tre variazioni sull’otto marzo

prima variazione:

Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito si è talmente commisto alla vita da diventare permanente parte di essa.

Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, essi stessi percossa e violenza, nel capire più l’aggressore che l’aggredito. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza dell’istituzione che rende compatibile socialmente l’abuso, che diventa parte della violenza. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro la violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.

Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.

seconda variazione:

La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dalla pioggia con una mano mentre cammina veloce senza ombrello. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso per far scorrere la pioggia, ma ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo l’ha ricevuto da una persona per lei importante. E ha collegato la giornata con una festa che la riguarda e un atto di affetto. Forse d’amore.

Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidiva l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiaceva perché ad essa corrispondeva quella maschile. Mi sembrava mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’era un passo avanti, una liberazione d’accatto era sempre meglio del bigottismo precedente.

Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.

terza variazione:

Li ho visti l’altra sera a Gazebo, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini al confine con la Macedonia. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno e altre arrivano, si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.

Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non credo ci pensino ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.

Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore se non viene loro permesso di avere un futuro? La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono per noi e basta? Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.

scrittura

Cos’è importante in una scrittura, in un discorso? Che si capisca quello che vuoi dire, diceva la mia insegnante d’italiano. Non l’ho mai ascoltata molto. Caparbio e testone, propenso a fare per mio conto, non mi sono mai curato davvero che si capisse tutto.  Però pur senza regole e senza obbiettivi chiari, ma con gli anni, qualcosa si è venuto a codificare dentro. Ho modi di dire, giri di frase che assomigliano a giri di blues, note di preferenza, meccaniche consumate come tasti di chitarre solitarie. Quando parlo in pubblico mi chiedo a chi sto parlando, organizzo le frasi su un contenuto, ma poi, parlando a braccio, le cose vanno per loro conto e le scalette mentali si confondono nell’economia di un messaggio. Lì il testo si piega a un fine, a un tempo prefissato, invece quando scrivo la ricerca della libertà da vincoli è più evidente.

Si può scrivere di tutto, ma ciò che scriviamo parla di noi. Per questo la mia curiosità di lettore si esercita su chi m’ interessa: leggo tra le righe, mi chiedo cos’ abbia motivato esattamente quelle parole, cerco d’ intuire i momenti di stanchezza, decifrarla nelle frasi che chiudono non perché non ci sia null’altro da dire, ma perché bisogna pur chiudere, o non dire, o non eccedere.

Leggendo, trasporto sulle mie abitudini di penna quelle di chi leggo. Faccio paralleli, ma soprattutto ascolto.  È facile raccontarsela e raccontarla. Quante volte la scrittura libera e quante volte, invece, prosegue una prigionia rendendola più leggera?

Forse dalla scrittura e dalle parole ho imparato ad avere preferenze piuttosto che giudizi, antipatie piuttosto che rifiuti. Se ha qualcosa da dire si ascolta anche l’antipatico, non ci si pone su un piano di superiorità. Ecco, un altro insegnamento della scrittura e delle parole appropriate è che siamo tutti sullo stesso piano, qualcuno è più bravo, altri meno, ma questo non tocca più di tanto le persone. O almeno a me così pare.

Non ho una scrittura facilissima, me ne rendo conto, sotto sotto dico parecchio di più dell’evidenza, ma questa è una cifra che lascio a chi legge e se mi sorprendo di non essere compreso, non spiego e non giustifico. Dire che si è stati male interpretati è una furbizia squallida della politica, cioè il dire e il ritrarre la parola, il senso. Se si dice, le parole sono di per sé esaustive e ciò che non viene capito si capirà, oppure no, ma davvero importa così tanto?

Se guardo al passato, oggi vedo una scrittura a trama fitta, ricca di particolari, di aggettivi e verbi collocati secondo il pensiero più che secondo la sintassi. Il governo del senso vorrebbe essere simile a quello del direttore d’orchestra senza bacchetta, che accarezza e accompagna i movimenti. Purtroppo non è così, o almeno lo è di rado. Vedo anche un ripetersi di modalità e la voglia di far emergere squarci di luce, qua e là, dove la trama dirada. Prendere per mano e portare l’interlocutore verso il particolare, come fa una luce spot in teatro. Illuminarlo per un momento, far in modo che ne resti consapevolezza e una domanda: che ho visto? Nei dettagli si nasconde molto, anche il riposo dell’andare, ma mai la noia.

