Prima ascoltavo una canzone di De Andrè: verranno a chiederti del nostro amore e pensavo che c’è sempre un’ insufficienza che tentiamo di colmare noi. Ma non riusciremo mai ad essere come vorremmo, forse perché davvero non lo sappiamo e che se c’è una spinta a farlo, è perché ci sentiamo insufficienti rispetto a quello che ci viene chiesto, implicitamente o chiaramente. Quindi non dipende solo da noi questo il male di sentirsi inadeguati, ma è una presunzione, perché chi ci vuol bene davvero ci accetta e vede in noi cose che spesso non cogliamo. Allora a chi risponde questa insufficienza? Ciò che ci manca davvero è la libertà di essere come siamo.
Nei miei anni scapestrati (nulla di particolarmente importante, diciamo che seguivo la vocazione fancazzista), spesso bruciavo scuola. E non facendolo da solo, senza particolari fantasie comuni, si andava a giocare a biliardo finché c’erano soldi, poi si proseguiva in tutte quelle attività amene che una vita sana dovrebbe consentire, tipo giocare a carte, fumare, parlare tutta la mattina di calcio e filosofia, o semplicemente far nulla guardando il cielo stesi sull’erba. In quelle ore di pensieri obbligati dal rientro a casa in orario conforme alla scuola, mi venne inoculata un’idea che ho faticato a togliermi, ovvero che per giocare bene a biliardo fosse importante approfondire la matematica, e ancor meglio la geometria. Questo mi salvò dal luogo comune che molti praticano, ovvero il non capisco nulla di matematica però capisco di letteratura o filosofia, come se il letterato avesse una virtù nel non capire parti dell’ingegno umano proprio perché capisce altro. A me piacevano molto i romanzi e i saggi, leggevo assai e senza regole, ma la matematica mi serviva per vincere a biliardo e quindi la dovevo capire. Così mi misi d’impegno perché il gioco valeva la candela e qualcosa di compreso allora mi resta ancor oggi. Ma il mio stile a biliardo non ebbe quel miglioramento che attendevo, perché il mio compagno di sfide a goriziana era un idiota matematico che manovrava la stecca come un pennello e se non sapeva nulla, e neppure gli interessava, però giocava da dio e regolarmente mi batteva. Ma pur perdendo, miglioravo complessivamente per l’attenzione che mettevo nel capire dove sbagliavo, traiettorie, forze, geometrie, insomma la cosa servì ad entrambi per giocare partite interessanti. Credo anche d’essere stato un buon allenatore per sviluppare i suoi talenti in campi altrimenti difficili da esplorare, la discussione astratta ad esempio, perché divenne un importante manager d’azienda dopo anni di vita passati tra fumo e panno verde.
Perché penso a tutto questo? Perché credo che avere un’idea preconcetta delle cose può impedirci di vederle davvero. Ci sono persone che odiano il calcio e ci sono 10 milioni di ragazzi o over 50 che lo praticano senz’altra aspirazione che vincere una partita che dura 90 minuti e poi ricominciare la settimana successiva. Ci sono milioni di persone che non leggerebbero un libro neppure sotto tortura (pensando che gli manipoli il cervello o che sia tempo perso) e milioni di persone che senza leggere una pagina, immaginare un’altra vita, entrare in una storia, non prenderebbero sonno. Ci sono persone che ogni mattina leggono l’oroscopo e modificano la giornata in relazione ad esso e altri che non ammettono nulla che non sia verificato secondo il metodo scientifico anche se è davanti ai loro occhi. Ci sono persone che vivono di politica, e pensano che senza di essa nulla procederebbe e altre che se ne fregano, che non votano e che abitano esattamente le stesse strade, le stesse città: entrambe si lamentano, ma la lamentela è il più antico mestiere al mondo, ben prima della prostituzione mentale e fisica. Insomma credo che manchi a tutti una educazione particolare ovvero quella alla realtà, che non è quella che vediamo, ma quella insita nei comportamenti, nelle cose, quella che ci fa piacere o dispiacere una cosa. Perché questo avviene? Ecco la domanda che dovrebbero insegnare a porci, assieme a qualche strumento per darle risposta, ma questo non fa parte dei programmi educativi, scolastici o meno, meglio puntare sul luogo comune che è così riposante per il cervello e rassicurante per i comportamenti.
Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?
Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.
E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.
Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.
Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.
L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce.
Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, secondo la stanchezza, fuori la luce violenta lo sguardo con la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce la quiete e il buon gusto. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Ancora buio. Per ore di volo.
Anche la costa è buia. Penso al mare sottostante, incessante di moto, ai pirati di cui non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno, noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce.
Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto, via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente.
Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si vedono luci troppo piccole, anche se l’aereo non è alto, siamo su Asmara. Dopo le luci di Abu Dhabi, quello che c’è sotto è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che taglia il centro, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.
Un tempo le case avevano le finestre aperte e serramenti precari. Spifferi ovunque. Non era meglio, solo che girava l’aria. Si fumava dappertutto, dalle cucine venivano vapori lunghi di bolliture, oleosi e lenti. Gli odori si mescolavano e così si apriva. La primavera cominciava così, con la finestra della cucina socchiusa tutto il giorno. Il vetro era sottile, 4 mm, semidoppio. Non capivo quella parola, perché semidoppio? L’accettavo, sembrava di entrare in un gergo da adulti, di conoscenze del fare che non avevano bisogno di troppe ragioni. Le cose avevano un nome e questo bastava. I figli dei professionisti e degli impiegati ignoravano tutto questo, era qualcosa che metteva ciascuno al suo posto. Fumare era da grandi. Sigarette forti per essere più adulti. Nazionali esportazione senza filtro, pacchetto verde, eccezionali, ma costose, più delle Alfa spaccapolmoni. Quando eravamo colpiti da improvvisa ricchezza: Gauloises (la libertà sempre, ci stava scritto sul pacchetto, bello no?) e Pall Mall. Tutto nature, senza schermi di filtri, tabacco, bocca, polmoni, espirazione. Accartocciare il pacchetto era il segno del vizio soddisfatto. Ne fumo un pacchetto e mezzo al giorno. Non era vero, al più quattro o cinque, ma faceva grandi.Poi vennero quelle fatte a mano, la pipa e il resto. Ma ormai ero grande davvero. La pipa era snob, con tabacchi dolci che piacevano alle ragazze. Poi le misture: Revelation, trinciato medio, un po’ di virginia (Virginia on my mind), bicchierino di brandy. Si fumava dappertutto, ma in casa di amici si chiedeva. Sembrava un bisogno, probabilmente non lo era perché è sparito. Si sapeva che faceva male, ma si era così giovani e con così tanta vita da vivere ancora… E poi si aprivano le finestre.
L’aria in primavera, da greve diventava fine. Si sentivano i profumi non gli odori. Mia madre metteva all’aria cappotti e coperte, si sbattevano molto i panni, polvere e acari dispersi. Odori di fumo e bacilli d’inverno, via tutto che l’aria risanava. Aria, tanta aria, e colori nuovi, pastello. Sentivo che il tempo passava perché crescevo, ma gli anni sembravano già ripetersi, l’autunno, la scuola, l’odore di carta e inchiostro, il profumo delle matite, la neve, le bufere di vento e pioggia contro quei vetri sottili, il vapore su cui scrivere, il natale, la befana, e poi tutto in discesa verso i colori e la luce. Era passato prossimo e remoto, assieme. E mia nonna, con un gesto antico, apriva la finestra vicino alla stufa economica, usciva il vapore, entrava l’aria che portava profumo di verde. In dialetto si diceva che ‘a sa xa de verde, sa già di verde, e il fatto che l’aria sapesse, avesse coscienza, era significativo, non portava solo, lei era già primavera.
