la lingua di casa

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Senza che nessuno se ne accorgesse s’era formata una lingua di casa dove le parole avevano un significato particolare. E come per le ricette e i sapori, l’odore fresco delle stanze, il suono della strada, anche l’accento del dialetto, i termini privati e inusuali erano famiglia e casa. Non c’era un esercizio critico, i significati venivano appresi e considerati inequivocabili, inglobati in un lessico che comprendeva espressioni e gesti. Era la nostra lingua, con i nomignoli di ciascuno, le carinerie, i giri di parole per non dire. Un mondo particolare fatto di parole, credenze, assiomi, che si era creato in modo dinamico accostando il vecchio ricevuto e le esperienze nuove. Ed erano entrati i luoghi della vita, qualche termine straniero, mescolati nella ricchezza del dialetto, nei modi dire mutati, nella solarità banale delle forme proverbiali. Era una lingua di rara e impervia scrittura perché tra noi non ci si scriveva se non nella lontananza e anche questo, con frasi brevi, in italiano. Quasi un codice che doveva dire l’essenziale: che si stava bene, che si pensava a chi era lontano, oppure che serviva qualcosa. Bastava questo. La grafia del dialetto era difficile, più onomatopeica che codificata ed era impossibile tradurre in essa la lingua di casa. Meglio lasciar scivolare qualche termine che si sapeva avrebbe fatto sorridere e si sarebbe interpretato come una vicinanza maggiore. Un tra noi.

Un bambino è una tabula rasa, ma anche chi entrava nella famiglia sposando qualcuno, lo era, e pur portando con sé la sua lingua di casa, veniva a contatto con nuovi significati e importanze che modificavano il lessico e la lettura del quotidiano. Ed erano abitudini diverse, priorità, scherzi, modalità del ridere, lettura del reale, etica, banalità, sciocchezze che contaminavano una conoscenza ed erano esse stesse contaminate con qualche significato nuovo. Tutto avveniva in un feed back vitale di scambio, anche se ineguale, perché era vero che il nuovo veniva inglobato, ma vi era anche una gerarchia e per entrare ci si puliva le scarpe, si ascoltava e poi si veniva ascoltato.

Accade dappertutto questo processo di familiarizzazione della lingua, quindi niente di particolare, anche se era più forte un tempo quando le famiglie dovevano fare argine all’esterno, e lasciar filtrare ciò che era compatibile. La religione, i principi su cui articolare il vivere: l’onestà, la laboriosità, il decoro, il lecito. Erano filtri, assieme ad altro, per conformarsi a un buon nome acquisito. Cosa contenesse questo buon nome non ci si chiedeva più di tanto. Era la considerazione degli altri, la stima, il valore insomma, per questo non veniva mai messo in discussione che le faccende personali dovessero restare tra le mura di casa. Ma quello che ho capito poi, impiegando molti anni per farlo, era la vulnerabilità delle cose date per incontrovertibili. Allora erano e basta, come a saltare il dubbio, ad avere qualcosa a cui attaccarsi in un mondo incerto e spesso patrigno. Certezze come le parole tra noi, il fraseggio, gli accenti, i termini per indicare le cose. Alla fine si tornava sempre alla lingua antica, alla solidità del dialetto, perché questo già conteneva ciò che poteva essere detto con tranquillità: tutto il dicibile vicino al reale, scurrilità comprese. Non soccorreva però sui sentimenti, perché in questi era ritroso e pudico, ed allora emergevano i nomignoli che già contenevano il bene senza dirlo, e anche quando prendevano in giro lo facevano per ridere. Per questo erano custoditi con cura perché non era bello mostrare troppa tenerezza in pubblico. Erano cose tra noi, per l’appunto.  