Sembra ci sia un programma, un interlocutore, un fine, ebbene vorrei disilludere: racconto a me stesso e a chi condivide,ciò che vedo. Senza ambizioni, con molte velleità.

Avere il senso del limite e il sorriso malinconico, questa è la scrittura che mi piacerebbe davvero saper fare, ma forse dovrei assoggettarmi a regole. E a me le regole piacciono davvero poco.

dance me

Cercare di guardare, vedere l’altro lato, soffermarsi, trarre qualche possibilità interpretativa. Richiamo l’attenzione: qualche possibilità interpretativa. Tre parole ipotetiche che limitano l’assoluto. Questo è il regno del dubbio. Ha bisogno di gambe forte, di piedi ben piantati, di alcuni principi, molta auto ironia. Alt. Basta.

Dicono che raramente si arrivi a sfruttare il 20% del potenziale del cervello, non so cosa contenga l’80%, ma di sicuro già in quel 20 c’è una differenza importante sull’uso, ovvero cosa si collega e come.

Esemplifico mettendo i piedi sulla tavola: se cosifico i sentimenti quel 20% razionalizza e relativizza, riporta a schemi conosciuti, evita l’errore successivo reiterando la conclusione negativa del precedente. E allora? Ho usato il mio 20%, per creare il nuovo oppure per ossificare il vecchio?

Che sia per questo che non mi affeziono agli assoluti e al per sempre, ma li considero un lavoro lieto e faticoso e non di rado pure pesantuccio? Il collegare dinamico è per me fondamentale, di fatto una continua rielaborazione del passato nel laboratorio del presente, ma con una sua relativizzazione. E qui il sentiero è davvero stretto, l’orlo è quello del vulcano: si sente il calore infernale dell’abisso, ma anche la vertigine, eppure non è data altra strada che il procedere. Guardare innanzi, vedendo il presente e l’altro lato delle cose, esercizio di realtà, ventipercento da connettere secondo nuove sinapsi, e accettare che il pensiero ci metta in crisi.

Esemplifico ulteriormente: un principio mi fornisce sicurezza interpretativa, so dov’è il giusto e ciò che non lo è.

Bene, accettata l’etica, riesco a togliere il giudizio e vedere dove ciò che non è giusto m’assomiglia?  Perché se in questo esercizio metto l’autoironia, riesco a cogliere ciò che è nuovo nell’ingiusto e che mi riguarda. Basti pensare ai luoghi comuni oppure al non sono razzista, ma… Queste zone grigie sono me e rappresentano il limite di ciò che davvero penso di essere. Ovvero penso di essere migliore di ciò che sono in realtà e per risolvere le mie contraddizioni ho un bivio: o le accetto oppure le affronto. Il diavolo è seduto dove si divaricano le strade e aspetta sorridente. Io sono il diavolo e la cosa mi può rendere pure allegro, ma basta saperlo che l’indecisione occultata di scelta è il mio modo di vedermi migliore.

Connettere il 20% in modo nuovo, sembrerà strano ma lo si può fare ad ogni età, in ogni condizione. Si può affrontare il titanico sforzo di mettere assieme ragione, sentimento, realtà, sogno, passione, incoerenza, limite con l’allegra presunzione di voler vivere diversamente. Di essere differenti, non per partito preso o insicurezza, ma per consapevolezza. E soprattutto evitando di cosare le persone e noi stessi: non siamo cosa. Non accettiamo di essere ridotti a oggetto, numero, entità marginale, ma 20% in divenire. E anche se quel 20 in realtà è 5, non importa, chi può misurare la nostra capacità di essere davvero altro.