Mio padre fumava, anch’io lo facevo nel mio piccolo, ma lui ancora non lo sapeva. O almeno faceva finta di non saperlo.C’erano rumori quieti che entravano dai cortili assieme all’aria. Col dito scrivevo sui vetri e tra le gocce, che s’ingrossavano scendendo, vedevo nella nuova trasparenza il verde dagli alberi che emergeva. E mi pareva che quello fosse un mondo da conservare, da tenere uguale per quando sarei tornato, stanco di corse, di luce, di sudore, di felicità momentanee, innominabili, senza predeterminazione. Immaginavo percorsi lontani, avventure, un futuro ricco di vita intensa e sconosciuta, ma c’era sempre un ritorno, un luogo dove stare, riposare, una felicità quieta e durevole, calda; anche nei suoni, anche negli odori di legno, di vapore, di casa, di primavera dai cortili. Lì sarei stato sempre tenuto come importante, prezioso. Questa era la cura, anche se ancora non lo sapevo.
Renzi può piacere o non piacere, ma è indubbio il suo talento politico unito a una buona dose di fortuna. E, aggiungo, di ingenuità e insipienza degli avversari. Il criterio del simpatico o antipatico in politica non è un valore che determina il risultato dell’azione del politico. Lo adoperò a suo tempo la Serracchiani per motivare il suo appoggio a Franceschini, ma non diceva nulla di particolarmente intelligente, casomai esprimeva un calcolo, una convenienza. Il fatto che Renzi non abbia antagonisti deriva dalla mancanza di un vero leader giovane che abbia idee forti e diverse, eguale carisma e rappresenti una reale alternativa a sinistra.
Per chi? Per la maggioranza del PD e dell’elettorato di questo Paese che non è notoriamente di sinistra.
Quindi una persona che almeno equivalga Renzi e renda accettabile un mutamento in senso egualitario e legale del Paese. Un leader con un progetto innovativo che affronti l’intera agenda sottaciuta da Renzi: conflitto d’interessi, corruzione, legalità, sprechi, beni comuni, diritti della persona, ruolo del lavoro e dei lavoratori a partire dai giovani, welfare, privilegi da togliere, evasione fiscale, piano di sviluppo economico del paese, etica e moralità in politica e nella società, legalità.
Assieme a questo progetto è necessario indicare gli obbiettivi, con le relative scadenze, non agire di conseguenza ma precedendo, far percepire il cambiamento, ripensare profondamente di ruoli e di poteri, anche nelle parti già indicate da Renzi, che su questo ha avuto un’ intelligenza particolare, come sclerotizzate e comunque garantite dell’universo della sinistra storica : sindacati, elités di occupati, diritti senza lavoro corrispondente, gestione dei servizi, scuola, ecc. ecc.
Sinora questo leader non è emerso e l’atteggiamento delle minoranze è a volte succube, incoerente tra enunciazioni e fatti, spesso arrogante, sempre lamentoso.
Ciò significa che l’attuale opposizione interna del PD non è in grado di produrre il leader riformista vero?
Se le caratteristiche di questo leader sono: carisma, capacità di attivare la partecipazione, analisi acuta della realtà, empatia con l’elettorato verso un benessere comune, decisione e democrazia, la risposta è no. La sinistra interna, per la sua frammentazione che fa vivere di rendita molti piccoli capi e per la questione del ruolo del “vecchio” che non è mai stata affrontata davvero, non produce una leadership unitaria e nuova. Ma un conto è la capacità di produrre un leader e un conto la necessità che ciò accada. Se non si coglie la necessità significa che si impedisce alla ragione di dar spazio all’intelligenza e al talento. Questa è la responsabilità reale in carico alle minoranze: impedire che si formi una nuova classe dirigente e un nuovo leader pur potendolo fare. E questo è il vero impedimento alla crescita di alternative a Renzi, cosicché questi può continuare indisturbato a riformare il Paese secondo la sua visione di progresso e bene comune..