La lingua di casa trasformava il dialetto in qualcosa di molto vivo, e anche quando adoperava la lingua di Ruzante evoluta, ed emergevano i pezzi d’arcaico che non era più tale, le tracce di conquiste veneziane, i residui di invasori passati, questa veniva trasformata da ciascun nucleo familiare in un lessico proprio. Cosicché dicevamo transete per dire che si andava avanti facendosene una ragione, ed era il latino di transeat, oppure si diceva muci zaba per intimare un silenzio senza repliche ed era il croato di muci, e se nelle feste arrostiva in forno il dindio, il tacchino, nessuno pensava che quel nome fosse francese. Si usava ancora dire palanche o svanzeghe per parlare di denaro spicciolo, perché dell’altro denaro, quello importante, i bessi, i schei, era da villani parlarne. Insomma era una lingua viva e ricca di significati comuni e particolari, che pescava dove c’era pesce. E se si fosse interrotto quel processo di trasmissione e incorporazione, destrutturata quella lingua madre per riportarla alla razionalità dell’italiano, le si sarebbe tolto l’intero significato, privando il nucleo, il nostro piccolo clan, della differenza e dell’identità. Essere uguali e differenti al tempo stesso, perché una lingua intima e segreta ci differenziava. Non lo sapevamo, ma in fondo questa è la lingua dell’amore che ha ogni coppia e poi ogni famiglia. Era una lingua naturale, ricca, aderente al giorno e alla sua interpretazione, e in più conteneva una storia di udito e di significati. Aveva l’attualità e quello che era accaduto. E non era poco, davvero non era poco.

portolani: il tavolo

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Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro.  Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.

Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.

Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni. 

Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto  interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.

Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.

Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.

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A volte l’aereo arrivava a Cagliari, a volte a Olbia, più raramente ad Alghero. Questioni di orari, tariffe e impegni, la distanza era più o meno la stessa. Poi sempre le stesse cose, il bagaglio, un’auto prenotata da ritirare, il sole che prendeva gli occhi, il pranzo se c’era tempo. A Cagliari, a mezzogiorno, finivo da Balena. Una cosa rapida, da consumare con i pensieri brevi che già puntavano ad altro. Poi la strada. La Carlo Felice. Non so cosa veda chi è nato in Sardegna, se, come mi accade quando torno a casa, esso colga lo scempio delle periferie, il devastare delle villette, la stepposa natura dell’incuria. Non so e ogni volta penso che Renzo Piano con le sue periferie, se non si sbriga a fare, non arriverà a tempo e si perderà memoria del futuro. Cioè chi ha conosciuto il prima non potrà dire che il meglio viene dopo.

Immerso nell’intrico degli svincoli riconoscevo i posti di sosta, alcune singolarità di memoria, i centri commerciali. E i cartelli non ancora perforati dal piombo grosso per cinghiali. Partivo leggero e pensoso, sulla strada che nella mia testa s’ inerpicava anche quando era piana. Andavo al centro e in alto. Andavo verso quel bivio che da un lato portava a Sassari e dall’altro a Nuoro. Io andavo a Nuoro. Per un incontro. Il primo. Poi dentro la Barbagia, ancora più in centro verso Tiana, con la i strascicata, Ovodda, Gavoi, Ollolai, Teti, Austis, in alto, in un silenzio di uccelli, di pecore, di sughere, di auto vuote al limite della strada. E la sera, al termine della giornata, avrei dormito in un luogo, che pur conosciuto, ogni volta mi sembrava nuovo, in un buio inusuale che avvolgeva appena oltre la porta, con rumori freschi, nuovi all’udito, con orari diversi. Qui ho fatto l’esperienza dell’assenza di luce, dello spaesarsi nei luoghi che non si conoscono, della relatività del tempo quando esso non ha riferimenti.

Il giorno successivo ci sarebbe stato ancora il lavoro, il capire, il risolvere, gli incontri con gli amici. Ma questo era altro dall’esperienza dei sensi, dall’emozione che provavo: così carica di contenuto che ormai fa parte di me.

