Se davvero siamo così simili e ripetitivi per il 95% e anche più, credo sia noioso osservarci troppo. Però il viso è un buon libro da leggere, ha storie non banali, scritte con raffinatezza. Quella unicità che s’incide, si esprime (espressione) è il succedersi delle scelte, delle svolte. Le vie percorse sono intersecate come binari appena fuori stazione e le parole hanno preso altri significati anche quando ci siamo intersecati. La sovrapposizione è durata un poco, poi via verso un futuro ch’era d’uno prima che condiviso. Però ha lasciato traccia e sul viso si vede.

I fogli si riempiono, ormai è difficile cogliere i nessi. Metafora del vivere quando si vuole riassumere: troppo complicato. Perde definizione, sottigliezza. E le sfumature sono importanti, più della chiarezza. Che sia per questo che col tempo il mio scrivere s’involve, diventa contorto, si perde nei dettaglia a cercare il diavolo. Potrei far molto meglio, ma non c’è ragione.

Sollecita, conduce, riassume. Tenere o lasciare (le suggerisco), su questi due verbi, penso, si concretizzi ciò che davvero siamo. Tenere o lasciare.

Buona serata. Esco di scena e alla pioggia, l’aria farà bene. 

exil

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Le ore sono scivolate nella condizione di asincronia. Nulla di grave, un po’ avanti, un po’ indietro. come se la realtà riottosa non volesse mettersi al passo e ballare assieme. Questione di ritmo, si dirà, ma perché adattarsi all’altro? Così quel leggero spleen s’è ingolfato nella sera, nei portici troppo pieni di luci, nella confusione del sabato, nei segnali d’una crisi che si voleva leggere tra i molti volti. E invece una pittrice da strada toglieva le sue sinopie dal marciapiede, contando monetine, qualche africano ridisponeva le merci taroccate: uguali a quelle vere, anzi migliori, puzzano appena di denaro e plastica. Il flusso, oh sì, fluxus, portava teste e piedi in una direzione e poi in quella contraria, avanti e indietro, instancabilmente, perdendo pezzi nei molti bar delle abitudini al passeggio. Ogni stagione ha i suoi percorsi, la mia aveva strade differenti, ma uguali modalità, un andare e tornare che era nei discorsi, prima che nelle gambe, le stesse cose variate e ripetute, come vi fossero pochi standard su cui far evolvere il ragionamento. Senza sapere avevamo il jazz in testa, e poi l’abbiamo perduto, barattato, venduto in cambio d’abiti eleganti, tranquillità apparenti, scarpe lucide e poco utili al passeggio. Del cazzeggiar passando: chissà come ci vedevano da dentro i negozi, dalla strada, dalle case che di notte sporcavamo lieti come cani finalmente liberati dai divani. Perditempo in attesa di nemesi e noi ridevamo in faccia agli intruppati, ai consenzienti, ai preti della medietà fatta filosofia di vita. Poi, nei percorsi circolari delle età, si capisce che è illusorio questo procedere del tempo, che l’abitudine è un cerchio forte e indissolubile, aduso a piegare, curvare ciò che vorrebbe procedere diritto, così torniamo sui nostri passi e quel flusso che ora osservo, la leggera asincronia, lo spleen, non era forse lo stesso che un tempo spingeva a ribellarsi, a uscire, a sbattere qualche porta e ora fa solo male appena e spinge a bere troppi caffè? Manca qualche pezzo nel meccano, c’hanno venduto una scatola tarocca, sarebbe stato meglio controllare, ma chi si preoccupa di ciò che manca quando ci sono così tanti pezzi da incastrare? Gioia pura il fare che si farà. E quelli che c’hanno donato la scatola, hanno cercato di fornirci ciò che mancava loro nelle vite di pregressa penuria: strano, ne avevamo in abbondanza. Ancora asincronia, ancora realtà fuori di tempo, eppure tutto si livella nel brusio collettivo, le devianze si colmano in buchi pieni di liquido che evapora, c’è un diffuso pensiero di dover essere che pare piacevole e a portata di mano. Se si staccano i pensieri di ciascuno, questi divergono, ma basta tenere tutto assieme, solo al solista interessa il suo strumento, nell’orchestra conta il suono e l’intelligenza s’uniforma.

ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia

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Nella sala, il bravo presentatore fa i complimenti al filosofo famoso. Con la moglie festeggia un lungo matrimonio. Ma egli non appare, nessuno dalla platea lo vede: s’è rintanato in galleria e osserva da distante, muto. Durante tutto il dibattito sarà un’ancora di salvezza quando l’argomentazione langue, si rivolgeranno a lui chiedendo consenso. Il dibattito ordinato proseguirà e le poltrone, rosso paffute, pian piano, si vuoteranno dei giovani. Gli anziani, si sa, durano di più, o almeno tra loro durano i curiosi che vogliono essere sorpresi da un colpo d’ala, oppure i metodici che non interrompono mai un libro a metà, o quelli che, assonnati, si fanno cullare dal suono fluttuante delle parole educate. Tutto continua cheto, finché un annuncio della famosa scienziata sul palco dirà che anche lui, il filosofo morale, se sta andando. Nessuno applaude: sembra la sua stanchezza faccia parte dell’episteme. Del resto la presenza non si è mai sostanziata sul palco, forse ci sono stati cenni, assensi, tra la sua solitudine e gli oratori, ma quasi nessuno li ha visti. Eppoi, se anche fosse salito sorridente a stringer mani, che avrebbe potuto dire? Un filosofo che frequenta la verità, sarebbe stato obbligato a rivelazioni poco solide d’assoluto, imbarazzanti. E se avesse tergiversato, parlando d’altro, d’etica ad esempio, come sua specialità, qualche intelligente avrebbe mormorato al vicino l’elogio della furbizia. Meglio lasciare tutto sospeso, avrà pensato, così infine se n’è andato. Adesso il teatro è al tempo stesso più vuoto e quasi pieno. La voce, un po’ nasale, del bravo presentatore, ha ripreso le fila, salmodiando saluti e complimenti, poi s’ è spinta verso altra filosofia: sembra legga un testo senza cuore, un foglio pieno di parole piccole e invece a ben guardare, sta procedendo a braccio. Così la filosofia sembra scienza ricorrente: oggi tocca a un anniversario, domani una presentazione, tra un mese un articolo, ogni anno almeno un libro. E le idee nel loro formarsi, nella severa quotidiana battaglia sembrano rumore lontano che si materializzerà già fatto. Nello spiegare la difficoltà del vivere col pensiero, nel cercare di rendere le vite con la loro eroicità tra il banale quotidiano, s’è persa un’occasione. Eppure bastava dire perché lei non gli chiede più quanto zucchero vuole nel caffè al mattino, ed è sempre sbagliato, e lui perché continua a mettere troppa marmellata nelle fette tostate, per capire che la filosofia in casa funziona più col silenzio dei piccoli compromessi, piuttosto che con una luminosa geometria del vivere. Ma questo s’è perduto e siamo tutto un po’ orfani di senso.

lo spunto

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Chiunque legga sa che c’è una possibilità magica per pensare fuori del rumore delle notizie: basta andare verso la libreria di casa, ma funziona ovunque ci siano libri, sceglierne uno e aprirlo a caso. 

“Sì, stiamo invecchiando, ma in una società che giorno dopo giorno si organizza in funzione del nostro invecchiamento. Da adolescenti eravamo la bussola della neonata industria della moda e del tempo libero; da giovani eravamo corteggiati dai partiti (ah, il voto giovanile! Andava intercettato ad ogni costo, quel voto); in età matura abbiamo occupato il centro della scena; e adesso che stiamo virando intorno ai sessanta, come una calamita orientiamo sul nostro asse la produzione, i servizi, la politica, la cultura, lo spettacolo… Dev’essere triste constatare ogni giorno di essere minoranza ai margini. Capisco che i giovani ci guardino a quel modo. Non solo gli abbiamo negato il potere, ma gli rubiamo persino la consolazione della giovinezza. 

Marco Santagata, Voglio una vita come la mia. Guanda.