Oggi è iniziata a radio 3, la lettura ad alta voce dei Piccoli Maestri di Meneghello. Ho amato questo libro, e pure molto, per il contenuto, la scrittura, la lingua e per l’apparente semplicità. Sembrava mi parlasse direttamente, come accade tra amici nelle sere in compagnia, dove si cena e poi si racconta. Forse l’ho letto nel momento giusto, quando potevo capire, cambiare, sentire che c’era un senso a quel resistere prima, e al resistere poi, con molte mancanze e umanità. L’umanità è quella cosa che uno si sente addosso e che gli fa sentire gli altri oltre sé, è piena di sbagli, ma ha una direzione, è come se sapesse che qualcosa è giusto, e lo fa, ma senza forza o cattiveria, perché è quello che si deve fare anche se non si sa bene cosa ne verrà.
All’inizio Meneghello dice: non eravamo buoni a fare la guerra. E dirlo è un amore per la pace, non per la quiete, un fare quello che è giusto. Forse questo non lo capirono quando il libro venne pubblicato. C’era la retorica della Resistenza, che era rossa o non era. E anche per me era così, perché vedevo che i partigiani rossi non avevano fatto carriera, non occupavano i posti importanti dello Stato, non erano a capo delle aziende pubbliche, erano tornati a fare gli operai, i muratori, i contadini, oppure se facevano politica erano funzionari di partito, con la miseria sempre a un passo. Quindi chi aveva pagato di più non erano i borghesi, i professori, ma la povera gente e così mi pareva che la Resistenza degli altri fosse meno importante, meno resistenza perché non aveva in sé il riscatto, il cambiamento. E senza cambiamento, tutte quelle speranze erano state tradite. E si vedeva, oh sì che si vedeva, perché se c’era il miracolo economico, non erano poi cambiati i rapporti di forza tra chi aveva e chi non aveva. Con una testa così confusa, mi sembrava naturale parlare e sentire un tradimento della Resistenza, come cosa vera, ma anche di sentire la necessità di un riscatto, di un completamento oltre la retorica. Ma forse era una cosa mia, perché altri avevano già superato tutto e quella retorica la consideravano come una palla al piede e un’ incapacità di leggere la realtà.
Piccoli maestri mi aiutò a capire che la Resistenza era rossa per tutti quelli che l’avevano fatta e scoprii l’importanza del Partito d’azione, che non c’era più, ma era un assente-presente nella vita pubblica. E quando un azionista di allora, pur confuso, parlava della sua Resistenza, senza grandi eroismi, ma forte di necessità, mi sembrava che raccontasse un pezzo della verità che mi riguardava. Che riguarda questo Paese anche adesso.
Piccoli maestri è un libro che ha 50 anni, eppure dice ancora molto. Solo che non si legge, oggi si cerca altro. Alla mia generazione, poteva dire di più, e se non dice nulla ai nostri figli, è colpa nostra. Il rosso della primavera, è diventato grigio, non abbiamo comunicato passioni che servono. Queste cose però basta leggerle, a questo servono i libri. Qualche anno fa, ne hanno fatto un film senza nerbo, girato anche nella mia città, forse non hanno capito che non c’era nulla da dire e molto da sentire, che le vite sono tali quando si vivono, che sono i sentimenti che devono emergere, ma questo non fa scena. E se gli eroi erano persone comuni, cosa volete che ci fosse da raccontare quando combattevano e desideravano la pace, quando cercavano di assomigliare a quell’umanità che avevano dentro. Niente, che fosse così importante da cambiare davvero tutto, però le vite le cambiava, eccome se le cambiava. Ecco, Meneghello era bravo a raccontare com’era cambiato, come aveva fatto Fenoglio, Calvino, Levi e qualche altro. E questo mi piaceva, perché mi diceva che fare ciò che si sente, ci fa assomigliare a noi stessi e ci cambia da come ci hanno indottrinato. E’ un metodo che vale sempre, anche adesso, forse per questo sarebbe una buona cosa che chi è giovane lo ascoltasse leggere e magari lo leggesse.