Per questo la Carlo Felice, non è una strada qualunque, ma un luogo che biseca il grande rettangolo dell’isola, che spartisce l’est e l’ovest come un confine. Il moderno dei racconti che mi narravano della transumanza che valicava i monti. L’aspro andare costellato di punti riferimento, di leggende, di paesi, feste, riti. Per me, che arrivavo da lontano, quell’ortogonalità dell’andare, quando potevo farla, mi regalava agli occhi i due mari, le coste diverse, il consumarsi della pietra, il sentire che una radice affonda dove c’è sostanza. Facile dire che ero affascinato dall’arcaico, dalle immutabilità sottostanti, credo si trattasse di una corda profonda che si è attivata di rado e che sempre ha evocato senza dire chiaramente. Come per un barlume o una situazione che si riconosce ma non sembra appartenere a questa vita, a questi ricordi, eppure lo è, solo che è profonda e sghemba rispetto all’usuale, al conosciuto.

Ho vissuto la strada con una concezione diversa dal percorrere, era un arrivare che includeva un ritorno. 

Per questo quando tornavo a prendere un aereo a Cagliari, a Olbia e più di rado ad Alghero, sentivo il saluto. Un gesto tangibile, come raggiungere il cuore con la mano. Si alza l’avambraccio, lo si piega e poi le dita aperte raggiungono il petto. Per saluto, allegria, amore. Per omaggio allo sguardo di chi vede e capisce. 

pasquetta

Pasqua è passata con la particolarità delle feste che hanno significati diversi per ciascuno e che tali si vivono. È cosi nell’anno, siano esse arcaiche e poi religiose, quasi mai civili, le feste avvengono.  E ciascuno le interpreta e le fa passare tra le dita. 

Col vizio della memoria sovrappongo i piani, confronto le feste. Vivo il presente e ricordo: profumi, fatti. Vedo con stupore e sollievo l’ inconsistenza del molto che m’era sembrato importante, il ripetuto e il voler dare significato a ciò che non l’aveva. M’era sembrato, non era è lo sapevo, ora guardo avanti pensando che il farsi mio e del tempo dovrebbero cercare di coincidere. Sforzatevi un po’ ragazzi. 
Intanto respingo, con accurata energia, la memoria del futuro, il ripetere ciò che è stato compiuto, la cinica prigionia del sapere come va a finire. È un esercizio da levatrice dello stupirsi, un mettere al mondo ciò che esiste e non è esperienza.
È più semplice ripercorrere le stesse strade. Penso.
Non faccio forse lo stesso quando cerco i luoghi miei, ne vedo la persistenza, metto assieme il ricordo e l’attuale e m’accorgo del molto, allora sfuggito, che adesso è lì, a disposizione, e attende d’essere nuovo?
Con la stessa attesa ogni anno spio le nuove gemme sugli alberi violati dal tempo e dall’incuria. 
In curia, ovvero come non prendere l’amore narrato e trasfonderlo nei gesti. Una non piccolo tradire la vita, che paziente propone di continuo nuove strade e ripete un risveglio che non è mai il precedente. la vita come il bimbo che entra nel sonno con timore del buio, ma nel risveglio ha già messo alle spalle il giorno passato e attende molto dal nuovo.
La festa è quel nuovo che ci chiama oppure è noia. Festa è l’epifania del cuore.