Questa giovinezza che si prolunga riguarda uomini (forse in maggior numero, perché più farfalloni?) e donne, ma che farci? Se ci si sente bene, se il corpo non ha eccessivi acciacchi, se non ci sono problemi economici irrisolvibili, un confronto costante con i propri coetanei o quelli immediatamente più giovani è istintivo, e fatalmente quelli che sono messi peggio si trovano sempre, così cresce la considerazione di sé e subentra l’idea di non età, cioè la percezione di non corrispondere a un modello, di esserne eccezione. Il libro è recente, eppure all’autore, sfugge il fenomeno Renzi, ma un fenomeno è pur sempre un’eccezione e prima che i quarantenni (non tutti, quelli che tagliano radicalmente col passato, e quindi gettano catino, acqua sporca e bambino) prendano davvero il potere vero e non siano strumento di qualche gnomo che sa come funzionano le cose, ne deve passare di tempo. Resta questa impressione di giovinezza fuori contesto che porta a un culto edonistico della felicità. Nulla di male, ma se si persegue esclusivamente la felicità propria, quella altrui diventa poco importante. E ovunque sia, l’infelicità diventa un rumore di fondo che lascia indifferenti. Se la felicità e il benessere sono questioni di merito e la definizione di felicità si sposta decisamente verso l’individuo, allora questo vedendosi -e sentendosi ammirato- per il suo potere e il successo, è facile perda la nozione di ruolo e di età.

Faccio un inciso su meritocrazia: quando nacque alla fine degli anni’50 era un termine negativo perché preconizzava un distacco delle élites dalla gran parte delle persone e ne postulava l’arroganza e l’esercizio del potere in senso non egualitario, poi si trasformò in valutazione positiva da perseguire nella scala sociale ed oggi è proposta come unico modello di mobilità sociale. E’ una trasformazione laica della benedizione divina insita nel protestantesimo che nella prosperità e nel successo vedeva un segno della benevolenza divina, ma senza mecenati o redistribuzione: ovvero chi ha si tiene ciò che ha raggiunto. 

Santagata parla di una generazione, la mia, prediletta dagli dei. Cresciuta nella più grande trasformazione che la storia dell’umanità occidentale abbia conosciuto. Senza guerre, fame, malattie irrisolvibili, in un progresso tecnologico inventato dalle due generazioni precedenti, ma utilizzato al meglio solo ora. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui la crescita era continua, la mobilità sociale per chi studiava o aveva ingegno era assicurata, ora fa fatica a considerare che questa sia stata fortuna e quindi ridimensionarsi in conseguenza. Il fatto che quarantenni determinati vogliano sottrargli il potere è un’ulteriore dimostrazione della sua forza e giovinezza e siccome il confronto si gioca sul momento, il tempo diventa una variabile insignificante. Credo ci sia una intrinseca soddisfazione in qualsiasi conquista e non aver trovato un patto generazionale, comporta che il confronto continui ad esercitarsi, in ogni campo, dal successo economico alla conquista della bellezza, senza una necessità di progetto o prospettiva, perché queste farebbero emergere il tempo come determinante. Ne consegue l’incapacità di vedersi, di cogliere una collocazione sociale che abbia relazione con l’età, porta la giovinezza protratta indefinitamente a creare il mito di sé, la sensazione di non avere altro limite che la propria capacità di soddisfacimento.

C’è inanità nel voler mutare questo confronto, l’incapacità di un passo indietro e di redistribuire la fortuna avuta mettendosi a disposizione. Invece l’abbiate fame di Steve Jobs è precetto intergenerazionale e si esercita in uno scontro continuo, fatto di cose piccole e grandi, di conquiste sul campo. Il male non guarito è quello del confronto su un terreno, quello del potere, che non ha età, ma solo forza e fascino. Questo intacca ogni possibilità di essere noi e condanna all’io. La generazione benedetta dagli dei, può lasciare molte macerie e sopratutto figli che non siano migliori di lei.

n.b. la parola spunto mi è venuta a mente pensando a Boris Vian e allo “sputeremo sulle vostre tombe”, segno di una solitudine infinita di chi alla fine perderà senza lasciare rimpianti.