l’imperturbabilità del ragno

Per casa girava una correntina fresca. Bassa, a livello pavimento, pian piano raffreddava piedi e caviglie. Tutte le finestre erano sin troppo chiuse, quindi il tutto doveva derivare da quei pertugi, aperti per sicurezza in cucina ad evitare accumuli di gas. Oppure da quella piccola lama d’aria sotto l’ingresso. O ancora, dagli sfiati dei bagni e del fornello. Oppure erano tutti assieme che si parlavano con l’aria, che comunicavano linguaggi misteriosi di molecole, che allegramente si facevano gli affari loro. Che stessero dentro o fuori. Mi sembrava una libertà eccessiva, e a me preclusa, in quanto ben educato, d’inverno non stavo sull’uscio a parlare, ma limitavo al minimo la permanenza nel limite, i convenevoli, anche le affettuosità di saluto.

Loro, i pertugi, invece stavano indecisi. Anzi vivevano d’indecisione. Parlavano attraverso essa, cogliendo dell’uno e dell’altro stato. Poi, i più ciarlieri, o dispettosi, adattati dai diametri, diventavano dei tubi Venturi e acceleravano il moto d’aria fino a generare quella lama costante, pur piacevole d’estate, che d’inverno raffreddava caviglie e piedi. Solo quelli, ma l’effetto invadeva il corpo e spingeva a mettere calzini più pesanti. Inutili dopo un primo effetto barriera. Considerata l’ineluttabilità della cosa, assieme all’alzare le estremità, l’assumere pose accoccolate, o orientaleggianti, oppure tornare il ragazzino che privo di voglia di fare i compiti, si dimenava sulla sedia, raccoglieva le gambe, ci si sedeva sopra, e poi si spostava e s’allungava, in un moto che cercava nei gesti la voglia che non c’era e che pertanto mai sarebbe giunta, nonostante tutte queste manovre, dicevo, il pensiero che quell’aria scambiata contenesse un codice d’ una comunicazione mi affascinava. Perché di certo era così, quell’aria mossa e appena fresca era intrisa di significati, e parte di quel misterioso di cui vediamo solo gli effetti, e cogliamo magari un piccolo sollievo o fastidio, ma di cui ci sfugge totalmente la meccanica e la vera essenza che ci sta sotto. Pollini, microscopiche bestiole, granelli di polvere, gas, profumi, ferormoni primaverili, molecole di carbonio e d’azoto, ossigeno in più forme molecolari, fino a micro spray di vapore e oli, quindi acidi grassi e probabilmente basi e chissà quanto d’altro, si scambiavano informazioni indifferenti o interessate. Eh sì, perché sia pure in piccolissima parte, qualcosa si combinava in nuove molecole, qualche esercito d’ acarucci mangiava polvere e residui organici, qualche ossigeno instabile per i temporali di marzo o per l’eccesso di gas di scarico, trovava nell’aria quieta di casa, modo d’accoppiarsi, di mutare stato. E se anche la temperatura s’abbassava di quel tanto, e solo a livello pavimento, da far sentire i suoi effetti, chissà cos’era accaduto al moto dei gas, alle molecole stanziali e pacifiche come me, alla termodinamica generale della casa. E la mia era una casa moderna, con infissi nuovi, ché in altri tempi ben diverso sarebbe stato l’effetto e soprattutto lo scambio.

Ragionare sui modi del comunicare non formale, partendo dai piedi, non era proprio un elegante esercizio di pensiero, e il pensiero che Dickens scrivesse a letto i suoi primi capolavori, attanagliato da spifferi e gelo londinese, di certo non lo nobilitava anzi dimostrava le vite parallele e indifferenti del genio e dell’ambiente. E non essendo il mio caso il primo, ciò mi portava a considerare che i pensieri inutili erano una pigra percezione di quel gps che possediamo tutti e che dovrebbe dirci, oltre al dove siamo, chi siamo davvero, con la divertita autoironica percezione del proprio limite. Poi lo sguardo era corso a quell’angolo vicino alla trave, dove un modellino di biplano sembrava oscillare appena. Ma era un’impressione. E lì c’era una ragnatela, piccola e perfetta, immagino sfuggita alle attenzioni delle pulizie per la fragilità dell’oggetto. E nella ragnatela, un piccolo ragnetto imperturbabile, attendeva, e capiva che in quell’aria accadeva molto. Capiva e attendeva che qualcosa di sufficientemente grosso arrivasse nella sua rete. Non so quale livello di intelligenza abbia un ragno, ma per la sua capacità di attendere e di capire quanto accadeva attorno, di certo era maggiore della mia. E di certo non aveva i piedi freddi. 