il profumo della vigilia

Le finestre al secondo piano sono aperte. Si sente rumore di martelli battuti con ritmata forza e musica orientaleggiante. In quella camera sono nato. Da lì ho sentito la strada, i richiami dei mestieri ambulanti, ho cominciato a conoscere il danzare dell’impalpabile nella lama di luce. Abbiamo abitato a lungo quella casa. Ho visto come l’hanno trasformata, resa attraente e nuova. La scala non ha più i consumati gradini di pietra di Nanto, c’è un ascensore scintillante di cristalli e trasparenza. La soffitta, che per me era il luogo del mistero e del fascino, ora è un sottotetto con due camere e un bagno pieno di luce dall’alto. La camera dove sono nato, è un soggiorno che sfoggia i travi a vista. Sono spariti i giochi di mattoni incastrati del cornicione, il pavimento è una distesa di legno africano. Un tempo c’era tavolato d’abete che odorava di resina e lacca, quando mia madre lo riverniciava. È mutata la destinazione, il contorno e le persone che hanno popolato quella via così centrale e popolare. Oggi questo è un quartiere di negozi, abitazioni di lusso e pochi bambini. Qui mi verrebbe il confronto, ma sono romanticherie dell’età ed è meglio pensare a com’era quella casa nella festa imminente.

Dal mattino della vigilia, le tovaglie buone prendevano il sole, e si mostravano ai vicini per il lustro della casa. Tra le stanze c’era un parlare a voce piana, del giorno dopo, del pranzo da preparare. Si faceva circolare aria per scacciare l’inverno e far entrare il profumo nuovo. Nel cortiletto, ora lastricato di piccole mattonelle di sasso del Piave, tra le pietre di trachite c’era già l’erba e l’albero di pesco era fiorito sfacciatamente, ribadendo la sua indipendenza dall’inverno e da ogni nostra offesa. C’erano i rumori simmetrici dei vicini, le voci che chiamavano in dialetto. Mia madre stirava le camicie bianche per il giorno dopo e nell’aria si spandeva un profumo di amido, vapore e stoffa scaldata. Era la vigilia. I bambini giocavano con meno ardore, stavano più attenti a non rigare di sangue le ginocchia, correvano più piano. Per giorni, nella stanza che ora risuona di martello, avevo dormito con il profumo delle torte margherite cucinate e messe nel fresco vicino alla finestre. Era lo zucchero e la vaniglia, il profumo di farina cotta e spumosa, il rosso d’uovo impastato con lo zucchero che avevo pulito scrupolosamente e laccato dal dito. Era il profumo di quella torta che faceva Pasqua, più delle parole misteriose del prete, ed era qualcosa di tangibile, che riempiva la bocca di sapore denso e dolce, qualcosa di rustico e antico. Era il profumo della primavera imminente, dell’attesa del buono che diveniva presente. Era la casa e insieme il fuori di essa, come se dalle finestre da cui entrava un’aria fresca e pulita uscisse contemporaneamente il profumo di noi, di ciò che era essere assieme. E tutto si incontrasse in un abbraccio.

p.s. della Torta Margherita ho scritto in passato, qui trovate la ricetta:

https://willyco.wordpress.com/2007/11/23/torta-margherita/

ma il profumo sarà il Vostro.

Con i miei auguri e un sorriso.

improperi

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Perché hai creato una sequenza di dolore e l’indifferenza? Perché in noi non è emersa la reciprocità del sentire? Perché ci colpisce poco una tragedia per qualcuno che giudichiamo diverso da noi e siamo affranti da ciò che è nel perimetro del giardino culturale in cui siamo cresciuti?

È naturale tutto ciò: la differenza divide, gli interessi dividono, la parentela si diluisce con la distanza e diventa indifferenza. Che c’entra la cultura?  Siamo naturali e animali raziocinanti, dotati di libero arbitrio, presuntuosi di parole, fugaci di azioni. Ma cos’ è rimasto di duemila anni di storia se tutto assomiglia a ciò che c’era prima? Cos’è mutato se il mezzo è ancora l’annientamento e la servitù dell’avversario per generare sicurezza. E cos’è sicurezza?