non c’è niente da capire, al più qualcosa da sentire

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Sapevo che le parole, il significato, il ritmo di quella sequenza che le teneva così bene assieme, non l’avrei tenuto a mente se non avessi copiato quel pensiero. E’ così che si sono riempiti quaderni e cassetti di appunti. Ma spesso non era possibile farlo e allora quel concetto, che mi pareva così bene espresso, si sarebbe perduto. Cercavo di mandare a memoria le parole, mi pareva di riuscirci, ma poi si scambiavano, qualcuna si perdeva finché quello che restava era una schifezza da dimenticare. Non sapevo da cosa venisse quell’equilibrio magico (a me pareva tale), non c’era sempre e spesso non produceva quell’effetto di movimento che sembrava un ritmo, un suono, ma quando c’era mi sembrava che in quella frase ci stessi dentro tutto. Cioè quello che potevo fare, essere, diventare, se solo avessi avuto calma e tempo. Poi ho imparato che non era possibile trattenere tutto, che il senso di perdita non era giustificato, in fondo ero sempre io e tutto era dentro di me, come fossi un cesto di giocattoli e bastava mettere dentro una mano e qualcosa da guardare con sorpresa ne sarebbe venuto fuori. Un ricordo è come un giocattolo vecchio, non serve più per giocarci e neppure è importante se funziona, è un pezzo di noi, di qualcosa che ci ha fatto essere, ed io avevo la fortuna di ricordare. E di mettere assieme ciò che c’era con quello che ancora non c’era. Vedete, è facile stupirsi per qualcosa di inusuale e bello, per un tramonto, una persona stupenda, un’intuizione che svela, ma per un insieme di parole è più difficile e capivo che la cosa riguardava me, non altri. Gli altri potevano ascoltare, vedere, se ero bravo, le cose che io vedevo, ma quel suono e quella bellezza di significato era una faccenda personale. Che poco rilevava, che non era utile e non produceva nulla di tangibile o economico. Ma ero io e se accettavo che quelle parole si fossero messe per chissà qual motivo in quell’ordine, acquisito quel significato, accettavo me. Un sognatore o un flaneur accetta la sua natura e mette in comune ciò che può, sa che quello che vien fuori dalla sua testa può annoiare, infastidire, non essere capito e questo spesso lo ammutolisce. Ma quando racconta ciò che sente non è per mostrare quanto è bravo, ma per dire: vedete, ci sono persone che esigono molta pazienza per essere capite, strane, particolari. Si può farne a meno, ma se vi interessa capire ciò che dicono dovrete fare un po’ di fatica. Come per un cruciverba o un rebus incrociano significati e se talvolta ne viene un motivo per riflettere, ecco, era tutto quello che volevano comunicare.

pretese

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E’ come dire: non capisco la matematica. Oppure: non mi piace la poesia. Ed esserne pure contenti. Eppure controlliamo il resto, guardiamo l’ora per sapere quanto manca a qualcosa d’importante, ci fermiamo a guardare un tramonto, ci commuoviamo per una musica, ecc. ecc.  Adoperiamo l’aritmetica, preferiamo e gustiamo il bello, anche senza esserne educati. In quei momenti, forse, vorremmo capirne di più, per goderne di più. Allora può essere indifferente, o addirittura motivo di gloria, non capire i sentimenti, farci la scorza, e non sapere (che poi significa scambiare e comunicare) di cosa si parla quando usiamo parole come amore, condivisione, affetto, tristezza, solitudine, ecc. ecc. ?

E se questa fosse solo un’ incapacità culturale, una timidezza ad entrare in campi troppo sensibili e pericolosi, divenuta carenza d’educazione, allora ciò che sembra lasciato all’intuizione e sensibilità del singolo, avrebbe di una grammatica, delle regole sintattiche, e così sostanza e sfumature emergerebbero ben oltre l’apparenza, la superficialità, il sentire innato. Un tempo solo alcuni studiavano, e usavano il sapere, il resto brancolava nell’istinto e nella fatica dolorosa delle vite, così, oggi, i sentimenti sono ancora terreno in cui al più giova l’esperienza e nessuno insegna come entrarci, rimanerci, uscirne. E come viverli al meglio. E si vede cosa ciò produce.

il pescetto di liquirizia

Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.

Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante.  Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.

Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?

Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.

certezza

Da qualche parte nascerà, non dubitatene. Scorre nel sangue, si annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Lo portiamo con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. Tutti sentimenti singoli, che hanno misura nell’individuo non nell’essere assieme. E’ un bisogno, non un desiderio e così emergerà, dapprima, come grido di pochi, ma crescerà e farà battere i cuori, scaldare le tempie ed esercitare le intelligenze per essere soddisfatto. Emergerà e mostrerà l’evidenza a chi non vuol vedere. Del resto lo vediamo, lo subiamo, lo sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta di meno, ma soprattutto lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nelle contrapposizioni tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sui settarismi, sull’intolleranza. Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.

così immagino

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Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?

Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.

Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.

C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?

capire il limite

DIstrazione

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Ci sono quelli che non si voltano mai indietro, hanno coscienza di sé, lasciano e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato zeppo e pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.

Qual’è il limite di peso consentito per volare? E se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta, togliere senso al tempo e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia. Perché capire il limite non è accontentarsi e neppure farsi una ragione. Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.