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza

sgarujare

Restano le coordinate di sempre per stare assieme: gli affetti, l’amicizia, il conversare conoscendo. Il cibo comune è un valore che va molto oltre la sua sapidità e bontà. Anche il bere assieme è un rito quando si è attenti alle parole. Poi, quando la bocca non è più impegnata dal gusto e dal cibo e il discorso fluisce, si mescola al vino, e scava dentro, senti che sgaruia, il senso, gli argomenti. Sgaruiare ovvero cercare dentro qualcosa. Ad esempio il gheriglio, e i suoi pezzetti rintanati nelle noci. Come faceva mia nonna, che poi li puliva della pellicina e me le dava da mangiare. Ripulendo e tirando fuori la polpa, mi diceva, viene fuori il dolce che non lega la bocca. Così è per il discorrere tra amici,  si può cercare il meglio da offrire e allora senti che quel gheriglio l’abbiamo noi dentro e che a volte si apre mostrando il buono, ma solo a volte.

urge la primavera

Con i polpastrelli sfioro l’umore della gemma,

gli occhi si perdono nel colore lancinante e nuovo.

Di vita ribolle il mondo,

abbandonerò il cuore dell’inverno,

senza un luogo che l’accolga.

una giornata di fine inverno

Una giornata cioccolata. Densa, cremosa, scura come un gorgo di passione.

Amara, dolce. Dolce, amara. Bollente.

Brillante negli occhi che hanno il freddo agli angoli, una piccola lagrima di reazione.

Allarga, sorride, sofferma.

Sorseggiata in punta di labbra, ripulita dalla lingua, assapora l’ultima goccia ferma dove il labbro osa arrogante.

Sensuale sente il sapore del prima. Ancora. Ricorda.

Giornata che s’inerpica in spirali, che s’avvolge su un centro che attira, scorre, poi punta al profondo, travolge. E scende.

Entra per uscire trionfante e rientra, nell’amaro dolce. Assapora, ascolta, dice, gusta, attende.

È amara, dolce, croccante, solida.

Poi il tempo riprende. Dopo.