La sicurezza è l’intangibilità del mio spirito, della mia dignità, del mio corpo, del mio pensiero. Ma è vero per tutti o solo per me? Appena distante da dove vivo, in una notte priva di luce perché non c’è corrente elettrica e le candele sono buone solo per i cecchini o i droni, in quei luoghi senz’acqua e senza cibo, dove ci ci stringe in cerca di calore, si pensa ad un futuro che racchiuso tra l’alba e il tramonto del giorno successivo, cosa significa la parola sicurezza? Dove nulla è intangibile, cos’è sicurezza? Per 1400 anni abbiamo guerreggiato. Ovunque e dovunque. >E nulla è stato risparmiato. Nulla era sacro e nel tuo nome e si sono perpetrate stragi immani, dall’una e dall’altra parte. È curioso che mentre noi precipitavamo nella notte della cultura, nell’estirpare radici antiche di pensiero per sostituirle con nuove, tra le sabbie dei deserti d’Arabia altri popoli venissero alla luce. Perché le luci non si mischiarono? Devo chiederlo agli uomini, gli dei sono muti, parlano per enigmi e prescrizioni, enunciano domande che diventano obblighi radicali. Dovrei dire alla mia coscienza che la labilità dell’uomo, la sua imprecisione e fallibilità lo salva dalla notte dello spirito, che gli permette di essere relativo e sfuggire alla dittatura sanguinaria degli assoluti. Oggi è giovedì e per alcuni conta molto, per altri nulla, i fatti che accadono però ci riguardano. Anche quando le parole si spengono. Siamo scivolati in un buio che non è notte, è assenza di luce, di proposta, di forza intellettiva e come animali siamo abbacinati dall’istinto. Ma a che serve tutto questo se sappiamo la nostra insicurezza? la nostra debolezza?

Tenebrae, il buio si confonde col silenzio, con l’assenza di parola, di soluzione, di raziocinio. Stamattina c’era chi metteva in discussione il dubbio, ovvero la cultura laica del relativo che ha permesso le libertà nei popoli. Qualcuno sosteneva che l’occidente ha fallito nel cercare di capire l’altro. Se non siamo stati in grado di trasmettere un orizzonte comune di crescita, che resta della luce?

Oggi chi fa sociologia dell’Islam ha scelto un campo fortunato di carriera, ma è da noi che dovrebbe avvenire la ricerca, ovvero cos’è sostenibile nel nostro mondo? E perché questo non è l’orizzonte comune di popoli diversi? Chi è laico queste cose le chiede a se stesso, non ha un dio che risponde, e il cammino della tenebra è un percorso tra uomini, con risposte tra uomini.

Non voglio la precarietà di ciò che guardo da distante, non voglio che essa entri nel mondo, che sia condizione di guerra e di morte, e se non voglio questo, devo guardarla, percepirla come tenebra dell’essere e dello spirito. Angoscia che esige un assestamento in me. Perché non posso essere al sicuro se non affronto il cammino verso una soluzione.

Non ho sicurezza e neppure ricette, so che una guerra non verrebbe vinta dai civili, ma dai militari. So che il percorso è lungo, comunque, e che ci sono ragioni dentro la nostra società, la nostra cultura ed economia che dividono, so che non c’è nessuna soluzione buonista nel senso che un buon sentimento resta chiuso dentro una testa e che accanto al contingente c’è la sua proiezione nel tempo. So che esiste un noi fatto di convinzioni difficili da ricondurre all’umanità dell’uno. So tutte queste cose e non chiedo ragione se non a me stesso sapendo la mia piccolezza, l’inermità, lo sgomento. Questa è la solitudine, restare nella notte soli e trovare le ragioni che mi riguardano.

Me lo ripeto: le ragioni che mi riguardano. E so che saranno fallaci, parziali, ma non ho altro. Solo questo per affrontare la notte.

l’altro sé

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Ci sono momenti, e pure altri. E così potrebbe finire il racconto della vita riservata.

Oppure con molte parole precise e circostanziate, potrebbe iniziare il racconto della vita apparentemente trasparente. Una narrazione molto presente a sé, meticolosa, dettagliata, ricca di riferimenti comuni in cui chiunque possa almeno un po’ riconoscersi.