Questo bisogno di essere contigui al potere, partecipe, si traduce nel selfie con la celebrità. E’ la traduzione del conosco, che in realtà significa: sono conosciuto da…, posso perché partecipo del suo potere. Quindi la prossimità con chi può, fornisce identità, e quindi l’essere diverso, un po’ sopra, speciale. Il potere oggi si auto rappresenta molto, siamo passati dalla rappresentazione berlusconiana al far da sé che dipende molto meno dal ricatto televisivo, ora è la tv che cerca. Renzi è l’epigono di questa auto rappresentazione che sdogana la politica da una necessità di riconoscimento, è ilsono perché mi riconosco.
Avere un’ideologia alla Marchese del Grillo a portata di mano comporta che chi vuole cercare un ruolo, un’importanza, non solo politica, prima di tutto si riconosca in un ego che si autoalimenta. Ma è da pochi, gli altri si adeguano con nuovi mezzi, e come un tempo dicevano conosco, perché avevano stretto una mano, oggi lo dicono con un selfie, con una telefonata ad una segreteria, cercando di essere un terminale di quel potere che si autorappresenta. Una epifania dell’essere e del suo futuro, che diventa di massa, salvo che questa rigetterà tutto quando il potere se ne andrà altrove e ne cercherà un altro nuovo.
Quando si doveva purificare qualcosa in laboratorio di chimica analitica, si lavorava con i solventi. Lì ho incontrato la teoria del lavaggio, che aldilà delle formule, si spiegava con un esempio semplice: per togliere più sporco ci si deve lavare più volte con poco sapone piuttosto che una volta con molto sapone. Il motivo è che lo sporco si toglie in percentuale e non muta se c’è tanto o poco detersivo, solo se si opera ripetutamente andrà via un po’ per volta e diventerà infinitesimo, invece con una sola volta si toglie l’apparenza, ma la sostanza resta.
Siccome ero un allievo farfallone, più che la teoria del lavaggio e il risultato dell’analisi, mi colpiva l’idea della purezza originaria che emergeva quando ci si incasinava la vita, con la conseguenza che ogni volta si voleva far immediato ordine e pulizia, salvo poi ricascarci con le stesse modalità di lì a poco.
Questo, ed altro, mi ha fatto fare il chimico per poco, però la teoria del lavaggio me la sono portata nella vita e anche oggi penso che:
nella corruzione in politica a poco vale colpirne uno, con un gran dispiego di forze se poi il resto del marciume resta intatto, bisogna lavare in continuazione per pulire il tessuto sano dalla corruttela,
nell’insofferenza per quello che non funziona nella società e in noi, non contano tanto i cambiamenti repentini che poi tornano sui propri passi quanto il ripetere l’azione che cambia come si sta nel mondo,
nel mostrare la sostanza di ciò che si è, non conta un no ogni tanto, ma il dire costantemente ciò che si pensa e si vuole,
nel disordine che si sente nella vita, buttare via tutto quello che viene a tiro una volta, conta poco se si lascia intatto quello che riprodurrà la stessa condizione di lì a poco.
E, parte più difficile, se nei sentimenti c’è bisogno di mutare davvero la sostanza, meglio arrivare alla pulizia profonda piuttosto che accontentarsi del primo strato e cioè dire davvero ciò che si sente e non la parte compatibile con l’altro.
Tutto questo mi ha fatto vivere meglio? Non posso saperlo, anche perché ho derogato parecchio e se pensavo, allora, che la sostanza pura era un mito dell’alchimia, perché faceva coincidere il soggetto con l’anima, non è necessario tanto nella vita, bastava l’approssimazione. Però se lo sporco fa soffrire bisogna lavare a fondo, e ripetutamente. Qualcosa di indesiderato (?) resterà sempre, però imperfetti, ma abbastanza puliti è meglio. Eccola la teoria del lavaggio.