una felicità

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Mi aveva preso una frenesia, una gioia improvvisa, una spinta interna che faceva battere il cuore anzitempo, che muoveva le gambe e faceva canticchiare prima, e poi fischiettare la bocca. C’era nell’aria qualcosa di innominato, ma così pullulante di vita che era impossibile accoglierlo tutto. E allora bisognava correre, scaricare sulle suole di para la velocità delle gambe, sentire che l’aria ti veniva contro, che c’era una gioia profonda anche nel correre, nel passare veloce tra le persone, nel cercare spazio libero, nel pensare che si sarebbe potuto continuare all’infinito.  Quelle gambe mi assistevano, forse sarebbero ancora cresciute, nonostante fossero già lunghe e a scuola mi prendessero in giro storpiando il mio cognome per adattarlo a quell’altezza improvvisa maturata in poco tempo. Due anni o forse meno per crescere di corsa, anche se ero sempre stato alto per le mie età, però allora ero più alto e non me ne rendevo conto, ma gli altri sì. Non me ne sarei mai reso conto, ho lasciato questa incombenza a chi osservava la sua statura rispetto alla mia e ancora oggi non riesco a capire se una persona sia alta o bassa, se non quando essa è davvero molto bassa oppure più alta di me. E adesso che i ragazzi e gli uomini alti sono una consuetudine prodotta forse dall’euforia che coinvolse le generazioni nate dopo la guerra, questa caratteristica, voglio dire, non mi pare né rilevante, né connotante bellezza, ma semplicemente un fatto, come allora. Un fatto dei tanti che ci stanno attorno e coinvolgono per un attimo l’attenzione oppure distraggono. Come quand’ero piccolo, e nella grande piazza dove c’era la stazione delle corriere, si trovavano i venditori di patacche, i magliari dei tre tagli di tessuto per 10.000 lire, in quella piazza dove imparai a fumare, a correre, a giocare e a farmi male senza piangere, c’era un cinese con una valigia di legno e uno sgabello. Era piccolo, giallo e ben vestito, o almeno così a me pareva perché portava la cravatta. Aspettava vicino al bar che si radunassero le persone in attesa di veder apparire il proprio pullman, e allora apriva la valigia e mostrava il contenuto ben disposto in piccoli rotoli colorati. Erano cravatte, serie o sgargianti, all’americana, come si diceva allora, disposte per file verticali e su due ripiani, una tavolozza di colori che m’incantava. Guardavo, mentre il cinese attendeva paziente che qualcuno gli chiedesse il prezzo, e quando accadeva, si apriva la seconda parte dello spettacolo perché parlava con quella elle frequente che sostituiva la erre e altre consonanti, ed io che lo ascoltavo  con meraviglia, pensavo che forse in Cina parlavano tutti così e che per parlare cinese bastasse non parlare dialetto e mettere la elle al posto di qualche consonante. E ridevo tra me, contento del cinese e di questa cosa capita e poi l’avrei raccontato a casa che avevo visto un cinese, e mi avrebbero ascoltato. Perché ce n’era uno di cinese in città, e pochissimi stranieri, ed erano o americano o persone di pelle scura. Dicevano dei mori che fossero somali, o eritrei, o abissini, restati dopo la guerra, ma erano pochi, come erano pochi quelli che erano alti. Però questo fatto di essere alti era più comune e non aveva una caratteristica particolare se non quella di essere beccati sempre quando si faceva qualche marachella a scuola oppure nella difficoltà a dominare quelle gambette che erano sempre fuori baricentro e facevano cadere con facilità. E bisognava non piangere perché altrimenti ci sarebbero stati rimproveri e qualche sberla che non correggeva il baricentro ma doveva insegnare qualcosa che non si capiva bene. Forse neppure chi me la dava lo sapeva, perché non voleva mettere in campo la paura che mi facessi male, che quel correre, giocare, sudare, non avesse un corrispettivo in malattie sconosciute e per questo ancora più paurose. Come se essere troppo felici non andasse bene e quindi bisognava stare attenti e così mi dicevano : cussì n’altra volta te starè più ‘tento. In veneto si aspirava la elle, a volte anche la a, sempre le doppie, ma non eravamo cinesi. Però quel pomeriggio appena iniziato avevo bisogno di correre, di cantare, di fischiare, fino a non avere più fiato e poi, fermatomi, di guardarmi attorno e di respirare ansante, di sentire l’odore dell’aria che entrando, bruciava di fresco le narici, di vedere con occhi nuovi tutto quello che succedeva in quel momento e che coincideva con quello che ancora non aveva un nome dentro. Perché la vita non ha un nome ma è uno stato dell’essere, e io ero vivo, improvvisamente cosciente di esserlo e così felice che dovevo fare qualcosa che mitigasse quella felicità perché nessun caso me la portasse via. In quell’oscura genesi del rapporto con il vivere, i bambini già sanno che ci dev’essere una imprecisione che renda meno piena la felicità che altrimenti coprirebbe tutto, un qualcosa che eviti la botta e la cancelli, e allora si cercava un motivo che non facesse male e che al tempo stesso non impedisse alla felicità d’essere piena. Un motivo piccolo, un dispiacere già passato, i compiti da fare, un brutto voto, insomma un ri equilibratore fittizio che impedisse al maligno di portare via quella pienezza che riempiva tutto e non bastavo per contenerla. Ma il pensiero scaramantico era un attimo perché la felicità non si racconta né si argina e dopo poco cantavo, e fischiavo, e correvo, e sapevo che quello che stava attorno era a disposizione per completare il vivere: subito, adesso, felice.

arlecchino e il potere: meniamo un po’ il can per l’aia

Arlecchino, servitore di due padroni, non è servo di nessuno. Improvvisa su un tema che conosce, il potere, e rovescia la condizione servitore/servito.  Usa la contraddizione tra apparenza e sostanza: lui sa chi è, ma chi pensa di utilizzarlo si sbaglia su di lui e ne resta prigioniero. L’errore di valutazione, la presunzione di sapere, rende prigionieri.  