Bella, ma non sarebbe la realtà perché non direbbe cosa si seppellisce tra le frasi, nel contesto della passione, nel significato di quelle parole così precise e insieme doppie nell’oscillare tra ciò che si vorrebbe e ciò che è stato.

Quando scrivo è come parlassi di un’altra persona… 

Credo sia il modo giusto per dire la verità e non perché quella persona sia terza rispetto a noi ma perché è noi, liberata da una convenzione ad essere.

Nell’espressione, che è titolo e suggestione di racconto, una stanza tutta per sé, c’è la chiave della prigionia dell’essere nel posto giusto eppure del non esserci totalmente. Un ossimoro dettato dall’esaurimento di una spinta ad andare. Non a caso gli amori sconclusi sembrano il luogo della felicità possibile e non stata, mentre l’apparentemente reale mostra un suo vincolo immane di obblighi, di ripetitività, di consuetudini e apparenze in grado di far desiderare altro. Fortemente e radicalmente. Quell’altra persona appunto, che si compie nell’atto del descrivere/descriversi.

Partire dalla propria imperfezione, considerare che la purezza è un’astrazione scomoda in quanto precettiva, giudicante, generatrice di quella parte così umana e al tempo stesso inutile, se non produttrice del cambiamento, che è la colpa. Se non c’è innocenza non c’è colpa non redimibile, ma soprattutto non c’è un’ attribuzione ai surrogati, del compito di lenire il bisogno d’amore connaturato con l’uomo. 

È come parlassi di un’altra persona riassume l’esperienza passata, la contemplazione del presente, l’essere prigionieri d’un possibile non stato che estrae da noi ciò che siamo davvero. Cioè impossibili. Acutamente e indicibilmente impossibili nell’assomigliare ad altri. Colpiti dall’insufficienza dell’essere sovrapponibili, e neppure somiglianti.

Parlare d’altri in prima persona è parlare di sé, in modo libero, senza il ruolo assegnato, senza la necessità impellente di precisarsi. Una sorta di contemplazione di ciò che è ora, subito, adesso, nel percepito. Non è la verità totale, nel senso che non esclude le alternative, non raggruppa le nostre molteplicità, ma descrive una presenza anche quando lo travisa nel godere masochistico dell’assenza. Si permea della negazione d’un futuro, almeno per un poco, perché più acuta dev’essere la percezione di ciò che manca e più forte la dimensione dell’immensità del sentire, dell’aver unicamente provato. Dell’essere altrimenti dalla banalità del ripetersi quotidiano.

Se si nega la purezza come dimensione dell’esistere, si apre una pagina su cui scrivere. Possiamo scrivere ciò che accade oppure ciò che ci accade. E ci accadrà per la natura divina e umana che si mescola nel nostro daimon e non per fato.

Comunque quell’altra persona siamo noi per davvero.

oltre l’apparire

M’interessa, ma in realtà mi piace perché proprio questo oscuramente m’attrae, la parte profonda e positiva del sentire l’altro, ovvero lo scoprire ciò che si nasconde sotto la superficie che mi viene mostrata. E non solo i desideri segreti, le pulsioni a molla, ma ancor più la cifra, ossia il profondo che permane. Indiscreto? Curioso? Perverso? Forse, ma lo dichiaro e so che è ardua, riservata a pochi, e presuntuosa, questa attenzione. È una curiosita partecipata, una necessità che chiede sommessa il permesso a lasciarsi intuire, una condivisione e la pazienza del capire. 

In questa epoca in cui l’apparenza è sostanza, capire oltre essa, toglie il giudizio. Non è priva di rischi quest’attenzione perché c’è sempre il rischio del comprendere che ci si è sbagliati. Che non si è adatti a questa persona. È un processo d’attenzione orizzontale che diviene un giudizio su di se non sull’altro.

Andareoltre l’apparenza parte dalla sensazione che il tempo abbia costretto a tagliare, sopire,  seppellire, che le situazioni si siano accanite, che l’educazione abbia messo un freno tagliando anziché far fiorire, e ciò mi porta a pensare che ci sia un essere altrove dall’apparenza. E che tutto il rimasto in questo altrove possa tornare a crescere senza che il tempo abbia potuto togliere le età.

Ad esempio se la giovinezza in generale è lo statu nascendi d’ogni possibilità non filtrata dalla vita, quando una possibilità sarà scelta si scarteranno le altre. Questo accade sempre nella vita e in noi si modifica qualcosa che si vede, ma se la scelta non era conforme a ciò che possiamo essere, muta l’apparenza.

Bene, oltre all’apparenza, m’interessa la possibilità che ancora non si è fatta pelle, che è stata scartata. Cogliere questi accenni fa parte dell’interesse profondo che a volte può essere comunicato e verificato assieme -e ci si può sbagliare di molto- ma più spesso è difficile parlarne senza la giusta intimità. Si può cercare di capire in silenzio, adeguarsi a ciò che s’intuisce e lasciar parlare gli atti. Cosa c’è di più intenso del riconoscere una possibilità d’essere dell’altro? E non è un atto d’amore che sia lui a scoprirlo, cercando che diventi autostima e coscienza di sé.

La grazia non ha bisogno d’essere scoperta, si vede. E’ una dote che diventa affettazione quando si ostenta, oppure sconfina nel chiedere e in entrambi i casi cessa d’essere tale. La grazia è il dare gratuito ed è predisposizione, chi la possiede non se ne accorge, semplicemente è esso stesso grazia. Ma diverso è lo stile e ciò che si vuol mostrare, sono percorsi di testa e costruzione di sé, che nascondono alla vista. Immagine e maschera assieme, belli, ma quanto c’è sotto è ben più interessante.

Sono ben cosciente che a chiunque piace essere riconosciuto come vuol mostrarsi, e anche questo rivela molto, ma se ci si ferma all’apparenza, quanta noia e disinteresse. In fondo la falsità svelata ha lo stesso e forse maggiore fascino della verità, perchè anche questa non è mai così lampante e attende d’essere davvero compresa a fondo. Ci sono tanti modi per farlo, ma serve sempre pazienza, rispetto, confidenza intima, condivisione, attenzione. Se ci pensate questi sono tutti verbi dell’amore.

A volte mi pare che tutta questa apparenza sia un somigliare ad altro e che non si sia superata mai totalmente la sindrome del mettere scarpe e vestiti del babbo e della mamma. Che ci sia persi per strada e l’essere adulti ovvero diventare ciò che si poteva essere sia sia stata confusa come una condizione fatta di limiti da superare. Come si dovesse raggiungere e superare il genitore che abbiamo ammirato. E noi dove eravamo, dove siamo? Ecco mi interessa ciò che può essere, al resto ci si abitua presto.

a difesa della confusione

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Le situazioni confuse pare generino infelicità, ma non subito, verso la fine, quando l’ordine reclama ascolto.

All’inizio tutto era chiaro: desideri, prospettive, attese. Poi il vivere s’è ingarbugliato in qualche laccio ben visibile, ma non sembrava così importante. E neppure urgente. Adesso per liberarsi dovrà decidere qualcosa.

Sarà comunque qualcosa che toglie, insomma una piccola o grande infelicità.

Poi ci si ricorderà della confusione perché nel suo periodo sospeso, ci sono non poche grandi e improvvise felicità. 

Ma dopo, e a collo torto, perché ci si riposa nell’ordine e si ha tempo di pensare. Quel pensiero un po’ stanco del miles che ha bisogno di deporre le armi. O quello del bimbo la sera, quando si getta tra le braccia ordinate del sonno.