L’altro paradosso che ben domina, è la parola: non è schiavo di essa. Può dire e contraddire e poiché chi pensa sia al suo servizio ha in spregio la cultura del servitore, non bada a ciò che dice e contraddice. Anzi si sente in libertà di dire oltre il lecito, perché immagina, di essere circondato dal silenzio dell’intelligenza.

Si instaura un rapporto che ha un discreto fascino e non poche conseguenze sulle situazioni. Paradossalmente il furbo incanta il potere, però non enuclea la sua condizione e non ne fa una ribellione che lo scoprirebbe. Non vuole diventare depositario del potere perché sa che ne sarebbe prigioniero, piuttosto domina la condizione servitore/servito, la usa, la ribalta, ne è superiore e se ne fa beffe.

Due sono i temi che emergono da queste considerazioni:

  • l’essere al servizio non significa essere servo.
  • chi è più intelligente, e scaltro, dell’arroganza del possesso e del potere, se ne fa beffe e la usa a proprio vantaggio.

Il corollario è che Arlecchino non vuol diventare padrone, bensì continuare a vivere, sbeffeggiando chi si ritiene importante.

Tutto questo si applica alla vita civile, ma nel rapporto amoroso, Arlecchino è cinico al pari di Leporello o di Figaro, usa il sentimento per trarre piacere dalla situazione, si conforma alle regole che gli sono attorno, non ingaggia nessuna lotta particolare che implichi la sua furbizia in amore. In questo è assolutamente post romantico, procede per bisogni, desideri e assenza di morale comune. Sembra che l’autore non conceda sentimenti elevati al popolo, o che possano essere declinati sul versante dell’intelligenza, della scalata sociale, quello lo farà la letteratura romantica, ad Arlecchino è consentito l’amoreggiare, la levità del sentimento, l’intercambiabilità. 

Quindi è nella sostanza dell’amore che Arlecchino non progredisce, mentre eccelle sul governo del potere senza mostrarlo.

Quanti riferimenti all’oggi, alla transitorietà assunta a valore, al disinteresse per ciò che riguarda l’etica del gruppo a favore di una personale morale. Ciò che ora sembra tabù, perché irrobustito dai dettami romantici, in Arlecchino è relativo. Se il potente/padrone può avere infiniti amoreggiamenti, anche il servitore lo può fare, purché resti nel suo ambito. Se il padrone vuole violare la regola, il servitore si presta, in cambio di denaro. Mancando la morale, manca il giudizio sul lecito e l’illecito, anzi l’illecito è solo un giudizio di valore: costa di più. Ma allora si rideva di tutto questo e pur praticando l’abuso, non era questa la regola. Oggi cosa si può dire al riguardo?

Nella coscienza di essere persona e del proprio stato, in Arlecchino emerge l’intelligenza del capire e dominare le situazioni. Il rapporto tra potere e sottoposti è un confronto di intelligenze dove il potere ha dalla sua la forza, ma è intrinsecamente ottuso e ripetitivo, Arlecchino, che comprende la porosità del comandare e la sua cecità, dissimula, finge, porta la maschera e apparentemente è soggetto mentre in realtà manovra il potere. Perché dovrebbe diventare padrone quando può essere puparo? Ecco un’altra metafora contemporanea: chi comanda davvero è insospettabile ed usa presta nomi per governare cose ed uomini. Però a differenza di Arlecchino, non fa ridere, non è relativo, insomma opprime attraverso terzi. Eppure questi ultimi, pessimi Arlecchini, anziché farsi beffe di lui, ne sono prigionieri. Allora chi è il servo? e dove finisce verso l’alto, la catena del servaggio?