L’ordine non è mai felice, al più è calmo. Non è neppure sereno e adopera una innocenza che non possiede. 

Chi conosce l’andare delle cose, sostiene che le felicità nate dalla confusione sono transitorie e fugaci.

Ma non sono sempre così, le felicità?

sciupafimmine

Aveva la libertà. Che le bastava per due. E nessuno che chiamasse per dirle a cosa stava pensando o dove si trovava. Quello era un altro dei suoi trucchetti preferiti.

“Sì.”  Gli piaceva pensare di essere all’origine di tutto.

L.A. Kennedy : Stati di grazia

Chi parla è una delle amanti deluse e ancora innamorate di un dongiovanni da strapazzo. Uno sciupafimmine privo dello slancio luciferino dell’ hidalgo e senza altro progetto che il proprio narcisismo numerico. Un uomo, ma potrebbe essere una donna, che dissemina vuoto perché incapace di contenere amore e di restituirlo. E ciò non significa che non venga generato amore, ma esso è al tempo stesso vero e monco, asincrono, destinato ad essere dissipato per mancanza di incontro.

L’oggi si specchia esattamente come il ieri nel narrare storie comuni. Non c’è esemplificazione, riconoscimento casomai. Mancano gli eroi e le eroine palesi. L’amore è silente come la disperazione. Però muta la modalità : la dimensione virtuale crea il reale, l’incontro materiale che non ha seguito progettuale. Il materialismo percettivo è divenuto cultura e quindi cognizione del rapporto. In fondo messo il bimbo davanti alla vetrina dalla quale può estrarre i giocattoli desiderati, esso fa i conti con la propria solitudine, prigioniero dell’assuefazione e libero dal desiderio.

Nel farsi amoroso dell’attrazione c’è un punto in cui tutto può accadere, è il crinale su cui si può camminare pericolosamente oppure scivolare verso l’esperienza. Il vissuto assunto come dimensione educativa della persona non educa la coppia. E l’esperienza diviene passato nell’uno, ferita nell’altro. Nel lasciare c’è una responsabilità enorme, ciò non significa l’indissolubilità, il per sempre, ma l’accettazione del dolore proprio e dell’altro. E infatti in ciò che virtualmente si genera dal reale, la fuga, scivola nella rappresentazione, nell’immateriale. La crudeltà immane dell’sms, la cancellazione di un numero telefonico, lo spiegare avvitato su di sé perché comunque lo star bene implica il sacrificio dell’altro, assunto come via d’uscita. Badate bene che non c’è giudizio morale in tutto questo. Da sempre gli amori si sono generati e consumati, ciò che è sempre stato difficile è il progetto connesso all’amore, il riconoscimento della sua fallibilità, il feed back continuo, e anche il vederne il fallimento. Come dire che mai come ora è facile innamorarsi e al tempo stesso, difficile gestire le conseguenze dell’innamoramento. Forse per questo c’è una proposizione della leggerezza  sentimentale perenne, come se la vita fosse il passare da un eccitamento ad uno stato di normalità e poi al successivo.

Come riempire il vuoto che l’assenza di progetti comuni genera è difficile pensarlo, di sicuro il virtuale è un luogo lenitivo, però quanto esso possa prefigurare una nuova grammatica dei sentimenti non riesco a capirlo.

Come per il dongiovanni della Kennedy, che per le proprie conquiste ha bisogno di sentirsi all’origine del tutto,  spesso non c’è neppure la narrazione di un Leporello che enumera e vanta i successi del proprio padrone, ma solo la disperata solitudine di un collezionista distratto. Ho la sensazione che non è questo il porto a cui approdare, e che la navigazione continui tra passato, presente e futuro, per ora senza una bussola che non sia il culto del sé e la sofferenza lasciata alle spalle. Perché forse è bene dirlo, la sofferenza assieme al dispiacere genera anche la sensazione di essere vivi e questa sembra sia diventata una necessità non solo in amore.